Part 6
12. Da quella nuova e pessima condizione fatta all’Italia, incomincia quel periodo troppo più lungo che un secolo, il quale è svergognato in tutte le memorie italiane sotto il nome di Seicento; periodo della dipendenza diretta più estesa, dell’indiretta più grave, della nazionalità più ridotta che sieno state mai; periodo che rimane quindi per natural conseguenza povero d’ogni operosità e virtù ispiratrice, ricco d’ozi, di vizi e di corruzioni, nelle lettere, nelle arti, negli ordini civili e nell’armi. Questa opinione del nostro _Seicento_ fu già universale, ed era non meno sana che giusta. Giusto era e sano, che un periodo di dipendenza si tenesse per periodo d’abiezione, e l’abiezione per corruzione; giusto e sano, che posto questo nostro secolo XVII col X, si vedesse che da qualunque grado di coltura e civiltà, una nazione può precipitare in dissimili ma pari abiezioni e corruzioni. Ma ora, corre un modo pessimo di storie; una ricerca di erudizioni recondite, di filosofie storiche rovesciate; una smania di negare tuttociò che il senso comune delle generazioni aveva fatto passare in certezze universali; una pretensione di trovare ed insegnare ciò che non fu mai nè insegnato nè saputo. È semplice ambizione di novità? ovvero forse applicazione lata di quel metodo storico, che incominciò colla negazione delle verità, delle tradizioni più universali e più importanti? Io non entro in intenzioni, e lascio ciascuno decidere inappellabilmente delle proprie. Ma discuto i fatti e lor importanze; ed importantissimo affermo, che si serbi la salutare infamia del _Seicento_. Invano ci si cita per redimerlo la grandezza di Galileo. Galileo fu primo, buono, grande e pratico avviatore delle scienze materiali tutte quante, in quel metodo dello sperimento, che Bacone non fece se non raccomandare quand’era già incominciato a praticarsi. E quindi è buona la rivendicazione di questa vera e grande gloria italiana; buono l’osservare la inesauribile fecondità dell’ingegno italiano, il quale, troncategli tutte l’altre vie, seppe pur trovarne a sè ed altrui una nuova e magnifica. Ma le scienze materiali hanno questa, che non so s’io chiami virtù o vizio: che elle non sono quanto l’altre, dipendenti dalle virtù, dalle condizioni nazionali; che elle possono allignare e fiorire anche in nazioni servili e corrotte; benchè poi non vi fruttifichino a lungo nemmen esse. E il vero è che la vita di Galileo è prova ella stessa della dappocaggine de’suoi contemporanei. Non è il papa, non la curia romana, contro cui si voglian rivolgere l’ire principali per le persecuzioni fatte a Galileo. La curia romana non fece forse, ella, di quella questione di scienza, una questione di teologia. Galileo, egli il primo la fece tale, con imprudenza e zelo senza dubbio molto perdonabile; ma perdonabile è pure l’imprudenza e lo zelo contrario della curia romana. Ondechè il più imperdonabile in tutto ciò fu la dappocaggine del gran duca, e degli altri protettori, e di molti amici, cioè in somma de’ contemporanei di Galileo. Ma peggio assai è quando, a redimere il _Seicento_, ci citano un Masaniello, un Bruno, un Campanella; un pescator capopopolo impazzito tra gli otto dì d’una sollevazione vilissimamente poi terminata; e due frati, nelle opere di cui si ritrovano non so quali semi di alcune idee filosofiche, che si trovano (siccome insiste nella natura umana) quasi dovunque si frughi; ma le cui opere e la cui vita furon certamente men di buoni filosofi, che di cattivi teologi, e talora di sciocchissimi astrologi. Meglio citato è Vico, filosofo nuovo e grande senza dubbio, il quale scrisse tra il finir del _Seicento_ e il principio del _Settecento_; ma l’assoluta trascuranza