Delle speranze d'Italia

Part 8

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9. SPERANZA III.ª — DA UNA CHIAMATA DI STRANIERI. Ma ciò che non è possibile per ispontanee confederazioni di principi o congiure di popoli italiani, non sarebb’egli forse chiamando stranieri, i quali procurerebbero l’unione impossibile tra noi soli? Posto fuori un centro qualunque, un punto di convegno, non vi si riannoderebbe egli ciascuno? S’io credessi buono tal convegno, sarei il primo a confortarvi i miei compatriotti; per l’impresa d’indipendenza non è a fuggir niuna speranza che non sia colpevole. Ma non è speranza buona nemmen questa. Qui si versa più piena la facondia del Gioberti. E noi stessi ricordammo testè i danni di tutte quelle chiamate, di Greci contra Goti, Longobardi contra Greci, Franchi contra Longobardi, Tedeschi contra Franchi; un re francese ed uno spagnuolo invano chiamati, i Tedeschi chiamati, e venuti; e fra questi una casa opposta all’altra, parenti a parenti, talora figli a padri; ed Angioini contra Svevi, Aragonesi contra Angioini, Francesi contra Aragonesi, Austriaci contra Francesi, Francesi contra Austriaci ripetutamente, senz’altro frutto che di servitù mutate, pessime delle servitù. — Ma, io intendo venire, deh si tolleri, a recente e maggior vergogna. In tutta quella lunga serie di chiamate antiche non è se non una rimasta inesaudita; salvo quella, i chiamati venner sempre. All’incontro, negli ultimi anni, dal 1815 in poi, già sono parecchie chiamate italiane, a cui non fu dato retta. Ondechè, se elle si dovean già fuggire per le due buone ragioni, che elle furon sempre inutili e sovente nocive, or s’è aggiunta una terza e più vergognosa, che elle si sono fatte molto più difficili ad essere esaudite. E così sarà, secondo ogni probabilità, anche per l’avvenire. Parliamo chiaro, e dando ad ognuno il nome suo. Quando si tratta di chiamare contro a Germania, s’intende che si tratta di Francia. Francia fu sempre chiamata contro Germania, come Germania contra Francia; e l’una val l’altra quanto al pericolo di mettercele sul collo, a vicenda; benchè la vicenda di Germania sia durata sempre più a lungo che non quella di Francia. Ma insomma Francia è quella ch’or ci toccherebbe chiamare; e chiamata ultimamente, non venne; e se si chiamasse di nuovo, verrebbe anche meno. Tutto è mutato rispetto a noi, dalle condizioni civili mutate in Francia. I re francesi già assoluti, e principi belligeri d’una belligera nazione, avean bel gioco in ispingerla fuor di casa ad imprese di lor ambizioni od interessi personali o famigliari. Poteva sì venir in mente a qualche consigliero o cortigiano di rara rettitudine, il porre innanzi l’interesse di Francia non concordante con gli interessi del Valois o dei Borboni, ma quelli non erano uditi; e i più degli affollati attorno al trono non tenean conto se non degli interessi di chi vi si sedeva. Il medesimo e peggio fu sotto a Napoleone. E peggio sotto alla repubblica democratica, intermediaria: le democrazie sono anche più facili ad adulare, più interessate e più ambiziose che non niuna famiglia di principi. Ma dove prendon parte alle deliberazioni pubbliche più o meno tutte le classi educate o colte d’una nazione, queste non si lasciano facilmente trarre all’imprese indifferenti ad esse; nè per far un nome al principe, nè per dar un trono ad un cadetto i cui figliuoli dimenticherebbono l’origine e le gratitudini; nè per congiungere al territorio una provincia, se non sia veramente preziosa od alla difesa, od alla ricchezza nazionale. E so bene che mi si opporrà l’esempio d’Inghilterra; la quale con tal governo ha pure fatte e fa latissime conquiste. Ma queste non che infermare, confermano anzi la proposizione mia. Le conquiste inglesi si fanno tutte per l’interesse del commercio nazionale, computato, spiluccato a lire, soldi e danari; e qual non presenta vantaggio, o non si fa, ovvero è riprovata, od anche, come vedemmo ultimamente, abbandonata. Di che sarebbe ad aggiunger molto ed inutilmente per coloro i quali non abbiano contezza della storia inglese da un secolo in qua; ma basta e soverchia quel che n’è detto a coloro che l’abbiano[15]. E dico poi che le conquiste in Italia non sono di quelle che presentino a Francia utilità nazionali. Gl’interessi, le ambizioni stesse francesi non han che fare in Italia; arrivano all’Alpi, e non più. Di qua ritroverebbero più tombe che trofei; quante venute, tante cacciate, e non è più il tempo che una nazione si consoli per un bel detto del suo re: «tutto è perduto fuor che l’onore». Ora, conquistando, non si vuol perdere nè onor nè roba, nè quasi vite; e perchè le conquiste metton sempre tutto ciò a gran rischio, perciò si fanno e faran più rare ogni dì. Niuna provincia italiana di qua dall’Alpi non è a Francia continuazione di territorio per arrivare a un limite che sia o si pretenda naturale, non a sponde, non a foci di fiumi francesi; non è scalo a niuna colonia francese presente nè prevedibile; e se tal è quel Levante che Francia pretese testè, è scalo così vicino alla partenza, che non ha pregio di vero scalo; oltrechè quella pretensione già abbandonata ora, sarà abbandonata più che mai, quanto più s’assoderà, per opera di sua costituzione, la ambizione di Francia. E quindi ei si può prevedere per l’avvenire ciò che vedemmo negli ultimi anni: che alcuni politici avventati di Francia, alcuni di quelli che per aver meditato troppo sugli eventi della repubblica o dell’imperio non sanno vedere la gran differenza che corre ora, alcuni di quella parte che si spaccia per progressiva, ed è retrograda o almeno tardigrada, alcuni di tutti questi Francesi sogneranno conquiste e propagazioni di lor pazzie in Italia; e che alcuni Italiani lor simili daran retta forse a quei sogni, credendoli sogni di tutta Francia, poi l’incolperanno di non averli effettuati. Ma quella nazione, quel governo, or assodati, lasceranno sognare i sognatori francesi ed italiani; e si contenteranno di far ciò che han fatto, d’impedire che l’Austria non s’accresca in Italia; e ciò stesso faranno con rispetti infiniti all’Austria, già emula e nemica, or l’alleata più naturale che si abbian essi sul continente. Del che io sono per dire più largamente fra poco. — Del resto tolta di mezzo così la chiamata di Francia, non dimorerò a far il medesimo su quelle che s’imaginassero di Spagna od Inghilterra, o d’altre potenze più lontane. Le medesime condizioni politiche farebbono su quelle due il medesimo effetto di non lasciarvi ascoltare le nostre chiamate; e quanto alle più lontane e di condizioni opposte, io credo bene che nessuno vi pensi. — Ma io protesto che di tutte queste e di Francia non volli escludere se non le chiamate propriamente dette, e le venute simili alle antiche; dico le chiamate fatte da una parte italiana, e le venute intraprese o con animo di aiutare quella parte, o peggio a fine di conquiste. Chè quanto allo escluder le alleanze che si facessero da’ nostri principi con qualunque di quelle potenze straniere o per iscemar preponderanza della potenza straniero-italica, od anche meglio per aiutarci in qualunque occasione d’indipendenza; siffatta esclusione sarebbe tale stoltezza, tale esagerazione di principii, tal esaltazione puerile di vanità nazionali, da non supporsi in niun adulto leggitore. Del resto siffatte alleanze non si sogliono fare, se non in e per occasioni determinate. Ondechè questa Speranza si implica nella seguente.

