Delle speranze d'Italia

Part 11

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12. Ma se tutto questo è interesse di Francia e di tutti, non vi s’incontrerà ella l’opposizione d’Inghilterra? Non sorgerà ella, la tiranna dei mari, la ambiziosa, la avara, la perfida Albione, ad impedir secondo il solito il ben di tutti, per far monopolio di tutto ella stessa? Singolare pregiudizio, anche questo! il quale si congiunge in alcuni con quell’altro contra Francia, e si fa tuttavia venire di Francia od anzi da quanto vi è in Francia di men colto e men progredito. Poco si legge d’Inglese in Italia; e quel poco, per la diversità di quel governo, e la peculiarità di quella lingua o gergo parlamentare, s’intende da pochissimi. Ai quali tuttavia io me ne rimetto, non volendo fare una nuova digressione, per persuadere contra i giornali francesi, a’ miei compatrioti: che le conquiste inglesi nell’Indie, simili per l’illegittimità a tutte le conquiste, furono molto più civilmente fatte che non le portoghesi, spagnuole, francesi ed inglesi anteriori; che furono le sole fra le moderne di che i conquistatori abbiano avuto a rendere conto (più o men severo, non importa) a un pubblico tribunale; che furono costantemente vietate prima e disapprovate poi dalla compagnia mercantile dell’India, più avida di _dividendi_ che non di conquiste; ondechè elle furono fatte più per necessità od ambizioni private de’ governatori, che non della nazione intiera; che si può creder quindi, che questi governatori, tanto riaccostati alla madre patria dal passaggio per l’Egitto, non ne potranno più far così a lor talento, o le dovranno lasciare, come si è già veduto del Cabulistan; che la guerra della Cina non fu fatta per avvelenare i Cinesi coll’opio, ma all’occasione dell’opio per rompere finalmente il corso di que’ barbari usi commerciali, troppo a lungo sofferti da tutte le nazioni cristiane, o piuttosto per l’inevitabile irrompere d’una civiltà maggiore su una tanto minore; e che l’abolizione della schiavitù dei negri imposta per forza dal Wilbeforce e da altri buoni cristiani e filosofi al governo ed alla nazione inglese, e costata un bilione, non fu nè potè esser mai speculazione commerciale o politica; e via via. Più lungo e più difficile ancora sarebbe capacitare i nostri dispregiatori di tutto ciò che chiamano oltremonti ed oltremare: che questa potenza, la quale ha senza dubbio anche essa le sue piaghe, saprà guarirsene probabilmente molto prima che non ciascuna altra potenza delle proprie. Io lascio tutto ciò, e vengo al medesimo argomento finale, che feci per Francia. Credasi pure interessatissima Inghilterra; ma credasi interessata almeno secondo quella intelligenza di civiltà che non le si può negare. — E ciò posto, osserviamo prima quell’impulso britannico a tutti i venti, il quale, piangane o l’invidii chi vuole, è pur certamente spettacolo pieno di speranze a tutta la Cristianità. Ma osserviamo poi, che di tutti questi impulsi, il principale senza paragone è all’Oriente. Là sono oltre a cento milioni di sudditi inglesi, là la consumazione principale delle proprie merci, là la produzione di quelle più consumate e adoperate in Inghilterra, là gl’interessi principali del commercio, della potenza, della gloria delle schiatte britanniche. E quindi quella necessità dell’Imperio britannico d’aprirsi la via tanto più corta di Egitto, e la certezza che egli serberà a qualunque costo quella via, e la probabilità che egli se l’assicurerà ed aprirà ognor più. Questo è di gran lunga il maggior interesse britannico nella questione turca. A petto di questo, tutte le conquiste o i protettorati che ella potrebbe pretendere sono un nulla; sono di quelle cose in che un ambasciadore, un ammiraglio, od anche un console possono bene porre ambizione od impegno, ma in che non ne pongono il governo e la nazione, ondechè si sogliono poi abbandonare. L’Inghilterra ha più conquiste, che non desidera; ella incomincia a sentir il peso dell’imperio suo. Ha più regioni vacue che non ne può popolare; ha più colonie che non profitti da esse; ha forse più posti navali che non le son necessari a mantenere la sua prepotenza marittima, e se alcuno le ne manca, ella il prenderà probabilmente senza scrupolo, ma lo