Part 28
III.º Del resto dicono alcuni che le industrie italiane sono e saran per l’avvenire sempre un nulla rimpetto all’agricoltura. Io nol crederei; ma pogniamo che così sia, che le speranze materiali italiane debbano venir unicamente dalla agricoltura. Ad ogni modo queste speranze si accrescerebbono incalcolabilmente per una lega doganale che si facesse su principii larghi. Grani, risi, canapi, lini, olii, vini, pascoli e sete sono i principali prodotti agricoli nostri. Ma questi tutti (salvo i pascoli) sono prodotti pure di tutti i paesi circondanti il Mediterraneo; e prodotti che si può preveder forse si moltiplicheranno, quali in un paese, quali in altro, a segno da diventar là più a vil prezzo che in Italia. Niun metodo nuovo, niune società agricole, niuni incoraggiamenti governativi, non possono impedir tal danno. Tutti questi sono rimedi piccoli microscopici. Niun rimedio grande può essere, se non, o la chiusura assoluta, che lasci i mercati nostri esclusivamente a’ nostri prodotti, o l’assoluta apertura, che li equilibri agli stranieri, che, facendo abbandonare le produzioni svantaggiose, promova d’altrettanto le vantaggiose. Ma il primo di questi due rimedi grandi è difficile, forse impossibile ad applicarsi, ognuno il sa, in un paese così vario, così sulla via universale, così facile al commercio illegale com’è l’Italia; e poi non servirebbe se non a dar vantaggio su’ mercati nazionali, e crescerebbe lo svantaggio sugli stranieri. Ondechè il secondo rimedio, l’apertura, che equilibra tutte le produzioni, ed accresce le più naturali, è solo proficuo e possibile all’ultimo; epperciò tant’è volgervisi quanto prima. Non sono i metodi di colture quelli che si debban mutare, ma le colture stesse; i metodi nostri son buoni da secoli e secoli, e poco o quasi nulla v’è d’aggiungere; ma le colture si debbono mutar di secolo in secolo secondo le condizioni nuove, e quest’è che non abbiam fatto, e dobbiam fare. Noi eccettuammo testè i pascoli da quelle colture italiane che hanno a temer competenze. E difatti, se si giri tutt’intorno al Mediterraneo, ei non si troverà forse regione che sia comparabile per essi a tutta l’Italia settentrionale e a molte parti della meridionale. E quindi ei si può prevedere: che quelle regioni non arriveranno forse mai, e certo non per grandissimo tempo a competer con noi per li pascoli, e perciò per li bestiami e i latticinii: che quindi, quanto più la competenza scemerà la produzione de’ grani, tanto compenso e forse vantaggio noi potrem trovare nella produzione de’ pascoli, de’ bestiami, de’ latticini: che accrescendosi la abitazione, e quindi il lusso dell’altre coste del Mediterraneo, s’accrescerà la richiesta di questi nostri prodotti; e tanto più che son prodotti di natura loro cercati sempre ne’ luoghi più vicini; e quindi in ultimo, che l’Italia è destinata ad accrescere molto, immensamente, questa produzione sua, a rivolgere in pascoli tutte le terre sue che ne sien capaci, a valersi per ciò di tutti i suoi corsi d’acqua e di tutti i lavori accumulativi da parecchie generazioni, e ad accrescerli di gran lunga, che è in somma un avvenire speciale suo e fecondissimo di operosità e ricchezze d’ogni sorta. — Questa è la nostra speranza agricola principale senza dubbio. Ma non è la sola. I nostri risi pure sono fin ora senza competenza nelle ragioni circum-mediterranee, i nostri oli han sostenuto fin qui, o poco meno, tutte le competenze; e se i nostri vini non lo