Part 9
3. Più sincero, più ardito, più grande d’ogni maniera fu già Alessandro, imperator delle Russie; il quale professò vedere, non solamente la caduta ottomana, ma le mutazioni che ne succederebbero all’intiera Cristianità. Ne’ suoi giorni più belli, in quei giorni sereni, quando, difesa ammirabilmente l’indipendenza della patria sua, ammirabilmente rivendicata l’indipendenza d’Europa, avea riposta in pace la Cristianità, egli vide subito, e primo, che ci voleva pure una grande operosità alla Cristianità pacificata, un grande scopo a questa operosità; e vide lo scopo dover essere l’Oriente. E questo fu gran mente, senza dubbio; ma fu gran cuore, l’avere, esso autocrate delle Russie, esso nipote di Caterina e pronipote di Pietro, chiamata a parte di quel pensiero e quell’operosità russa l’intiera Cristianità. Tuttociò è evidente ad ogni spregiudicato in quel trattato supplementare, ch’egli Alessandro fece firmare e chiamare _della Santa Alleanza_; non importando che coloro che il firmarono con lui ed egli stesso poi ne mutassero le tendenze, lo scopo, l’essenza. Ma Alessandro rientrato nella sua patria tanto meno incivilita che non lui, Alessandro, o mutabile per natura o mutato dagli eventi, non fu più l’Alessandro protettore della civiltà cristiana, innalzatosi ad una intelligenza di essa cui non arrivò forse nessun principe del tempo suo. Intanto la civiltà cristiana proseguì da sè l’opera così ben preveduta. La proseguì per quell’intima ed invincibile operosità che è natura sua; la proseguì e per le spinte stesse date e non potute ritirare da Alessandro, e per le ambizioni russe un momento generose, poi di nuovo ristrette; e la proseguì come conseguenza inevitabile delle conquiste inglesi nell’Oriente ulteriore. Soggiogato questo alla Cristianità, non era già possibile che ella si fermasse per via; o piuttosto, arrivata ad una parte lontana della via, non era più possibile che ella non tentasse aprirsi il tratto intermedio. Giunta all’Oriente ulteriore, doveva aprirsi il citeriore, il Levante. Ed apertoselo in varii modi, per varii aditi, vi si precipitò, ne sboccò, ne ritornò, se li allargò; ondechè è ora una fiumana, una innondazione, che niuna potenza umana non può fermare, niuna umana cecità negare. — E lodiamone la Provvidenza, quanti siamo a non chiuder gli occhi alla oramai chiara opera di Lei: la diffusione della Cristianità, che sarà quando che sia seguita da quella del Cristianesimo. E lodino il Cielo anche coloro che vantan nome di uomini positivi. Positivamente, questa gran diffusione, questo quasi trasporto ad Oriente è quello che occupa ed occuperà per molti anni e forse secoli la pace; che sazia e sazierà l’operosità; che contenta e contenterà gl’interessi anche materiali di tutte le nazioni europee. Calunnisi il gran movimento, riducasi da opera provvidenziale a industriale; neghisi o riducasi il motore, mutisi nome a chi si muove. Il risultato riman lo stesso; e noi diciamo: _eppur si muove_.
