Part 10
9. Ma passiamo dagli interessi generali della cristianità a quelli particolari d’ognuna delle potenze cristiane. E prima cerchiamo se tutto ciò che abbiam detto in favor d’Austria sia veramente interesse austriaco? E se, quando sia, cesseranno pure le esitazioni austriache? — Andiamo adagio. Sono due questioni differenti. Rischiariamole, se sia possibile l’una, poi l’altra. — Che sia interesse vero dell’Austria il trasportare la propria potenza principalmente sul Danubio, è riconosciuto da molti e buoni, s’io non m’inganni, di quella corte, di quella cancelleria, di quell’aristocrazia viennese, la quale non è solamente molto nobile e molto elegante, ma molto civile, ed anche colta; ed è riconosciuto principalmente dall’aristocrazia, e da tutta la nazione ungarese. E fu riconosciuto da gran tempo, fu progetto di quel principe Eugenio di Savoia, che rimane senza dubbio uno de’ maggiori uomini di stato di quella monarchia[20]. La quale ha per natura sua di potersi mutare, ha per virtù di traslocarsi secondo i tempi, senza gran difficoltà e senza pregiudizi. È la sola monarchia, che non consti essenzialmente d’una nazione; che sia durata e duri, sempre la stessa, mutando sudditi. Vi fu, vi è una monarchia austriaca, non una nazione austriaca. Quelle popolazioni che ne portan nome, non fanno una decima parte dei sudditi. Tedeschi Austriaci, Tedeschi non Austriaci, Slavi Boemi, Slavi Moravi, Slavi Polacchi, Slavi Illirici, Magiari, resti d’Unni, senza contare altri resti, formano ora quella monarchia. E furono già in essa pure Olandesi, Francesi e Belgi. E mirate com’ella se ne sia lasciata spogliare, o quasi spogliata da sè senza mutar natura, ed anzi migliorandola col concentrarsi da occidente ad oriente! Ed ora il nuovo movimento non sarebbe se non continuazione di quelli fatti già, continuazione del movimento orientale, continuazione della concentrazione di luoghi, di schiatte e d’interessi. Slave sono tutte le schiatte delle provincie turche; Moldavi, Valachi, Bulgari, Serbi, Albanesi e Bosniaci, tutti, tranne forse i Greci della Romelia e del Fanar. E gl’interessi di tutti questi si concentran tutti su quel Danubio, dove già sono gl’interessi ungaresi, viennesi, austriaci propriamente detti, austriaci tedeschi e boemi, cioè tutti quelli della monarchia austriaca presente, salve le provincie italiane e polacche. E quindi, lasciando queste fuor della monarchia come sono fuor degl’interessi, e concentrando l’una e gli altri insieme sulle provincie slave danubiane, non è dubbio che ne riuscirebbe il più bello, il più gran concentramento che siasi fatto mai nè da quella nè da niun’altra monarchia. Il movimento slavo, quel movimento che s’annunzia e minaccia o fa sperare da ogni parte, può riuscire a pro d’Austria, più facilmente forse che a pro di Russia. E lo stato che ne risulterebbe sarebbe uno de’ più omogenei, de’ più naturali, de’ più conformati a difesa, a commercii, a conservazione ed a progressi, che sieno in Europa o sulla terra; sarebbe non solo l’antemurale presente di Europa, ma, se non ingannino tutte le probabilità cristiane, sarebbe un giorno o l’altro il nodo della Cristianità europea colla asiatica. — Sogni forse, utopie, ordinamenti fatti sulle carte geografiche? Certo sì, se si fissi un’epoca; certo no, se si lasci indeterminata. L’esecuzione è difficile, io lo concedo; ma è inevitabile, io non temo affermarlo. Certo, un tal cambiamento d’una tal monarchia non è mutar casa d’un privato. Certo, il movimento orientale, il concentramento sul Danubio implicano abbandoni di provincie occidentali discoste; e tali abbandoni non si farebbono saviamente senza assicurazione di compensi. Ei bisogna tornare a ciò che dicemmo fin da