Delle speranze d'Italia

Part 25

Chapter 253,436 wordsPublic domain

10. Ma di ben altra importanza è l’ultimo dei progressi della Cristianità che noi abbiam presi ad esaminare; IL PROGRESSO DI VIRTÙ. — E questo è, per vero dire, il più negato fra tutti, dai disperanti e piagnoni del secolo nostro. Concedono essi sovente i progressi materiali, e concedono talor tutti quelli della coltura od anche della civiltà, e dell’unione o della dilatazione della Cristianità; ma si tengon fermi a negare che ella sia progredita in virtù; asseriscono che questa è uguale in tutti i secoli[45], od anche peggio, che è cadente, caduta nel secolo nostro, destinata a cadere ulteriormente ne’ secoli futuri. Che anzi; alcuni sono, che di tal questione, tutta storica o politica, pretendono fare una questione religiosa; e, mal imitando l’eloquenza dei pulpiti e delle cattedre cristiane, affettano di piangere o tuonare essi pure contro al secolo ed al mondo, e si profferiscon così, non chiamati, ad aiutare i predicatori veri della nostra chiesa. Ma questa è una grande illusione, od una grande arroganza e un grande abuso; corre tra i predicatori ecclesiastici, e questi secolari dilettanti, una grandissima, una radical differenza. I predicatori veri, i chiamati e mandati, hanno dinanzi a sè continuamente un’idea, anzi un modello reale e divino di virtù; al quale essi han missione di far riaccostar gli uomini perpetuamente, al quale gli uomini non arriveranno mai, al quale dunque essi hanno ed avranno perpetuamente ragione, diritto e dovere di sgridar gli uomini di non accostarsi più e più; ragione, diritto e dovere di riprendere il secolo qualunque sia, e il mondo perpetuamente. Ma il caso è tutto diverso per que’ moralisti o filosofi o storici o politici od oratori o discorritori profani, i quali, instituendo il paragone degli uomini presenti, non col modello divino inarrivabile, ma solamente con gli uomini di altri secoli, non han ragione nè diritto di dirli peggiori o migliori se non confrontando conscienziosamente e scientemente (perciocchè la scienza diventa dovere nelle discussioni scientifiche), confrontando dico, i fatti umani de’ diversi secoli, tra sè. Benchè, anche prima d’istituir qualsivoglia confronto, questi e qualsiasi cristiano han ragione di credere ed asserire che il Cristianesimo, instituito per ben degli uomini, deve pure, non può non aver prodotto, sopra ogni altro, il progresso di virtù. Tutti gli altri progressi, di coltura, di civiltà, di unione, di dilatazione del Cristianesimo, sono un nulla, non avrebbono servito a nulla senza questo; non possono avere avuto nella mente divina altro scopo che questo, del progresso di virtù. Sappiamo innalzarci una volta, e non lasciamo che l’eccesso del rispetto ci impedisca di guardare alle verità conceduteci, ci impedisca di sentire tutta la gratitudine che dobbiamo al divin fondatore del Cristianesimo; interniamoci anche noi uomini di quaggiù in quell’idea divina che è forse chiara agli spiriti superiori, ma che è anche a noi conceduta. A che avrebbon servito dagli apostoli fino ai presenti i predicatori veri, sacri, e mandati, se non avessero prodotto d’allora in poi il solo frutto degno di lor missione, il frutto di virtù? Il frutto stesso di verità sarebbe stato inutile senza il frutto di virtù; nè col lume naturale della nostra ragione, nè molto meno con quello soprannaturale della rivelazione, noi non possiamo concepire un Dio che si fosse contentato di spandere tra gli uomini una verità sterile, improduttiva di virtù. Lascino dunque costoro la questione religiosa, la quale troppo facilmente si scioglie contra essi; e riducendola poi a storica, prendansi la poca fatica di aprir qualche storia, qualche raccolta di fatti. — E quindi, io li conforterei prima ad aprire alcune di quelle descrizioni che sono numerose a’ nostri dì, delle nazioni acristiane, e non dico delle più barbare o selvagge, ma delle asiatiche più incivilite, Turchia, Persia, India o Cina. Ivi, oltre alle innegabili