Delle speranze d'Italia

Part 32

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[8] Ultimamente, mentre io scriveva così d’Arnaldo, uno dei primi ingegni d’Italia pubblicava una tragedia con documenti, nella quale ei tentava ridestar interesse per quel capo-popolo romano. Forse l’interesse sarebbe riuscito più poetico, se si fosse fatto il protagonista vittima solamente dell’accordo tra un principe italiano e lo straniero; senza rifarlo eretico nella tragedia, dopo averlo difeso dall’eresia nella vita preposta. Ma questo stesso interesse poetico sarebbe egli stato storico? Certo i documenti allegati (e notissimi) confermano che Arnaldo fu sollevator de’popolani romani contra il papa, al momento che popolo e papa avrebber dovuto riunirsi co’ Lombardi alla difesa dell’indipendenza; che Arnaldo fu causa o almen occasione (non iscusa) al papa di riunirsi all’imperatore; che fu dunque disturbator di quella difesa, e ritardatore di quanto fu fatto pochi anni appresso da’ Lombardi con un altro papa. Senza Arnaldo la immortal confederazione di Pontida sarebbesi forse fatta, la vittoria ultima di Legnano sarebbesi conseguita parecchi anni prima e meglio; la gloriosissima guerra lombarda sarebbe stata più grossa e più corta, più gloriosa, più italiana, più efficace. Non basta recar documenti, bisogna interpretarli; i documenti non sono storia per sè; la storia, come ogni scienza, è interpretazione de’ fatti. — La quale poi pur troppo si può fare, con sincerità ed eguale amor patrio, diversamente; ondechè parmi a lasciare quell’accusa di _moda straniera_, d’imitazione da’ Francesi e Tedeschi, che l’autore fa a noi, dissenzienti da lui. Noi potremmo ribatter l’accusa, e dire che, se noi seguiamo la moda straniera del secolo presente, egli segue la moda straniera ed invecchiata del secolo scorso; che un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, ed altri forse hanno fatta italiana la moda nostra da un vent’anni, cioè prima che fosse straniera; che gli scritti di tutti questi (e spero anche questo mio) palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie; e che del resto straniera più d’ogni altra, e straniera volgare, è la moda d’accusarsi di stranierume tra dissenzienti sulle cose patrie. Gli alti ingegni in tutti i tempi, di tutti i paesi, e gl’Italiani principalmente, fecero proprio sempre quanto trovaron buono fuori di patria; e gl’ingegni buoni dissenzienti van pur gridando: «pace, pace, pace». E noi teniamo fra’ più degni d’accettare e ribatter tal grido l’illustre autore dell’Arnaldo.

[9] Ho introdotta qui nel testo una giusta correzione fattami dal mio traduttore in francese (_Paris, Didot_, 1844). E da una statistica del 1839 da lui recata (_ivi_, p. 92), e da altri dati più recenti partecipatimi gentilmente da uno scrittore italiano di queste cose, traggo poi il seguente specchio approssimativo della popolazione di varii stati italiani, nel quale trascuro (come mi par si debba) le cinque ultime cifre, e così le poche migliaia d’abitanti di Monaco e San Marino; ed ometto le popolazioni italiane della Corsica, della Svizzera, del Tirolo, delle provincie Illiriche, e delle Isole Jonie.

_Principati italiani._

Regno delle Due Sicilie 8,000,000 Regno di Casa Savoia 5,000,000 Stati del papa 2,700,000 Toscana, compresa Lucca 1,700,000 Parma 500,000 Modena 400,000 —————————— Totale 18,300,000

_Provincia straniera._

Regno Lombardo Veneto 4,700,000 —————————— Totale generale 23,000,000

Nota della seconda edizione.

[10] _Del Primato_, ec., t. II, p. 337.

[11] Vedasi la storia scritta dal cardinal Pallavicini, e recentemente pubblicata, di papa Alessandro VII.