principio; gli uomini di stato austriaci hanno doveri speciali austriaci, e presenti; e qualunque bene sia per avvenire alla Cristianità od alla stessa Austria futura dal movimento accennato, essi debbono attendere molto meno all’una o all’altra, che non all’Austria presente. Austria non deve nè può abbandonare nulla senza assicuranza dei compensi; nè questa le può forse venire da un trattato, da un’alleanza sola; ma sì da molte e successive; da molti e successivi fatti. Ma Austria può, deve tendere a ciò senza dubbio; perchè se ella vi tende ella seguirà sua natura, adempirà suoi destini, otterrà suoi progressi; perchè se non vi tende, ella si apparecchia una lunga, una inevitabile serie di esitazioni, di contrasti e indebolimenti; perchè ella verrà un giorno o l’altro a ciò, cui avrebbe potuto e dovuto venir fin da principio; e perchè poi finalmente, quando non vi si muova da sè, ella vi sarà spinta e sforzata dalle nazioni cristiane che le stanno a spalle, da quelle che le stanno nel corpo mal connesso, dall’intiera Cristianità, che gravita su lei, che ha bisogno, dovere, destino di compiere essa tutta il suo movimento orientale[21].
10. E la prima e principale spinta verrà probabilmente da Germania. Chiusa nel cuor d’Europa, con una sola piaggia marittima, e questa povera di grandi aditi e lontanissima da ogni comunicazione coll’Oriente, la nazione germanica non può prender parte al gran movimento, se non spingendo innanzi Austria e Prussia in quella direzione; cioè per parlar chiaro, Austria sulle provincie turche, Prussia sulle polacche. — E questo è sollevare un’altra gran questione, io lo so; e so che alcuni sorrideranno più che mai. Ma è forse il caso d’avventurare il proverbio volgare; riderà bene chi ultimo. Perciocchè di nuovo, non parlo di anni o lustri o nemmen secoli. Lascio il tempo intieramente; parlo d’un futuro indeterminato, ma pur prevedibile; e ne parlo solamente a chi non sia così _impressionabile_ al presente da non saper mirare al futuro. Io m’ero messo in animo principiando, di non complicare la questione italiana colla polacca, quantunque simile. Ma che? come bugia trae bugia, così verità verità, e sincerità sincerità; ed io m’avveggo di non poter trattare una questione compiutamente senza l’altra. Polonia e Italia sono le due nazioni oppresse, ma non perite, non periture; le quali si voglion quindi costituire, anzichè non niuno stato nuovo, niun imperio greco o slavo o che che fosse; se pur si voglia dar costituzione, ordinamento, stanziamento, pace durevole, conservazione e progresso alla Cristianità. Polonia è molto più giù che Italia: non ha principati nazionali come noi; non ha solamente un quinto di provincie straniere, le ha tutte. Ma Polonia ha una nazionalità più recentemente perduta, e, diciam tutto, molto meglio difesa. Polonia ha ammirabili memorie recenti, ha le simpatie e i voti di tutta la Cristianità. Non importa che sembri ora vicina a distruzione, più lontana che mai da ogni risurrezione. Le nazioni cristiane non possono perire; nè perì Irlanda per sette secoli d’una oppressione che potè anche essa parer distruzione. Irlanda ne va sorgendo a nostri dì, usando i mezzi lasciatile da una servitù che si può dir libertà al paragone[22]; Polonia ne sorgerà fra uno, due, sette o più secoli co’ mezzi, coll’ire di una servitù più barbara, più compiuta, che nessuna. Ma Polonia sorgerà? se ella pure prende le occasioni, se ella pure guarisce le proprie infermità, se abbandona i propri pregiudizi, se dismette gl’isolamenti, e si affratella colle nazioni cristiane, e principalmente colla sua nobil vicina Germania. Le nazioni slave invasero già barbaramente le germaniche; e si incastrarono, si frammischiarono l’une