Delle speranze d'Italia

Part 26

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Io ho posta e cercata sciogliere nel presente libro la sola questione: QUALI ABBIANO AD ESSERE LE SPERANZE D’ITALIA. Ora un’altra, il riconosco, una forse di più concitante interesse, sarebbe a porre e sciorre; QUANTO GRANDI POSSANO ESSERE QUESTE SPERANZE. Ma tale scioglimento sarebbe, a parer mio, molto più difficile e molto meno importante. — Sarebbe più difficile, perchè a determinare la quantità delle speranze, ci si vorrebbe prima poter determinare la quantità delle virtù nazionali, proporzionali essendo sempre le due. Chi dice speranze, dice probabilità, non certezze; dice fatti eventuali, non adempiuti; dice potere, non volere; dice cause, e non effetti; vuol ispirare il sentimento delle cause presenti, affinchè producano effetti avvenire. E quindi s’intende da sè (tranne da coloro che, per non intendere, mutan senso alle parole d’uno scrittore, o peggio, mutano, combattendolo, le idee di lui), s’intende da sè che il passaggio d’una causa presente ad effetto avvenire, dipende poi da ciò che i filosofi direbbero attuazione o virtù efficace, e noi dicemmo più semplicemente virtù. E s’intende da sè che questa, or progrediente, può continuare ad accrescersi, può fermarsi e può retrocedere, e s’intende da sè che ciò dipende poi principalmente da que’ pochi uomini i quali si trovan ora duci della nazione, duci de’ fatti nostri, duci delle nostre speranze; que’ pochissimi il cui sommo privilegio è che le loro virtù personali valgano per migliaia e centinaia di migliaia, nella somma totale delle virtù nazionali. E queste virtù personali sono, non che difficili, impossibili a conoscersi, a valutarsi da niun uomo al mondo; sono anch’esse uno de’ segreti della Provvidenza. Tal uomo che pareva aver in serbo grandi virtù non ne produce poi una mai, tal altro non pareva averne nemmeno il germe, e dà frutti inaspettati all’occasione, e tal fa nascere egli stesso le occasioni, spinto com’è da quella virtù ch’era in lui, nascosta a tutti, salvo a Dio ed a lui, o nascosta talora ad esso stesso. Ma, grazie a Dio, tutto questo calcolo della quantità delle speranze, della quantità delle virtù nazionali e personali, non è poi importante, non è almeno se non a’ timidi ed oziosi. Questi soli han bisogno per entrare in una buona impresa, di sapere quanta sia la probabilità della riuscita, quanto lunga la via; i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo delle probabilità della vittoria. I forti e costanti non soglion chiedere quanto fortemente nè quanto a lungo, ma come e dove abbiano a combattere, non han bisogno se non di sapere in qual posto, per qual via, a quale scopo; e sperano poi, ed operano, e combattono, e soffrono ivi fino al fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti. — Facciam ciascuno l’ufficio nostro, a nostro posto, fino all’ultimo di nostra potenza; lasciamo alla Provvidenza l’ufficio suo. Anche in condizioni peggiori, con probabilità, con isperanze minori che non le nostre, un caso, un uomo, risollevarono sovente le nazioni cadute, ma avviate a virtù. — Od anzi, un caso, un uomo non mancarono loro mai. — Od anzi, non vi sono casi al mondo; una Provvidenza regna, e regnò quaggiù in tutti i secoli della lunga vita del genere umano, e quella Provvidenza non ha, non può avere altro scopo quaggiù se non la virtù; non mancò mai ad aiutarvi chi vi s’aiuti, promise anche un angelo a salvar un giusto, e non negherà un uomo, un’occasione a salvar una nazione virtuosa; non negherà il grande strumento d’operosità e virtù, ad una nazione che voglia veramente entrare a far l’ufficio, tutto l’ufficio suo nella Cristianità.

APPENDICE.