prenderà quanto più ristretto affinchè le costi quanto meno, come si vede aver fatto in Aden e in varii altri ultimi acquisti. E quindi può ben essere che tra le ruine turche ella si approprii qualche dì o l’Egitto o qualche stazione in esso o vicina ad esso; ma non niuna altra parte notevole dell’Imperio, non sopratutto niuna provincia europea. E questo non voler conquistar essa, fa senza dubbio dell’Inghilterra una potenza meno impellente alle conquiste altrui, una potenza conservatrice nella questione turca, e tanto più quando ella è retta dai propri _conservatori_. Ma ella suol dimenticare i riguardi, quand’è retta dalla parte opposta; e li dimentica ogni dì più, quanto più ella s’avanza sotto gli uni o gli altri in quella carriera di progressi, in che non suol nessuno fermarsi ed ella non mai. Quando la caduta e la divisione turca fosser fatti imminenti, ella non sarebbe ultima a vederli, nè ad accettarli. Tal non fu finora ad ogni stadio della questione; la quale, se Francia avesse corrisposto, sarebbe ora avanzata di molto colla rottura dei Dardanelli, proposta da Inghilterra. Quando si venga di nuovo a ciò, quando là, nel mar Nero, sia ricondotta e ridiventata importante la contesa, allora gl’interessi britannici si troveranno così evidentemente identici con quelli universali, che sarebbe stolta ipotesi quella, che ella non li saprà vedere; o vedendoli, non avanzarli; od avanzandoli, non deciderli, non tenervi il posto suo presente di duce della Cristianità. L’Inghilterra dissoda il terreno alla Cristianità in tutte le regioni; fa ad essa l’ufficio di quegli abbattitori di selve e dissodatori di terreno (_pioneers_) che sgombran la via a’ coloni americani. Ella il farà nel Levante come l’ha fatto nell’Oriente ulteriore; e il farà per l’interesse britannico come per il comune. È interesse particolare britannico come comune, che il mar Nero non sia lago russo; e quindi che Austria abbia la parte maggiore possibile di quelle marine. È interesse britannico come comune, che una sola potenza abbia le bocche e il corso del Danubio; e che le bocche del mar Nero sieno più o men direttamente di chi abbia utilmente le bocche e il corso del Danubio. È interesse britannico particolare, che Francia abbia compensi continentali, affinchè ella non ne pretenda de’ marittimi in Levante, in Siria, nell’isole imminenti all’Egitto, dove Britannia ha diritto, dovere e volere di signoreggiare. Ed è interesse britannico più che di niun’altra nazione cristiana, che l’Italia diventi quanto prima nazione indipendente e nazionalizzata; perchè Britannia, che è la nazione più progredita in industrie e commerci, è quella che trae sempre i primi vantaggi delle nazioni nuovamente progredite in indipendenza e nazionalità. Che se è interesse francese che sieno nel Mediterraneo parecchie potenze navali oltre Britannia; non è minor interesse britannico che vi sieno tali potenze oltre Francia. Gli assennati di là come di qua hanno dismessi tutti que’ sogni del Mediterraneo lago francese o lago inglese. Ei sanno che il Mediterraneo non fu lago mai di nessuno, se non d’Italia due volte; una volta nell’antichità ed una nel medio evo, quando le civiltà e le colture universali furono italiane. Ma dacchè la civiltà non può più essere dell’una o dell’altra sola fra le nazioni cristiane, quando ella non può aver nome nè realtà se non di civiltà cristiana, non è più possibile che quel Mediterraneo, su cui mettono tante di quelle nazioni, diventi mai lago esclusivo di nessuna. Fidiamocene pure a quel senno, a quella lenta, ma continua forza progrediente, a quella intelligenza quasi perfetta degl’interessi propri ed universali, che è già vecchia e pur s’accresce ogni dì nella schiatta britannica. Non è essa che abbia voluti sempre gl’indugi, che siasi impuntata nello _statu quo_ della questione turca; ella non li volle, se non quando vide probabili i profitti di Russia, sua rivale vera e perpetua. Veda probabili i profitti d’Austria, alleata sua naturale e riconoscente, e di Francia e Italia, alleate sue naturali quantunque sconoscenti: ed accertiamoci pure ch’ella non mancherà l’occasione di assicurar loro questi profitti. Se non fosse altro, per non lasciar durare il rischio che diventino profitti russi.