coll’altre. Difficile oramai o piuttosto impossibile sarebbe il disgregarle. Fu già un regno polacco-prussiano; forza è che sia un regno prussiano-polacco. Le congiunzioni innaturali non durano; ma le naturali si rinnovellano. E chi non volesse tollerar queste, sarebbe destinato a patir quelle perpetuamente. Polonia ebbe re tedeschi, ma disgiunti, e non fu nulla; quando abbia re tedeschi congiunti sarà tutto quel che può essere, sarà l’altro antemurale, l’altra potenza intermediaria tra l’Europa e l’Asia della futura Cristianità. Austria non può avanzarsi orientalmente senza che s’avanzi Prussia; la nazione germanica spinge a spalle l’una, a spalle l’altra. E la nazione germanica è ab antico invincibile nelle sue spinte. Barbara, invase il mezzodì. Incivilita, invaderà quell’oriente d’Europa che dal Baltico all’Adriatico scarseggia di popolazioni. Anni sono, il fatto della popolazione crescente a dismisura nell’occidente europeo fu molto ben veduto da tutti, non economisti come economisti. E sorse uno di questi, il Malthus, non solamente a dimostrare ciò che sapevan tutti, ma a proporre esso, o sua scuola, un rimedio che nessuno sognava; proposero che ciascuno non facesse se non un numero determinato di figliuoli; e la media stabilita fu 3-1/2, o 3-1/4 se ben mi sovviene. Stoltezze! La civiltà, cioè la Provvidenza, diede ella, dà il rimedio: le terre vacue, che son molte sull’orbe, le colonizzazioni, il trasporto delle popolazioni addensate tra le rare. Mezzo antichissimo per vero dire, ed a cui pure non pensò abbastanza la scuola malthusiana, cattiva in economia pubblica, peggiore in istoria. Da Dublino a Cadice, a Sardegna, a Grecia, a Slesia, a Stoccolma, le popolazioni hanno trascurato il rimedio malthusiano, hanno preso il mezzo provvidenziale. E Germania l’ha preso come può, colle trasmigrazioni marittime; ma non le bastano queste già, e le basteranno meno ogni dì. Trasporto continentale le si vuole; il solo trasporto che possa bastare oramai a’ bisogni propri e dell’Europa; un trasporto che si faccia con tutti i mezzi dell’industrie, de’ commerci, dell’armi, dell’agricolture. Finchè i parlamenti e gli uomini di stato scenderanno a discutere rimedi parziali e piccoli, saranno non più che nuovi Malthusiani; provvederanno per tre o quattro anni, per una provincia o una città; ma ricadranno poi in quelle che chiamano crisi commerciali, crisi agricole, crisi proletarie, crisi democratiche, e son crisi di addensata popolazione che non ha mezzi sufficienti di diradarsi. Aprite le valvole dell’Oriente alle popolazioni europee, questo è ufficio vostro; è ufficio d’uomini di stato che non si contentino di grandezze e glorie vitalizie; il resto lo faranno le popolazioni da sè. Basta all’acque per equilibrarsi che s’aprano loro gli sbocchi; ma se lor si tengano chiusi, esse li rompono malamente, fan danno dove avrebbero fatto servigio. Non è utopia questa, che Germania abbia a popolare l’oriente d’Europa; è utopia all’incontro il pensare che si possa popolare l’oriente d’Europa fuorchè da’ Germani vicini; utopia il credere di poter fondar stati nuovi e rari di popolazioni, là così appresso a stati che ne sovrabbondano; utopia massima il credere che basti niuna potenza umana a fermare il gran movimento orientale, e peggio che mai a farne uno di direzione opposta. Può succedere che si tenti, può succedere che s’incontrino le due onde, i due cavalloni, e sarebbe urto e tempesta grande senza dubbio, e può succedere che vinca una o più volte l’onda che viene d’Oriente. Ma quella d’Occidente, l’onda condensata di cencinquanta milioni d’uomini inciviliti che han bisogno di spandersi, non può non vincere all’ultimo l’onda rara di cinquanta milioni sparsi, che ha bisogno di condensazioni. L’utopia non è di quelli che prevedono la continuazione di un movimento già principiato e progrediente; ma di quelli che sperano poter tramutare tale e tanto movimento[23].