in che fu tenuto da’ contemporanei, prova la nullità ed abiezione prolungata fino a questi. Nè servirebbe citare un Alessandro Farnese, un Piccolomini, due Villa, Montecuccoli o il principe Eugenio; tutti insigni ed alcuni grandi guerrieri, ma guerrieri di ventura fuor di patria. Le grandezze fuor di patria dimostrano sì, che, secondo la frase d’Alfieri, la pianta uomo nasce vigorosa in Italia; ma dimostrano insieme che l’aria vi è sovente cattiva; che per allevarsi grande, la buona pianta ha talor bisogno d’essere trapiantata; e che l’arie straniere le sono talora pur troppo più amiche. Tutti questi guerrieri senza possibilità di guerreggiare per l’Italia e guerreggianti fuori, mostrano quanto fossero mutate le condizioni nostre da que’ tempi, in che almeno assoldavamo noi gli stranieri, non mandavamo a soldo altrui i nostri capitani di ventura. — Se si voglia riposar l’occhio su qualche vero resto di virtù italiana esercitata in Italia, forza è rivolgersi a quelle province che, dipendenti dalla preponderanza, erano almeno indipendenti dalla diretta signoria straniera, Roma, Venezia, il Piemonte. Ma quali indipendenze, quali virtù anche queste, se vogliamo una volta guardare e vedere? Di Roma e de’ papi dell’ultima metà del _Cinquecento_ e di tutto il _Seicento_, abbiamo da un Tedesco ed acattolico una recentissima storia, la quale descrive la magnifica resistenza fatta da que’ papi coll’aiuto di parecchi nuovi e giovani ordini religiosi, contro all’eresie giovani e forti ancor esse. E v’abbiamo pur degnamente lodati alcuni fatti civili di alcuni di que’ papi, sopra tutti di Sisto V. Ma questi furono pure i tempi di quei nipotismo menomato e più vile, che non potendo più dar province e città, dava poderi e danari; e non aveva quindi nemmen la scusa di accrescere la potenza, diminuiva solamente la ricchezza della Santa Sede[11]. E questi sono i tempi che Francia, esclusa dalla penisola, non aveva nemmen bisogno di scendere per tiranneggiare Roma, e farsi fare scusa d’aver resistito alle proprie insolenze; i tempi in cui bastava un confessor di Ludovico XIV a turbar la quiete della curia romana. — E Venezia poi era indipendente; ma come usava l’indipendenza? Contro ai Turchi. Ed era bene senza dubbio, e le imprese di Candia e di Morea possono servire di consolazione a coloro che ne voglion trovare ad ogni modo. Ma queste imprese tanto vantate furono, o di conquiste mal assicurate e in breve lasciate, o di difese lunghe, ma finite coll’abbandono; ondechè in somma elle dimostrano non altro che impotenza. La quale poi è confermata dalla sofferenza della repubblica in quella congiura, che più si spiega, più è brutta per Venezia; come la crescente e già incancherita corruzione di lei è confermata poi da tutti i particolari di quelle guerre, di quella congiura, e di tutta la storia di que’ tempi. Ora è un’altra moda, di esaltar Venezia, e dir immeritate le miserie di lei, e chiamar insulto il palesarne le cause. Ma a me pare che il peggior insulto che si possa fare ad una generazione presente, sia il crederla incapace di sentir le colpe e le corruzioni degli avi. Venezia del _Seicento_ fu corrotta un po’ più, un po’ meno, come l’altre proviuce italiane. Tanto facilmente, io stava per dire tanto giustamente, s’attacca la corruzione dalle dipendenti alle indipendenti che soffrono tal vicina. — Non è dubbio: la men corrotta come la men dipendente fra le province italiane incominciò allora ad essere il Piemonte; grazie ai principi antichi e all’armi proprie che serbò. Io non temetti poc’anzi di sfogliare una corona, la quale si suole por fra l’altre sul capo de’ reali di Savoia; non fuggii dal dir principio o conferma della servitù