Part 33
[36] Dell’idee di libertà qui esposte io ebbi a soffrire due critiche, secondo al solito contrarie, dalle due parti opposte. — Dall’una fui biasimato d’aver presentate tali idee, quasi elle sieno pericolose a que’ principi italiani ch’io pur desidero aiutare, quasi ridestanti que’ turbamenti ch’io pur desidero tor di mezzo, quasi almeno riscaldanti (per servirmi d’una frase udita) i giovani e gli inesperti. Ma io rispondo in poche parole, che i giovani e gl’inesperti trovano ed assorbiscono tali idee, a malgrado tutte le censure e le proibizioni, in ben altri libri che il mio; e ve le trovano ben altrimenti promosse ed esagerate; onde tanto è, od anzi è bene, che le trovino pur una volta moderate dalle due riserve da me fatte, del _sottoporre ogni speranza di libertà a quella d’indipendenza_, e perciò di _lasciar gli adempimenti di libertà a giudicio de’ principi_. — Ed appunto di queste due riserve io fui biasimato dall’altra parte. Ma quanto alla prima sarebbe vano volerla difendere ulteriormente qui: perciocchè ella è principio, corpo e fine di tutto il libro mio, e proposta fin dal titolo nell’epigrafe; e da chi non l’ammetta io m’era già separato implicitamente fin dal primo paragrafo del primo capitolo della prima edizione, e mi separai in questa poi anche più chiaramente nella nota al § 3, capo 3; e mi separo soprabbondantemente e per sempre qui. — Resta dunque ch’io difenda ulteriormente la sola riserva seconda, contro a coloro che, posponendo meco la libertà all’indipendenza, pensano pur meco che la libertà può condurre all’indipendenza; ma diversamente da me pensano, che ella dovrebbesi o potrebbesi procacciare anche a malgrado de’ principi. Ed a questi consenzienti meco nel gran principio, a questi non più divisi nello scopo, ma solamente sui mezzi delle buone speranze italiane, io mi rivolgo, non senza fiducia, per supplicarli di ben considerare: 1.º Che la libertà così acquistata servirebbe male all’impresa d’indipendenza; perchè lascerebbe semi, anzi frutti di divisione tra principi e popoli; lascerebbe quelle gravi e lunghe diffidenze reciproche, quelle contese che sono consuete in ogni libertà nuova ed acquistata per forza; lascerebbe preoccupazioni di cose presenti, immediate, appassionanti, le quali farebbero posporre o dimenticare l’impresa d’indipendenza, e ne scemerebber l’impeto e la forza, se pur si facesse; — 2.º poi e principalmente, che ora, qui, non si tratta di libertà acquistate, ma tutt’al più acquistabili; non di divisioni che rimarrebbero dopo l’acquisto fatto per forza, ma di quelle molto maggiori che sorgerebbero immanchevolmente e per natura stessa di tal acquisto per forza. Perciocchè qui sta il punto, tutto il punto di difficoltà: i cospiratori, le società segrete, considerano sempre i lor disegni come «cosa fatta che capo ha»; non considerano che prima d’esser cosa fatta e d’aver capo o realità, ei s’ha a passare per tutti i pericoli, non dico i personali, ma della patria, a cui non è forse lecito a nessuno, non è certamente a chi non vi ha ufficio, esporre la patria, quando ella ha per le mani il gran dovere a compiere dell’indipendenza. — Insomma io ridico ai principi: Deh pensate e provvedete voi a quella libertà che, data, sarebbe forse strumento massimo; io dico ai popoli: Non isprecate pensieri, e meno fatti, in quella libertà che, presa, e peggio nel prendersi da voi, sarebbe impedimento massimo all’indipendenza. Ed io rigrido pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[37] Anche di questa _letteratura esterna_, che è specialità italiana già antica, ma più che mai splendida a’ nostri dì, io intendevo fare un’appendice. Ma è materia così ricca, che