decadenze, alle imminenti cadute di quegli imperi, di quelle civiltà e di quelle religioni, essi vedranno tali particolari di costumi e vizi d’ogni sorta da farli a un tratto rivolgersi, se pur sien cristiani, a benedir la Provvidenza di essere nati cristiani; da farli prostrare, se sien umili cristiani, a benedirla di non trovarsi in mezzo a tali pericoli; da persuaderli una volta dell’immensa differenza che è tra la virtù cristiana e non cristiana, e quindi dell’innegabil progresso fatto fare agli uomini da questa. Ma non basta loro e vogliono essi particolari? Aprano qualunque libro un po’ particolarizzato di storie o memorie di qualunque nazione cristiana, nell’età barbare, o in quella della feudalità, o in quella di Carlo V o di Ludovico XIV, o di Ludovico XV, di Federigo e Catterina; e paragonino di nuovo que’ costumi, que’ vizi, quegli scandali coll’età presente; e ne risulterà di nuovo in ogni sincero la medesima persuasione. E finalmente, se sono della generazione de’ vecchi, si ricordino, e se son giovani, credano a noi od alle numerose memorie de’ nostri coetanei; e vedranno quali innegabili progressi di virtù siensi fatti, all’età nostra stessa: in Francia dai costumi pubblici e privati del Direttorio o dell’Imperio a quelli della Restaurazione e della Rivoluzione del 1830; in Inghilterra dal principe e la principessa di Galles a Vittoria Regina; in Ispagna da Carolina e il Principe della Pace a quanti vi si vide anche in mezzo agli ultimi pervertitori turbamenti; e così poi in Portogallo, in Italia, in Prussia, in Austria, in tutta Germania, e fino in Russia. Tutti questi son fatti chiari, a cui sopravviviamo noi testimoni a migliaia; son fatti che fanno evidente la menzogna, l’error colpevole per volontà o per ignoranza di coloro che vituperano i costumi, la virtù del secolo nostro in paragone degli altri. — Certo questa non è perfetta; nè tal sarà quella di niun secolo mai, certo sono e saran passioni sempre, e colpe e delitti; certo i governi n’avranno a punir sempre; e certo i veri predicatori avranno a predicar sempre contro essi, ma mente contro alle nostre rimembranze, mente alla storia di tutti i secoli, mente al paragone della virtù cristiana con tutte l’altre, ed oserei dire che mente all’istituzione stessa del Cristianesimo, chi nega al Cristianesimo l’efficacia della virtù, alla Cristianità il progresso di virtù. — Ed anche qui vorrei avere spazio da estendermi; vorrei poter comparare le esagerate virtù antiche colle presenti; vorrei rispondere a coloro che si scandalezzano del lusso presente, quasi avesse a far nulla con quello degli antichi; a coloro che non capiscono quale immensa differenza sia surta tra i due dall’abolizione della schiavitù e dalla introduzione della carità. Vorrei premunire i leggitori contro a quella esagerazione, men cattolica che protestante, la quale per ricondurci agli usi, alle discipline della chiesa primitiva, deprime troppo gli usi, le discipline, i costumi della chiesa e di tutto il secolo presente. Vorrei premunire contra altri simili confronti che si fanno col secolo XIII, o coll’XI, o con non so quali altri del medio evo, i quali, dicesi, ebber più santi; quasi le virtù eroiche di que’ santi non provassero appunto che era necessario l’eroismo per mantenersi allora nelle virtù, fatte tanto più facili ai dì nostri. Ma parecchi di questi assunti toccano appunto a quelle scienze ecclesiastiche di che io mi tengo lontano, per non cader ne’ vizi e negli errori di que’ predicatori dilettanti i quali presero o si fecero dare il nome assurdo di neocattolici. E del resto, tutto ciò sarebbe di tale importanza da sforzarci non che ad uno, ma a parecchi trattati speciali. Ondechè, contentandoci della proposizione generale, che crediamo non sia dubbia a niuno assennato e sincero cristiano, aver il Cristianesimo fatto progredire ed essere per far progredire la Cristianità in virtù, noi passiamo a considerare l’accrescimento ultimo e massimo che ne viene a tutte le speranze italiane.