[12] Io mi sono udito e veduto criticar qui e altrove per non aver parlato degli errori particolari di questo o quello o di tutti i principi italiani. Ed io mi sono pur udito generosamente difendere coll’osservazione sommaria: che ad ogni modo da trenta o quarant’anni in qua nessuno scrisse così liberamente ed apertamente in Italia. Ed io ringrazio di vero cuore questi generosi di tale osservazione, e me ne vanto. Ma non posso in coscienza usurparla qui in iscusa; perchè in coscienza sento o almeno spero che, quand’anche avessi scritto fuori, e fuoruscito od esule o fatto straniero, io avrei scritto al medesimo modo, senza entrare più di quello che ho fatto in quegli errori o colpe: e

I. Perchè ciò non entrava nell’assunto, nel cerchio, nel titolo del libro mio, che è delle Speranze, e non dei timori o dei malanni d’Italia; che non è storia o raccolta di fatti presenti, ma congetture di fatti avvenire.

II. Perchè quanto più liberamente io scrissi, tanto meno volli cedere a quel vizio o prurito d’uscir dal proposito, e ficcar critiche fuor del proposito, che mi par solamente perdonabile ai libri scritti a dispetto delle censure.

III. Perchè questi errori o colpe, quali che sieno, possono bensì mutare l’epoca d’adempimento, ma non le conchiusioni generali dalle speranze da me presentate; non fanno per esempio che questo nostro secolo XIX somigli o tenda a un nuovo _Seicento_; non fanno che non siasi ripreso il progresso del secolo XVIII; non fanno che non bisogni dunque spignere, pressar questo, ed aiutarvi i principi nostri.

IV. Perchè, se avessi scelto fra quegli errori o colpe, e avessi rammentate quelle d’un principe tralasciando quelle d’un altro, ciò non sarebbemi paruto nè bello nè giusto.

V. Perchè, se le avessi messe tutte, ei mi si sarebbe potuto rispondere troppo facilmente coll’osservazione, che queste colpe de’ governanti procedono talora da altre de’ governati, e che questi vi ebbero sovente l’iniziativa.

VI. E perchè dunque, ed insomma, e principalmente questo modo di scrivere o dentro o fuori, o dove che sia, m’avrebbe fatto servire a quelle recriminazioni, a quell’ire reciproche, a quelle divisioni le quali fu, e sarà scopo mio tor di mezzo, o almeno scemare, a tutta possa mia, finch’io scriva o parli. — Io volli andar avanti, o almeno mutar modi; n’ebbi, n’ho la pretensione, il confesso; questi rifrugamenti di torti reciproci m’avrebbon ricacciato nel modo retrogrado, o almeno vecchio. Io non mi vi lasciai trarre; ne ringrazio Iddio. Non mi vi lascerò, ne lo prego. Ognuno a modo suo. Facciano altri ciò che non voglio far io.

Nota della seconda edizione.

[13] Tal fu il caso della sollevazione degli Spagnuoli contra Napoleone nel 1808; l’invasione perfida e nuova sollevò gli animi di tutti. Ma sarebbe stoltezza sperare che un’invasione antichissimamente adempiuta, e lungamente tollerata, producesse a un tratto il medesimo scandalo, le medesime ire, il medesimo accordo.

Nota della seconda edizione.

[14] Vedi la recente e bellissima _Storia de’ Vespri Siciliani_ dell’Amari; benchè questi abbia forse passato il segno, non in propugnare meglio che i predecessori l’importanza della sollevazione, ma in iscemare i fatti della quasi inutile sì, ma certa e grande o almen larga congiura. Ed io lo noto, perchè quanto più larga fu questa, tanto più urgente rimane l’insegnamento della inutilità di lei. — Su quella poi della Svizzera io accennerei a’ leggitori non tanto Müller, Zschokke o niun altro storico, come Schiller nell’immortale _Guglielmo Tell_. Questa sì che è poesia, storia, politica, filosofia, tutto insieme.

[15] Non paia semplice vanto se noterò qua e là alcune conferme date dai fatti alle opinioni mie, ne’ pochi mesi dacchè le scrissi e le stampai. — La destituzione di lord Ellemborough pronunciata con esempio raro (od unico?) dalla _Corte dei direttori della compagnia delle Indie_, senza partecipazione dell’_ufficio di Controllo_, in seguito delle conquiste, giudicate inutili del Sind e di Gwalior, è splendido commento a quanto sopra.

Nota della seconda edizione.