11. Del resto se fosse possibile che Germania non movesse Austria, Francia moverebbe Germania. — Ma avendo a parlar di Francia in Italia, e non potendo quindi schivar d’offendere alcuni che mi paiono pregiudizi, or sinceri, ora no, ma sempre molto dannosi; tanto è che mi vi opponga direttamente. Incominciarono gli odii, i rancori, i rimprocci esagerati contro a Francia, al tempo che essa ci tiranneggiava. Ed erano naturali e scusabili allora; è naturale e scusabile passar il segno della giustizia, giudicando de’ propri tiranni; e tanto più che, salve le eccezioni (notate sovente dal Botta), i Francesi non ci mandavano allora se non la feccia di Francia, come sogliono tutti i signori stranieri. Ma il pregiudizio avrebbe dovuto cessare, e, per quanto è lecito dire d’un pregiudizio, avrebbe dovuto rivolgersi altrove, quando passò altrove la signoria. Non cessò tuttavia; e le ire compresse scoppiarono anzi allora senza rischio, non senza viltà, nè senza adulazioni ai signori novelli. Povero Alfieri! gli si fece prender indegna parte a tutto ciò, pubblicando postumo, d’ogni maniera, quel _Misogallo_ ch’aveva scritto egli contra una viva tirannia. I buoni, i retti, i generosi, cioè, che che si dica, la pluralità degli Italiani, torsero il viso a tali eccessi; e il pregiudizio non passò dalle corti ai popoli. Ma in breve le dissensioni, le peritanze, le variazioni, le debolezze del nuovo governo e del nuovo parlamento di Francia screditarono la nazione intiera presso a molti non abbastanza sodi di mente o di coltura, per vedere che questi eran vizi non di quella nazione in particolare, ma d’ogni rivoluzione in generale; che eran fiotti cessanti a poco a poco dopo la tempesta. Vennero poi quelle rivoluzioni fallite in Italia, a cui speraronsi aiuti di Francia, e non si ottennero se non mali consigli ed impotenti promesse di pochi rivoluzionari francesi; e così scese il pregiudizio dalla parte cortigiana alla popolana; e l’opinione italiana, sviata di su e di giù, si riunì quasi tutta contro Francia. Allora fu uno scatenarsi, un apparente ragionare, e un effettivo ingiuriare che non è finito per anche. Alzaronsi le grida a gara da tutte bande. I letterati italiani, negletti in Francia come in Inghilterra e talora in Germania, per la buona ragione che quanto più si scrive liberamente in que’ paesi, tanto meno vi si attende a ciò che si scrive altrove non liberamente; i letterati italiani, poco informati delle altre letterature, e così dell’altre trascuranze straniere, ma offesi dì per dì delle francesi, furono de’ primi, e saran forse degli ultimi a gridare contra la ignoranza, o la leggerezza francese. I classicisti sopratutti (dico, non quelli che, studiata la maravigliosa arte antica, se ne san valere come fecero gli antichi de’ più antichi, secondo i bisogni del proprio tempo; ma coloro che non sanno uscir essi o vogliono almeno impedire altrui d’uscire dalla imitazione materiale e ristretta), i classicisti esagerati, che s’eran provati contro a un Manzoni, ed avevan sollevata l’opinione italiana non contra lui, ma contra sè, diedersi bello e facil gioco contro gli scrittori stranieri; e confondendo in questi l’uso e l’abuso della indipendenza letteraria, confondendo romantici moderati ed esagerati, tedeschi, inglesi e francesi, affettarono ed affettano un disprezzo, un’ira speciale contro agli ultimi, più noti; senza tener conto che quella letteratura è in tutto la più classica fra le moderne; che là più che altrove si grida contro a quelle novità