italiana quel trattato di Cateau-Cambresis, che fu principio o conferma della potenza di quella casa. I fatti parlano, e la verità è sola utile, e sola rispettosa; ed a quali si vorrebbe servir più, a tali si debbe, non potendo altro, far omaggio al meno di essa qual si vede da ciascuno. Emmanuele Filiberto, spoglio del suo stato da Francia, è, per il primo e sommo diritto di propria conservazione, scusabile di aver offerto, nobile e gran guerriero, i suoi servigi a Spagna; d’aver combattuta e vinta la giornata di S. Quintino, imposto il trattato di Cateau-Cambresis. Ma Emmanuel Filiberto è senza riserva ammirabile poi fin dal domani del trattato. Appoggiandosi da quel dì a Francia contro a Spagna, non puerilmente o poeticamente nemico, ma politicamente e secondo utilità or avversario or alleato d’ogni straniero, subito intese la nuova situazione di sua casa; subito ne fondò la politica; la naturale, la inevitabile, la giustissima politica di giovarsi, tra due vicini soventi prepotenti, di quello che fa meno prepotenze in ciascuna occasione; e per ciò, per poter offerire quinci un alleato, quinci un avversario valutabile, tener sull’armi unito, tranquillo e quanto può felice, il popol suo. Del resto, il maggior esempio che lasciasse Emmanuel Filiberto a’ successori fu quello di far italiana la sua potenza. Fino a lui quei principi s’eran tenuti come a cavallo dell’Alpi; egli posesi di qua, dimorò nella italianissima Torino, stanziovvi la corte e il governo, fortificolla e incamminolla a gran città, gran capitale; intendendo subito e molto bene (all’incontro di alcuni moderni) che negli stati italiani più che negli altri, la capitale è quasi tutto. Così pure chiamò letterati e incamminò lettere italiane in quella terra sua, che fu creduta gran tempo Beozia, ed era piuttosto Macedonia nostra. Nel che e nel resto fu imitato poi da ciascuno de’ successori più o men bene, secondo le capacità. Ma non è vero che questi tenessero fin d’allora, come si suol dire, le chiavi d’Italia. Le quali se avesser eglino tenute, le avrebber tenute molto male, aprendo ad ogni vegnente; e il vero è che senza Saluzzo e Monferrato essi non avevan forze da ciò, ed atteser anzi a rafforzarsi con queste nuove province in Italia, a lasciar per esse parte delle francesi, a chiuder a poco a poco quelle porte. E così in somma, continuando l’opera di Emmanuel Filiberto, e quasi soli fra gl’Italiani, guerreggiando, e soli serbando le conquiste, soli si posson dire aver serbate armi e virtù italiane, mentre gli altri pultrivano; soli essere progrediti, mentre tutti gli altri retrocedevano. E così arrivarono essi soli degnamente alle nuove occasioni. — Ed anche del _Seicento_ sarebbe utile una storia, severa. Se non che, quale storia farebbe dimenticare quella, difettosa sì ma inarrivabilmente splendida del Botta? quale poi principalmente arriverebbe alla piacevole ma terribile, immaginosa ma veritiera descrizione che ce n’ha data il Manzoni?
13. Ma diciamo una seconda volta qui al secolo XVIII, come il dicemmo all’XI: LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE MA NON MORIRE; e non possono dunque, quando sono inferme se non guarire. E così, dopo aver notata nel _Seicento_ una gran dipendenza e corruzione italiana, noi abbiamo a notar nel secolo seguente un secondo risorgimento d’indipendenza e di virtù. Il risorgimento è indubitabile; e, noto già a’ più veggenti, fu fatto chiaro e volgare dai due nostri grandi storici moderni, Botta e Colletta. Ai quali rimandando per li fatti, basterà a noi fermarci alle cause principali. — E la prima fu la medesima che quella di sette secoli addietro: la incorruttibilità cristiana. Ma questa operando sempre, opera con