non ho tempo a colorire il mio disegno nella presente edizione. Suppliscano pochi cenni. — Più largo e magnifico assunto sarebbe una _Storia degl’Italiani fuor d’Italia_. Oltre ai crociati e ai missionari, che abbiam comuni coll’altre nazioni, niuna diede agli stranieri un così grande scopritore di terre incognite come Colombo; niuna poi tanti capitani e ministri quanti furono gl’Italiani. Ma quest’assunto così allargato servirebbe più alla gloria passata, che all’utilità presente della patria nostra. Non c’inganniamo: lo spirito di nazionalità s’è destato e ingelosito presso a tutte le nazioni, e più nelle più libere, in tal modo che sono e saranno ogni dì più rari gli esempi de’ grandi capitani o grandi uomini di stato stranieri in qualunque nazione. Io vorrei che fossero molti Italiani così giunti a potenza presso agli stranieri; perchè io non dubito che essi volgerebbero sempre quella potenza a pro della patria, e che al gran dì imiterebbero l’esempio di quel Capo-d’Istria, il quale non solamente la rivolse così, ma l’abbandonò poi per andar a combattere sulla breccia aperta nel suo paese. Ma il ripeto, i tempi son mutati e si mutano; e queste imitazioni si fanno impossibili. — E tutto all’incontro è poi delle colture. Queste tendono ad accomunarsi in tutta la cristianità; ondechè di qualunque paese sia un grande scrittore di scienze o lettere, od un grande artista, egli è facilmente adottato dovunque; ed entrando nella coltura straniera, non esce dalla nazionale sua, e potendo fuori, continua a potere in patria. Quindi (anche lasciando l’arti, e restringendo il tema alle lettere ed alle scienze, che si posson comprendere sotto il nome di Letteratura) un trattato storico e pratico della Letteratura italiana esterna sarebbe tema ricco non solamente di esempi antichi, ma di applicazioni presenti e future. — Potrebbe la parte storica incominciare fin dal primo risorger delle lettere, da Carlomagno; e con quel Paolo Diacono, Longobardo prigione in corte di lui, il quale scrisse forse colà quella storia che è unico monumento di fatti di sua nazione. E s’interrompe od oscura per vero dire la letteratura italiana esterna, come l’interna, come tutte l’altre, verso il fine del secolo IX e lungo tutto il X. Ma risorge di nuovo colla letteratura italiana interna e coll’universale verso la metà del secolo XI; e, come queste, così quella non cessa più di allora in poi. Nell’ultima metà del secolo XI e nel XII, studiarono, od insegnarono, o scrissero, o in somma fiorirono più o meno, fuor d’Italia, Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, S. Anselmo d’Aosta. Nel secolo XIII S. Tommaso e S. Bonaventura. Nel secolo XIV Dante e Boccaccio per poco tempo, Petrarca per quasi tutta la vita sua. Nel XV Cristina del Pisano, il Poggio e parecchi minori. Nel XVI Amerigo, Davila, Alciato. Nel XVII Montecuccoli, Marino, e quelli che furono per vero dire oscuri a’ tempi loro, e si risuscitano ora a troppo onore, ma che insomma furono scrittori italiani esterni, i Socini, Diodati, Telesio, Radicati, Olimpio Morata, Celio Secondo Curione ed altri tali. Ma sorge a vero splendore la letteratura italiana esterna nel secolo XVIII, e vi si potrebbe noverare forse Alfieri, e si debbono certamente Lagrangia, Denina, Baretti, l’ab. Guasco, Algarotti, Metastasio, Galliani, Goldoni, per non iscendere a Casanova e Cagliostro. E continua poi incontrastabilmente e s’accresce quello splendore nel secolo nostro per opera di Botta, Foscolo e Pecchio, e de’ viventi Amari, Arrivabene, Berchet, Calleri, Collegno, Ferraris, Gioberti, Gorresio, Libri, Mamiani, Rossetti, Rossi, Ugoni, e d’alcuni altri, a cui si potrebbero aggiugner coloro