Part 27
6. E veniam dunque alla IV.ª ed ultima delle leghe accennate, a quella de’ principati italiani soli fra sè. — E di essa diciam subito, che difficilissima in apparenza, ella non è tale in realtà; se non si tenga forse per irrealtà, impossibilità, supposizione assurda, quella che i principi italiani abbiano il volgar coraggio di non veder pericolo dove non è. Io direi anzi che sarebbe ingiustizia non isperar tal coraggio da due o tre di questi principi; i quali unendosi potrebbon fare il nocciolo, a cui si unirebbon gli altri, come avvenne in Germania. Qui è luogo da ridere: che in tempo e per le opere di pace i principi piccoli son potenti (grazie alle condizioni della presente civiltà cristiana) quanto i più grandi. Siami lecito recar un esempio che mi par quadrare al caso. In quegli anni che seguirono la restaurazione di Ferdinando VII di Spagna, e che la nazione spagnuola, insuperbita della recente difesa, e credendo aver essa liberata l’Europa, anzichè essere stata liberata da nessuno, trattava verso l’altre nazioni grandi o piccole con una superbia che è rimasta famosa nella diplomazia, trovossi un giovane diplomatico incaricato colà degli affari di una potenza italiana. Ed avvenendogli d’incontrare difficoltà, e non potersi far render giustizia negli affari commerciali che sorgevano ogni dì, zelante siccome novizio ch’egli era, ei se ne veniva rammaricando con un altro diplomatico sperimentatissimo in quella corte, e che degnamente rappresentava colà una delle principali potenze europee. Ma questi «Che volete? fate come fo io. Prendete pazienza». — «E che?» ripigliava il novizio. «Vi avverrebbono essi anche a voi di questi incontri?» — E l’altro «Certo sì; ogni dì; a me, ed a tutti, quanto a voi». — «Ma come lo soffrite voi, rappresentanti di grandi potenze, che potreste d’un cenno annientar questa superbia spagnuola?» — «Noi?» ripigliava l’assennato e sperimentato. «Nol possiam noi più che voi. Noi abbiamo più navi, più armi, più eserciti, e forse più coraggio che non costoro, è vero; ma finchè non si viene all’usar tutto ciò, finchè non ci è guerra, e in tutti gli affari di che non si vuole nè può fare un caso di guerra, una potenza piccola vale una grande, Spagna, qual è ridotta quanto noi fiorentissimi, e voi quanto noi verso essa. Questi Spagnuoli non sono stolti, sanno ciò, sanno di poter quanto noi in tutto ciò che non è caso di guerra, ed usano ed abusano di questa situazione di pace, sempre favorevole ai piccoli». — E il diplomatico novizio se ne capacitò tanto più, ch’era massima buona a riportar a casa; e ne conchiuse fin d’allora: che i principi piccoli italiani possono molto più che non si suol credere, in tempo di pace; e tanto più poi, che non solamente per le cose dappoco, ma nemmeno per le dappiù, non torna conto all’Austria il romper guerra. — E difatti, facciamo il caso (minore, ma simile ad un altro posto già nel testo del libro) che due o tre principi italiani consentissero un bel dì nella opportunità d’una lega doganale, e che tenendo giusto conto degli immensi interessi meridionali, e dei minori, ma pur grandi settentrionali, facessero cedere questi a quelli (all’incontro di ciò che vedemmo doversi fare nell’impresa eventuale dell’indipendenza), e che convenissero i due o tre nelle condizioni principali, e che accedendovi gli altri più o meno, una lega doganale qualunque si conchiudesse e firmasse; io lo chiedo a’ più prudenti od anche timidi, che ne avverrebbe o duranti le trattative o conchiuso il trattato? Molto probabilmente, il confesso, che