mirabile ed inesauribile varietà, secondo i tempi. Nel secolo XI, corrotta la intiera cristianità, non poteva essere se non la chiesa stessa, il fonte dell’incorruttibilità che risanasse il resto; ed ella risanò prima la nazione circondante il centro suo, la italiana. Ma progrediti i tempi, le corruzioni generali diventarono e rimangono impossibili quanto le barbarie; e ad ogni modo fino ad ora non se ne rividero più. Quando l’Italia, che aveva tenuto il lungo primato, ma che non l’aveva stabilito sulla compiuta indipendenza, lo perdette poi colla corruzione, il primato passò di mano in mano all’altre nazioni cristiane. Ebbelo prima, dopo l’Italia, la penisola iberica, operosa e virtuosa in navigazioni, conquiste, missioni, diffusioni, arti e lettere lungo tutto il secolo XVI e parte del XVII. E vuolsi egli vedere come fa a passare il primato? Italiano era stato Marco Polo scopritore e descrittore dell’ultimo oriente; italiano tutto quello studio di questo, italiano quel disegno di giungervi da occidente, che furono così bene illustrati dall’Humboldt; italiano Colombo, che adempiè il disegno; italiano Amerigo, che gli diè nome. Ma memorie, studii ed uomini proprii furon negletti dall’Italia non più operosa; e così tutto il frutto ne passò a Spagna operosa, e questo frutto trasse seco il primato. E corrottasi Spagna rapidamente fra i rapidi trionfi, il primato passò poi a Francia. Se non che questo passare i primati dall’una all’altra nazione cristiana, ci pare fatto così importante a ciascuna (ed alla nostra principalmente, dopo quello che chiameremmo il magnifico error del Gioberti) che trattandone espressamente altrove, noi il lasciamo qui non più che accennato. — Ad ogni modo, al finir del _Seicento_, al principio del secolo XVIII l’Italia giaceva in condizioni inferiori a quelle di una o due, o quasi tutte le nazioni cristiane. Un caso, una fortuna (uno di que’ fatti che più indipendenti dalle cause umane, sono, anche dagli uomini men credenti, attribuiti alle superiori, e detti così provvidenziali) il finir della schiatta austriaca spagnuola, rimescolò le nazioni cristiane, e le ricondusse, siami lecito dire felicemente per questa volta, in Italia. Una sola provincia, un solo principe si trovò pronto alla occasione; e tanto bastò a determinare un risorgimento d’indipendenza, e quindi di operosità, di civiltà, di colture, di virtù italiane. Aprissi nel 1700 la successione di Spagna; un buon terzo d’Italia trovavasi, quasi podere, compreso in essa; gli abitatori del podere non si mossero, non s’aiutarono; fu naturale, eran sudditi stranieri da cencinquant’anni. Ma un principe italiano, Vittorio Amadeo II di Savoia, pretendeva parte pur egli a quel retaggio; e se la fece dare, tra per l’operosità e virtù propria, e quella del parente, il principe Eugenio, e quella serbata da’ suoi maggiori a’ suoi popoli (tanto quest’arte di serbar l’operosità de’ popoli è arte utile ai principi); e così n’uscì col titolo e la realità di re, e con Sicilia aggiunta al suo stato più che mai italiano; e così rimase scemata di tanto la parte straniera. — Ciò fin dalla pace di Utrecht nel 1714. E rimanevano province tedesche il resto del Regno e Milano, e spagnuola Sardegna. Ma in breve, surte due altre occasioni simili, le due successioni di Polonia e della casa d’Austria tedesca, e rimescolatasi similmente due volte la Cristianità primachè il secolo fosse a mezzo, si concentrò e s’accrebbe di nuovo lo stato Italiano di Piemonte lasciando Sicilia per Sardegna, ed acquistando a brano a brano buona parte di Lombardia; e il regno di Napoli e Sicilia finalmente restaurato passò a un ramo di casa di Francia, che diventò prontamente italiano; e passò