13. La vera opponitrice agl’interessi universali, la dividitrice della Cristianità, quella che sta sola da una parte, contra tutte le altre nazioni cristiane, è la Russia. Un atteggiamento politico, che non è senza apparenza di grandezza; e che ella quindi accetta tacitamente per lo più, altamente talora. — E tuttavia anche là, se fossero intesi bene gl’interessi particolari, ei non s’opporrebbero agli universali. I più grandi autocrati dal principio del secolo scorso furono tre: Pietro, Caterina, Alessandro. E Pietro fu veramente grande, rivolgendo la sedia, le ambizioni, la vita russa ad Occidente. Era necessario per incivilire quel popolo; senza volgersi ad Occidente, all’Europa, alla Cristianità, Russia non poteva incivilirsi, rimaneva potenza asiatica e barbara. Pietro ebbe così la sola che sia grandezza vera, quella che sorge dalle condizioni ben intese e ben avanzate del proprio tempo, quella che si potrebbe dire grandezza opportuna. Nè trascurò egli gl’interessi orientali; ma non essendo questi maturi, sacrificolli agli occidentali, più urgenti. — E maturato poi l’Oriente, precipitante già l’imperio turco, Caterina vi si rivolse, opportunamente; ma con più pompa che vera grandezza; non virilmente, come pretendeva; nè con quella intuizione semplice femminile, che sopravanza talora le previsioni nostre, ma che non è data guari se non alle donne semplici, diverse da lei; non con quella fermezza di mente che vede il vero campo di una grandezza ed abbandona gli altri; non senza distrarsi ad Occidente, non senza dividere l’impulso e sminuzzar l’ambizione russa. Il pensiero di Polonia nocque fin d’allora al pensiero di Turchia; la divisione di Polonia ritardò chi sa per quante generazioni, guastò chi sa fino a qual segno la divisione di Turchia. — Finalmente Alessandro, mente e cuor più semplice, più largo d’assai, ma educato fra’ pericoli, tra le vicende, tra gli affetti e le tradizioni occidentali, ebbe sì quel dì che dicemmo di grande intuizione, quel dì di grande intelligenza degl’interessi russi e cristiani presenti, degl’interessi orientali; ma al domani o alla sera di quel dì, si lasciò distrarre dagl’interessi occidentali, da quella stessa Polonia la quale salvò così una seconda volta Turchia. Non volle egli, non credette distrarsi; credette anzi avere stanziata Polonia in una limitatissima libertà. Come se si potesse stanziare in questa! come se una libertà limitata non fosse una incipiente, e non chiamasse il seguito! come se, dove non è indipendenza, la libertà potesse valere ad altro che ad acquistarla! Alessandro pose in terreno fecondo i semi d’un frutto amaro per lui; pose le fondamenta, e lasciò l’addentellato d’un edifizio difficile ad abbandonarsi, impossibile a compiersi da’ successori, la preponderanza occidentale di Russia. — Non vegniamo più giù; serbiamci puri d’ingiurie; e non esprimiam nemmeno una indegnazione espressa da tutti[27]. Osserviamo solamente che la distrazione, l’impedimento, la piaga occidentale s’è più che mai accresciuta ed inasprita negli ultimi anni. Ma non è del tutto utopia veder possibile anche là un progresso dell’opinione pubblica che invada un dì anche quel governo, quella corte, quella famiglia imperiale, e, perchè no? quello stesso imperadore. Sono famose là le mutazioni subitane di politica; un fatto patente, una felice ispirazione, un pensiero del principe, basta là più che altrove, senza aspettare le naturali, e