Part 7
15. E quindi, che fu d’allora in poi? Che è per noi quest’età allora incominciata? Qual nome avrà in Italia questo secolo XIX in che inoltriamo? Forse nuovo e peggior _Seicento_? Secolo indietreggiato a quella o peggior dipendenza, a quella o peggior corruzione? Ovvero all’incontro continuazione del risorgimento del secolo precedente? — Certo, se s’attenda a quella parte tanto cresciuta dello straniero, si può temere d’esser tornati ad una dipendenza poco minore di quella del _Seicento_, si posson temere simili conseguenze, di impedimenti, d’inoperosità, di ozi e vizi servili. Nè mancherebbon pur troppo indizi di tali danni. — Ma forse, a chi attenda meglio, a chi si volga alla parte italiana d’Italia, i timori si volgeranno in isperanze. Quell’essere finalmente liberati i principati italiani dallo spauracchio del falso Imperio romano, è pure un gran chè, un gran progresso. I principati italiani, non sono abbastanza, non intieramente indipendenti in fatto; ma egli è pure un gran chè l’essere diventati tali in diritto incontrastato. Il diritto può ricondurre al fatto; e tanto più nelle presenti condizioni di civiltà, di Cristianità. Non solamente non sarebbero più tollerate le usurpazioni materiali della potenza straniera sulle italiane; ma nemmeno le prepotenze morali, le intrusioni gravi, scandalose, patenti. Non solamente sono guarentite dall’intiera Cristianità e fanno parte del diritto pubblico europeo le indipendenze de’ principati italiani; ma sono desiderate da quasi tutti, sono riconosciute di diritto quasi naturale le indipendenze d’ogni grande ed antica nazione cristiana. Si tende a fare entrar tutte queste nella gran repubblica, nel grande stato degli stati; s’intende ciò essere interesse, ciò forza, ciò felicità universale. — Ed aiutati o spinti così, dall’universale opinione, i principi italiani han pure ricominciato a progredire da sè. Qual più, qual meno, ma quasi tutti. Hanno ordinati eserciti quali non furon mai in Italia. Han rinnovate leggi accostandole ai tempi e le hanno ordinate in codici, progresso immenso per sè. E se s’accingono lenti a secondar i progressi della marineria, delle comunicazioni, de’ commerci, ed in generale di tutti quegli interessi materiali che disprezzan forse troppo, ei vi si sono pur accinti, e qui forse più che in niuna cosa il principio importa seguito. Se non han data nè lasciata alle colture quella spinta, quella ispirazione nazionale, che sola fa di esse un fatto importante; essi non le hanno poi nemmeno fatte nè lasciate cadere in corruzione e viltà; vi hanno promossa quella sodezza che è vicina a virilità; e noi siam lungi dalle effeminatezze e dalle puerilità del _Seicento_, e da alcune stesse del _Settecento_[12]. E si aiutano pur da sè i popoli italiani; non solamente secondando e chiamando tutti que’ progressi di lor governi, ma entrando spontanei in quelli che non posson venire se non dall’opinione, dalle virtù di ciascuno. Noi siamo lungi dal _Seicento_, e forse dal _Settecento_, ne’ costumi anche più che non nelle colture. E noi ritorneremo pur su questa, che è una delle migliori Speranze italiane. Qui ci basta l’osservare che, incontrastabilmente, noi non siamo ricaduti per ora, in una terza corruzione italiana; che siamo nella continuazione dell’opera del secolo scorso, in quel risorgimento che parve, ma non fu arrestato, dall’invasione straniera; che noi uscimmo di questa con vantaggi i quali supereranno, se Dio voglia, i danni; con innegabili progressi nell’operosità, nella virtù, nel sentimento di nazionalità, nel desiderio d’indipendenza. — La storia dell’impresa incompiuta in XIII secoli, è, intanto che diventi gloriosa, lunga e trista pur troppo; trista sopratutto per tante occasioni perdute. Ma la nazione italiana sembra educarsi a non perderle più. Ed è quindi tempo molto opportuno di cercare quali sieno probabili, come possiamo giovarcene. Dal passato brevemente percorso, facciam dunque ritorno al futuro, oggetto solo ed importante del nostro studio.