11. E portiamoci, a un tratto, in mezzo al punto essenziale della questione. Il vizio essenziale della patria nostra è l’ozio; l’ozio, a cui siamo invitati dal dolce clima, dal bel paese nostro; a cui fummo avvezzi più o meno da tre secoli; in cui siamo mantenuti dalla natura de’ nostri governi, che non chiamano il comune degli uomini a niuna deliberazione; a cui siamo sforzati dall’oppressione straniera, che c’impedisce tante operosità incompatibili colla dipendenza. L’ozio, il beato far niente, od anzi (come udii riprendere sè stesso un uom di stato italiano) il _beatissimo far niente_; la massima (che fu d’un altro, il quale sarebbe stato grande fuor d’Italia), la massima che _il mondo va da sè_, sono il gran vizio italiano. Popolani piccoli, popolani _grassi_, commercianti, nobili o grandi, uomini di stato e di chiesa, e principi, quasi tutti cadono più o meno in questo vizio. Non è vizio nativo, naturale, posciachè noi fummo la nazione più operosa del mondo; ma è oramai vizio vecchio, nazionale. Non è ozio del seicento, perciocchè già da un secolo e mezzo ne andiamo uscendo un poco; ma è grande ozio tuttavia, al paragone della operosità contemporanea del resto della Cristianità. Non è ozio all’Orientale, ma è ozio ancora anticristiano. — Ma la grande operosità altrui è quella appunto che ci debbe dare speranze. Qui men che altrove non servono isolamenti e dogane; l’operosità cristiana c’invaderà (s’intende se l’aiutiamo) sempre più. Gli stranieri ci venner già oppressori o corruttori, o l’uno e l’altro insieme. E di tali ci restano in seno molti pur troppo; e di tali ce ne arrivan talora. Ma sappiam distinguer da questi, tutti coloro che ci recano, il rimedio a tutte le corruzioni, le loro operosità; scienziati, artisti, commercianti, uomini di mare e militari, tutti quelli specialmente che ci dan l’esempio e la spinta in mezzo al nostro Mediterraneo, e verso quell’Oriente, onde ci ha a ritornare riaccresciuta la nostra operosità. Apriam pure le porte a siffatti stranieri; concediam loro quell’ospitalità italiana, già troppo facilmente conceduta agli oziosi e corruttori, già troppo male lodata da costoro. Facciamo a casa nostra ciò che fanno essi alle loro; non accettiam guari altre lettere di raccomandazione o d’introduzione se non il merito di ciascuno, il capitale d’opere o almen d’idee ch’ei viene aggiugnere alle nostre. — E non contentiamoci poi di accogliere e lodar tali ospiti. Aiutiamoli ed imitiamoli. — Epperciò non solamente accresciamo l’operosità nostra, ma volgiamola nella sola direzione che sia buona oramai; in quella del progresso cristiano. Questo aiutiamo; di questo aiutiamoci; epperciò sappiam vederlo, confessarlo, professarlo ed anche nominarlo. I nomi, le parole anche esse sono doni di Dio; e il rinnegare quelle che sono universalmente accettate in ogni secolo è, se non colpa, gran pericolo; è quasi rinnovamento della confusione babelica, è diminuzione delle idee acquistate dalla propria generazione. E quindi parvemi accettare quella di progresso; senza badare agli abusi fatti di essa, come di tante altre scientifiche, politiche ed anche religiose, le quali non si rigettarono perciò. Ma m’inganno io forse? E la parola progresso è ella più abusata che ben usata, più da rigettarsi che da accettarsi, non corretta, non determinata abbastanza dicendo cristiano quel progresso? Trovisi qualunque altra da uno di que’ tanti che son vaghi di novelle nomenclature, e le prendono o danno per invenzioni; trovisi qualunque altra per esprimere