sostengono, la potrebbero sostenere quando s’introducessero perfezionamenti ed incoraggiamenti in questa industria, che n’è forse sola capace fra le nostre. Anche questi prodotti si accresceranno probabilmente, per la vicinanza nostra a tutte quelle immense regioni che sono in progresso probabile. Qui più che altrove i progressi altrui aiutano e quasi sforzano i nostri. La nostra pigrizia sola li potrebbe impedire. Non sarebbe se non nel caso che non volessimo produr noi quanto ci domanderà ogni dì più tutt’all’intorno, che le domande si rivolgerebbero altrove, e forse per sempre. Se noi ci ostiniamo a voler produr grani come nel mezzodì della Russia, od in Barberia, o in Egitto, a confondere (come fanno troppi agricoltori, amministratori ed economisti) l’agricoltura in generale con la coltura de’ grani; se in un’età di comunicazioni infinite ci ostiniamo a voler produr tutto, o a tener più necessaria la produzione de’ grani; se sagrifichiamo a questa le produzioni che ci daran ricchezze da comprarne, armi e navi da procacciarcene sempre, allora questa vecchia preferenza ci farà mancar l’occasione, e l’Italia non solo scaderà una seconda volta dai suoi commerci, ma scaderà dalla sua agricoltura, che sarà ultimo danno materiale. — E il danno materiale porterà seco quelli morali anche maggiori, della inoperosità e de’ vizi che l’accompagnan sempre. Ne’ secoli scorsi l’operosità non cessò quasi, se non nelle così dette classi alte, o tutt’al più nell’industriali; l’agricoltura, progredita lungo i grandi secoli italiani e serbatasi lungo i piccoli, salvò l’operosità in una gran parte della nazione. Ma guai se, cessando anche in questa parte, tutta la nazione nostra cadesse mai in inoperosità, a’ tempi appunto che i popoli circondanti, od anzi tutti i cristiani, accrescono la loro operosità. Allora sarebbe colma la misura de’ nostri danni; allora non servirebbero se non quegli estremi rimedii, che la Provvidenza permette bensì, ma che debb’essere studio d’ogni buon evitar sempre, quanto più sia possibile, in ogni cosa.
10. Epperciò qualunque cosa si voglia e possa fare, facciasi quanto prima. Qui non è solamente necessità; è urgenza. In questi anni dintorno alla metà del secolo XIX, forse in questi pochi che restano del quinto decennio di esso, si deciderà il nostro avvenire commerciale industriale ed agricola, per secoli e secoli. Questi sono gli anni climaterici dell’economia pubblica di tutte le nazioni europee, ma più dell’Italiana. Li trascureremo noi? Il commercio universale prenderà altre abitudini; ed ognun sa, quanto le abitudini commerciali sieno poi difficili a mutarsi. Ci varremo noi all’incontro di questa nuova e grande e forse ultima occasione dataci dalla Provvidenza? Di questa nostra magnifica situazione in mezzo al Mediterraneo? Di questo nostro trovarci prima nazione europea sulla via riaperta all’Oriente? E, parliam chiaro, ce ne varrem noi più largamente, più arditamente che non le altre nazioni circum-mediterranee? Faremo noi i nostri sbocchi, i nostri approdi, più facili che gli altri? Allora le nazioni più lontane che non hanno scali nel Mediterraneo, Olanda, Germania, Svezia, America, se ne varranno molto; e se ne varranno talor anche quelle stesse che v’hanno scali o coste, Inghilterra, Francia e Spagna, se sappiam precederle in quelle liberalità. E prese allora quelle abitudini, elle continueranno poi anche quando Inghilterra e Francia e Spagna entrassero in quella via dove noi