e quelle esagerazioni; e che v’è finita o finisce quella moda contro a cui romponsi ancora inutilmente tante lance italiane. Poi s’aggiunsero i filosofi, giustamente sdegnati contro alla mala filosofia francese del secolo scorso e contro alla insufficientemente corretta del secolo presente; e s’aggiunsero i teologi, i buoni cristiani e buoni cattolici, pur giustamente rivolti contro all’empietà degli uni, e contro alla nuova e non retta cattolicità degli altri, ma senza avvertire che anche tutti questi sono errori finienti, ritorni incipienti a verità. E s’aggiunsero finalmente molti Italiani generosamente innamorati della patria, generosamente assumenti l’impegno di difenderla contro alle calunnie, e di restituirle il sentimento della propria nazionalità; ma che non tennero bastante conto nè di quanto può essere accusa vera tra le calunnie, nè di ciò che è ora la buona nazionalità; non avvertirono esser natura delle nazioni cristiane incivilite, non gli odii, ma gli amori, non le accuse reciproche, ma le scuse, non gli isolamenti, ma le congiunzioni, non quell’esaltar sè ed abbassare altrui che era proprio delle civiltà antiche, ma il pregiar ciascuna delle nazioni cristiane secondo l’operosità sua nella Cristianità, ma l’accomunar gl’interessi, i vanti, le cognizioni, l’operosità tutte in una sola[24]. E sarebbe pur tempo, sarebbe pur necessario che si distruggessero tutti questi pregiudizi. Perciocchè insomma non potendosi fare sparir dalla terra, nè allontanar da noi questa Francia così odiata[25], sarebbe pur bene giudicarne assennatamente, computare tranquillamente le probabilità di lei per vedere quale abbia ad essere buona o rea, ma inevitabile l’influenza di lei sulle probabilità italiane. Non serve dire che non si vuol tale influenza, che non si vuol far dipendere il nostro avvenire dall’avvenir di Francia; come se l’avvenire d’ogni nazione cristiana non dipendesse da quel di tutte, e più delle più vicine! come se la vicinanza di Francia fosse un fatto che si potesse tor di mezzo con gli odii o i disprezzi! Non è più Francia l’avversaria contro a cui si voglian rivolgere, non dico gli odii, che non si vogliono rivolger contro nessuno, ma gli sforzi. Francia non è nè sarà più mai signora nostra, ha interesse a scemar la signoria straniera, ad accrescere le signorie italiane in Italia, è l’alleata nostra più naturale, l’adiutrice principale all’occasione, e tal sarà quanto più s’assoderà. Anche a Francia si vorrebbe applicare il bel principio, che le nazioni cristiane non possono morire, e che debbono dunque guarire. E guardando allor bene ed amorevolmente a Francia, si vedrebbe che la guarigione è là molto più avanzata che non si dice da noi; e che tornando ella a quegli abiti di civiltà e religione in che risplendette già tanto, ella va ora prendendo quegli altri di sodezza che sono immancabili in qualunque nazione chiamata a discutere i propri interessi. Del resto, io non posso accennar qui tutte le guarigioni, tutti i passi fatti là in pochi anni, e mi restringo a quelli che vi si van facendo nella questione orientale. — Pochi anni sono, già l’accennammo, Francia fu innaturalmente alleata russa, poi sospettosamente alleata inglese; ma ella è ora tornata dall’uno e l’altro errore. Dal primo assolutamente; sia merito di lei, od anzi dei disprezzi russi. Dal secondo, non forse abbastanza, essendo Francia non già leggera, ma anzi, come Italia, ostinata nelle antipatie nazionali. Ma Francia sembra almeno aver ora abbandonato il pensiero di porsi essa, invece d’Inghilterra, in quell’Egitto il quale non può aver gran valore nè per l’una nè per l’altra parte se non come passaggio all’Oriente ulteriore; e ne ha quindi tanto più per