che come Colletta, scrissero addentro, ma furono pubblicati fuori. E certo di tali scrittori e loro opere consta una letteratura _sui generis_, qual non è posseduta da niuna altra nazione antica e moderna. — E quindi, lasciando la storia e i vanti, e venendo all’utile presente e futuro, quindi sorge una speranza, e se non si guasti, io direi una delle maggiori speranze nostre. Che non potranno tutti questi Italiani scriventi di fuori, se sapientemente e virtuosamente studiando quegli esempi antichi, sappiano ben discernere quelli da imitare e quelli da fuggire; se, smentendo ciò che ne disse Machiavello, vogliano o sappiano, quantunque di fuori, conoscere lor paese qual è, qual mutossi dopo ch’essi lo lasciarono; se, ricordando gli amori, dimenticando gli odii lasciati in patria, uniti essi tra sè, uniti co’ fratelli rimasti addentro, si faccian centro d’una opinione italiana libera e moderata, forte e costante? E non pochi sono de’ nominati e non nominati che adempiono, a lor possa, siffatti uffici verso la patria. Ma non sarebber forse possibili più unioni, più aiuti, più tolleranze reciproche? E quindi più operosità comune, più efficacia? E ciò che poterono altri nobili fuorusciti, i Polacchi sopratutti, convenire in pubblicazioni periodiche, alzar cattedre di lettere e storie nazionali, non sarebbe egli possibile a quella famiglia di fuorusciti italiani la cui nobiltà supera in antichità e gloria tutte l’altre simili senza dubbio? — Ma io mi fermo per forza. E lasciando e pregando si lascin sospetti, io rivolgo verso colà pure, e per quanto io possa valere, il grido mio, il grido antico: pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[38] Io non m’ingannai prevedendo l’accusa e rispondendovi preventivamente. In un articolo della _Revue des deux mondes_ 1.r _juillet_ 1844, _p._ 133, dopo aver lodata tutta la parte del libro mio che annulla speranze, lo scrittore prosegue: _Jusque là tout va bien, et M.r Balbo a raison; mais lorsque, après avoir fait table rase des idées des autres, il produit les siennes, le publiciste sensé cède sa place à l’utopiste. L’A. des Esp. d’It. base_ TOUS _ses plans sur_ UNE _éventualité_ (lo scrittore s’inganna qui su quanto dissi in parecchi luoghi); _il prévoit la chûte de l’empire Ottoman, il le_ DÉPÈCE _à sa guise_ (s’inganna di nuovo), _et donnant le Danube à l’Autriche, il lui enlève le Pô avec le_ CONSENTEMENT (s’inganna più che mai) _de toutes les puissances Européennes. Cela fait, M.r B. prend la Lombardie dans sa main; il l’offre à la Savoie, et voilà un royaume Lombardo-Ligurien_ (concedo, ricusando solamente il merito d’invenzione, la quale è antica). _Mais quand les Russes seront-ils à Costantinople?_ (Questa è grossa! È l’opposto di tutte le mie speranze italiane, cristiane, universali. Lo scrittore sembra non aver letto il mio libro). _C’est le secret de l’avenir. M.r B. ne le connoit pas; il conseille seulement aux Italiens de se tenir prêts à tout événement_ (e n’indico a mia possa i modi); _quoiqu’il soit possible que l’heure attendue ne sonne que pour les générations futures. Cela n’est guère encourageant_ (la realità non è tale pur troppo per noi; ma è molto meno, lodar i capitoli che tolgono speranze, e pronunciar utopia tutti quelli che ne accennano, senza accennarne niun’altra poi; onde verrebbe la conchiusione che non v’è speranza): _et en conscience, le livre da M.r B. au lieu de s’appeller Des Espérances, devrait s’appeller De la résignation de l’Italie_. — In coscienza la rassegnazion del «progredir alacri a tutto ciò che si può e si deve virtuosamente mutare», è rassegnazione che chicchessia può confessar senza vergogna, ed io la confesso.