la serie di memorie, di fatti presenti e di speranze che noi abbiam comprese sotto il nome di progresso cristiano. Ma questa serie è importante il nominarla, e più il confessarla e professarla colle opere, coll’intiera vita. È importante a’ principi, uomini di stato, scrittori, scienziati, artisti ed anche privati di qualsiasi nazione; perchè quanto operano ed opereranno in tal senso dell’operosità universale rimarrà, aiutato da questa, a gloria loro, e, che è più, ad utile del genere umano; quanto operano ed opereranno in senso contrario sparirà, sarà nullo, o non rimarrà se non più o men compatito, come sprecamento di opere fuor delle vie della Provvidenza. — Ma più che ad ogni uomo è importante ad ogni nazione; perchè ogni uomo può sì esser virtuoso, seguendo quei semplici precetti che son compresi in qualunque dottrina cristiana, senza rendersi conto della alta mira, anche terrena, di essi; ma a congiungere le operosità, le virtù personali in nazionali, sono necessari uno scopo materialmente visibile, una via largamente aperta; il quale e la quale poi non possono essere oramai se non lo scopo e la via della cristiana operosità. Questa fu sempre la principale, ma ora è la sola sull’orbe, non lascia luogo a nessun’altra; fuor di questa non è salvezza, nemmen terrena; qualunque nazione non entri in questa, non vi prenda l’ufficio suo, non ne troverà altro; cadrà in inoperosità, in vizi, sventure e vergogne. E badivisi bene poi; ogni nazione ha dalla natura, dalla situazione sua, di necessità, l’ufficio suo nella Cristianità. Son passate o presso a passare le età de’ primati comprendenti quasi tutte le operosità, de’ primati onnipotenti ed onnioperanti. Incomincia o sta per incominciare l’età, che ogni nazione cristiana potrà e varrà secondo il proprio ufficio, non primeggerà se non nel cerchio di esso, lasciando primeggiare ogni altra nel suo; e l’ufficio, il primato parziale di ciascuna si fa più chiaro, ogni dì. La nazione britannica può più ch’ogni altra, e primeggia su quasi tutti i limiti della Cristianità, in diffusione di territori, di schiatte, di commerci, di civiltà cristiane. La nazione francese può e primeggia in diffusione religiosa e civile al limite affricano, e in diffusione di colture nell’interno della Cristianità. La nazione germanica può e primeggia nell’ufficio di distruggere tutte le reliquie de’ primati universali, s’accosta in industrie alla britannica, in civiltà alla britannica e francese, le supera in liberalità di commerci, le agguaglia o supera in intensità di studi; ha forse ufficio di ricondurre essa a quell’unione religiosa da lei distrutta or son tre secoli; e non può se non essa aver l’ufficio d’inorientare il territorio europeo della Cristianità. La russa non può se non essa aver l’ufficio d’inorientarla ulteriormente; avrebbe quello di ripopolar di cristiani tante regioni già fiorenti, or deserte in temperatissimi climi, e quello di popolare le settentrionali estreme. Ed a Polonia, a Grecia, a Spagna pure, si faranno chiari i propri uffici, quando escano, la prima da quella dipendenza assoluta che non ne lascia adempier nessuno, e la seconda e la terza da que’ noviziati d’indipendenza e libertà, che li lasciano adempiere male. E così tutti gli stati americani, pur novizi; e così quanti altri cristiani sorgessero. A tutti, o quando entrano nella gran società, o quando rientrano nella grande operosità, è forse inevitabile un tempo di noviziato; ondechè la grand’arte agli entranti o rientranti è abbreviare il noviziato, entrare