[16] Il traduttor mio (Paris, Didot, 1844) mi permetta di protestar qui contro alla interpretazione data da lui alla frase qui sopra. Egli traduce _la classe démocratique, classe distincte, haineuse, usurpatrice, incendiaire_; e così aggiungendo, e massime ripetendo la parola _classe_, egli estende al tutto, ciò che io intesi dite, e mi pare aver detto evidentemente, della parte cattiva della democrazia. Chi facesse tale aggiunta in qualunque frase simile, chi per esempio traducesse _gli Angeli ribelli_, con _la classe degli Angeli, classe ribelle_ rovescierebbe, come si vede, ogni senso. — E quindi cade da sè la postilla fattami. Io ammetto come democrazie, così aristocrazie distinte, odianti, usurpanti, conflagranti. Ma io parlava qui della sola conflagrazione democratica, perchè sola temuta o sperata ai nostri dì; ed io credeva del resto essermi fatto conoscere abbastanza, anche in questo libretto, per non cader nel sospetto d’aver voluto stoltamente ingiuriare niuna classe intiera della società. — Ad ogni modo la frase non è ella abbastanza chiara? Si muti così: _quella democrazia, propriamente detta, che vuol rimaner distinta, odiante_, ec.

Nota della seconda edizione.

[17] Così mi avvenne; la mia speranza sull’_eventualità più promettitrice_ mi fu rimproverata come sogno dagli uni non senza amarezza, e li lascio; da altri non senza sale e lepidezza, e ne fo partecipi i leggitori. Anche in materia grave può aver luogo la celia. Ecco dunque un

EPIGRAMMA.

Italia mia, non è, s’io scorgo il vero, Di chi t’offende il difensor men fero, Grida il Gioberti, che tu se’ una rapa Se tutta non ti dai in braccio al papa. E il Baldo grida: dai Tedeschi lurchi Liberar non ti possono che i Turchi.

Forse il Gioberti ed io potremmo dire di non aver detto precisamente così. Ma per celia non mi par cattiva; e chi si mettesse a rispondere alle interpretazioni stirate anche sul serio, non la finirebbe mai più. Sappiam donare _hanc veniam_, senza domandarla a vicenda per noi.

Nota della seconda edizione.

[18] Vedi G. B. Marocchetti, _Indépendance de l’Italie. Paris_, 1830, — che è ristampa ed ampliazione d’un altro scritto pubblicato fin dal 1826. L’autore mi par cadere nel solito vizio de’ particolari troppo minuti: ma, tolti questi e parecchie differenze di opinioni generali, io ho la fortuna d’incontrarmi sovente con questo scritto, che non conoscevo quando scrissi io.

[19] Qui più che altrove, poche settimane corse dacchè lo scriveva, recarono mutazioni importanti. — E vorrebbesi pure supporre che non si mutasse più! — Qual è utopia? il supporre una subitanea immobilità in mezzo a un moto continuante fin ora; o il prevedere e discuter il moto probabile?

Nota della prima edizione.

E pochi altri mesi corsi recarono mutazioni anche più importanti. L’essere passata definitivamente Grecia a un governo deliberativo, nazionale e pubblico, è fatto fecondo di conseguenze; non solamente perchè ridurrà forse il protettorato da triplice a duplice, ma perchè ad ogni modo la libertà e la pubblicità son pessime vicine ad ogni dominazione straniera.

Nota della seconda edizione.