CAPO OTTAVO.
EVENTUALITÀ FUTURE DELL’IMPRESA
1. Siami lecito domandare qui a’ miei leggitori un raddoppiamento di tolleranza. Io sono per dir verità o che almeno mi paiono tali, più ingrate forse che non le dette; per eliminare speranze più care forse che non le eliminate finora. Ma le verità ingrate sogliono essere le meno dette, epperciò le più utili a dire: e non è se non colla eliminazione delle speranze false, che si può giungere al risultato delle vere. Conscio io di dispiacere a molti, forse ai più (terribil pensiero) de’ miei compatriotti, non ne avrei probabilmente il coraggio, se credessi di poter mai giovar loro coll’opere, se temessi troncarmivi la via colle parole. Ma non potendo far loro tributo se non di queste, tant’è ch’io il faccia tutt’intiero.
2. Quando si parla di futuro, ei ne sono a distinguer due. Uno lontano, separato dal presente per una serie indeterminata di tempi e di fatti, e che si può quindi chiamare futuro imprevedibile. E questo è quello di che abusano i sognatori, tutti coloro che immaginano cose nuove impossibili ad effettuarsi, o cose antiche impossibili a restaurarsi. Non serve dimostrare a costoro le improbabilità. Con ostinatezza che scambiano per costanza ei ti rispondono sempre i medesimi «Chi sa? Verrà un giorno. Non bisogna disperare». Non è da discorrer con costoro, nè con nessuno del futuro imprevedibile. Nè è per tal futuro o per le poche speranze implicate in esso che si vuole adempiere niun dovere; ma per il dovere nudo, avvengane che può. Quando la impresa d’indipendenza, durata XIII secoli, avesse a durarne altri XIII, o XXVI, o infiniti, senza compiersi, ella dovrebbe pur proseguirsi senza speranza; perch’è dovere d’ogni nazione; perchè val più una nazione che prosegua quell’impresa tra una servitù interminabile, che non una che alla servitù si adatti, che se ne consoli. E detto ciò a tal nazione sarebbe detto tutto.
3. Ma ei vi ha, grazie al Cielo, un altro futuro, un futuro prevedibile per l’Italia. Il quale è per vero dire incerto anch’esso, come è ad ogni uomo ogni ora, ogni momento, oltre il presente, ma a cui più o meno vicino arrivano pure le conseguenze dei fatti presenti, arrivano le deduzioni che se ne posson trarre, arriva la previdenza umana. E di questo non è vero, come dicono alcuni storici impuntati sul passato od alcuni pratici impuntati sul presente, che non si possa parlare. Si può, si deve, e si fa continuamente da tutti gli uomini di pratica che sanno governar gli affari umani e non lasciarsene governare; si fa da molti grandi ed anche piccoli scrittori; si fa quotidianamente da numerosissimi scrittori quotidiani; e quando si fa colla pretensione non di pronunciar profezie, ma di discutere probabilità, si fa bene o male, ma legittimamente da ciascuno. Dicemmo gloria del Gioberti l’aver primo forse discorso in tal modo di questo nostro futuro prevedibile. E di questo solo e in tal modo intendiamo discorrere anche noi; restringendoci anzi a ciò che tocca all’indipendenza, alle eventualità della antica impresa italiana.