SE E COME SIA SPERABILE UNA LEGA DOGANALE IN ITALIA

1. L’idea d’una lega doganale italiana si è certo presentata molte volte alla mente non solo degli uomini di stato, ma di quanti commercianti e viaggiatori italiani o stranieri sentono ogni dì i danni materiali del nostro sminuzzamento. E probabilmente molti di questi ultimi accusano i primi di negligenza o d’incapacità, perchè non fanno ciò che si vede così felicemente fatto altrove. Ma il vero è, che se è talor questione difficile a sciogliere, quella dell’accessione di un semplice stato germanico alla lega già esistente colà e fiorente; molto più difficile è quella della costituzione di qualunque nuova lega, e difficilissima poi per le sue complicazioni quella d’una lega italiana. Ne fu trattato da non pochi scrittori[46]. Ma perchè gli stranieri non possono preveder tutte quelle complicazioni, e i nazionali non ne possono discorrere, ei non fu forse distinto finora sufficientemente tra le varie leghe immaginabili, quali sieno possibili, quali desiderabili, nè come desiderabili. Per intendersi bisogna distinguere. Ciò tento fare, brevemente, secondo le convenienze di questo libro, epperciò supponendo nei miei leggitori, non solamente la cognizione delle scienze economiche in generale, ma quella in particolare del fatto e de’ risultati della lega doganale germanica. Lasciamo i grossi libri a coloro che voglion rimuovere il secolo dalle sue vie; chi accetta queste, può esser breve, riducendosi a cercare come entrarvi, come seguirle più opportunamente in ciascuna opportunità.

2. Due casi s’affacciano nel primo mirare alla questione. La lega italiana potrebbe esser fatta, o tra i principati italiani soli, o comprendendovi l’Austria. Ma questa può comprendervisi per le provincie italiane sole, ovvero per tutto l’Imperio. E, considerato poi che in quest’Imperio austriaco è surta la questione dell’entrar esso nella lega doganale germanica, sorge il nuovo caso che l’Imperio austriaco acceda con tutta questa alla italiana. Ondechè sono in tutto quattro casi, quattro modi immaginabili; cioè, procedendo dal più lato a’ più stretti:

I.º Una lega germanico-italica;

II.º Una lega austro-italica;

III.º Una lega compiutamente italica;

IV.º Una lega de’ soli principati italiani.

3. La I.ª, la lega germanico-italica sarebbe, per vero dire, magnifica idea, magnifica combinazione. Tutta la media Europa collegata insieme. Un moderatore tra l’Occidente e l’Oriente contrappesanti. Inghilterra, Francia e Spagna tendono ad unirsi con o senza una gran lega occidentale; non prossima per certo, ma non impossibile forse un dì o l’altro. Ma anche senza tener conto di siffatta eventualità, anche senza uscir del presente, non è dubbio che i grandi e veri interessi commerciali dell’Europa media, dal Baltico al Mediterraneo, sono molto simili; e che sarebbero quindi ben promossi da quest’unione economica di tutte le popolazioni comprese tra i due mari. Queste unioni economiche son talora più profittevoli che le stesse comunicazioni materiali; le producono, o vi suppliscono. A coloro poi che sieno entrati nell’idee del nostro libro, questa riunione di tutta Italia con tutta Germania parrà anche più importante; la questione, od anzi tutte le questioni orientali si scioglierebbero molto più facilmente, se queste due nazioni si potessero intendere come due uomini. Ei s’è usato ed abusato di quell’espressione, del _sollevarsi le nazioni come un uomo_. Non si potrebb’ella mettere in uso pur quest’altra, _d’intendersi come due uomini?_ In ciò non sarebbe da temere, non possibile niun abuso. E quanto all’Italia in particolare, non è mestieri dire che la lega germanico-italica sarebbe desiderabile. La preponderanza austriaca vi sarebbe compensata dalla prussiana; l’interesse italiano dell’inorientar Austria, sarebbe rinforzato dall’interesse germanico dell’inorientar Austria e Prussia; la spinta italiana dalla spinta germanica; la molle operosità nostra da quella fortissima; le lontane speranze italiane da tutte le più prossime germaniche. — Tutto ciò è vero e certo. Ma pur ciò all’incontro: che per ora e gran tempo le nazioni in generale non s’intendono come due uomini; che qui in particolare bisognerebbe supporre di animo larghissimo e previdentissimo, supporre spregiudicati sugli interessucci passeggeri, ma presenti, tutti i principi, tutti gli uomini di stato tedeschi e italiani, cioè una trentina di principi, alcune centinaia di ministri, e consiglieri o deputati a’ parlamenti. Non dico nel futuro imprevedibile, ma non volendo parlar mai se non del prevedibile, tale accordo si può arditamente pronunciare impossibile. Oltrechè, ei sarebbe forse a dubitare che Prussia promuova mai sinceramente niuna accessione alla lega germanica cui presiede ella, d’un’altra grande potenza, la quale le torrebbe quella presidenza. Non ci inganniamo diplomaticamente, noi non diplomatici. La presidenza o precedenza o preponderanza doganale è a Prussia potente strumento di preponderanza politica; ed ella rinuncierà a questa difficilmente. Tuttavia, quella potenza è così sinceramente progressiva, così intelligente de’ suoi veri interessi presenti, e così previdente de’ futuri universali, che non è impossibile ch’ella rinunciasse alla propria situazione vantaggiosa particolarmente in Germania, per prenderne una forse più vantaggiosa generalmente in Europa. Ma tal non è l’Austria; la quale rinuncierebbe certo difficilmente alla sua preponderanza politica in Italia, ammettendo il contrappeso della Prussia. Ciò che giova ed è desiderabile a noi, sarebbe, a parer mio, desiderabile pur all’Austria, se intendesse bene, compiutamente, grandemente gl’interessi suoi; ma ella non li intende così: è fatto attuale e probabile per gran tempo. Ondechè in somma a questa lega doganale germanico-italica sono tali difficoltà che parrà chiara a ciascuno la conchiusione: essere essa molto desiderabile sì, ma molto improbabile.