[20] Citiamo un’altra autorità, un politico meno puro, ma non meno previdente che il principe Eugenio. Quando Napoleone dopo Ulma ed Austerlitz ebbe in mano i destini dell’Austria, Talleyrand, ancora ministro degli affari esteri e consigliero principale di lui, gli consigliò di spogliarla sì delle province italiane ed anche di altre occidentali; ma «_après avoir dépouillé l’Autriche sur un point, il l’agrandissait sur un autre, et lui donnait des compensations territoriales proportionnées à ses pertes.... Où étaient placées ces compensations? Dans la valée même du Danube, qui est le grand fleuve autrichien. Elles consistaient dans la Valachie, la Moldavie, la Bessarabie, et la partie la plus septentrionale de la Bulgarie. — Par là, disait-il, les Allemands seront pour toujours exclus de l’Italie, et les guerres que leurs prétentions sur ce beau pays avaient entretenues pendant tant de siècles, se trouveraient à jamais éteintes; l’Autriche possédant tout le cours du Danube, et une partie des côtes de la mer Noire, serait voisine de la Russie et dès lors sa rivale, serait éloignée de la France et dès lors son alliée,.... les Russes, comprimés dans leurs déserts, porteraient leur inquiétude et leurs efforts vers le midi de l’Asie_». (_Notices et Mémoires historiques par M.r Mignet_. Paris, 1843, tome I, pag. 129, 130). — E l’idea di Talleyrand fu in parte l’idea di Napoleone senza dubbio: è provato dall’occupazione militare, e senza riunione a niuno Stato, delle provincie Illiriche, che egli destinava ultimamente ed evidentemente all’Austria. Quali ostacoli impedirono allora l’eseguimento? I due medesimi che l’impediscono ora, e l’impediranno forse alcun tempo, ma non sempre. Il fatto che le provincie danubiane non erano nè sono disponibili; che erano e sono in mano del Turco, e ne’ desiderii del Russo. Ma l’interesse universale della Cristianità rimuoverà il primo ostacolo per forza, e il secondo per persuasione o per forza, come che sia, quando che sia. «_Le grand mérite de M. de Talleyrand fut de prévoir un peu plutôt ce que tout le monde devait vouloir un peu plus tard_». (_Ibid._, pag. 159). — «_Il y a quelqu’un_, diceva egli, _qui a plus d’esprit que Voltaire, plus d’esprit que Bonaparte, plus d’esprit que chacun des Directeurs, que chacun des ministres passés, présents et à venir: c’est tout le monde_». (_Ibidem_, pag. 135).

Nota della seconda edizione.

[21] Mentre io scrivea così dell’Austria sono uscite alla luce due opere importanti, e che confermano in molte parti le mie opinioni; benchè nè l’una nè l’altra non entrino nella questione orientale, che è pur la più essenziale a quella potenza. — _Des finances et du crédit public de l’Autriche, de sa dette, de ses ressources financières, et de son système d’impositions avec quelques rapprochements entre ce pays, la Prusse et la France, par M. L. Tegoborski, conseiller privé au service de S. M. l’empereur de Russie, auteur de l’ouvrage sur l’instruction publique en Autriche. Paris,_ 1843, 2 _vol. in_ 8. — _Oesterreich und ihre Zukunft. Amburg_, 1843; breve libretto, già tradotto in francese, e che è importante, anche per provare la spinta che viene ad Austria da Germania.

[22] Veggansi gli altri passi dove parlo dell’Irlanda per non interpretare con taluno ch’io desideri o creda nemmen desiderata dagli Irlandesi, la separazione di lei.

Nota della seconda edizione.