4. Incominceremo colle solite e pompose frasi. Sappiamo anche noi che una nazione di 23 milioni d’uomini che voglia liberarsi, si libererebbe quando avesse contra sè l’universo mondo. Sappiamo che una tal nazione può mettere in campo uno, due, tre milioni di combattenti, e che il mondo moderno non può nè vuole metterne contra essa la metà altrettanti. E sappiamo che quando fosse all’opposto, quando stessero mezzo milione od anche meno di combattenti per l’indipendenza, due o tre milioni di combattenti all’incontro, la vittoria non sarebbe dubbia; perchè la virtù d’una causa contò sempre molto, ed ora conta forse tutto; e se non su un campo di battaglia, certo su un campo di guerra, fa all’ultimo valer per dieci ogni difensor della causa virtuosa, riduce a un decimo del valor suo naturale ogni difensor della cattiva. — Ma qui sta il punto, qui la difficoltà: unire in campo quelle poche centinaia di migliaia di combattenti, unire all’impresa la nazione intiera. La difficoltà mi par grave; e valer la pena d’esser esaminata adagio, e facendo tutti i casi.
5. L’unione all’impresa d’indipendenza, ci pare non poter venire se non 1.º o spontaneamente da principi italiani, 2.º o spontaneamente da una sollevazione nazionale, 3.º o per mezzo di una chiamata di nuovi stranieri, 4.º ovvero finalmente per qualche occasione che si afferrasse meglio che non fu fatto finora. Sono quattro speranze, o disegni. Esaminiamole ad una ad una.
6. SPERANZA 1.ª — DAI PRINCIPI. Questi non si possono unire se non o per mezzo di una confederazione che avessero già stretta, in che continuassero, e che volgessero allo scopo speciale dell’indipendenza; ovvero per una che facessero apposta. — Ma la prima, già difficile per sè, come dicemmo, sarebbe impossibile poi a rivolgere allo scopo d’indipendenza. Quand’anche i principi italiani fossero stati da tanto, di far la confederazione continua senza lo straniero (come vorrebb’essere naturalmente per poterla rivolger contra lui), e questo fosse stato così dappoco da lasciarla fare, egli è poi più che mai improbabile che fossero quelli tanto dappiù, e questo tanto dammeno che si potesse fare quel rivolgimento. Il timor del quale è quello appunto che non lascerà far mai la confederazione continua, quantunque innocua in apparenza. — E quanto poi a far d’un colpo, partendo dal nulla, una lega di indipendenza, ella può ben succeder nel futuro imprevedibile, ma non in niuno di che io sappia prevedere o discorrere. In fondo ad ogni pensiero di confederazione per l’indipendenza, è sempre un circolo vizioso; la confederazione per l’indipendenza non si può fare, o almeno non si può sperare che si faccia, se non coll’indipendenza. Questa speranza mi sembra poco da valutare per sè stessa indipendentemente dall’altre. Dato che i sei o sette principi italiani facciano mai una lega per l’indipendenza, ei non la faranno se non aiutati da’ popoli o dagli stranieri o da una occasione, o da tutto insieme. Ondechè all’ultimo le speranze da considerare sono le tre rimanenti.
7. Vengo dunque alla SPERANZA II.ª — DA UNA SOLLEVAZIONE NAZIONALE. Ma io penso che nessuno mi vorrà udir discorrere d’una sollevazione che si facesse per un moto spontaneo e concorde da Susa a Reggio. L’accordo dei 23 milioni di uomini sarebbe più impossibile che non quello de’ sei principi. Questi moti spontanei non si sono veduti guari in niuna gran nazione, ma solamente in qualche gran città, o tutt’al più in conseguenza di qualche atto immane di tirannia che unisse tutti gli animi in uno sdegno[13]; due casi diversi dai nostri prevedibili. Nè potrebb’essere il caso di quel modo di sollevazione recentemente inventato o perfezionato in Irlanda, e chiamato _per agitazione_. Qual che abbia ad essere il frutto di questo modo, ei non può usarsi se non in paesi già molto liberi, e in che si voglia più libertà o indipendenza; ma in quelli così tenuti che v’è