Parma a un altro simile; e Toscana a un ramo della nuova casa austriaca, che pur diventò italianissimo. E così accresciuti, rinnovati quasi tutti i principati italiani, non rimase straniera se non Milano con una striscia di Lombardia. E allora di nuovo si toccò in altro modo all’indipendenza compiuta; la seconda metà del secolo XVIII somigliò alla seconda metà del XV; con questo vantaggio di più, che nel primo l’Italia era sul retrocedere, in questo era tutta sul progredire. — Nè furon soli a venirci così di fuori i risorgimenti civili. Io scongiuro gli scandali; e noto subito che questo era in quasi tutta Europa il tempo di una perdutissima filosofia; ma era pur il tempo di progressi incontrastabili in molte arti, ne’ commerci, in tutte le scienze materiali, in molte civili. E l’Italia ebbe allora il gran senno di prendere molto di questi, e poco di quella; prese il buono e lasciò il cattivo degli stranieri; seguì quell’esempio de’ propri maggiori, i Romani, che è più di niun altro degno di tramandarsi a’ nepoti. Ed io pur m’affretto a spiegare, per coloro che contro ai fatti generali più chiari hanno il vizio d’addurre le eccezioni particolari, non mai mancanti, che qualche male fu preso, qualche bene lasciato senza dubbio. Ma in somma, questi furono i tempi in Napoli di Carlo Borbone, in Firenze di Leopoldo, in Milano del conte di Firmian, ed in Piemonte di Vittorio Amedeo II e Carlo Emmanuele III; i tempi che il Piemonte fatto entrare da Emmanuel Filiberto nella politica, entrò finalmente pure nella coltura d’Italia, e v’entrò coi due gran nomi di Lagrangia e d’Alfieri. I miei leggitori hanno già potuto vedere che io non do importanza ai fatti letterarii sopra quelli di civiltà o di virtù nazionale; ma questo dell’essere entrata una gran parte d’Italia nella comunanza de’ pensieri italiani mi sembra fatto più che letterario, e che fu e può essere fecondo di civiltà e virtù. Quelle rinnovazioni che accennammo venir naturalmente dall’una all’altra nazione cristiana, sono forse anche più facili e più felici dall’una all’altra provincia d’una medesima nazione. E così (aggiugnendosi al Parini, il grande derisore dell’effeminatezze ereditate dal _Seicento_) il piemontese Alfieri fu il gran rinnovatore di virilità nelle lettere, e per le lettere nell’opinioni italiane. E così gli ozi e vizi scemati, le operosità e virtù cresciute corrispondevano alla cresciuta, alla quasi compiuta indipendenza.
14. Ma qui si vede più che mai, che non è fatto nulla finchè questa non è compiuta. Fu veduta da’ nostri padri, e udita da noi tutti in quegli anni di puerizia o gioventù le cui impressioni non si cancellano per prolungar di vita ne’ superstiti, e fu tramandata ai posteri dal Botta e dal Colletta, la trista ma utile storia degli errori, delle impotenze italiane in quella ultima e grande occasione. — Francia anch’essa aveva avuta dopo il suo primato la sua corruzione, il suo _Seicento_; dopo il secolo XVII e Ludovico XIV, il secolo XVIII e Ludovico XV. La corruzione francese fu diversa dalla nostra, secondo la diversità dei tempi e delle nazioni; fu minore nelle condizioni politiche e civili, uguale forse nei vizi, molto minore in lettere, molto maggiore in teorie e filosofie; ma in somma fu pur grande corruzione. E scoppiata in sovvertimento della intiera nazione, minacciò sovvertire l’altre cristiane. Sollevaronsi quasi tutte queste contra Francia, Francia contra esse; e ne seguirono invasioni di qua, invasioni di là, tentativi di repubbliche, tentativi di monarchia universale; ma all’ultimo (tal è la virtù intima, la vitalità della Cristianità) ne risultarono il fine di quell’impostura, durata 1005 anni, dell’Imperio romano, Francia tornata