Austria s’opporrebbe. Ma di nuovo, che vorrebbe dire, che sarebbe questa opposizione di lei? Che darebbe note, od anche farebbe proteste, od anche (benchè non è probabile) che interromperebbe le relazioni diplomatiche, e più probabilmente che chiuderebbe più che mai suoi limiti, aggraverebbe suoi dazi, separerebbe dalla restante Italia le sue provincie italiane. Ma tutto ciò, nemmen questa separazione, non sarebbe gran danno economico nè politico; e quando fosse, sarebbe largamente compensato dai vantaggi economici e politici della lega. E quanto a guerra, le sarebbe impossibile; o, se mai, le sarebbe immanchevolmente funesto. Se i principi italiani proseguissero tranquillamente il fatto loro, nè Austria, nè nessuno non potrebbe nè impedir loro d’adempiere l’ideato, nè far loro disfare il già fatto. E non vi si vorrebbe nemmen segreto; alla faccia di tutta Europa si vorrebbe provare una volta se sieno o no indipendenti secondo i trattati questi principi italiani: alla faccia d’Europa tutta, e coll’aiuto di mezza, si vorrebbe rivendicare ciò che ce ne fosse imprudentemente negato. Le seccature, i disturbi, le cattive ragioni, le minacce, non son pericoli; son parole, e nulla più. E se n’avrebbono in abbondanza senza dubbio, ma non altro; ondechè, in somma, a far la lega che diciamo, ci si vorrebbe men coraggio, che operosità, meno uscir di timori, che di pigrizia. — E ne varrebbe la fatica per li grandi vantaggi che ne risulterebbono. Politicamente, una lega doganale non val per certo una politica, e tanto meno una confederazione stabile. Ma ella varrebbe molto più che non tutti insieme quei mezzi vantati di unire e nazionalizzare nostra nazione; più che non i trattati tipografici, e i congressi scientifici, e i comizi agricoli e via via; che son pur unioni buone, ma minori. Lo sperimento di Germania è evidente; e quest’evidenza è quella appunto che farebbe quindi l’opposizione dell’Austria, e quinci il merito de’ principi italiani di non lasciarsene spaventare. E il medesimo sperimento fa evidente l’utilità economica. L’Italia si trova in condizioni simili alla Germania; sminuzzata anch’essa in parecchi Stati, intermediaria tra l’Oriente e l’Occidente, con interessi provinciali non tanto simili da nuocersi colla concorrenza, non tanto diversi da non potersi accordare; ondechè non è dubbio che una lega simile fatta con principii similmente larghi, produrrebbe senza dubbio simili effetti, simili vantaggi. Se non che anzi la situazione dell’Italia in mezzo al Mediterraneo, cioè alla via probabile di tutto il gran commercio avvenire, è molto più felice che non quella della Germania; ondechè si potrebbono prevedere risultati anche maggiori. E conchiudiam pure: che, dato solamente nei principi il coraggio bastante a non veder pericolo dove non è, la lega de’ principati italiani sarebbe possibile e vantaggiosa tutt’insieme.
7. Ricapitoliamo dunque il paragone delle quattro leghe:
La germanico-italica sarebbe forse la più desiderabile, ma è la più difficile di tutte ad effettuarsi;
La austro-italica sarebbe la più facile, ma non è desiderabile, non è accettabile assolutamente da niuno stato italiano;
La italica compiuta, non sarebbe facile se desiderabile, non desiderabile se facile; ondechè insomma, nelle condizioni presenti, non è desiderabile nè facile;
La sola lega de’ soli stati italiani (impossibile in apparenza a’ paurosi od inoperosi) è di fatto possibile e desiderabile.
E lascio trar la conchiusione a ciascuno; che la trarrà buona, in ragione inversa della propria paura e pigrizia.