le avremmo precedute. Ma capacitiamocene bene; qui si tratta di una corsa; qui d’arrivar primi; qui di prendere il solo vantaggio che ci rimanga a prendere. Altre nazioni hanno altri vantaggi, altre precedenze, più navi, più industrie, più mercati; noi non li possiam tôrre ad esse; non possiam prendere se non ciò che non han saputo esse finora: le liberalità de’ commerci. — Io fo tutt’uno in somma, fo una sola ipotesi della lega doganale italiana, e della liberalità e della prontezza di essa. La liberalità senza lega, o la lega senza liberalità, o la lega e la liberalità senza prontezza, non gioverebbero. Pogniamo che Napoli (la meglio situata) entrasse sola nella liberalità; questa non darebbe mercato grosso senza la lega, la nave straniera o nazionale approdata ne’ porti napoletani dovrebbe spacciar tutto il suo carico nel Regno, o portarlo via in altri porti italiani, dove nuovi dazi, nuove leggi l’aspetterebbero. Ingannata, non tornerebbe quella, nè altra; non s’avrebbero grandi approdi, nè gran commercio di niuna maniera. Ed all’incontro poniamo fatta la lega, ma non liberalmente, non servirebbe a nulla; le abitudini straniere ed anche nazionali continuerebbero a pro de’ più liberali. E pogniamo in ultimo fatta la lega, e fatta liberalmente, ma quando (fra pochi anni probabilmente) saran venute le altre nazioni circum-mediterranee a quella liberalità; allora di nuovo non servirà a nulla. Preceduti, non arriveremo mai più. — Il so anch’io, che è dogma di buona economia politica, far a poco a poco le novità. Ma è pur dogma di buona economia politica, che vi sono eccezioni a tutti i dogmi. E qui è il caso d’eccezione al dogma dell’_a poco a poco_. Il nuovo commercio ultra-orientale, e il cinese sono in sui lor principii; ma fra dieci anni al più essi avran prese probabilmente tutte le loro abitudini. La via d’Egitto è in sui suoi principii; ma fra dieci anni ella avrà prese forse tutte le sue agevolezze. Questi pochi anni in che si stanzieranno quelle abitudini e quelle agevolezze, sono gli irremediabili. Passati questi, non ci sarà nulla a fare, nulla a sperare più, per l’accrescimento de’ nostri commerci, nostre industrie e nostre agricolture; cioè per le nostre grandi operosità nazionali. Altro che primati, o nemmen parità! Se non vi provvediamo a tempo, noi siamo forse per cadere in una inferiorità non mai veduta; inferiorità a tutti gli altri, che son sulle mosse d’una non mai veduta operosità; inferiorità a noi stessi, che non avemmo mai una occasione così bella a prendere, così brutta a perdere. Ma Dio ci salvi da ogni infausta previsione! Dio spiri forza ne’ petti in cui sta salvar la generazione presente italiana dai disprezzi, dall’esecrazione de’ nipoti. A che servirebbe che adulassimo o tacessimo noi? Costoro sogliono essere inesorabili poi; e tanto più nel giudicar di ciò che fu alterato o taciuto da’ contemporanei.
NUOVA APPENDICE.
A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.
1. Il volgo e i naturalisti antichi credevano a certe serpi, che col guardo affascinate tirasser giù tra’ raggiri di loro annella e a poco a poco in lor bocca, gli uccelli che le guardavano imprudenti e reluttanti dal nido. Questa favola è rigettata dalla scienza moderna, ma può servire a un paragone. Non dissimili mi paiono la polemica personale e gli scrittori, i quali, quantunque avversi, si lasciano trarre al fascino di essa. E poco mancò che mi vi lasciassi trarre io pure, quantunque avversissimo.