4. Ma, i due fatti oramai certi della caduta ottomana e del movimento cristiano all’Oriente sono eglino legittimi? Lo scrupolo si propone per lo più da tali che non ne mostran guari poi in lor opere; da tali che non ne hanno nel sollevare popoli contra governi, o governi contra popoli; nel sagrificar le generazioni presenti a’ lor sogni sul futuro od ai loro sogni dal passato; da tali che accumulando tutte le legittimità, tutti i diritti in sè soli, se son popolo, mettono fuor di legge i principi e chiunque dicono non popolo, se son principi, il popolo e chiunque non è principe. Costoro compiangono, gli uni la civiltà, gli altri la legittimità turca. Ma noi non sappiamo veder colà nè buona civiltà, nè legittimità, per vero dire. Non buona civiltà, chè non ci par tale nessuna oramai se non la cristiana; non legittimità che non sappiam vedere in una dominazione rimasta straniera, anzi d’una gente soprapposta all’altre, barbara, despotica. E noi veggiamo anzi diritti molto probabili nelle popolazioni cristiane di liberarsi da quella verissima tirannia; diritti e talor doveri negli stati cristiani d’aiutarli; diritto e dovere nella civiltà e nel Cristianesimo d’estendersi. E questi diritti e doveri, noi li veggiamo riconosciuti da gran tempo dai teologi, da’ filosofi e dagli uomini di stato egualmente; da’ teologi che da Gregorio VII ed Urbano II in qua sollevarono la Cristianità non solo alle difese, ma all’offese contro a’ Maomettani; da’ filosofi che spingono innanzi la civiltà nostra e le debbon quindi concedere le conquiste sulle civiltà minori ed inconvertibili; dagli uomini di stato che veggiamo avanzarsi e fermarsi secondo le convenienze de’ propri stati, ma non finora per nessuno di questi scrupoli. — Ancora, quanto a certo altro scrupolo del _non intervenire_, parmi che dacchè fu posto ei non sia stato seguito guari, se non quando tornò a conto seguirlo. Tornò a conto negli affari interni delle nazioni cristiane: perchè fu scoperto che queste s’assestano molto più presto e meglio senza intervenzioni; e quindi non s’intervenne, e riuscì. Ma colla nazione turca non è il caso; che intervenendo o no, sempre avverrà la caduta di lei; e non intervenendo si lascerebbero cadere con essa e spegnersi le nazioni cristiane implicate in essa. Ondechè, diritto e fatto, tutto chiama le intervenzioni; le quali, se non sieno false, non traditrici, se facciansi anzi apertamente e fortemente, possono dunque in molti casi essere legittime, in molti necessarie e di stretto dovere. — Finalmente, per torci una volta tutti gli scrupoli, si allega da alcuni il tristo esempio della divisione di Polonia. Ma in nome della verità, qual somma, qual total differenza! La nazione polacca era, è nazione cristiana; è di quelle che non possono perire. E mirate il fatto; divisa, oppressa, dispersa come nessuna mai è ella perita? O non anzi forse progredita in virtù, in prudenza? E i suoi tre rottami non sono eglino piaghe in corpo alle tre potenze, che se li aggiunsero? e più a ciascuna, secondo che più vuol distruggere la indestruttibile nazionalità? Ma chi può sognare d’una nazionalità turca risorgente mai, quando fosse dispersa? O chi paragonare l’immanità di aver voluto spegnere una nazione cristiana, alla necessità di lasciare spegnersi spontaneamente una maomettana, o piuttosto al prevedere ch’ella si spegnerà, al raccorne le spoglie quando sarà spenta? — Perciocchè in somma tutti questi son discorsi inutili. Dei due fatti che noi consideriamo, il primo, la caduta, non può esser nè legittimo nè illegittimo, nè oggetto di scrupoli alla Cristianità; è fatto estrinseco ad essa, che si compie senz’essa. Non può esser questione se non dell’occupar l’una civiltà le regioni abbandonate dall’altra, del raccor l’eredità lasciata vacua. E questa stessa questione seconda è poi già decisa dal fatto. Le spoglie son già incominciate a dividersi. Russia n’ha già raccolte parecchie, incorporandosi le sponde settentrionali ed orientali del mar Nero, e prendendo i tre protettorati di Moldavia, Valachia e Servia nel cuore stesso dell’Imperio. Grecia è un’altra di tali spoglie, ed Algeri un’altra. Altro che scrupoli! noi ne siam lungi; non n’è più tempo. Smembrato, screditato, infiacchito uno stato non è più conservabile. La questione è stata decisa quando s’incominciò lo smembramento; e nuovamente ad ogni volta che si continuò. La inarrestabile civiltà cristiana la decise; o piuttosto la Provvidenza, destinando questi popoli asiatici come già gli americani a ritirarsi e forse spegnersi a poco a poco, per lasciar luogo alle generazioni cristiane. E in giustizia? Ma chi l’osa dire? Sarebbe della Provvidenza; come sarebbero state quelle adempiute altrove. Diciamo meglio: è uno di que’ misteri che son nella storia come in tutte le scienze umane. La civiltà progredita può bensì addolcire i mezzi, evitar le ingiustizie particolari, salvar qualche popolazione men restìa: ma quanto a fermare la Provvidenza o fermar sè, che è tutt’uno, la civiltà cristiana non vuole e nol può. E se taluno venisse a dirci ch’ella il vuole, il può, o il fa, noi risponderemmo di nuovo: _eppur si muove_.
