Part 34
[51] S’ingannerebbe chi applicasse a’ tempi nostri il detto vecchio, che le proibizioni aiutano lo spaccio d’un libro. Anche ciò è mutato. Quando le pubblicazioni non si facevano se non ponendo in vendita un libro nella botteguccia d’un solo libraio, o talor muricciolaio, senza annunzi o con pochi, l’allettamento innegabile delle proibizioni poteva agguagliare o superar quello vegnente da tale ristretta offerta. Ma ora che s’è perfezionato di tanto l’artifizio di queste offerte, cogli annunzi ne’ giornali, ne’ cataloghi, sulle coperte de’ libri, e sui cartelli e cartelloni d’ogni sorta, gli allettamenti così procacciati superano di gran lunga quello delle proibizioni. Vedansi sull’importanza degli annunzi, le liti mosse in Francia dagli autori agli editori, per isforzarli ad usare, secondo i patti o il costume, questo gran mezzo di spaccio. E quindi io stimo (e sarà poi detta vanità mia in causa propria) che lo spaccio d’un libro proibito, ma non annunciato, possa essere così le cinque o sei volte minore di ciò che sarebbe stato se si fossero usati que’ mezzi. — Ma non si ingannino quindi troppo candidamente le censure sulla propria efficacia. Possono colle proibizioni di diminuir lo spaccio d’un dato libro; ma prima non ne diminuiscon guari la cognizione; perchè in tal caso ogni compratore impresta il suo esemplare a quattro o cinque altre persone per l’appunto. E poi le censure accrescono così e sovente esagerano l’importanza, l’autorità del libro proibito. Ed impediscono che capiti alle mani di molti buoni; i quali se il libro è buono, son pur quelli che ne approfitterebber più, perchè i troppo dissenzienti da un libro non ne approfittan mai; e se il libro è cattivo, son quelli che gli risponderebbon meglio per iscritto od a voce. E poi a voler giudicar l’effetto delle proibizioni non su un libro determinato, ma su tutti insieme, ei bisogna tener conto di quell’assioma economico, che, in fatto di merci proibite, sempre il contrabbando fa entrare le qualità più fine; perchè a far entrar queste il pericolo è uguale, mentre il profitto è molto maggiore. E in fatto di libri proibiti, ognun sa che cosa sieno le qualità più fine. — Del resto, dicesi che parecchi alti e gravi sudditi austriaci abbian fatti ricorsi al loro governo per ottener rimessioni dalla severità delle censure. Speriamo sieno ascoltati benignamente. — Ma, ho io detto, speriamo? E non debb’egli anzi dirsi timore, quello che ci venga anche questo miglioramento o addolcimento dal signore straniero? E non gli sarà tolta, chiaramente, incontrastabilmente tolta, tal precedenza almeno da alcuno de’ nostri principi?
[52] Noterò una sola di queste alterazioni delle mie parole; per l’importanza che ha forse una osservazione ivi aggiunta — Io dissi al Capo IV, § 1, «che il sogno delle repubblichette _fu od apparve_ sogno de’ sollevati Romagnoli del 1830, de’ congiurati con essi, e di quelli che chiamaronsi _Giovine Italia_». Ora uno scrittore (_Revue Indépendante_, juin, 1844, p. 567), dice: «M. Balbo _affirme_ que ce rêve fut celui des insurgés de la Romagne en 1830, et de ceux qui ont fait partie de la Jeune Italie». — Come ognun vede, l’alterazione è un po’ forte; dir _fu od apparve_ è tutt’altro che _affermare_. Ma andiamo avanti. Lo scrittore prende a dire: «Ce qu’elle (_la Giovine Italia_) voulait alors, ce qu’elle veut aujourd’hui c’est l’indépendance et l’unité italienne reposant sur la liberté et l’égalité pour tous. Son rêve, puisque M. Balbo l’appelle ainsi, serait de voir l’Italie non fédérée, mais une, n’ayant ni barrières ni _États distincts_; étant enfin ce que sont aujourd’hui la France, l’Espagne, et la Belgique». — È egli così? in tal caso non fo che rimandare questi miei infelici, e pur troppo sempre sognanti compatrioti miei dal Capo IV al Capo II, dalle osservazioni sulle repubblichette, a quelle sul regno unico; pur riconfortandoli a lasciar questi o quegli altri sogni del paro, ed a volgere essi pure la loro migliorata operosità allo scopo effettivo (arrivabile a parer mio) del progresso universale e della indipendenza d’Italia.
[53] Nell’_Appendice I.ª_, su queste leghe, io toccai a un punto d’economia ed agronomia italiana, che mi pare importante; alla opportunità di estendere la coltura de’ pascoli, anche a diminuzione di quella delle biade. Tal proposizione scandalezzò alcuni teorici ed alcuni pratici. E di essa pure è uscita o almeno annunziata una notevole conferma. Vedi ne’ rendiconti dell’Accademia delle Scienze di Parigi le ricerche storiche e pratiche del signor Dezeimeris. Sarebbe desiderabile una pronta traduzione di tale opera appena pubblicata.
[54] Dicesi che quasi altrettanti forestieri sieno talora in Roma sola per la settimana santa. È vero che gran parte di questi sono nazionali, forestieri, e non istranieri. Ma, ponendo il medesimo numero per l’Italia intiera, parmi (a difetto di più esatte notizie) vi abbia ad essere più che compenso.