Del resto vedi nel medesimo fascicolo ciò che è molto ben detto di quella ch’io chiamai solamente l’eventualità più promettitrice. _Si l’Espagne avait conservé quelque chose de son génie primitif, si l’anarchie qui la dévore n’avait arrêté chez elle ce mouvement d’expansion qui fit sa gloire en d’autres temps, elle aurait à remplir au Maroc une oeuvre analogue à celle que nous exécutons si laborieusement en Algérie. Dans cette dissolution universelle du monde musulman, qui frappe aujourd’hui tous les yeux, sa part et sa mission sont indiquées et la force des choses l’amenera à s’y devouer, lorsqu’elle sera rentrée au nombre des nations régulièrement constituées, et dès qu’elle aura pris possession de son avenir_ (_ibi_, p. 146). Questo è quasi _verbatim_ ciò che io dissi dell’avenir d’Italia; è la miglior risposta ch’io possa fare all’accusa di utopia. — Ma come si fa egli che quella _Revue_ così ben informata e grave sulle cose di Spagna (vedi varii articoli dei signori Lavergne e Durieu), sia poi così sovente diversa sulle cose d’Italia?
Nota della seconda edizione.
[39] Vedi per l’antichità dell’ago calamitato risalente a 2,000 anni avanti G. C., l’ultima opera dell’Humboldt sull’Asia; e per la chimica la storia di quella scienza del Dumas; e per le matematiche quella del Libri.
[40] Vedi la vita dell’ultimo nella raccolta del Lardner.
[41] Una nuova opera è uscita alla luce sulle Indie Inglesi, la quale come in lingua francese sarà probabilmente letta in Italia molto più che non le numerosissime inglesi sul medesimo assunto: _L’Inde Anglaise par le C. Edouard de Warren. Paris_, 1844, 2 vol. _in_-8. Ed a difetto di quelle, io conforterei i miei compatrioti a leggere questa; io vorrei portar in qualunque modo la loro attenzione all’Oriente. Ma mi si conceda notare: che quanto è cristiano, liberale, generoso in quest’opera francese, fu già più o men bene detto da parecchi Inglesi, principalmente dai Whigs della _Edimburg Review_; e che il progetto militare di conquista russa, il quale termina l’opera, mi pare uno de’ più strani e più incredibili frutti di quel pregiudizio anti-inglese risorto pur troppo e non cessato in Francia dal 1840 in qua. Del resto i leggitori vi troverebbono numerose conferme di fatti da me allegati: la assoluta incapacità delle missioni protestanti; la capacità piccola ora, ma che crescerebbe se non fosse compressa, delle missioni cattoliche; la diminuzione forse inevitabile delle schiatte native, etc., etc.
Nota della seconda edizione.
[42] Io trovo a questo mio calcolo storico una così notevole conferma in uno scrittore protestante, che non so trattenermi dal notarla. _In fifty years from the day in which Luther publicly renounced communion with the Church of Rome, and burned the bull of Leo before the gates of Witemberg, Protestantism attained its highest ascendancy — an ascendancy, which soon lost, and which it never regained_. — Macaulay’s Essays Paris, Baudry, 1845, p. 405. — E vedi poi, pp. 415 e 250, la conferma delle molte speranze cattoliche, delle nulle protestanti.
[43] Mi par notevole questo fatto: non vi fu forse fra’ protestanti niun grande storico zelante protestante; all’incontro, parecchi storici protestanti si fecero cattolici: W. Schlegel, Stolberg, ed ultimamente Hurter, etc.
[44] Vedasi _Situation politique et littéraire de l’Espagne_ nella _Revue des deux Mondes_, 15 _juin_ 1844; ed un articolo di poco anteriore sulla poesia spagnuola moderna.
[45] Io stesso, in non so quale degli scritti miei, caddi in questa prima proposizione; la quale, ripensando, or dichiaro erronea ed antistorica.