difficile ogni menomo movimento, è impossibile il movimento massimo dell’agitazione. — Quanto alle sollevazioni non universali, ma parziali, non della nazione, ma d’una città od anche di uno intiero degli stati italiani, ho io bisogno di ridire che elle sono un nulla, o peggio che nulla allo scopo unico, alla indipendenza nazionale? di rammentare gli sperimenti fattine? o fermarmi a dimostrare che il frutto delle imitazioni sarebbe simile a quello degli esempi? Che sarebbe frutto di dipendenze vecchie accresciute, e di nuove aggiunte? Ma io farei ingiuria ad ogni lettore assennato con fermarmi a tutto ciò. — Io scrittore, avendo nel 1814 avuto l’onore d’essere presentato ad uno de’ maggiori uomini di stato dell’Imperio austriaco, al dì che giunse in Parigi la nuova della sollevazione de’ Milanesi (la qual fu pure diretta allo scopo unico dell’indipendenza, più che niuna delle fatte poi); e scandalezzandosi chi mi presentava ed era gran conservatore, all’udir quella sollevazione, quel tumulto popolare: «Oh! ma!» riprese l’Austriaco, «è sollevazione tutta a favore di casa d’Austria». E il detto mi s’infisse per non uscirne più mai, nella mente giovanile; fu uno di quelli che la conformarono fin d’allora a queste opinioni, che vengo or vecchio promovendo. — Quanto poi a quella osservazione volgare, che anche questi moti parziali, ed anche falliti, giovano a tener vivo il fuoco sacro della libertà, risponderò brevemente (e credo basti ai sinceri) che giovano anzi a tener vivo il fuoco empio delle divisioni e delle vendette. E finisco con dire ai governanti: »Deh non date occasioni»; ed ai governati: »Deh non prendetele quand’anche vi son date, a queste sollevazioni parziali. Dove che sia la prima, dove che resti la colpa ultima, è men colpa degli uni verso gli altri, che non verso la patria comune e straziata». — Ma se la sollevazione universale contro agli stranieri è poco men che impossibile, ed una parziale è nociva, ei ci resta ad esaminare se non sarebbe il caso poi di una sollevazione generale, che si preparasse e facesse con quelle congiure o società segrete, che son tutt’uno comunque si chiamino, e qual che sia vessillo esse innalzino. E di queste poi non mi fermerò a dire tutte le bruttezze; non prenderò a mostrare che l’essenza loro, il segreto accettato prima di conoscerlo, l’obbedienza a un capo ignoto, la tendenza a un ignoto scopo, sono servitù moralmente peggiori di gran lunga che non qualunque servitù anche allo straniero; che a tenere e promuovere tali secreti, la dissimulazione si volge necessariamente in simulazioni, inganni e tradimenti; che non solo la bontà dello scopo non iscusa la malvagità de’ mezzi, ma questa deturpa e perde quella, dichiarandone l’impostura, e che quindi quanto è più legittimo e santo uno scopo, tanto più son condannabili ed empi i cattivi mezzi; tutto ciò è chiaro a chi esamini la quistione di moralità. — Ma perchè sono e saran sempre molti che non esaminano se non la quistione di utilità, a questa dunque ci fermeremo. E diciamo risolutamente, che le congiure sono il mezzo meno utile, di non probabile riuscita in qualunque impresa di una grande nazione. Le congiure non riuscirono guari mai; se non di pochi e contro a pochi. Se son di molti suol mancare in alcuni o la segretezza o la temerità parimente necessarie. Se sono contro a molti suol rimanere ad alcuni la potenza d’impedire la riuscita. E quindi le congiure riuscirono ne’ serragli dei despoti asiatici, ne’ palazzi degli imperatori romani, degli autocrati russi, e dei tiranni del medio evo, dove tolto di mezzo uno o due uomini, era mutato tutto. E riuscirono per la medesima ragione talora nelle repubblichette antiche o del medio evo, che erano in mano a pochi cittadini. Ma negli stati grandi e civili, sieno più o men liberi, più o men pure monarchie, le congiure poterono riuscir sì ad una scelleratezza od a un ammazzamento, ma