[23] Io aveva incominciata qui un’appendice sul futuro della nazione slava, su quello che ne’ discorsi politici presenti si suol chiamare il mondo, il movimento slavo. Ed a quest’aggiunta fui provocato pure dal mio traduttore. Ma che? accintomi all’opera, nemmeno qui tal provocazione non mi parve opportuna. E, in chi prende a trattare un argomento, un primo pensiero, una misura, un tutto, che si suol di rado oltrepassare o rompere convenientemente. — Quando parlo di cose italiane, io ho, confesserollo, se non qualche autorità presso ai miei compatrioti, ma almen qualche fiducia in me stesso, e l’appoggio a venti anni di studi solitari e sinceri sulla storia di Italia. Studi non interrotti se non una volta per forza, e da cui sorsero, a cui si riferirono, cui confermarono quanti altri feci di altre storie. Ma nè autorità nè fiducia io mi sentirei parlando di cose altrui; parlando a, e di una nazione la quale ha scrittori come il Mickiewicz ed altri, liberi, generosi e numerosi. — Io veggo per vero dire, dall’autocrate russo fino agli aristocrati boemi ed ai democrati polacchi, tutti prevedere, annunciare, sperare o temere il movimento slavo; e credo perciò che qualche tal movimento si farà; ma credo che complicandosi con quello di tutta l’Europa occidentale e della nazione tedesca in particolare verso l’Oriente, ne sorgano per la nazione slava in generale, e per la polacca in particolare, probabilità tutte diverse dall’italiane: credo insomma che le probabilità slave sieno che s’unirà una gran parte di quella nazione colla tedesca, mentre le nostre sono che ce ne separeremo. Queste probabilità slave sono elle men belle? l’indipendenza che ne risulterebbe sarebb’ella men compiuta che l’italiana? sarebbe immeritato da quella nobile, generosa, operosa nazione. E tuttavia, se fossero veramente probabilità, sopra esse dovrebbero fondarsi le speranze slave; perciocchè chi dice speranze, dice desiderii di probabile adempimento. — Ma di nuovo come osar uno straniero discutere tali interessi, proporre tali speranze diminuite a stranieri stimatissimi? Ingrato e forse inutile ufficio, io lo provo, è scemar le speranze, anche a compatrioti, anche ad una parte de’ compatrioti; ma più ingrato e più inutile sarebbe rivolgendosi a stranieri. — Teniamci dunque stretti al nostro assunto italiano, e facciam solamente aggiunta di questa osservazione: che in qualunque modo si prosegua, si adempia e si complichi coll’inorientarsi d’Europa il movimento slavo, ei sarà all’Italia occasione nuova, od accrescerà l’occasione della caduta turca; ch’egli accresce dunque le nostre speranze.

Nota della seconda edizione.

[24] Qui il mio traduttore, postillandomi, dice: _nous ne voyons véritablement pas sur quels témoignages l’auteur pourrait appuyer l’assertion d’une si forte inimitié entre les deux pays_. — Ed io rispondo, che non ho parlato di niuna tale inimicizia tra i due paesi; che quanto a Francia io non credo che ella pur vi pensi, ond’io neppur pensai a parlarne; e quanto a Italia io parlai di pregiudizi e non di nimicizie nazionali. E non so se altrui, ma a me par grande la differenza delle due parole, non credendo che la nazione italiana sia tutta composta di uomini pregiudicati. — Che esista poi, pur troppo, tal pregiudicio antifrancese in Italia, ei mi è non solamente testimoniato, ma provato: 1. dal mio postillatore, il quale narra che un nostro grande scrittore suole esclamare in mezzo alla penisola. _La haine pour la France! pour cette France illustrée par tant de génie et par tant de vertus! d’où sont sorties tant de vérités et tant d’exemples! pour cette France que l’on ne peut voir sans éprouver cette affection qui ressemble à l’amour de la patrie, et que l’on ne peut quitter sans qu’au souvenir de l’avoir habitée il ne se mêle quelque chose de mélancolique et de profond, qui tient des impressions de l’exil!_ Certo tutto ciò prova almeno che l’illustre italiano qui citato vede, com’io, i pregiudizi di molti nostri compatrioti, e com’io pure, li combatte. 2. da non pochi squarci molto diversi, se non opposti, di un altro nostro scrittore (altronde grande anch’esso), il Gioberti. 3. e da innumerevoli squarci di molti piccoli e piccolissimi, dei quali è più bello tacere. — I pregiudizi vi sono pur troppo; e non bisogna negarli, ma combatterli: giova più agli Italiani, e ciò è l’essenziale; e credo che piaccia anche più ai Francesi, i quali han troppo ingegno per non vederli, e non prevedere che cesseranno alla prima occasione vera.

Nota della seconda edizione.

[25] Qui fu tradotto inesattamente _odiata_ con _odieuse_.

Nota della seconda edizione.

[26] Continuo a notare i fatti nuovi avvenuti in pochi mesi da che scrissi. S’è inasprita in Francia la disputa tra una parte del clero e l’università. Ma, già sono surti non pochi cenni che fanno sperare una soda soluzione di quelle gravi difficoltà. A’ paurosi un venticello par tempesta.

[27] Qui pure ho ad accennare un’opera pubblicata mentre scrivo, _La Russie en 1839, par le marquis de Custine. Paris_, 1843; quattro volumi in 8.