[46] Vedi _Letture popolari_. Torino, 12 dicembre 1840. — La Nourrais et Bères: _L’association des Douanes Allemandes, son passé, son avenir_. Paris, 1841. — Petitti: _Considerazioni sulla Lega Doganale Germanica_, nel Giornale Agrario Toscano, n.º 61, A. II.º, Unione Italiana. — Petitti: _Delle associazioni Doganali fra varii stati_; letto all’Accademia de’ Georgofili in dicembre 1841. Firenze, 1842, § II.º, Unione Italica. — _Allgemeine Zeitung_, 23 april, 2 junius 1842. — _Annali universali di statistica_; marzo e novembre 1843, articoli di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di Gaetano Recolci. — Portula, _Dizionario di diritto e di economia commerciale_.
[47] Desidero andar incontro alle false applicazioni che si facessero de’ principii, ch’io son costretto a porre troppo brevemente talora. Non vorrei, s’applicasse quant’è sopra, contro alle strade di ferro. Queste sono agevolamenti di comunicazione come le leghe doganali; ma non portan seco (quando anche si facciano tra i principati italiani e la provincia straniera) i due pericoli di quelle; non l’economico, nè il politico. — Non l’economico, perchè non ci farebbero entrare nelle strettezze del sistema austriaco; non il politico, perchè non le darebbero preponderanze, ci lascerebbero nella condizione relativa presente; o se mai, darebbero preponderanza a noi, complesso di principati, preponderanti in territorio e popolazione. Le comunicazioni agevolate che non portan seco danno speciale, anderanno sempre a pro della nazionalità italiana. — E così abbiansi i nostri voti e la nostra gratitudine quanti principi e ministri e capitalisti promovano o promoveranno queste imprese veramente nazionali. Così veggiamo la penisola solcata in lungo ed in largo da quante _linee_ sieno o si faccian possibili nello stato presente o futuro della scienza; così prima d’ogni altre noi veggiamo riunite Genova e Torino, e quella diventar porto di questa, e questa quasi avanzarsi di tanto nella penisola; e pur riunite Torino, Milano e Venezia, e Torino, Parma, Modena e la Romagna! E così Firenze e Livorno; Firenze, Roma, Napoli e al di là; e riuniti se sia possibile in uno o più luoghi i due mari italiani! Tutte e qualunque di queste riunioni materiali, aiuterebbero a quelle intellettuali e morali; le quali ne riprodurrebbero a vicenda altre nuove materiali. — Ma mi si conceda aggiugnere, non è forse paese in Europa, dove il commercio presente possa meno supplire esso solo a tali opere; dove queste abbiano più necessità dell’intervenzioni de’ principi; e dove questi poi sieno per trarne più profitto diretto ed indiretto. Negli altri paesi le strade ferrate sono strumenti necessari alle prosperità commerciali esistenti; in Italia elle sono strumenti necessari a far risorgere tal prosperità, e sarebbero di soprapiù strumenti politici a tutte le buone riunioni. Non può rimaner dubbio a chi v’attenda: parecchi principati italiani sono, a cui l’uno od anche il due o il tre per cento perduto in apparenza, sarebbero cento ed anche dugento o mille riguadagnati od in contanti, od in potenza.
Nota della seconda edizione.
[48] Io non conosco se non un’operetta stampata a Livorno su quest’assunto, pur così importante, degli interessi italiani nel commercio orientale. Tanto più ragione di lodarla; e confortare l’autore a migliorarla ed estenderla.
Nota della seconda edizione.
[49]
Torino, 19 febbraio 1845.
_Signore_,
Nella corrispondenza estera della vostra Rivista (gennaio 1845, p. 526) io trovo sul mio libro _Delle Speranze d’Italia_ le seguenti parole: «La prima circostanza da osservare rispetto alla pubblicazione del libro del signor Balbo è che _esso non è proibito nei dominii del re di Sardegna_.» — Lo scrittore fu mal informato. Il libro _Delle Speranze_ fu e rimane proibito qui fino a questo punto, che non si vende pubblicamente, non s’annunzia, non si dà se non a chi ne fa richiesta per iscritto, o come si dice qui _sotto cautela_. In una parola, il mio libro si tollera qui, come i fatti stessi recati dal vostro corrispondente provano che è o fu tollerato in Toscana; come fu ivi tollerato il libro del Niccolini. E come questi colà, così io pure son lasciato vivere tranquillo qui.