8. Eppure qualche cosa è da fare. Lasciando la questione politica e riducendoci all’economia, apparirà evidente a ciascuno la necessità d’una lega doganale italiana, e d’una fatta su larghi principii commerciali, e d’una fatta prontamente. — E prima, è principio, dogma economico universalmente accettato, che quando molte nazioni vicine entrano in un gran progresso commerciale, quella che rimane stazionaria cade nel danno di retrocedere, non solo comparativamente, ma positivamente. Se questo principio avesse bisogno di dimostrazione, la storia nostra ce la darebbe. Al sorgere del secolo XVI il commercio italiano era ancora il principale di tutti; ma Portogallo e Spagna, poi Inghilterra, Olanda e Francia essendosi aperte nuove vie e nuovi mercati, l’Italia, che non seppe prendervi parte, non solamente decadde dalla sua condizione relativa, ma dalla sua positiva, da quasi tutta la sua navigazione, da quasi tutte le sue industrie, e, se non decadde, rimase stazionaria nella sua agricoltura. — Ora, a’ nostri dì, non solamente molte nazioni europee hanno un’operosità commerciale superiore all’italiana, ma hanno ogni probabilità di accrescerla tuttavia; Inghilterra con essersi procacciati nuovi mercati alla Cina e nell’Oceania, e con essersi aperta la nuova via del Mediterraneo e dell’Egitto a tutti gli immensi mercati suoi orientali nuovi o vecchi; Francia col suo muoversi alacramente a que’ mercati ed a questa via; Olanda per il progresso continuante nelle sue colonie cinesi, e perchè pur si approfitterà della Cina e del Mediterraneo; Germania colla sua lega e con sua liberalità commerciale; e forse in breve Spagna, se, uscendo da sua mala operosità politica, entrerà (come succede) con pari ardore in una nuova operosità commerciale, valendosi della medesima nuova via del Mediterraneo. È evidente: tutti han progredito o minacciano progredire. Se non progrediamo noi pure, ci avverrà una seconda volta di peggiorare nelle nostre condizioni relative; e quindi secondo ogni probabilità anche nelle positive; qual che sia la nostra operosità presente noi perderemo anche questa, tutta o in gran parte. — E come poi possiam noi progredire? Certo, non conquistando anche noi grandi colonie, chè non n’abbiam forza; non aprendoci nuovi mercati orientali, dove saranno non solo ultimi, ma sconosciutissimi; non isperando competere co’ nostri prodotti industriali, troppo rimasti indietro, nè co’ nostri agricoli, troppo scarsi e cari al paragone. Noi non abbiamo speranza buona di progressi commerciali, se non dalla nostra mirabile situazione in mezzo a quel Mediterraneo, attraverso a cui s’è ricondotta, senza fatica nè merito nostro, la via del commercio universale. Per noi han lavorato, e lavorano tutti questi che riconducono il commercio europeo-asiatico (il massimo de’ commerci del mondo), nel nostro mare. Chi va e chi viene ci passa in vista, solca nostre acque, tocca o vede i nostri porti. — Ma non c’inganniamo; veggiamo i vantaggi di questa nostra situazione quali sono, nè più nè meno. Essi non ci possono venire se non dalla vicinanza, che può fare i nostri prodotti più facili a spacciare in Oriente, i prodotti orientali più facili a spacciar da noi, e i porti nostri, scali o depositi a chi va e viene; vantaggi dunque di esportazioni, di importazioni, di scali. Ma fra questi tre, il vantaggio solo dell’esportazioni si potrebbe forse serbare da’ paesi piccoli e disgiunti della nostra Italia; i due altri dell’importazioni e degli scali non si possono nè serbare nè accrescere se non invitando co’ mercati grossi e con gli approdi facili; i quali poi nè gli uni nè gli altri non possono essere se non in paesi grandi, ovvero in piccoli congiunti da una lega. Agli stranieri niun porto nostro non è mercato nè scalo necessario, non è se non facoltativo, e non sarà adoprato se non sarà mercato grosso e approdo facile; ed ai nazionali stessi, cui i porti nostri son mercati e approdi necessari, essi non saran buoni se non colle medesime condizioni. Finchè Otranto o Napoli non saranno se non mercati del Regno, finchè Ancona o Civitavecchia non saranno se non degli stati del papa, Livorno di Toscana, Genova del Piemonte, niuna spedizione grossa si farà mai da o per Otranto, Napoli, Ancona, Civitavecchia, Livorno o Genova. Ma se ognuna di queste potesse essere mercato, deposito, transito di tutta o molta Italia, certo vi moltiplicherebbe l’invito, l’approdo e per le navi straniere e per le nazionali; e moltiplicherebbero quindi, non solo le industrie, i commerci propri de’ luoghi di scalo o di transito, ma per effetto immanchevole, tutte le produzioni dell’industria e dell’agricoltura nazionale. Il fermarsi nelle prove di ciò sarebbe non altro che pedanteria, sarebbe ripetizione inutile di ciò che è saputo da qualunque mediocremente informato delle scienze e de’ fatti della pubblica economia[48].