[28] Nuovo commento a tutto ciò: ultimamente i giornali francesi minacciano una gran confederazione russo-asiatica. E i giornali inglesi ne tacciono o sorridono. Come di cosa non vera, o non importante? — In ogni caso, Russia e Inghilterra s’accozzerebbero nel mar Nero, prima che nelle gole del Kiber o sulle sponde dell’Indo, certamente. E ne sarebbero molto appressate quelle occasioni che paiono così lontane ad alcuni Italiani.

Nota della seconda edizione.

[29] Si può vedere nel libro testè citato, quanto fattizia e probabilmente temporaria capitale sia Pietroburgo. Mosca crebbe e cresce d’importanza dal 1812 in poi. Odessa è surta in questo secolo. Ma quando Russia si rivolgesse a’ suoi destini orientali, è probabile che ella stanzierebbe il nerbo di sua potenza in quel triangolo tra Mosca, Astrakan e Asof (la Tana del medio evo), onde ella dominerebbe i veri mari, i veri fiumi, i veri commerci moscoviti.

[30] Il Gioberti ha dichiarato accostarsi all’opinione mia (ma non mi sembra intieramente) in una sua lettera alla _Revue des deux Mondes_. — _Bruxelles_, 19 _mai_ 1844.

Nota della seconda edizione.

[31] Conferma recentissima: Francia è tratta a nuova guerra, nuovi negoziati, nuove relazioni con Marocco.

Nota della seconda edizione.

[32] Questo paragrafo di non fondar niuna speranza italiana sulla diminuzione degli stati del papa, fu, s’io non m’inganno, il più criticato direttamente o indirettamente di tutto il libro mio. Ma più lo ripiglio ad esaminare, men trovo a scemarne, più ad aggiungervi. Potrei chiamar l’attenzione de’ miei leggitori su quell’opinione cristiana e cattolica che si ridesta in tutta la civiltà presente; — sulla probabilità quindi che qualunque cosa si facesse contro al capo del Cattolicismo, urterebbe, solleverebbe contro a sè quell’opinione universale della Cristianità; di che abbiam tanto bisogno in qualunque impresa d’indipendenza italiana; — sulla probabilità di urtare, di sollevar pur così contra questa, forse la massima, probabilmente almeno una gran parte, e certo poi una parte qualunque dell’opinioni, delle cooperazioni italiane; — sulla utilità, sulla necessità di non guastare un’impresa santa con nulla che sia o paia men santo, un’impresa legittima con nulla d’illegittimo, un’impresa nazionale con una provinciale; — sulla probabilità, sulla certezza che i principi e i popoli italiani, i papi e i papalini come gli altri, liberati che fossero dallo straniero, converrebbero più facilmente, più pacificamente, più opportunamente ne’ propri interessi reciproci od anzi comuni, od anzi identici; — e intanto ad ogni modo sull’opportunità, sulla necessità, sul dovere che incombe a ciascuna provincia, a ciascuna popolazione italiana di sacrificarsi, se sia il caso, se sia d’uopo al ben di tutti, al bene sommo per tutti, all’indipendenza. — E mi si conceda ripetere il grido antico italiano, con un’aggiunta: pace, pace, pace, tra noi.

Nota della seconda edizione.

[33] I derisori e disperanti non han forse badato a ciò: che questi due eserciti italiani sommano ad oltre 200,000 uomini: e che 200,000 uomini sono pure una bella somma d’esercito in tutti i paesi in tutti i tempi; e che fra essi, i 100,000 che si troverebbero naturalmente in prima linea in qualunque guerra d’indipendenza, sono appunto di quelli del cui valore non dubitò la storia mai, nè dubita l’opinione presente; che la seconda linea sarebbe di quelli dei quali (parliamo schietto) si dubitò per vero dire, ma i quali appunto perciò sono forse i più ardenti; e che dopo queste due prime linee, ne sarebber pure una terza ed una quarta de’ principati minori, e de’ provinciali dello straniero.

Nota della seconda edizione.

[34] All’autorità del vecchio ammiraglio inglese, si può aggiunger ora quella recentissima d’un giovane contrammiraglio francese, il duca di Joinville, nella memoria _Sur les forces navales de la France_.

Nota della seconda edizione.

[35] Vedi l’appendice in calce all’opera.