sopratutto senza desiderar le scellerate mutazioni del principe, pur troppo frequenti colà. Que’ principi sogliono essere gli uomini del loro imperio più avanzati in civiltà; tantochè sono fino a persecuzione gelosi di tal primato. Ma questo può in somma trarre il principe ad uno di que’ pensieri che fanno a un tratto d’un uomo e d’una nazione sviata un uomo e una nazione grande; che farebber là un quarto grande autocrate, anzi il maggiore di tutti. Sarebbe, è vero, necessario perciò il vedere, ma pare impossibile che non si vegga anche là un dì o l’altro: che i tempi presenti ed avvenire sono differentissimi, sono contrari a quelli di Pietro; che se era grande allora il volgersi ad Occidente per chiamarne la civiltà, sarebbe più grande ora il volgersi ad Oriente per portarvela; che Inghilterra e Russia sono a’ nostri dì le due sole potenze che possono operare in grande la diffusione orientale della civiltà cristiana, ma che questo gran destino ed ufficio naturale della Russia non si può adempier da lei insieme con quello innaturale della diffusione, della preponderanza occidentale; che queste due diffusioni sono localmente impossibili a farsi insieme o a vicenda, per essere insieme l’Oriente e l’Occidente della Russia così distanti da non potervisi fare que’ trasporti di eserciti, di navi, di forze e di attenzione stessa, i quali son vantaggi della posizione centrale ne’ paesi più piccoli; che è dunque da sciegliere inevitabilmente tra la diffusione della civiltà russa all’Oriente, e quella della preponderanza russa ad Occidente; cioè tra un’impresa legittima, santa, applaudita, aiutata da tutti, ed una scellerata, empia, maledetta e contrastata da tutto il resto della Cristianità. — Sembra un gran chè per vero dire, una impossibilità, che si fermi, che retroceda in qualunque direzione un tale imperio. Ma retrocesse il romano sotto Augusto da’ disegni di Cesare, sotto Adriano da que’ di Traiano, e durò secoli per queste retrocessioni. E retrocesse, invito dapprima, adattatovisi meravigliosamente poi, l’imperio britannico in America; e cominciò da quel dì il suo secolo di vera preponderanza, d’incontrastabil primato. Polonia è piaga insanabile nel corpo russo; non sette, non tredici secoli domeranno quella, più che Irlanda o Italia. L’identità delle schiatte non è rimedio, ma esacerbazione della piaga, mantenuta dalla differenza delle religioni, ed incancherita oramai da ingiustizie, da crudeltà non dimenticabili. Russia è più inferma che nol si crede, e non ha forse rimedio se non l’amputazione del membro piagato. Russia n’è certo almeno fatta fiacca, incapace, impotente; e il provò ad Andrinopoli sul Bosforo, a Khiva e in Circassia, quantunque postasi a cimento non più che or d’un imperio cadente, or della diplomazia europea, or d’un kan, or d’una gente barbarica. I limiti fatti naturali oramai alla Russia dagli odii reciproci, i limiti che dovrebb’essere _arcanum imperii_ il porre e sancire sono: a Nord-Ouest, là dove più o meno incomincia Polonia; a Sud-Ouest, là dove incomincia Ungheria, la sorella di Polonia, là dove estendendosi Russia abbraccerebbe Ungheria ed Austria, che non possono lasciarsi così abbracciare ed irretire. Niuno, quantunque grande, non deve durare in imprese impossibili a compiersi, niuno, quantunque costante, deve tardare a lasciarle volontariamente; sotto pena di lasciarle poi per forza, con vergogna e danno. — Il dì poi che