Tutti coloro che conoscono la mia posizione sociale, ed, oso dire, il mio carattere personale, sanno ch’io non son guari uomo a cui si comandi od ispiri un libro. E tuttavia se un principe italiano avesse comandato un tal libro com’è il mio, io l’avrei scritto molto volentieri; ma avrei professato di così scriverlo; e parecchi milioni d’italiani si sarebbero, credo, rallegrati che un principe italiano avesse così professato egli stesso, voler preparare il giorno dell’indipendenza, e nel modo da me accennato, camminando nelle vie del progresso universale, e camminandovi sempre all’innanzi dello straniero, e non temendo camminarvi fino alla politica libertà. Ma pur troppo non fu così; il mio libro non fu nè comandato nè ispirato, ma solamente tollerato. — Bensì, il mio è il primo libro di politica seria e presente che dal 1814 in qua siasi scritto sul suolo d’Italia, da uno scrittore continuante a vivervi. Ed io non so se ciò torni a qualche lode per lo scrittore tollerato, ma certo torna a quella del principe tolleratore.
Del resto nel mio libro io non proposi all’Italia nè quello nè nessun altro principe a «Capitano delle Speranze di Lei». Nè, io o niuno scrittore per quanto maggiore di me, avremmo tale autorità. Sola l’opinione universale potrebbe far tal proposizione o dichiarazione; e le farà, io non ne dubito, a gloria immortale di qualsivoglia de’ nostri principi s’avanzi mai primo ed arditamente sulle vie ch’io accennai, ma che tutti veggono. — Ma io anderò qui più in là che nel mio libro; io confesso desiderare, che tal sia, tal s’avanzi oltre agli altri il mio principe; e perchè egli è principe mio, e perchè egli è meglio collocato a ciò che nessun altro. Ed a compiere tal desiderio, io verserei volentieri, non che le mie povere e talor male interpretate parole, ma tutto il sangue mio, ma tutto quello de’ sei figliuoli miei.
Signore, il mio libro, di cui a mal grado le difficoltà di su e di giù, sono sparsi ormai presso a 3000 esemplari in Italia, non potè essere nè criticato nè menzionato ne’ giornali italiani. Al di fuori, parecchi miei compatrioti colà viventi mi assalirono vivamente, men per ciò che io dissi, che per ciò che io non dissi, ed anche per ciò ch’io dissi tutt’all’opposto. Io ringrazio delle prime critiche; la franca e leal discussione è utile alla patria nostra; e fu uno de’ miei scopi eccitarla. Alle altre avrei forse risposto già, per farne apparir le inesattezze, ne’ medesimi giornali; se non fosse che alcuni di questi non ne valevan la pena, ed altri hanno il mal uso di non accettar discussione sugli articoli da essi inseriti. Ma la vostra rivista è grave ed importante in tutta Europa; e gli usi e l’onor britannico mi fanno sperare che non vorrete ricusare questa mia risposta, la quale non può trovare luogo in nessuna pubblicazione della mia patria.
E con tal fiducia ho l’onore di protestarmi
Vostro obbligatissimo servitore
C.e CESARE BALBO.
La presente risposta fu inserita nel fascicolo immediato (aprile 1845) di _Quarterly Review_.
[50] Del resto: «On a beau dérober les principes que j’ai établis, en ayant l’air de les combattre: tous les faux semblants ne servent de rien; suivre des règles posées par un autre, jusqu’à les compromettre par une application outrée, ce n’est point les inventer» (Cousin, _Des Pensées de Pascal_. Paris, 1844, p. 11).