non allo scopo di mutare lo stato; perchè l’ordine dello stato non vi dipende in realtà da un sol uomo, ma da molti, dall’abito, dall’opinione universale. Noi dicemmo le sollevazioni difficili; ma le congiure son molto più; e molte che han nome di congiure non furono se non sollevazioni. È naturale i perdenti non confessino queste, perchè il confessarle implicherebbe confessione d’essere stati o tanto scellerati da darne causa, o tanto sciocchi da non vederne i segni che sogliono esser pubblici; mentre il dirle congiure li scusa da tirannia e da sciocchezza tutto insieme. E così è che quanto più si studia storie, tanto meno congiure si trovano; e le trovate, si trovano essere state poco men che inutili al fatto già compiuto dalle sollevazioni. A ciò son ridotte quelle due famose del Rutli e di Giovanni da Procida[14]. Del resto, quando si volesse vedere nelle storie più congiure riuscite che non ne so vedere io, tale riuscita si è fatta e si fa più difficile ogni dì nella crescente civiltà. È parte importante e bellissima del progresso presente, che l’arte della difesa dello stato sia progredita più che non quella dell’offesa. E il vero è, che fra tante congiure minacciate, temute, apparecchiate, rotte, scoperte, svelate od anche momentaneamente riuscite ai nostri dì, due sole si possono dire essere state vere congiure, ed essere riuscite a vero e durevole effetto; quella di Germania contro a Napoleone, e quella dell’esercito spagnuolo contro a Ferdinando VII. Ma lasciando questa, perchè fu congiura d’esercito più che di nazione, ed a scopo di libertà, non d’indipendenza, fermiamoci all’altra che è più citata e più somigliante a quella di che parliamo.
8. Ma, salva la somiglianza dello scopo, io non saprei scorgere se non differenze. 1.º Fosse virtù propria o di quegli anni, i Tedeschi non impacciarono lo scopo; non incominciarono dalla libertà interna quando mancava loro la esterna. All’incontro, è vizio antico italiano l’abbandonare questa per quella. Soli non vi caddero i collegati di Lombardia, che presero consoli, podestà, qual che lor s’offrisse governo interno, e seppero giovarsene contro allo straniero; e perciò riescirono. Ma pochi anni appresso vedemmo già così distrarsi miseramente tutta Italia, i Guelfi stessi. E così fino al fine delle repubbliche, così ne’ 25 anni francesi moderni, così ne’ sollevamenti parziali d’intorno al 1820 ed al 1830. Molti di questi furono vere comedie politiche; da passare, se fosse stato possibile nelle condizioni nostre, sulle scene; ma che, innalzate all’incontro dalla persecuzione a dignità tragica, rimangon pur troppo tanto più profferite alle future imitazioni. E questo che è gran pericolo d’ogni impresa d’indipendenza, sarebbe grandissimo poi di qualunque si facesse per congiure e società segrete; le quali per lor natura e lor forme si fanno quasi scuole, o prime prove non solamente di libertà, ma di licenza. E deh fosse vivo uno, di che mi vanto essere stato non meno amico privato che avversario politico! Il quale, duce sincero ed ardito di siffatti convegni, io invocherei volentieri a riattestare «la compagnia empia e malvagia» ch’io gli udii già lamentare. — 2.º La nazione tedesca è per tutte le sue qualità e per tutti i suoi difetti, la più propria che sia a far congiure. È grave, soda, pensierosa, d’ingegno più profondo che vario, più tenace che pronto, più ragionatore che imaginoso; è operosa, ma lentissimamente, segreta, confidente, semplice di costumi. All’incontro, che che si dica da molti stranieri a vituperio o da alcuni nostri a vanto, la nazione italiana è la nazione del mondo men capace di congiure; è quella che le fece sempre men bene. Gl’ingegni vi son pronti e mutabili, forse oltre ad ogni prontezza greca o francese, sono varii, distraentisi ad arti, lettere, scienze materiali o spirituali o miste, tutto a vicenda e talor tutto insieme. E tuttavia l’ingegno