l’Inghilterra, quanto son più le Indie inglesi che non i microscopici stabilimenti francesi di Borbone, Pondichéry, Chandernagor e Mahé. Certo Inghilterra vi sarebbe perita tutta intiera, anzichè cedere su tal questione, che è vitale per lei, e secondaria od anzi di pura vanità per la Francia; ondechè è grandissimo progresso in questa l’avere tralasciata la inutile ed impossibile competenza. Ed io crederei ch’ella venga poi abbandonando a poco a poco anche quell’altro errore dell’isolarsi, in che ella cadde testè, e di che ella diede così l’idea a’ nostri scrittori non inventori. Perciocchè questa è vana idea anche a Francia, quantunque tanto più potente, e che parrebbe potere star da sè. L’isolamento può durare o piuttosto può affettarsi un anno o due, per contentare alcuni politici popolareschi. Ma in realtà, in mezzo a questo secolo XIX un isolamento vero non può durare nemmen due anni; e i Francesi, pronti al tornar dall’errore come al corrervi, son già tornati da questo pure. E pronti come sono d’intendimento, essi intenderanno presto o già intendono, che lor vero interesse nella questione orientale non è di avanzarvisi nè isolati, nè alleati russi, nè forse inglesi, ma austriaci principalmente. Prima, perchè a Francia più che a nessuno importa che non s’accresca ad occidente Russia, sua nemica naturale ed antipatica; ondechè importa a lei aiutar Austria a prender quanto più può, affinchè Russia prenda tanto meno. Poi, perchè Russia non si potrà mai persuadere a dar compensi occidentali, se non per forza, e non si potrà per forza se non col mezzo d’Austria. Poi, perchè ne darà più facilmente Austria, che v’è avvezza da gran tempo, e n’ha parecchi a dare a parecchie potenze intermediarie le quali ne darebbero a Francia. Poi, perchè sarebbe vantaggio speciale francese, che surgesse una potenza navale austriaca nel mar Nero; la quale sarebbe seconda in quel mare e quarta nel Mediterraneo, e farebbe tanto più difficile che quello o questo diventino mai tutto d’una. E finalmente, perchè quell’interesse dell’independenza d’Italia che noi cerchiamo è pur interesse di Francia; la quale è e sarà sempre la gran potenza che raccorrà intorno a sè le minori occidentali, e che non potendole temere emule, ha interesse a farle forti alleate. Francia attende ora troppo poco a Italia, ma non può non vedere tosto o tardi il suo interesse. Neghi chi vuole a Francia ogni amor disinteressato di civiltà o di cristianesimo, ogni generosità, ogni virtù; ma non le si neghi almeno quella prontezza d’ingegno e d’operosità che basta a vedere e proseguire i propri interessi. Le passioni, miseri resti di tutte le rivoluzioni, poterono turbarle la vista sì alcuni anni, ma ella s’allontana da sue rivoluzioni, ma ella si libera da sue male passioni, ma ella s’assoda ogni dì e si rischiara sui veri interessi suoi, che sono gli europei ed italiani[26]. E Francia ha già avuta sua spoglia diretta ed oltremarina dell’imperio ottomano; le altre simili sarebbon poco men che nulla al paragone; Algeri le basta, e soverchia, le sue ambizioni ulteriori non possono se non essere continentali. E queste ambizioni, spingendo Italia ed Austria e Prussia ad Oriente, sono buone all’Europa in generale, all’Italia in particolare. Gli interessi francesi non meno che gli austriaci sono oramai gli italiani; ma con questa differenza: che i francesi sono tali fin d’ora, mentre gli austriaci non saran tali che quando ella si sarà mossa o per sè o per impulso altrui. — E Italia vedrà, seguirà pur essa i veri interessi suoi verso Francia, quando vi sia condotta o da uno di que’ grandi principi, o da uno di que’ grandi scrittori che han potenza, non solamente d’innalzarsi sopra le opinioni volgari ma di mutarle.