4. Caso II.º; la lega austro-italica ossia dei principati italiani e di tutto l’imperio austriaco. Se noi attendiamo a ciò, che fra le pubblicazioni citate in capo a quest’appendice, tutte quelle fatte in paesi e da persone più o meno dipendenti dall’Austria, promuovono questa lega di tutta Italia con tutto l’Imperio austriaco, ei parrà confermato a ciascuno il fatto, per sè stesso altronde probabile, che tal lega sarebbe desiderata dall’Austria. E noi non siamo di quelli che vogliam conchiudere a un tratto: se è desiderata dall’Austria, non è desiderabile da noi. Noi torniamo sempre a ciò, che i veri interessi futuri dell’Austria e dell’Italia sono identici. Ma di nuovo e sempre; il male è, che per ora, e probabilmente per a lungo, l’Austria non li intende così. Ella è, più che noi, che li separa, che li contrappone; ma in somma, finchè è così, noi non possiamo promuovere gl’interessi di lei, intesi tutt’all’incontro de’ nostri. — Pogniamo fatta la lega austro-italica, che ne avverrebbe ora, economicamente, politicamente? Economicamente, noi ci uniremmo al sistema austriaco vecchio, proibitivo, protettorale; noi ci separeremmo dal sistema più largo, men protettorale, più liberale, che viene e verrà promosso dalla lega germanica principalmente, dall’Inghilterra a poco a poco, e dalla Francia probabilmente. Se Austria volesse entrare in questo, ella entrerebbe nella lega germanica, ella promoverebbe la lega germanico-italica, e non la austro-italica; ondechè, finch’ella promuove questa sola, è probabile ch’ella non vuol entrare nel sistema largo, solo conveniente all’Italia. Noi torneremo frappoco alla necessità di questa larghezza. Ma è facile ad intendersi fin di qua sommariamente: che l’Italia entra ora in una nuova età commerciale; che, ricondotto il commercio orientale nel Mediterraneo, ella può e deve riprendere gran parte a quel commercio, se non vi ponga ostacoli ella stessa; che non ha nemmeno bisogno qui, nè di grand’arte, nè di grande operosità; che per lei più che per nessuno l’economia politica si ridurrà al lasciar fare e lasciar passare; ma che se ella s’aggiungesse a un sistema economico proibitivo, o solamente protettivo, o di preferenze, contra Francia ed Inghilterra, le due nazioni più passanti e ripassanti per le sue acque, l’Italia troncherebbe da sè tutte le sue migliori speranze commerciali; cadrebbe non solamente nel fallo di trascurare le occasioni, ma in quello di opporsi ad esse; non sarebbe solamente neghittosa, ma avversaria de’ propri interessi, a pro de’ propri avversari. Napoli e tutta la parte meridionale della penisola, e le due isole Sardegna e Sicilia, vi perderebbero evidentemente; siccome quelle che per la loro situazione sono prime e principalmente destinate a’ profitti di quel nuovo passaggio del commercio orientale. Ma la parte settentrionale della penisola, o almeno la parte nord-ouest, il Piemonte vi perderebbe per altre ragioni forse più. Finora il Piemonte fu disgiunto da Francia, da un muro commerciale, per così dire, ferreo; era pregiudizio politico ed economico insieme. Ma, non è forse paese al mondo in che i pregiudizi cadendo lentamente, cadano all’ultimo più certamente; e v’è incominciato a cadere questo del muro commerciale. Un primo trattato è stato fatto testè tra Piemonte e Francia, ed alcuni cenni fanno da credere che si potrà estendere quandochesia; e senza entrare qui nel merito, nè de’ trattati di commercio in generale, nè di questo in particolare, questo è senza dubbio principio ed arra di più larghe comunicazioni, cioè, a parer di tutti oramai i migliori economisti, di miglioramenti commerciali. A’ quali tutti dovrebbe dunque rinunciar l’Italia occidentale, rientrando nel sistema vecchio, facendosi economicamente austriaca. Nè le stesse provincie orientali o lombardo-venete ne vantaggerebbero. Noi ci riferiamo pur qui a ciò che crediamo aver dimostrato altrove; tutti i veri e buoni interessi futuri austriaci sono sul Danubio e non sul Po; ondechè quanto più s’intenderanno in Austria gl’interessi austriaci, quanto più progrediranno quell’imperio, que’ popoli, quegli uomini di stato, quella corte e cancelleria, tanto più sempre sarà sagrificato il Po al Danubio. Qui il fallo fatto una volta non avrebbe nemmeno il rimedio che è a tutti gli altri; non che scemare, accrescerebbesi il danno in ragione del progresso avvenire. — E politicamente poi? I leggitori informati delle cause, delle vicende e degli effetti di quella lega doganale germanica, che è finor solo esempio di tali istituzioni, sanno il grande accrescimento di preponderanza politica venutone a Prussia, che si trova potenza principale in quella lega. Vorremmo noi procacciar simile situazione, simile preponderanza all’Austria? Io credo che niun principe, niun uomo di stato, niun uomo pensante e senziente in Italia abbia tal desiderio; e che se qualche Italiano pur si trovò a promuover la lega austro-italica ei fu per un’illusione fattasi troppo semplicemente, per vero dire, a sè stesso: che non fosse per succedere in Italia ciò che successe così evidentemente altrove. Ma speriamo che i molti, i più, o tutti si atterranno a quel modo più naturale di ragionare, il quale argomenta da simili cause a simili effetti, dal passato all’avvenire, dai fatti alle probabilità; e che quando fra cento di queste, ne fosse una sola di accrescere la dipendenza degli stati italiani, quand’anche invece di vantaggi commerciali probabili dalla lega austro-italica, basterebbe quell’uno pericolo a farla rigettare. Gli stati, le persone morali non hanno doveri dissimili dalle individuali; e se ad ogni uomo è dovere (ed all’ultimo utile) il rigettar qualunque vantaggio di fortuna acquistato con una viltà, tal è pure agli stati, alle nazioni[47]. — E conchiudiamo, sperando assenso unanime italiano, la lega austro-italica sarebbe, quanto a difficoltà esterna, fattibilissima; ma ella non è desiderabile, è assolutamente rigettabile da tutti i princi italiani.