5. Ma lasciamo una volta i prolegomeni, vegniamo ai due fatti non che probabili, principali: che l’Imperio ottomano cade, e che la Cristianità sottentra e sottentrerà, quandochesia, comechesia. E cerchiamo questo quando e questo come, il tempo e il modo. Ma del tempo non dimentichiamo, che è il maggiore de’ secreti riservatisi dalla Provvidenza in tutti gli eventi umani futuri. Molti sono prevedibili, anzi certi, ma di che resta incertissimo il tempo. Quando Gregorio VII ideò primo un’invasione della Cristianità sull’Islamismo, ei non la potè ideare se non prevedendole un buon fine, e previde bene. Ma s’ei previde che avverrebbe in tanti anni o secoli, ei previde male. Quando dopo sette secoli e più, Alessandro imperatore ideò nuovamente tale invasione, ei previde con molta più probabilità il fine più prossimo; ma s’ei previde un’epoca vicina, ei previde pur male; non poteva prevedere nè la propria incostanza, nè le distrazioni proprie e delle nazioni cristiane in interessi minori, nè le alleanze parziali e variabili che succederebbero a quella universale ideata da lui. La descrizione di queste alleanze sarà un dì uno dei più singolari episodii della storia diplomatica. Ora sarebbe prematura, quando n’avessimo luogo. E basterà quindi accennare l’unione che si mantenne alcuni anni, quasi reliquia della santa Alleanza tra Russia, Inghilterra e Francia; e l’indipendenza della Grecia che ne risultò, quasi arra d’acquisti futuri alla Cristianità. Poi, Russia e Francia unite innaturalmente: e frutti tuttavia della mala unione gli acquisti russi sul mar Nero, l’acquisto francese d’Algeri: nuove arre. Poi Francia ed Inghilterra unite molto più naturalmente, ma con sospetti reciproci, e maggiori, come suole, per parte della potenza che era in minor fortuna; onde il gran rifiuto di rompere i Dardanelli, che ritardò chi sa di quanto tempo lo scioglimento della questione. E quindi l’unione più innaturale, più feconda di sospetti, più infeconda di veri risultati, più breve che niun’altra, tra Russia ed Inghilterra. E finalmente, Austria entrata in mezzo a fermar tutto, a metter tutti d’accordo nel far nulla per ora. Ma siamo giusti, pro come contro ai nostri avversari. Questo ritardo operato dall’Austria fu gran beneficio alla Cristianità, al genere umano tutto intiero, all’Italia in particolare; perchè con que’ sospetti che duravano tra Francia ed Inghilterra, e le occupazioni indiane e cinesi di questa, era impossibile allora quell’unione delle due con essa Austria, quel triumvirato, onde solo può venire qualunque buono scioglimento. Ondechè se si conceda ad un osservator solitario il classificare le azioni di uno degli uomini di stato che ne adempiè più ne’ nostri tempi, io direi ch’egli non ne adempisse niuna mai, le cui conseguenze sieno per essere più durevoli o più felici, niuna quindi che meriti rimanere a lui più gloriosa, fin ora. Così, mutate ora le posizioni, gli interessi, le possibilità universali, e le proprie sue, ei ne adempisse ancor una, la quale soverchierebbe in vera e durevole utilità, e perciò in gloria, tutte le adempiute, non solamente da lui, ma da tutti gli uomini di stato dell’età sua. Ad ogni modo quanto all’Italia, qual che abbia ad esser il profitto che saprem trarre un giorno dalla grande occasione, certo è che non eravam pronti in questi anni scorsi a trarne nessuno. Ma ora, la Cristianità si trova in un intervallo di riposo tra fatti e fatti; si trova meglio che non fu da trent’anni in qua, riunita in una quasi alleanza, o men disunita. Quindi è momento favorevole