[55] Il Say (_Écon. polit._, liv. I, ch. XX (4. Éd.), T. I, p. 315) sembra d’opinione contraria. Ma si legga attentamente e non servilmente, e si vedrà da quella disquisizione stessa: 1. che dal totale del capitale innegabilmente portato e speso in un paese qualunque dagli stranieri, è a dedurre solamente il consumo fatto da essi; 2. che in questo stesso consumo non è da contare il consumo del lavoro nazionale pagato da essi, il quale non si sarebbe prodotto senza essi (massime in Italia); 3. che non v’è a contare nemmeno il consumo di parecchi prodotti materiali rozzi, i quali parimenti non si sarebbero prodotti senza gli stranieri; 4. che quindi il consumo a dedursi dal capitale portato e speso, si riduce a consumo di poche e rozze tra le materie che paiono e si soglion dir consumate; 5. e che insomma è calcolarlo alto, il porlo in media a un 8 o 10 milioni in tutto. — I quali poi io non deduco dal calcolo mio totale perchè li credo più che compensati dall’altre cifre, tenute tutte basse. Ma chi li voglia dedurre, riduca i 72 milioni a 60; e rimarranno grandi tuttavia i risultati. — Del resto sarebbe un trattato intiero e speciale a far su ciò. E dal Davanzati e Botero o forse dal Pandolfini fino al recentissimo Scialoja, l’Italia fu ed è pur patria dell’Economia politica bene e liberalmente scritta. Così vogliano gli scrittori di essa prendere ad esaminare, ed applicare la questione qui accennata, importantissima certamente per la patria comune.
[56] Due capitali innegabili e pur non ammessi (almeno il primo) da parecchi economisti. Anche fuor d’Italia, a Hières, all’isola di Whigt, a quella di Madera, ec., l’aria sana e dolce trae stranieri o forestieri, che producon guadagni. L’aria buona può dunque essere, è un capitale; morto in molti luoghi sì, ma produttivo in parecchi.
[57] Che è, se non m’inganno, all’incirca il totale del Commercio estero francese, l’esportazione ed importazione insieme, nell’anno 1844.
[58] Io mi scosto così del tutto da una serie di articoli inseriti nella _Revue des deux mondes_ sul risorgimento del così detto mondo slavo. Io l’avverto per gli ammiratori di quella riputatissima raccolta; affinchè forse non mi rispondano con mandarmi ad essa. Bene o male, io rispondo qui già agli argomenti là usati.
[59] Mentre rivedevo la presente appendice, un nuovo fatto avvenne, che, quantunque letterario, non è pur senza importanza per noi; la pubblicazione della _Storia del Consolato e dell’Imperio_. La quale, per bello e gran libro che sia, non è nel resto d’Europa e in Francia stessa se non un libro di più, fra moltissimi: ma in Italia, tra la povertà di libri nostrali, e la varietà degli stranieri, da cui risulta tanto vagar delle nostre opinioni, l’apparizione d’un libro così impazientemente aspettato, così universalmente già letto, e, parlando in generale, così sodo e moderato, non può avere una vera ed utile importanza. — La storia precedente del medesimo scrittore ne ebbe già una contraria, in Italia come in Francia e dappertutto. Quella indifferenza ai grandi delitti politici, quella maniera dì presentarli come necessari, epperciò o più o meno scusabili o non delitti, spingeva a imitazioni, peggiori in Italia, che in qualunque altro luogo. Ora l’autore ha felicemente mutato modo; è tornato a quello di tutti i grandi storici antichi o nuovi, a quel modo che usa la storia non solamente _ad narrandum_, ma anche _ad probandum_, al modo di giudicare narrando. Qui l’autore giudica il suo eroe continuamente. Non sempre bene, a parer mio, ma il giudica; e il giudicio di lui esercita il giudicio politico de’ leggitori, che è un gran bene, dappertutto, ma principalmente in Italia, dove sono così poche occasioni a tal esercizio. L’autore (fin da’ tre volumi or pubblicati) giudicò bene e in parecchi luoghi l’errore di Napoleone di non aver tenuto bastante conto dell’opinione, della libertà del popolo conquistatore o francese. Ma ciò non basta; sarebbesi dovuto notare anche l’error secondo (e che diventò poi forse sommo per le conseguenze) di non aver tenuto bastante conto de’ popoli conquistati; errore incominciato a farsi verso l’Italia fino dalla Consulta di Lione, e da quelle male ripartizioni delle provincie italiane, che dividevano peggio che mai, non formavano nè educavano un popolo italiano; errore ripetuto poi ed aggravato verso Germania, e Spagna, e Polonia. E al dì delle sventure, Napoleone ebbe Spagna e Germania contro a lui, Polonia incapace di nulla per lui, Italia incapace insieme e indifferente a lui. E questa indifferenza non si suol notare tra le cause della caduta di Napoleone; non si suol notare Italia mai per nulla nelle grandi mutazioni d’Europa. Eppure, se l’opinione d’Italia fosse stata per Napoleone, nè Murat avrebbe immaginato di rivolgergliesi contro, nè Beaurharnais avrebbe fatto sì incerta quantunque sì nobil difesa; e la guerra vivamente nodrita in Italia avrebbe forse impedita o trattenuta la invasione in Francia; e ad ogni modo, uno Stato di più, un secondo regno sarebbe probabilmente rimasto a’ Napoleonidi in Italia, e due tali regni rimastivi sarebbero probabilmente stati durevoli. — Tutto ciò, veduto senza dubbio da ogni Italiano, sarà, se continua al medesimo modo, rimproverabile da essi alla _Storia del Consolato e dell’Imperio_. Ma qual libro moderno tien conto sufficiente di noi? E a chi la colpa? E ad ogni modo, lasciata la parte italiana, o forse altre straniere, resta sempre un grand’utile a trarre dagli esempi di operosità di quell’uomo e quel tempo; e dalla sodezza, dalla moderazione, dalla dottrina, dalle particolarità delle narrazioni e delle discussioni dell’autore.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.