2. Il presente libro, primo da parecchi o molti anni che sia surto d’Italia a discorrere apertamente di politica italiana, primo che l’abbia rivolta tutta intiera allo scopo dell’indipendenza, doveva suscitare e suscitò fin dall’apparire non poche critiche. Ma io dissi già brevemente di quelle che precedettero la seconda edizione; qui dirò più brevemente di quelle che seguirono da dieci mesi in qua. Continuarono a venirmene da destra e da sinistra. Ma le prime a voce, in opera, senza pubblicazioni, nè pubblicità. I destri (dico d’Italia) sdegnano l’opinione, e ciò che la fa; sdegnano gli scritti altrui e lo scrivere essi; son conseguenti. E conseguenti sono i sinistri, quando scrivono il più che possono. — Ma in Italia, proibito più o meno severamente ed efficacemente il libruccio dappertutto, ei non potè, naturalmente, esser criticato, nè menzionato, nè annunciato da niun giornale. Due soli scrittori, ch’io sappia, ne fecero cenno pubblico in Toscana, citandone onorevolmente alcuni squarci a proposito di strade ferrate; e due altri poi fecero altrove il medesimo al medesimo proposito in lor relazioni d’ufficio, non pubbliche. Nè io saprei dire quale dei due mi sia più incoraggiante pensiero; d’aver potuto servire così o all’opinione pubblica, o ai governi della patria nostra; motrice quella o aiutatrice massima, effettuatori questi necessari, di qualunque buona impresa italiana. — In Germania, parecchi giornali, mi fu detto, raccomandarono il mio scritto a quella grande e lenta, ma sempre progrediente ed a noi preziosa opinione pubblica. Ma io ne vidi uno solo; e perchè egli mi propose molto cortesemente due questioni supplementari, cercai scioglierle in due lettere pubblicate sotto il titolo _Della fusione delle schiatte in Italia_. Ed un illustre scrittor di colà diede poi un sunto onorevole ed amichevole del libro mio, nel suo libro sulle condizioni presenti d’Italia. — Dall’Inghilterra non ho notizia, che d’un articolo della rivista più antica e più grave fra le _Tories_, la quale mi assalì con pensieri e frasi che mi paiono, per vero dire, molto diverse da quella opinione, e ad ogni modo coll’allegazione d’un fatto inesatto; ed io le risposi per rettificare una volta di più quel fatto a me importante[49]. — E finalmente, poche lodi pubbliche, e parecchi attacchi mi venner di Francia; alcuni da Francesi propriamente detti, i più da nostri compatrioti. Nè celerò che in tali attacchi mi fu amara, oltre a ciò che mi ero aspettato o preparato, una cosa: che si continuasse talora a travisare le opinioni mie. Già s’era fatto, ma s’insistè; e ciò mi dolse tanto più, che più mi duole essere travisato presso a quegli stranieri, i quali non prenderan probabilmente la fatica di confrontare le opinioni allegate con quelle che io scrissi; e tanto più che quel paese è pur quello la cui opinione, la cui politica mi parve più importante a noi fra tutte le straniere; e quello poi, a cui dopo la patria io sono personalmente più stretto, quello che fu a me pure largo di ospitalità da 47 anni oramai, quello che fu a me pur rifugio nell’esiglio, quello della mia più dolce e più sacra memoria, quello di molti preziosi affetti privati che mi vi rimangono. E quindi parevami l’occasione da dover rispondere, protestare; e più volte presi la penna a ciò; ma ne fui ad ogni volta trattenuto dagli amici di qua o di colà in varii modi. Ho io fatto bene o male di arrendermivi, di non insistere? Certo mi pena ancora, per me, di lasciarmi giudicare colà su quei rendiconti; per la patria, di lasciar cadere colà la discussione sulle cose italiane. Io aveva sperato che questa discussione politica incominciata da un Italiano di fuori, proseguita da un Italiano d’addentro, con serietà, con sincerità, con moderazione (o almen lo spero), fosse continuata di nuovo da fuori al medesimo modo, e continuata colà con più vantaggio; e che continuandosi così, potesse uscire o dalle speranze massime del Gioberti, o dalle già minori mie, o se mai da altre minori ancora, una politica nazionale italiana; una di quelle politiche che non è dato a nessuno, e a me certo men che a niun altro, di fondar solo; ma una di quelle politiche che, fondate dalla discussione sull’opinione dei più di una nazione, e non discordantemente dall’opinione della civiltà universale cristiana, non possono a meno di non condurre una nazione qualunque; a tutti i suoi qualunque sieno, più o men buoni destini. Disgraziatamente, non fu così; e dopo pochissime discussioni d’opinioni (di che ringrazio sinceramente), la polemica si ridusse ad appormi opinioni non mie, e sarebbesi così ridotta per me a protestare: io non ho detto questo o quest’altro. E questa non sarebbe più stata polemica utile, buona a nulla; e fatta tra Italiani, dinanzi a stranieri, e «In Francia, dove in pregio è cortesia,» sarebbe probabilmente stata nociva[50]. E quindi in tutto non so se io abbia fatto bene a farne il sacrificio, o se io n’abbia fatto uno utile alla patria; ma mi perdoni ella d’aggiugnere che credo averne fatto uno non lieve.