fosse, non dico fatto, ma deliberato o solamente ammesso come possibile il gran sacrificio, diventerebbero semplici e facili i destini di Russia. Fermati i limiti occidentali, rimarrebbero tanto più aperti gli orientali a duplici e triplici compensi. Perciocchè, pogniamo che sieno or russe intieramente, non solo Polonia, ma Valachia e Servia, che non sono pur tali di nome e forse meno di fatto. Sarebber tuttavia più che compensate tutte queste province europee che si lasciassero, da quelle asiatiche che si prendessero, da Sinope od anche Scutari fino ad Erivan od all’angolo occidentale od anche all’orientale del Caspio. Turche o persiane, queste provincie giacciono lì a’ piè di Russia, che ha poco più a fare che abbassarsi per raccoglierle. Gli Armeno-Turchi e gli Armeno-Persiani chiamano i Russi, soli cristiani chiamabili, soli possibili colà. Non ostano se non due imperii impotenti, sconfitti quando furon soli, e che ora sono appunto soli, e non possono avere aiuti di nessuna potenza cristiana gelosa. Inghilterra non anderà mai a ficcarsi così addentro alle terre, nè partendo dall’Indo, nè dal fondo del golfo Persico, nè dal fondo del mar Nero. Inghilterra ha sperimentato ultimamente essa stessa nel Cabul, e veduto sperimentare da Russia sulla via di Khiva que’ deserti che dividono, per secoli e secoli o forse per sempre, India da Russia. Ed Inghilterra sa che un altro tal deserto è tra India e Persia settentrionale; ondechè gli Inglesi sodi e informati non han guari più paura di niuna di quelle discese russe nell’Indie che furon tema negli anni scorsi di utopie napoleoniche e continentali. Quegli Inglesi sanno la storia dell’Indie un po’ meglio che non la sapesse probabilmente Napoleone; e che non la sappiano poi certamente que’ giornalisti i quali, avendo osservato che le invasioni all’India venner tutte dall’Indo-Kutsch, dal Nord-Ouest della penisola, ed osservando poi sulla carta che al Nord-Ouest di quel Nord-Ouest si trova Russia, ivano profetando una discesa di questa dalla Neva o dalla Moskova all’Indo e al Gange. Quegli Inglesi sanno molto bene che tutte quelle invasioni vennero sì da quel primo Nord-Ouest, ma non mai dal secondo; che vennero da genti numerose, e grandi imperii stanziati là vicino a Cabulo Ghiznè, o tutt’al più nella Transoxiana od in Persia, ma non mai da imperii più lontani; tantochè nè gli antichissimi re dei regi persiani, nè Alessandro macedone, nè Gengiskan non posero mai piè in ciò che è India, imperio britannico presente[28]. Se verrà mai a questo qualche pericolo esterno, non verrà da niun imperio lontano che abbia a passare mezzo mondo per capitare poi ad uno dei due deserti prima che all’Indo superiore; ma piuttosto da qualche imperio nuovo che sorgesse più vicino dalle rovine turche, persiane od anche russe. Ed Inghilterra provvederebbe a ciò senza dubbio, se venisse il caso; Inghilterra non lascerà mai più sorgere nè risorgere niun grande imperio asiatico; e si è veduto già che non ne vuol nemmeno niun affricano vicino all’Asia. Inghilterra ha quindi anzi interesse che le provincie turco-asiatiche sieno tolte dall’eventualità degli imperii asiatici vicini per essere aggiunte al lontanissimo russo. Ma se pur non vedesse tal interesse proprio, certo ella vedrebbe oramai con indifferenza che Russia s’estendesse fino a mezzodì del mar Nero od anche del Caspio, che sarebbe ancora un sedici gradi lontano dall’Indo, co’ deserti