ad esaminar la questione. Approfittiamone anche noi, per cercare non il tempo assoluto del termine, ma quello relativo, dico il tempo che durerà incominciata che sia la gran mutazione. I tempi di mutazioni o rivoluzioni sono sempre pericolosi e dolorosi; ed incominciati che sono, quanto più si abbreviano, tanto è meglio. Ma ei si può osservare in ogni storia e dedur da ogni ragione, che le rivoluzioni non sogliono finire, se non quando si sono satisfatti gli interessi veri di coloro che le incominciarono; tantochè si potrebbe dire che le brevità delle rivoluzioni stanno in ragione diretta di questa satisfazione. E lasciando gli esempi che s’affollerebbero qui, e venendo al fatto nostro, facile è vedere fin d’ora: che qual che sia per essere il dì della caduta ottomana, se le nazioni cristiane si moveranno secondo gl’interessi universali della Cristianità, che è quanto dire gli interessi ben intesi di ciascuna, la mutazione fatta così non avrà bisogno di rifarsi, sarà più breve, più facile, men pericolosa e men dolorosa; e che all’incontro, se ognuno tira dalla parte sua, senza rispetto degli interessi altrui, e con mancante intelligenza dei propri, la mutazione fatta non potrà non rifarsi, una, due, o molte volte, e durerà ed occuperà male per secoli e secoli l’operosità, i dolori della Cristianità. Noi siamo in una età, non ostanti le grandi differenze, simile in ciò a quella quando le genti germaniche precipitarono sull’Imperio romano. Non intesesi, non potutesi intendere (chè non era proprio di tal civiltà), strapparono ciascuna un pezzo della gran preda, e poi sel disputarono fra due, fra tre; e tutti i pezzi passarono di zanna in zanna, finchè non cessò per stanchezza lo strazio reciproco; e cessò, osservisi bene, colle divisioni naturali, inalterabili del territorio europeo. Sarà egli tal esempio di tali barbari imitato ora da una civiltà così progredita, come si vanta ed è la presente? Sembra potersi sperare l’opposto. — Del resto, io prego non mi si faccia forse più sperante, più utopista, che non sono. Certo sarebbe desiderabile un trattato di alleanza che provvedesse a tutti i casi. Ma questo nol dico probabile, nè forse possibile. I casi sono troppi; e suddividendosi ciascuno in parecchi, le combinazioni di essi diventano incalcolabili. L’accordo non può venir da un trattato universale, ma forse da uno tra due o tre o quattro delle potenze più similmente interessate; e intanto e ad ogni modo dall’opinione universale de’ principi, degli uomini di stato, degli uomini politici di tutta la Cristianità. Nè questo poi è impossibile nelle condizioni presenti di civiltà, di pubblicità. E quindi sarebbe molto desiderabile, che l’assunto si trattasse apertamente ne’ pubblici parlamenti da uno di quegli uomini che, aggiungendo all’autorità delle ragioni l’autorità del proprio nome, possono soli riunire i loro pari in una opinione universale. Ma questo è difficile per ora, come accennammo. L’argomento non può esser trattato pubblicamente e convenientemente nè in tali luoghi nè da niuno di quegli uomini di pratica ai quali noi l’abbandoneremmo volentieri. E poichè così è, e non abbiamo a chi riferirci, ei ci è forza esaurir noi da noi anche questa parte inevitabile del nostro assunto. Forse, contro al dir degli isolatori d’ogni sorta, noi troveremo che gli interessi italiani non sono altro che gl’interessi di tutti. Ma ei si può intanto asserire, ch’essi ne dipendono almeno; che lo studio delle speranze nostre, o si riduce a quello o s’implica in quello di quegli interessi universali.