v’è men pronto che la fantasia, e la fantasia men che le passioni. Molto si parlò di ciò che possono e fanno gli odii e le vendette, ma non forse abbastanza di ciò che può e fa o non lascia fare l’amore in Italia. In fatto di costanza poi, noi ammirammo quella della nostra impresa d’indipendenza; ma è lamentabile l’incostanza de’ mezzi tentati. Il segreto ci è antipatico; la confidenza nostra suol essere abbandono; e i tradimenti ci vengono a ciascuno, più sovente da sè stesso, che non da altri. Tutte queste non sono qualità da congiuratori, certamente. E s’io non temessi di stancare colle rassegne della storia d’Italia, io ne farei una delle _Congiure italiane_; e mostrerei che in proporzione al gran numero degli stati nostri noi ne facemmo meno, e peggio, che niuna altra nazione, men che Francia ed Inghilterra in particolare, i cui scrittori ce le rimproverano. — 3.º Finalmente poi e principalmente, riuscì a bene la congiura d’indipendenza tedesca per questa ragione: che lo straniero v’era non solo grave, ma opprimente, non solo incomodo, ma disperante, non solo usurpator di provincie, ma delle sostanze e delle persone, turbator delle famiglie, delle vite, tiranno vero. Ora, ei si sa (e fu molto bene e facondamente detto dal Gioberti) che a far buone rivoluzioni ei ci vuol buona tirannia; ma a far congiure ei ci vuol tirannia buonissima. Questa era in Germania; epperciò la congiura riuscì e diventò rivoluzione. Ma in Italia è tutt’all’opposto. Ei può rincrescere, ma così è: la tirannia non v’è. Sugli stati italiani non è se non preponderanza, grado infimo di oppressione; la quale si fa sentir più a’ governanti che a’ governati; più nell’impedire il bene che in procacciar mali. Il popolo, la plebe dei principati italiani, che come ogni plebe ha a pensare alla vita quotidiana, non pensa al popolo delle provincie straniere; e gli uomini colti e pensanti pensano a non perdere l’indipendenza qual ch’ella sia che pur hanno essi, prima che a darla ai fratelli; pensano, e non si può dir che facciano male, ai doveri presenti verso il principe, verso lo stato proprio, primachè ai doveri eventuali verso i sudditi altrui. E tanto più che nemmen questi non vi pensan tutti. Io credo bene che colà gli uomini di coltura e pensiero pensino la vergogna della soggezione, la miseria dell’inoperosità, il danno de’ vizi fomentati dallo straniero; ma nemmen là tutto ciò non si fa sentire al popolo intiero, al volgo basso od alto, a cui non sono impediti nè i bisogni nè i piaceri quotidiani. Virtù e vizi di quel governo concorrono là alla quietudine. Giustizia civile e criminale, amministrazione, strade, imprese pubbliche, stabilimenti di beneficenza, interessi privati, studi elementari, tutto il sufficiente, è protetto, è promosso là, sufficientemente. Si traggon ricchezze; ma ne restano. V’è poca coltura alta; ma v’è la bassa. Non si provvede all’operosità, si promuove l’ozio, forse il vizio; ma l’ozio ed anche il vizio sono piacevoli ai più, e chi pur cadendovi se ne sdegna, n’è tuttavia fatto incapace di sdegnarsene efficacemente. Pochi sono, dappertutto, gli uomini che si serbin vergini dagli effetti di qualunque servitù; ma più pochi, di una mitissima. «Tant’è l’un basto quanto l’altro», dicono con parole degne del senso. E così in somma nè negli stati italiani nè nelle province straniere, non è materia da congiura che possa diventar rivoluzione d’indipendenza; non è probabilità che tal sia data dai tempi i quali diventano via via più miti, più civili; non è a far tal congiura una nazione naturalmente capace di congiurare; se si facesse, sarebbe guasta probabilmente dall’antica preoccupazione di libertà cresciuta a’ dì nostri; sarebbero difficili, impossibili ad unire in essa principi e popoli, grandi e piccoli, provincie e provincie. Deh non si faccia! deh tolga la Provvidenza il funesto pensiero dalle menti, dalle fantasie italiane!