10. SPERANZA IV.ª — DALLE OCCASIONI. Una delle maggiori vanità in che sogliamo cadere noi scrittori, è quella di attribuire ai disegni degli uomini più potenza, alle occasioni men potenza che non avviene in realtà. I poeti tragici sono i divulgatori di quest’errore perchè han bisogno di magnificar gli uomini, e di rappresentare in essi tutta una età. Gli altri poeti e i novellanti traggon lor dietro per una quasi ugual necessità. Seguono molti filosofi per una simile; e seguono molti biografi, ed anche storici che si dilettano in ritratti ed orazioni da porre in bocca a lor personaggi. Chi non ha letto i disegni di conquistare il mondo attribuiti a que’ Romani primitivi, i quali stentarono pure 400 anni entro al cerchio di 10 miglia intorno alla città? E quell’altro di estendere la potenza temporale sull’universo mondo, attribuito a que’ papi che stentavano contro a Tivoli, o a’ Crescenzi, o agli Arnaldi, od ai Colonna, od agli Orsini? O quelli quasi creati di un colpo e proseguiti con regolarità, che s’attribuiscono ad ogni conquistatore quantunque surto da infimi principii? Gli uomini pratici non cadono almeno in tale errore. Ei sanno molto bene che i disegni ideati troppo lunghi, riescono corti all’eseguimento; epperciò cadono talora nel vizio contrario d’idearli troppo corti. La buona pratica sta in mezzo; prende scopi lontani anzichè disegni lunghi; e il tempo e l’attenzione che soglion perdersi dai più a fantasticare su questi disegni, ella li adopra a discernere ed accertar le occasioni. Quindi noi avremmo forse potuto ridurre a queste le ricerche nostre. Riduciamovici ora ad ogni modo.