6. È egli interesse della Cristianità che si compia la liberazione parziale delle province ottomane passando sotto la protezione russa? Questa è senza dubbio la prima questione da porsi; perchè s’aggira su un fatto presente e pressante. Moldavia, Valachia e Servia son già passate sotto a quel gran protettorato; Grecia sotto quello, mal equilibrato da due altri[19]; ondechè già non rimangono, se non le quattro altre provincie; Bulgaria che dicesi già apparecchiata, Bosnia che si dispone al medesimo passaggio, Albania, e finalmente Costantinopoli. Ma pogniamo che queste quattro non passate ancora, passassero, grazie agli sforzi della diplomazia, come Grecia, sotto a qualche protezione complessiva; che sarà, che diventerà questa, daccanto o frammezzo a’ protettorati puramente russi? Che, in nome del buon senso e dello sperimento, se non un nido, un vespaio di difficoltà, di contese, di guerre, d’invasioni, di miserie locali, e di miserie di tutta la Cristianità, per anni ed anni e forse secoli? Non par possibile, che una generazione civile, forte, previdente, e che dovrebb’essere provvida come la nostra, apparecchi tal destino alle generazioni venture. Così si è fatto per vero dire fino a ieri, così si fa oggi; perciocchè sono di ieri o d’oggi le ultime prepotenze russe nella Servia, la continuazione di questo modo di protettorati semplici o complessi. Ma non è poi possibile, che non venga dalla continuazione stessa qualche maggior prepotenza, qualche intollerabile usurpazione, per parte del protettore principalissimo, la quale desti finalmente l’attenzione universale. E allora qualche alleanza si farà, qualche modo si troverà senza dubbio di fermare, od anche di far indietreggiare l’invasione russa. Questa è la sola che si faccia al presente; e quindi ella pare sola probabile, sola possibile ai veggenti poco lontano. Ma ella non può essere se non un modo transitorio, non può di niuna maniera essere modo ultimo e definitivo della gran mutazione; ella lascia intiera la questione di ciò in che debba accordarsi un giorno o l’altro, a che tendere al più presto la cristianità.
7. Quest’interesse ultimo sarebb’egli che si innalzi sulle rovine dell’Imperio ottomano un Imperio qualunque cristiano? — Ma ciò sarebbe porre uno stato debole per novità in luogo d’uno debole per vecchiezza; sarebbe impacciarsi della tutela di quello stato cristiano, come s’è impacciati ora di quella del mussulmano; sarebbe un’altra mutazione transitoria. Lo sperimento dello stato greco è conchiudente. Un Imperio greco a Costantinopoli non sarebbe se non un ingrandimento del regno greco presente. Nè, per passar questo da regno a imperio, o per fondarsene uno simile avrebbonsi condizioni diverse. Le genti state lungamente serve possono bensì ricevere la indipendenza e la libertà, ma non la sapienza o la potenza di ben usarne. Il nuovo stato cristiano sarebbe, or russo, or austriaco, or francese, or inglese, come sono l’ottomano e il greco presenti; e potrebbe bene essere quindi accresciuta la dignità, ma non la tranquillità, non il buon ordine della Cristianità. Le stesse genti così raccolte a forza non ne vantaggerebbero guari. Le schiatte, le religioni diverse vi pugnerebbero tra sè; ed appoggiandosi ciascuna all’una o all’altra delle schiatte e delle religioni europee, nutrirebbero, accrescerebbero più che mai la propria e l’altrui confusione. Evidentemente dunque, un nuovo Imperio greco sarebbe contrario all’interesse universale della Cristianità. Ma non ce ne inquietiamo: più evidentemente ancora egli sarebbe contrario all’ambizione di parecchie nazioni cristiane. Ondechè in somma o per la ragione buona o per la cattiva, anche questo modo di mutazione non par destinato ad effettuarsi, ed anche meno a durare; non sarebbe in ogni caso se non un modo transitorio ancor esso. — E di nuovo rimane intiera la quistione definitiva.