ne’suoi limiti e riordinata sotto alla sua schiatta regia, Germania meglio ordinata, Spagna diminuita, ma ridestata, le colonie spagnuole salite a indipendenza; salita Inghilterra a quella grandezza che veggiamo; la Cristianità, a malgrado i difetti di quell’ordinamento, più che mai costituita addentro, più che mai trionfante fuori a tutti i limiti suoi. — Ma l’Italia? Non facciamo su di essa ipotesi retrospettive, non perdiamoci in rincrescimenti troppo discosti dal fatto; non cerchiamo qual parte avrebbe potuta prendere alle pugne od ai profitti, se ella si fosse trovata indipendente e confederata. Ma abbandoniamoci pure al rincrescimento, che potrebbe esser utile un dì: ch’ella non siasi trovata pronta alla grande e nuova occasione di compiere quel poco che le mancava d’indipendenza; che quel risorgimento durato già da quasi un secolo non fosse giunto a tanto da riunir tutte le opinioni, tutti gli animi in questo solo pensiero. Pur troppo quel risorgimento d’origine straniera aveva coi beni incontrastabili portati seco alcuni mali che divisero la nazione. E poi tutte quelle case di principi straniere, già allora italiane nuove, non erano ancora tanto progredite in nazionalità da sentire od ispirar fiducia, non erano italianizzate abbastanza. Ma soprattutto ed al solito, il gran danno fu lo straniero, dico lo straniero piccolo allora dentro Italia, ma sproporzionatamente grande fuori; e che entrato quindi con tal superiorità a trattare e difendere gli interessi italiani, li fece diventar in breve tutto suoi. Così avvenne che quella pugna durata 25 anni in Italia non fu un momento mai pugna italiana, ma solamente tra lo straniero stanziato e l’invasore, tra Austria e Francia. Noi ricordiamo ancora quegli anni in che non era nulla così odiato da Austriaci o Francesi e talora (vergogna!) da Italiani, nulla così sospetto, o perseguitato, o proibito, come l’interesse, come il nome stesso d’Italia. Non poteva venir bene ad una nazione così mal progredita per anco, così male apparecchiata. — E di fatti Piemonte, assalito primo, gridò, chiamò confederazione, ma invano. Napoli mandò due reggimenti di cavalli, e credette aver mandato degno aiuto. Austria sì mandò; ma altro che aiuto! un esercito d’occupazione. E tra l’armi proprie e il mal aiuto, Piemonte si difese pur bene tre anni; ma poi tra l’uno e l’altro passò Bonaparte battendo di qua, battendo di là, che non avrebbe battuto forse (come disse pochi anni dopo un suo intrinseco a un ambasciadore piemontese a Parigi) se avesse avuto dinanzi solamente o gli uni o gli altri; o piuttosto, direi io, se avesse avuti solamente Italiani, soli interessati vivamente a non lasciar passare. Ma aperta allora la penisola, fu corsa poi a vicenda da Francesi, Austriaci, Tedeschi di ogni sorta, Ungheri, Slavi, Inglesi e fin Turchi per 18 anni; provate repubbliche, provato un regno d’Italia, provate divisioni nuove in lungo ed in largo, sollevate parti nuove, parte francese, parte austriaca, parte regia, parte popolare, parte di chiesa, parte filosofica, tutte le parti, salvo parte italiana; un _Cinquecento_ novello, meno l’eleganza, le lettere e le arti. E i risultati ultimi e sommari furono: cessato il grande incomodo dell’Impero romano, grandissima fortuna! cessate le decrepite aristocrazie di Genova e Venezia, pochissimo danno! Genova riunita a Piemonte in uno stato irrevocabilmente italiano, gran fortuna anche questa, che sarà ogni dì più sentita! Lucca ed altri territori minori riuniti ai principati maggiori, fortune simili. Ma Venezia riunita a Lombardia in provincia straniera, più ampia, più compatta, più fortemente tenuta; innegabile ed incompensato peggioramento delle condizioni italiane.