11. Noi non sapremmo vedere se non tre occasioni che possono giovare all’impresa di nostra indipendenza. 1.º Qualche conflagrazione democratica. 2.º Qualche tentativo di monarchia universale. 3.º Qualche partizione di stati, più o meno simile a quelle che diedero le occasioni del secolo scorso. Ma anche queste tre occasioni, non ci paiono probabili tutte; ondechè sovr’esse pure noi continuiamo la nostra opera d’eliminazione.

12. E per vero dire, la conflagrazione democratica, quantunque molto minacciata e molto temuta a’ nostri dì, ci par fatta improbabile dai progressi che veggiamo appunto nella presente democrazia. Noi non ci vanteremo, come fanno alcuni tuttavia, d’essere o non esser del popolo, gentiluomini o non gentiluomini. Passato ci sembra il tempo dell’uno e dell’altro vanto; non è più quello nè della superbia feudale, nè della plebea; il nome nobile o non nobile può essere illustre parimente; e il nome illustre procaccia attenzione, non rispetto a chi il porta, ondechè è vantaggio o danno secondo che è portato bene o male; e in somma non si tratta più per ciascuno di essere o no gentiluomo, ma uomo gentile, persona educata. — E questo, delle persone educate, è il ceto che s’accresce ogni dì più, di qua e di là, dalle reliquie, a detrimento dei due o tre e non so quanti ceti che erano. I quali dunque scemano tutti d’altrettanto; e fra gli altri scema la democrazia propriamente detta, distinta, odiante, usurpante, conflagrante[16]. Quegli stessi che eran di essa ieri, non ne sono più oggi; quelli che avrebbero aiutato ieri alla conflagrazione, l’impedirebbero oggi; quelli che ieri avrebbon versate fiamme, porterebbon oggi l’acqua per estinguerle. Gli studi stessi progrediti hanno scemate le distinzioni de’ ceti antichi e nuovi. Le democrazie antiche, tanto ammirate mezzo secolo fa, sono sotto la critica presente diventate quasi tutte aristocrazie; le pretese dispute tra aristocrazie e democrazie sono quasi tutte diventate contese fra le schiatte sovrapposte dalla conquista sul medesimo suolo; ondechè cade da sè ogni invito alle imitazioni presenti, impossibili in condizioni troppo diverse di società. Del resto l’antichità continua ad ammirarsi in molte parti, ma non si propone più a niuna stolta imitazione. E il medio evo, succeduto per pochi anni in quelle ammirazioni usurpate, non si vuol ammirar più, nè tanto meno imitare da nessuno nè nella feudalità nè nei comuni. Quanto alle democrazie che sopravvivono in qualche angolo di Europa, o nelle vastità americane, le loro condizioni già tanto vantate, sono ora troppo note anch’esse per invaghire gl’imitatori. In alcune la democrazia è tirannica e sconforta quindi ogni altro ceto; in alcune s’assoggetta ella stessa alla aristocrazia; nelle più scomparisce entro al gran ceto delle persone educate. — Ei me ne duole per li pochi democratici puri che rimangono; uomini stantii non meno che i più stantii aristocratici, rimasti addietro nel progresso universale, escludenti sè stessi dal ceto crescente degli uomini gentili, educati e veramente liberali, non che formare o muover masse come sperano, non che esser capaci di far conflagrazioni come temon altri, non avranno in breve o già non hanno compagni o consolatori, se non fra le rade file di que’ poveri sansimonisti, owenisti, o fourrieristi, a cui parrebbemi tempo perduto il fermare i leggitori. La conflagrazione democratica può continuare ad essere alcun tempo paura di polizie, o speranza di società segrete, ma non può entrare in conto di niun futuro prevedibile, non può essere eventualità, occasione da calcolarsi in niuna impresa importante.