9. Ne è dubbio a questi informati: che la legge dovrebbe esser fatta su principii commerciali larghissimi. — Ognun sa che i vantaggi della lega doganale germanica furono effetto, meno forse del fatto stesso della lega, che non della larghezza de’ principii su cui ella sorse e crebbe. Non solamente in Germania, ma in Inghilterra, in Francia, in Italia, e dappertutto, la scienza è unanime nel tener come dogma quella larghezza o liberalità. I pratici soli se ne scostano; e non già, negando que’ principii, ma solamente la possibilità di questa o quella applicazione; non combattendo i dogmi, ma introducendo eccezioni. Nè sarebbe forse difficile mostrare la vanità di quasi tutte queste eccezioni in tutti i paesi dove si van facendo. Ma riduciamoci all’Italia e veggiamo se l’apertura de’ nostri porti, l’abolizione de’ dazi protettori, le larghezze commerciali nocerebbero o gioverebbero alle nostre navigazioni, alle nostre industrie, alle nostre agricolture.
I.º Contro alla libera navigazione, ei si suol citar quell’atto di navigazione inglese che, escludendo o svantaggiando le straniere, dicesi aver promosso la nazionale. Ma in questa citazione ei mi par che sia un cumulo d’errori gli uni sugli altri. Perciocchè non è provato che quell’atto restrittivo sia stato quello che fece crescere la navigazione nazionale; questa crebbe per la situazione dell’Inghilterra, intermedia a molte nuove vie, a molti nuovi mercati aperti nel 1500; come è intermedia ora la situazione dell’Italia alle vie riaperte ora. Poi, la nostra navigazione non è in su suoi principii com’era allora l’inglese; è anzi decadente o almeno stazionaria; non si tratta di insegnarci a costrur navi o a condurle, ma a costrurle e condurle al par degli emuli, a che anzi ci può giovar l’emulazione, ci debbono nuocere i privilegi. E finalmente e principalmente, Inghilterra ha ora abbandonate queste strettezze; e ci insegna così, non a prenderle, ma appunto ad abbandonarle; Inghilterra conosce l’età nostra commerciale; noi dobbiam seguire non gli usi che lascia, ma quelli che prende. Quando finirem noi di prendere gli abiti fuor d’uso agli altri? — Ma lasciando gli esempi bene o mal citati, ci si permetta porre a dirittura una alternativa conchiudente. Ovvero le nuove facilità accresceranno effettivamente il numero delle navi straniere sulle marine italiane; ovvero no. Se no, le condizioni delle navi italiane rimarran le stesse che sono ora, quanto a concorrenza; ed elle si miglioreranno inoltre di tutte le facilità di che non si saran voluti valere quegli stranieri. Se all’incontro se ne varranno gli stranieri ed accresceranno la navigazione sulle nostre marine; così pure ce ne potremo valer noi, ma con tutto il vantaggio (immenso, come sa chiunque abbia per poco atteso a questi studi) che ha sempre la navigazione piccola ma vicina, breve, ripetuta, e moltiplice, il cabotaggio e il quasi cabotaggio, sulla navigazione grande, ma lunga e rara. Apransi i porti italiani; chi se n’approfitterà più? Certo non le navi in corso lontano, e massime non quelle che abbiano approdi propri; certo le navi italiane che han tempo a far tre viaggi, mentre l’altre uno, ed a cui gli approdi nostri sono gli unici e naturali. — Ora, mentre scriviamo, non è forse gran porto italiano dove non sia qualche navigazione straniera più privilegiata in qualche rispetto, che non qualche altra navigazione italiana. È vergogna, è danno grave. Ma, vergogna e danno maggiore, il governo di Roma propose già di equiparare alla propria le navigazioni di tutti quegli altri stati italiani che volessero corrispondere con simile liberalità; ed a tal liberal proposizione non corrispose finora niuno stato italiano!