o rientrar pronti ed alacri nell’operosità, nell’ufficio. — E così sia a noi, o miei compatrioti principalmente; sia arte e virtù nostra, il rientrar pronti ed alacri nell’operosità, nel progresso universale; epperciò vedere, riconoscere, accettare ed adempiere i nostri uffici in essa; tutti gli uffici nostri, non meno e non più. I quali, mutate le età, non sono nè possono esser più nè di riunire il mondo occidentale, riunito da XIX secoli, nè di far sorgere la civiltà e la coltura cristiana, surte da IX; non sono nè posson essere di restaurar il primo nè il secondo primato nostro, nè d’instaurarne niuno simile, assoluto, universale. Ma sono pur belli e grandi, e da contentare qualunque ambizione nazionale gli uffici a che possiamo e dobbiam pretendere tuttavia. Noi possiamo primeggiare in quell’arti liberali che sono uno dei più bei fiori della civiltà e della coltura, e nelle quali non sorse mai nazione, non la greca stessa, pari a noi, e in alcune delle quali noi serbiamo oggi ancora, perduti gli altri, il primato. Noi possiamo forse primeggiare di nuovo, ma possiam certo pareggiar chicchessia in quelle lettere a cui strumento abbiamo una delle più belle lingue che sieno state mai. E noi possiamo primeggiare o pareggiare in quelle scienze in cui primeggiò primo fra’ moderni Galileo, ed in cui Lagrangia e Volta pareggiarono testè i più grandi. E noi potremmo e dovremmo non rimaner secondi a nessuno in quelle industrie, in quei commerci in che primeggiammo già finchè lor vie furono per il nostro Mediterraneo, in che scademmo per non aver seguite le vie mutate, ma in che dobbiamo poter di nuovo, or che si riconducono quelle tutto intorno alle nostre costiere, tutt’attraverso alle nostre acque. E possiamo e dobbiamo poi primeggiare in quell’ufficio massimo di circondar noi immediati la sede centrale della Cristianità, di difenderla, di tenerla e farla compiutamente indipendente. Quest’è il principale ufficio nostro (svelato, dichiarato, fatto incontrastabile in tutte l’opere del Gioberti); quest’è l’ufficio il quale, piaccia o dispiaccia, paia piccolo o grande, accettisi ringraziando o rassegnandosi, è incontrastabile, è naturale, è costituzionale a noi, dura e durerà quanto la Cristianità; l’ufficio per cui adempiere i migliori dei nostri padri spesero il sangue di generazioni e generazioni; per cui non dovremmo negar noi il nostro, se non che noi avremo a spendervi probabilmente meno sangue che virtù. — Ma sangue o virtù, noi dobbiamo spendere quanto è nostro nell’adempimento di questi uffici nostri, epperciò di quell’indipendenza che n’è indispensabil mezzo. In età barbare od uscenti di barbarie, poteva bastare l’indipendenza incompiuta, col desiderio di compierla. Ma in età progredite, non serve se non la compiutissima; perchè l’altre nazioni che l’han compiuta ci soverchiano con ciò in modo da umiliarci, se non opprimerci, e che agli umiliati non meno che agli oppressi non può restar capacità di adempiere bene niun ufficio. Le arti non possono sollevarsi, le lettere non possono esistere, le scienze stesse patiscono; i commerci non si svolgono per gli umiliati dalla dipendenza, in mezzo alla quale è poi del tutto impossibile adempier l’ufficio di ben circondare la sede centrale della Cristianità. L’indipendenza è un dovere a tutte le nazioni senza dubbio; ma all’altre è uno di quei doveri verso sè stesse, nel cui adempimento non ha ad entrar altri a giudicare e meno ad operare. Ma a noi è dovere non solo verso noi, ma verso l’universa