13. Nè sarebbe da tener maggior conto di un tentativo di monarchia universale che si supponesse da qualche potenza europea. Questo, quantunque sia stato sogno recente, od anzi appunto perchè fu dimostrato sogno da’ fatti recenti, non è probabile che si rinnovelli. Chi oserebbe ritentar ciò, in che fallì Napoleone? Certo, Francia ne fu troppo ammonita per ritentarlo. Inghilterra non ne sognò, nè per sua situazione ne potrà sognar mai. Prussia, quantunque grande, è troppo piccola per ciò; ed Austria, non che avere spiriti a tale impresa, non ne ha nemmeno a quelle più facili che le si parano innanzi. Non sarebbe dunque a temerne o sperarne se non da Russia. Ma il vero è che nemmen questa nè gl’imperadori di lei non sono così barbari da non conoscere quella gran civiltà europea che hanno all’incontro, o da disprezzarla a modo de’ loro avi antichissimi. Ei sanno molto bene di non aver davanti a sè niun imperio romano invecchiato da conquistare facilmente; sanno d’aver anzi all’incontro quattro grandi nazioni, Germania, Francia, Inghilterra e Spagna, rinnovellate dagli sforzi fatti al principio del secolo, per asserir ciascuna la propria indipendenza; più una quinta, Italia, che desidera quest’indipendenza, tanto più quant’è più sola nella vergogna di non averla; sanno in somma che una invasione a modo dei Finni o de’ Mongolli non riuscirebbe; e non han poi nè volere nè potere di far tali invasioni. Quei loro eserciti che sono così sterminati sui prospetti, o forse anche realmente tra le loro steppe, nelle loro colonie militari, o nei campi di esercizi, li abbiam veduti noi, a che fossero ridotti quando giugnevano sul Po e su la Senna! e dicesi che fossero anche men grossi quando scesero sul Bosforo, od oltrepassarono il Caspio. Nella presente civiltà le invasioni di nuovi barbari son sogni che quando fosser fatti da’ Russi sarebbon brevi; ma i Russi non li fanno. Il sogno che fanno non è di monarchia universale, ma solamente di preponderanza europea; e questo stesso nol fanno in generale, non isperano adempierlo in tutti i casi, ma in una eventualità, in una occasione sola che prevedono molto bene e preparano. Altro che barbari! essi sono anzi di que’ buoni pratici, che dicemmo saper prefiggersi uno scopo lontano, ed aspettarne i mezzi dall’occasione. E l’occasione che prevedono è la caduta dell’Imperio ottomano; e la preponderanza che sperano è dall’occupare quelle bocche del Danubio dove metterà capo un dì o l’altro il commercio europeo, dall’occupar quel Bosforo e quell’Ellesponto onde il dominerebbono. Questa è la preponderanza che sarà sogno o realtà, secondo che saprà ordinarsi a resistenza l’Europa incivilita. E perchè appunto una resistenza qualunque si farà, qualche compenso si vorrà, qualche spoglia del medesimo imperio si pretenderà pur dall’altre potenze cristiane, un dì o l’altro del futuro prevedibile, questa sarà a noi pure occasione buona probabilmente; ma occasione che si riduce alla terza di quelle dette, all’occasione di una partizione di Stati.