3. Ad ogni modo, tra tutti questi attacchi prodigiati di fuori al presente libro, e la pubblicazione impeditane addentro a tal segno da non potersi più quasi dir pubblicazione[51], 3000 esemplari o poco meno ne corsero di mano in mano e in un anno sul suolo italiano; qui dov’è in somma il corpo, la gran pluralità di miei compatriotti, la vera, la grande opinione italiana. Quindi (per non parlare di alcune simpatie a me preziose, ma che espressemi in modo privato o meno esplicito, io non debbo, miseria patria palesare ulteriormente) quindi quel poco incoraggiamento che può venire in Italia ad uno scrittore sincero; e quindi poi l’occasione della presente edizione terza. Ma quindi pure un nuovo dubbio in me: se avessi in questa ad aggiugnere nuove note, come feci nella seconda, ai due intenti 1.º di rispondere alle nuove critiche; 2.º di accennare i nuovi fatti surti a conferma delle speranze accennate. Ma quanto alle risposte, non so se io mi sia lasciato persuadere di nuovo dalla mia pigrizia, ma in somma mi persuasi: che il rispondere a tutti i nuovi criticanti avrebbe fatto oramai di questo libretto un volumaccio tempestato di note, e quasi di un commento perpetuo, a modo d’un libro d’erudizione; che il rispondere ad alcuni solamente, avrebbe fatto dire che tralasciavo i più forti opponenti; che del resto, alle poche critiche vere, ai principii diversi io aveva risposto già o primitivamente nel testo, o nelle note alla seconda edizione, le quali serbo in questa, ondechè le risposte nuove sarebbero state ripetizioni; e che finalmente le proteste di non aver detto questo o quest’altro, se potevano aver qualche vantaggio dinanzi a un pubblico che non mi conosce, e non ha od ha poco il mio libro in mano, elle sarebbero inutilissime in Italia, dove il libro è volgare oramai, e massime a coloro che, tenendo appunto il libro in mano, possono vedervi da sè ciò che v’è o non v’è[52]. All’incontro, quanto alle conferme, a’ fatti nuovi avvenuti da dieci mesi in qua, essi mi parvero di tale importanza da non poterne discorrere adeguatamente in note, e da star meglio collocati qui in calce tutti insieme. E quindi in somma lasciai testo e note come nella seconda edizione, riducendomi alla sola presente aggiunta de’ fatti nuovi. — I quali, per vero dire, se io non m’inganni sovr’essi, se sieno per parer tali altrui come paiono a me, serviranno di risposta sommaria, e la migliore che possa essere alle critiche sincere. Certo, se in così poco tempo, e, pur troppo, con così poca opera nostra, le nostre speranze si sono tuttavia accresciute veramente e notevolmente; ei bisogna pur dire che sia nell’andamento universale di questa civiltà cristiana in cui viviamo, una spinta irresistibile la quale arrivi fino a noi; ei bisogna dire che le speranze tratte dalla certezza di quel gran movimento, non sieno sogni; ei bisogna dire che gl’Italiani speranti abbiano, in generale, ragione contro ai disperanti d’ogni luogo o qualità. E poco importerebbe allora a me, nulla, alla patria, che io, sperante particolare, abbia più o men bene esposte quelle speranze. Torniamo oramai, e sotto rinnovati auspici, al modo nostro; lasciamo le persone, la polemica, le cose dette; andiamo avanti, colla patria; ed anzi, se ci riesca, spingiamola avanti.