5. Caso III.º: lega italica compiuta, ossia de’ principati italiani e delle provincie austro-italiche. — Questa può essere desiderabile o no per noi, secondo che ne’ particolari ella si scosterebbe o s’accosterebbe alla precedente. Chiaro è: se l’unione delle provincie austro-italiche co’ principati italiani fosse solamente un nome, una finzione; e se la separazione tra quelle provincie e le germanico-austriache fosse un’altra finzione o si riducesse ad una linea doganale di più tra l’une e l’altre; e se quell’unione implicasse come nel caso precedente, accettazione per noi del sistema economico austriaco, antiquato e stretto, tal unione non sarebbe desiderabile da noi nè economicamente nè politicamente. Non economicamente, traendoci a’ medesimi falli, alle medesime rinuncie di speranze che denunciammo testè; non politicamente, perchè questi falli ci trarrebbono a separazione anche politica dalle altre nazioni europee, ed a maggior unione (che sarebbe maggior dipendenza) colla potenza già troppo signora nostra. — Se all’incontro i negoziati che s’intavolassero per la lega italica, e il trattato che ne risultasse fossero tali di far entrar le provincie austro-italiche in quella larga economia politica italiana da cui dipendono tutte le nostre speranze commerciali; se così le provincie austro-italiche si educassero ad una futura unione anche politica con gli stati italiani, non è dubbio che tal lega sarebbe non solamente molto, ma la più desiderabile di tutte per l’intiera Italia; sarebbe arra dataci dall’Austria, del suo rivolgersi dalla mala politica sua occidentale a quella nuova e buona orientale, la quale ci farebbe a un tratto da avversari amici ed alleati naturali. — Ma non c’inganniamo; niun fatto, niun principio di fatto, niun cenno è di tal rivolgimento; e quanto più la lega esclusivamente italica s’accosterebbe a buona per noi, tanto più è improbabile ch’ella fosse accettata dall’Austria presente; quanto più qualunque lega italica sarebbe proposta od accettata dall’Austria, tanto più probabilmente ella sarebbe dannosa all’Italia. — E quindi di questa lega comprendente i principati italiani e le provincie austro-italiche, ei ci pare, senza fermarvici altrimenti, poter conchiudere: che ben fatta, ella sarebbe senza dubbio la più desiderabile, ma è la più improbabile; e che mal fatta, non sarebbe desiderabile; ovvero più brevemente, che la probabilità vi sta in ragione inversa della bontà.