14. Nè sorgerà probabilmente niun’altra simile. Niun’altra partizione, niun’altra caduta, niuna gran successione non è a prevedersi in Europa; se mai sorgesse, ella sarebbe regolata dalla presente civiltà; sarebbe ridotta a quistione diplomatica od interna, non sarebbe grande occasione per noi. E quindi senza rigettarne niun’altra se mai venisse, e tenendoci anzi apparecchiati a tutte, fermiamoci a quella che ci par la più probabile fra le favorevoli, la più favorevole fra le probabili, la più promettitrice d’ogni maniera.

CAPO NONO.

L’EVENTUALITÀ PIÙ PROMETTITRICE

Es gibt keine Propheten mehr. Die Wahrsager, welche unsere beschrænkte Zeit gebiert, müssen sich, ob Mangel an gœttlicher Inspiration, ihre Kunde aus eigener Anschauung holen; und nicht aus den Linien der Hand, nicht aus den Konjuncturen der Sterne kœnnen sie vorder das Schicksel der Menschen weissagen, sondern aus der Kenntniss seiner jetzigen Zustandes, und seiner bisherigen Geschichte.

_Oesterreich und dessen Zukunft_, s. 143.

1. Ed ora, d’eliminazione in eliminazione noi siamo giunti finalmente ad una che ci pare eventualità, speranza buona. Terminata la parte ingrata dell’assunto nostro, noi entriamo nella più lieta, ma forse più difficile. Facile è sempre il distruggere, difficile il riedificare; facile il dimostrare gli errori altrui, difficile il non cadere in nuovi, e talora peggiori; facile la parte negativa, difficile la positiva d’ogni scienza, d’ogni studio. Facile ci fu l’accennare che non sono probabili nè desiderabili nè il regno d’Italia, nazionale o straniero, nè le repubbliche, nè niuno ordinamento, in somma, che non sia progresso de’ presenti; nè probabile la confederazione stessa finch’è tra noi lo straniero. È facile il dimostrare che l’impresa di liberarcene, durata già XIII secoli, non può nel futuro prevedibile compiersi nè per unioni spontanee di principi, nè per ispontanee sollevazioni di popoli, nè per chiamate nè per alleanze di altri stranieri, senza qualche buona occasione; e che non sono tali poi niuna conflagrazione democratica, niun tentativo di monarchia universale, niuna successione o caduta di regni, se non una. — Ma ora, mutato ufficio, abbiamo a dimostrare che questa è veramente occasione e speranza buona; e qui sta la difficoltà. Abbiamo contro a noi i nostri stessi leggitori che disponemmo al dubbio fin qui; abbiamo in particolare tutti coloro di cui dicemmo sogni le speranze, e che saran disposti a dir pur sogni le nostre[17]; ed abbiamo più che mai gli uomini pratici, indisposti dalle utopie fatte e rifatte sulla divisione dell’Imperio ottomano. Nè ci varrebbero proteste. Non può valere se non la nostra attenzione a tenerci anche qui ne’ limiti del prevedibile. Se così faremo, e se, fra’ primi a trattar dall’aspetto italiano l’assunto tanto trattato altrove[18], noi riusciremo a fermarvi l’attenzione di coloro che hanno in mano i nostri destini, l’opera presente non sarà del tutto perduta. E se in così arduo argomento noi pure erreremo, essi giudichino, essi ci correggano, ma ci ascoltino; ovvero anche senza ascoltarci altrimenti, vogliano pensare essi a questa che, qualunque sia, è pur la meno improbabile e la meno sfavorevole delle occasioni; a questa che, mal apparecchiata o mal usata, non ci lascerebbe forse se non il dovere del perseverare senza sperare.