4. Del resto, è vero che il tempo, il gran giudice delle politiche proposte ed anche delle effettuate, è lento al solito a pronunciare il giudicio suo; e che quindi può parere presunzione il pretendere che l’abbia pronunciato così prontamente. Ma, altronde, il tempo nostro, non c’inganniamo, è tempo di operosità esaltata, accelerata. Perchè non vi son guerre grandi, non rivoluzioni, quasi nemmeno più parti estreme, contese aspre o pericolose; perciò pare ad alcuni disattenti che noi siamo in un tempo pigro, ozioso, quasi d’aspetto. Ma il fatto sta, che l’opera del nostro tempo è appunto tanto più pronta, più efficace, che ella è men contrastata. Di due persone che vadano, l’una correndo, ma sovente fermata e fatta dar indietro dagli opponenti sulla via, e l’altra stampando i passi giusti, contati, con pochi contrasti, e così sempre all’innanzi, la seconda fa più via, arriva più lungi, naturalmente. E il nostro secolo, nel suo primo terzo si può assomigliare a quella prima persona, d’allora in poi alla seconda. E se continua così, quali speranze, quali disperazioni non s’apparecchiano per la gran metà del secolo ancor restante? Speranze a coloro che prenderan parte al moto; disperazioni a coloro che vorranno pazzamente contrastargli, o stoltamente tenersene discosti? È detto, è fatto, più che a mezzo già nella minor metà: il secolo XIX non sarà solamente, è già secolo di progressi, grandi in sè, grandi al paragone de’ precedenti: se non sorge qualche ritorno proporzionatamente grande all’indietro, che non è probabile di niuna maniera, sarà secolo grandissimo, sarà, è già era di molti fatti nuovi a tutto il mondo futuro. Altro che secolo di transazioni, di dubitazioni, di mediocrità, come dicevano taluni! La transizione è finita, le dubitazioni si mutano in certezze, la mediocrità rimane a quegli uomini, alti o bassi, così mediocri da non prender parte alle grandezze che lor si svolgono all’intorno. Ma volete voi ridurvi a’ fatti presenti, compiuti? Sia pure. Da un dodici o quindici anni in qua, l’Europa, la cristianità camminò forse più che ne’ trenta precedenti; ogni anno vale ora secoli. E così è che, in un anno ed anche meno, poteron sorger fatti confermanti le previsioni, così poterono udirsi giudizi già pronunciati dal tempo. — Del resto, i soli operosi di fatti o almeno di pensieri, capiscono il tempo operoso, accettano i giudizi di lui; gli oziosi non li odono nemmeno, o se li odono, non li intendono, ed anche intendendoli, li ricusano come troppo incomodi; e quindi noi lascierem questi; e co’ primi soli esamineremo, trascurando parecchi eventi minori, due fatti nuovi italiani, e due o tre stranieri. E per non far un altro libro appiccicato al primo, saremo più brevi che mai. Gli operosi che ci abbian letti fin qui e si degnino continuare, ci capiranno in poche parole. Gli oziosi non ci capirebbono in molte, e non saranno arrivati fin qui. Il mio libro, il mio stile non son molli, nè forse facili, lo so. Ma chi m’insegna il modo di dir mollemente, facilmente, di tante cose, nuove ancora in nostra lingua? La novità produce moltiplicità; la moltiplicità, brevità; e la brevità inevitabilmente oscurità, o almeno difficoltà. Lo stile politico moderno, è, esso stesso, da formare in Italia. Nè ho la pretensione di formarlo io. In ciò, come nel resto, desidero essere, non che accompagnato, superato; ed è certamente molto facile. Ma finchè son lasciato solo o poco meno, io imploro questa scusa della solitudine. Chi parla solo, suol parlar tronco, ruvido od anche rozzo. Mi serva di scusa appresso ai compatrioti; i quali non vorrei prendessero per frutto d’impertinente negligenza ciò che è all’incontro di felice od infelice, ma perdurante lavoro.
5. Il I.º FATTO NUOVO italiano da notare è negativo. È, che da un anno in qua cessarono i moti, anzi le minacce di moti (diciam la parola usuale) rivoluzionari. Così continuò a decrescere la serie decrescente notata nel testo più volte.
Nel 1.º decennio del secolo: continuazione della rivoluzione massima e pessima incominciata nel secolo scorso: servitù straniera.
Nel 2.º decennio: rivoluzione minore e migliore; si passa di sotto alla servitù assoluta ad una servitù minore, a semplice preponderanza straniera.
Nel 3.º decennio (incominciando dal secondo semestre 1820): prove di rivoluzioni nazionali, poche e povere in sè, grandi al paragone delle seguenti.
Nel 4.º decennio: prove minori.
Nel 5.º, ove siamo: prove minime.