Cristianità, cioè, ormai verso l’intiero genere umano; od anzi dover più che umano, verso il divin fondatore e mantenitore della Cristianità. Stima degli uomini, aiuti di Dio, non si ottengono, se non adempiendo ciascuno, uomo o nazione, il proprio dovere. Fu così sempre; ma or tanto più quanto più progredisce il genere umano; perchè quanto più progredisce in esso ciascuno, tanto più ha bisogno per adempiere il dover proprio, che ciascun altro adempia il suo. Non adempiremo noi il nostro o per ignoranza o per negligenza, per non sapere o per non voler riconoscere le condizioni universali della Cristianità? Allora (io lo protestai già, e non vi fu atteso dai disperanti, a cui giovava affiggermi il ridicolo predicato di speranzoso), allora, io lo protestai e lo riprotesto, tutte le speranze che io sono venuto moderatamente svolgendo, e tanto più quelle più magnifiche presentate da altri, e quante altre sieno state o possano esserci presentate mai, saranno vane. Sprecando in operosità dipendenti o troncate, od in vane, od in ree, i doni fatti da Dio larghissimamente all’Italia, continuando sogni, _mutando lato_ nel letto d’infermità, nel gran circolo vizioso in che giacciamo da secoli, farem non più che mutar dipendenze e sventure e vergogne; e dipendenze, sventure e vergogne ci terranno afferrati nell’ozio, l’ozio ne’ vizi, ed ozi e vizi ci apparecchieranno nuovi ferri. Adempiremo noi, o almeno proseguiremo noi, o solamente incomincieremo noi a proseguire i nostri doveri nella Cristianità? Allora, mentre cadranno da sè tutte le vane, tutte le ree speranze, cresceranno d’altrettanto tutte le buone. Tutte le occasioni perdute da’ maggiori non ci sgomenteranno più, quando ci paia naturale che si perdessero nella barbarie o nella mezza civiltà o nella corruzione, ma naturale che non si perdano più in mezzo alla civiltà presente. La grande occasione della caduta e della divisione dell’imperio ottomano, che ci parve probabile e buona studiandola in sè, ci parrà tanto più probabile e più buona considerandola come uno degli eventi necessari all’avanzamento della Cristianità. Se mancasse quell’occasione, noi vedremo immanchevole qualche altra simile ed equivalente. Se si facesse aspettare oltre ogni giusta previsione, non perciò dimenticheremo o guasteremo l’impresa nostra precipitandola. Gli aiuti esterni, già a ragione temuti, si temeranno meno venendo dalla Cristianità progredita, a noi progrediti. Le unioni interne tra principi e principi, principe e popolo, grandi e piccoli, tutte le unioni italiane, già così rare e corte, si faranno più frequenti e più durevoli in mezzo alla progredita Italia. E la virtù, quel sommo o solo mezzo che dicemmo all’indipendenza, la virtù nostra ci sarà agevolata dagli esempi e conforti altrui, quando li sappiamo accettare; in vece di cercar esempi e consolazioni ai vizi dal paragone dei vizi. — Noi compendiamo già il discorso nostro sulle speranze speciali della patria, proferendo un solo scopo, l’indipendenza; un solo mezzo la virtù. Ma ampliate ora le osservazioni nostre all’intiera Cristianità, ed accresciuteci le speranze dalle crescenti condizioni di lei, aggiugniam pure arditi: che l’indipendenza arrivata ci si farà mezzo a virtù ulteriori. Siffatto circolo virtuoso è immanchevole, non meno che il vizioso opposto. Così voglia il pietoso Iddio dar forza all’Italia d’uscir da questo, per rientrare in quello finalmente; forza di cercar virtù come mezzo necessario d’indipendenza, indipendenza come mezzo necessario di virtù.

CONCHIUSIONE