8. Un giorno o l’altro, in un modo o nell’altro sarà forza probabilmente tornare all’idea semplice e primitiva, della partizione intiera o poco meno che intiera dell’Imperio ottomano in provincie delle nazioni presenti cristiane. E del resto pogniamo che si spartisse non in provincie, ma in protettorati cristiani; la questione riman la stessa: fra chi si spartiranno? — Ora, non sono limitrofi all’Imperio ottomano cadente, non possono prendere parte diretta alle spoglie europee, se non due potenze cristiane, Austria e Russia. E quindi quando si venga all’inevitabile divisione delle provincie o de’ protettorati, ella non potrà farsi se non tra Russia ed Austria; tutto ciò che non diventerà in qualunque modo russo, diventerà in qualunque modo austriaco, tutto ciò che non diventerà austriaco, diventerà russo. Le ambiguità dureranno anni, secoli; ma cesseranno all’ultimo, per lasciar luogo a que’ fatti semplici e naturali, che sono come le constanti della storia. E venutosi a ciò, che le spoglie ottomane europee diventino in qualunque modo accrescimento russo od austriaco, io lo domando poi a qualunque uomo italiano, francese, inglese, tedesco, spagnuolo, od anche russo spregiudicato: quale può essere l’interesse cristiano maggiore? Che s’accresca la Russia? ovvero l’Austria? Che s’accresca di tanto, e si porti a mezzodì ed occidente quell’imperio così oltrepotente già, così ambizioso, così affettante preponderanza universale, come è Russia? Ovvero che s’accresca un imperio tanto meno potente, tanto meno (salvo in Italia) prepotente, così poco ambizioso di conquiste, che indugia quelle stesse che le sono inevitabili, come Austria? — Che si lascino le bocche del Danubio a chi non ne ha nè può aver mai il corso germanico, a chi non v’ha nè può avere interesse se non di chiuderlo? che si sottomettano al capriccio russo, tutti i progressi commerciali della Germania? Ovvero che si diano quelle bocche e il corso inferiore di quella gran comunicazione germanica ed europea a chi ne ha già tutto il corso superiore, a chi ha interesse a trarne tutto il profitto possibile per sè, e per altrui? — Che si aggiungano per contrafforte alle chiuse del Danubio le chiuse del mar Nero, e si faccia di questo un lago, una darsena, un _dock_ russo, dove s’esercitino e progrediscano tranquille le armate navali di quella potenza, per iscendere in poco più d’un dì nel Mediterraneo, e cadere in tre sul gran passaggio orientale di Alessandria e di Suez, e in dodici o quindici su qualunque altra stazione navale greca, austriaca, italiana, inglese, francese o spagnuola? Ovvero che, sottoposti Bosforo e Dardanelli insieme colla costa occidentale ad Austria, non solo si confermi l’utile che verrebbe alla Cristianità dall’apertura del Danubio, ma si divida così il mar Nero tra due grandi potenze, non si lasci esser lago di nessuna esclusivamente, non occasione ed aiuto ad affettar niun imperio nel Mediterraneo? — E, che si lascino poi tutti questi accrescimenti ad una potenza, la quale non avrebbe se non un compenso occidentale da dare, ma che non vuole e dichiara non volerlo dare? Ovvero che si concedano ad una, la quale ha compensi numerosi a dare ad Ouest, a Sud-Ouest, a Nord-Ouest; e la quale per esempi antichi e moderazione presente si deve credere disposta a que’ cambiamenti di territorii a che ella s’adattò sempre? — E mi si rinfacci pure, ch’io fo gli interessi italiani, desiderando tali compensi. Certo sì, ch’io li fo. Nè scrivo di tutto ciò se non appunto, perchè tutto ciò fa gl’interessi italiani. Ma non ne scriverei se non li credessi insieme italiani ed universali; se non credessi che abbiano a parer tali a qualunque sincero leggitor mio, italiano o straniero. Certo è interesse italiano, ma è pur universale cristiano che s’accresca Austria, Austria sola od almeno principalmente, Austria direttamente facendo provincie sue, o almeno indirettamente facendo protettorati suoi delle spoglie europee ottomane; perchè non è destinazione durevole di quelle spoglie se non questa; perchè Austria, salvaguardia e palladio d’Europa per il presente, sarà tale molto più per l’avvenire; perchè tutte l’esitazioni, tutti i ritardi succeduti fin qui nello scioglimento della gran questione, non sorsero se non dallo esitare dell’Austria stessa; e perchè secondochè durerà o cesserà quest’esitazione durerà a danno o finirà a pro di tutti la gran rivoluzione orientale. Io son lontano dagl’Italiani pregiudicati, gretti, odiatori ed isolanti. Ma tant’è ch’io li abbandoni del tutto. Essi avranno da gran tempo già abbandonato me e il mio libro.