II.º Quanto alle industrie, quali sono, in nome della verità, quelle che si vogliono proteggere colle chiusure o colle strette aperture? Le industrie del cotone, o de’ ferri, o delle canape, o dei lini, o delle sete, o di che? Non n’è una ora (anno 1843) che superi le straniere, che abbia primato su’ mercati europei od ultra-europei. Le stesse seterie di Genova, di Firenze e di Torino, già famose, sono un nulla ora su que’ mercati; e quanto all’altre, ei si può dire, relativamente parlando, che non esistono. Non servono esposizioni pubbliche, non medaglie d’incoraggiamento, non statistiche comparative degli accrescimenti annui. Fate statistiche comparative con le produzioni inglesi, germaniche ed anche francesi, e tirate le conseguenze vere, sinceramente, senza voler trovare ciò che non è, per adulare principi di qua, o popoli di là; e vedrete che bello avvenire industriale s’apparecchi all’Italia? Tanto brutto, tanto nullo, che basterebbe tal nullità a conchiudere: facciamo tutto a rovescio di quel che facemmo finora; noi non potremmo fare se non meglio; poichè le chiusure ci portarono qui, apriamo per Dio una volta per provare; peggio di ciò che è, o ci si apparecchia, non potrà esser mai. — Benchè anzi molto miglioramento si potrebbe sperare quando i principi italiani, colti come sono i più (che non parrà adulazione), applicassero francamente, tutti o quasi tutti d’accordo, quel gran principio del lasciar fare e lasciar passare, a cui niuna nazione si trova forse apparecchiata quanto l’Italia. La pochezza delle industrie esistenti scemerebbe il danno inevitabile della concorrenza ammessa. E poi, noi abbiamo avuta più volte l’occasione di osservarlo: l’ingegno italiano è sopratutti meraviglioso in varietà, in adattamenti. Varierà, s’adatterà anche in ciò. Cadranno le industrie men potenti, men naturali; ma sorgeranno le naturalmente più potenti. Se gli uomini di stato che si occuperanno in ciò, pretenderanno a un calcolo minuto di tutte le importazioni od esportazioni, utili a concedersi per le industrie italiane ad una ad una, ei vi perderanno probabilmente l’ingegno e la fatica, come avvenne a tanti altri; ma se se ne rimetteranno all’ingegno vecchio ed all’operosità nuovamente eccitata degli Italiani, ei ci è novanta per cento di probabilità, che questa, compressa com’è in tante altre parti, si precipiterà tutta nel nuovo sbocco, e vi farà miracoli. Possibile che noi, produttori di tante sete, non arriviamo ad operarle quanto i Francesi e i Tedeschi? Possibile che nell’operare i cotoni egiziani così vicini non abbiam parità con coloro che li tessono in mezzo al continente europeo? Perciocchè mal si dice che la natura ci ha negate tali competenze, negandoci il carbon fossile, epperciò le macchine a vapore. Sono elle messe in opera tutte l’acque italiane? Non confondiamo; l’acque non valgono il vapore per le strade a vapore; ma per le industrie non locomotrici, le acque che, fatte cadere una volta opportunamente, cadon sempre, valgon più che non il vapore; e finchè rimane in Italia un fiume o un rivo non usato nella sua caduta, non abbiam occasione di accusar la Provvidenza, nè di affettare una rassegnazione, la quale non è in somma se non pigrizia. Non è il carbone che ci manchi, ma l’operosità; e all’operosità non manca se non la competenza; la competenza dico, che farà danno ai pigri senza dubbio, ma profitterà agli operosi, che sono quelli soli onde si può approfittar la nazione. Se ne capacitino gl’Italiani tutti, ma sopratutti i principi: i nemici della loro gloria, del loro pro, della loro potenza, sono i pigri, i gaudenti, tutta quella genia degli ostinati nel far nulla, degli invidiatori ed impeditori di chiunque fa. Quando alcuni o molti di costoro scapitassero all’operosità altrui, poco male; il mal de’ tristi risulta sempre dal ben de’ buoni, e non si vuol fermar questo per quello.