frammezzo. E se anche questa estensione le paresse un tal qual pericolo, certo le parrebbe pericolo minore che non l’altra estensione russa sulla sponda occidentale del mar Nero o sul Bosforo; ondechè ella darebbe le mani a quella per impedire e far indietreggiar questa. — Ed a Russia poi, qual differenza immensa, totale! Le provincie occidentali, Polonia, quando anche non fosse piaga, le provincie danubiane, quando non fossero per essere pietra di scandalo, _casus belli_ perpetuo con Austria, il Bosforo stesso, quando nol fosse coll’intiera Cristianità, non sarebbero mai stromenti di vero progresso, di vera potenza interna russa; non sarebbono mai se non istrumenti a quell’edifizio di preponderanza occidentale che non può compiersi. All’incontro, le sponde meridionali del mar Nero aggiunte alle settentrionali ed orientali, facendo della metà orientale di questo un vero lago russo possibile, chiuso da Sinope e Sebastopol, aprirebbero le bocche di tutti i fiumi russi ad un commercio orientale perpetuo, ed indipendente dal Bosforo. E il grande istmo del Caucaso, già russo di nome, ma che non sarà tale di fatto mai finchè non sien russe le sponde Sud-Est del mar Nero e Sud-Ouest del Caspio, accrescerebbe ancora questo commercio russo-asiatico. Le sponde meridionali del Caspio per sè stesse poi, aprirebbero nuova via, nuove comunicazioni alla Russia europea ed all’asiatica insieme. E questo sì che può e debbe un giorno o l’altro esser tutto intiero lago russo, senzachè nessuno lo possa impedire nè disfare mai più. Là avrebbesi un campo inesauribile di progressi. Nè dicasi utopia, perchè è campo così trascurato finora, perchè così lontano, perchè russo. Cinquant’anni fa avrebbe potuto parer maggior utopia il voler solcar coi numerosi piroscafi i laghi Ontario od Erie, il Mississipi o il Missouri, che son pur solcati; e venti anni fa quando le strade di ferro non parevano adattarsi se non all’interno di qualche _dock_ o di qualche manifattura inglese, sarebbe paruta utopia, volerne far una tra le due capitali russe, tra cui pure si fa. Certo, quando Russia s’aggregasse tutte queste provincie asiatiche-meridionali, quando s’aprissero tutte queste comunicazioni commerciali, il profitto primo ne verrebbe alla Russia europea, ma a poco a poco pure all’asiatica. Nè questa poi potrà mai progredire altrimenti. Non serve mandar guerrieri, preti, principi e principesse, polacchi e russi, insieme con ladri ed assassini a popolar Siberia; non serve attirarvi qualche sparso colono. Ma chi ardirebbe fissare limiti a quelle popolazioni e a quella civiltà, quando non più limiti, ma mezzi di esse fossero il Caspio, il Volga e l’Ural, Astrakan, Casan ed Oremburgo?[29] Anni sono, notarono alcuni viaggiatori che le condizioni de’ paesi ultimi settentrionali i quali giacciono verso le bocche dell’Obi, del Jenisei e della Lena, si muterebbero notabilmente se si corressero que’ fiumi con pochi piroscafi a portarvi più brevemente e più regolarmente le poche merci necessarie ai pochissimi abitatori. Ma senza concedere nè negare le possibilità di que’ progressi estremi, chi vorrebbe dire impossibili quelli dei paesi tanto più temperati che giacciono alle latitudini di Vienna, Parigi o Londra? Non son queste le utopie, ma quella della preponderanza russa occidentale; non il progresso dell’Asia, ma il regresso dell’Europa; ed utopia massima quella di condurre insieme le due imprese incompatibili.