2. L’eventualità di che trattiamo consta di due fatti: la caduta dell’Imperio ottomano, e la mutazione che ne avverrà nella Cristianità. — Ma a dimostrare la probabilità del primo, non mi par necessario nè far una lunga storia della decadenza maomettana in generale o della ottomana in particolare, nè dimostrare la gran differenza che è fra tali decadenze vere e le apparenti cristiane. Le due civiltà maomettana e cristiana si trovarono l’una e l’altra in presenza, giovane la maomettana, vecchia già la cristiana, or sono più di mill’anni alla battaglia Poitiers. E vittoriosa la cristiana continuò poi a sorgere e crescere fino alla onnipotenza presente; mentre la vinta stette prima, e decadde poi fino alla presente impotenza. Era naturale: questa non ebbe nè avrà mai i rimedii della civiltà cristiana; non quello primario della incorruttibile religione, non quelli che ne vengono della virtù, della operosità rinascenti ora in tutto il corpo, ora in alcune parti della cristianità. La decadenza ottomana o turca in particolare, incominciò dalla presa stessa di Costantinopoli, dallo stanziamento della gente in quella sede costante di corruzioni; e continuò colla cacciata de’ Mori dalla Spagna, colla sconfitta di Lepanto, e a poco a poco colle respinte da tante provincie europee ed affricane; e dura così da IV secoli. S’adduce è vero l’esempio dell’Imperio greco, il quale durò cadente XII secoli nella medesima Costantinopoli, per dimostrare che l’ottomano vi può durare altrettanti. Ma l’Imperio greco non era circondato, assalito, battuto in rovina se non da genti piccole e più barbare che non esso; l’Imperio ottomano è ora battuto di fuori da nazioni più grandi e molto più incivilite che non esso; ed è travagliato addentro poi, e corroso da genti varie che tendono a libertà e civiltà maggiori. Nè del resto è mestieri di niuna di queste comparazioni, nelle quali è difficile tener conto di tutte le somiglianze e differenze, e che per ciò soglion portar più convincimento in alcune menti solitarie e meditatrici che non in quelle degli uomini pratici. Bastano a questi oramai gli eventi quotidiani per tener indubitabile la caduta, irremediabile l’infermità dell’Imperio ottomano. Molti e varii rimedii furono tentati o si tentano ogni dì; ma sempre invano. Furono eglino tentati sinceramente? Non importa. La mala riuscita dimostra o l’inefficacia de’ rimedii, o l’insincerità de’ rimedianti, o l’irremediabilità dell’infermo, o tutti insieme questi malanni, e il pronostico riman lo stesso. Non è confessato negli atti pubblici diplomatici, nè nei pubblici dibattimenti parlamentari cristiani. È naturale, e fino a un certo punto conveniente. La civiltà pubblica si è imposti all’incirca i medesimi doveri, che la privata. Le nazioni cristiane stanno al letto di morte dell’Imperio ottomano a guisa di medici, o piuttosto d’eredi, i quali non vi parlano della morte nè del retaggio. Ma ne parla il pubblico; e tanto più quanto più s’appressa il fine ed è più grande il retaggio. Fu una vera comedia udire i medici-eredi dirsi via via: proviamo questo rimedio ancora, o quest’altro; cercando ingannarsi a vicenda, per rimaner ciascuno solo o con pochi all’ultima cura, ed alle prime spoglie. Se non che, durando troppo la comedia, pare che se ne sieno stancati essi stessi; e guardatisi in viso e ridendone tacitamente, lascino ora fare il suo corso alla agonia, tenendosi convenientemente da parte, ed apparecchiati.