Delle speranze d'Italia

Part 24

Chapter 243,134 wordsPublic domain

8. Ancora, la Cristianità è in PROGRESSO DI COLTURA. — E ciò pure è negato da parecchi. Innocentissimi alcuni, per vero dire; i quali in qualche angolo della Cristianità, da quello del loro studio o del loro giornale, a cui non penetrano i frutti della coltura universale, giudicano di questa da ciò che li circonda e che solo veggono; ondechè, anche giudicandone sinceramente, ne giudicano per ignoranza insufficientemente. Lasciamo costoro nella loro innocua impotenza; i loro piagnistei non possono guari far danno, se non appunto intorno a quegli angoli, dove non abbiam agio ad andarli cercare. — Ma altri sono, i quali pur vedendo ed ammirando i progressi della coltura cristiana, si meravigliano e si dolgono che non sorga di mezzo ad essa niuno di que’ grandi ingegni i quali risplendettero già nelle passate età; che la coltura più sparsa, sia quasi meno alta; ondechè dubitano se abbiano o no a dirla progredita. Questo è dubbio molto più grave, e che può sorgere non solo negli ingegni ben informati, ma forse tanto più ne’ più alti, portati dalla loro altezza a non tener conto se non dei loro pari. Ma a questi pure ci sembra aver già risposto in parte, dove dicemmo: che la diffusione stessa della coltura, la moltiplicazione degli scrittori, degli artisti e degli scienziati, e l’agevolamento delle pubblicazioni, sieno quelli che lasciano men comparire ciascun autore, ciascuna opera. E noi anderemo più oltre qui: confesseremo che i progressi precedenti di tutte le colture sono quelli che impediscono i presenti. Nè le lettere, nè le arti, nè le scienze umane non hanno campi infiniti; molto limitati sono tutti all’incontro; e quanto più è stato coltivato ciascuno, tanto meno ne resta a coltivare. Nelle lettere, quando una lingua ha avuti da due o tre grandi epici, due o tre grandi tragici o lirici, od oratori, egli è molto difficile che sorgano altri eguali. Se imitano que’ primi, è lor difficile non cader nelle stentatezze dell’imitazione; se cercano scostarsene, nelle affettazioni della novità. E quindi si cerca quel rimedio di imitare gli stranieri; che sembra salvare, ma non salva sempre dalle due difficoltà, e v’aggiugne quella di adattare alla patria pensieri ed imagini che non sono intesi da lei. E così nell’arti. Ei fu molto più facile esser buon pittore o buono scultore, ma forse molto più difficile esser grande dopo Raffaello o Michel Angelo. E quindi è, che anche i più ardenti nelle speranze del progresso universale, ne sogliono escludere le lettere e le arti; riconoscendo che giunte a una cotal altezza, elle non possono innalzarsi più, elle ricadono necessariamente per risalire poi. Ma io crederei che siasi per arrivare alla medesima conchiusione, anche rispetto a quelle scienze materiali e spirituali che furono dette campo di progresso indefinito. Certo nelle materiali, dopo i grandi inventori vengono gli applicatori delle invenzioni; i quali appunto stanno ai primi, come gli imitatori in letteratura ai grandi ed originali scrittori. E quindi dopo due secoli d’un progresso scientifico che non fu veduto mai l’uguale, dopo que’ sommi inventori, Galileo, Newton, Leibnizio, Herschel, Lavoisier, Volta, e Cuvier, venne l’età degli applicatori; grandi e poco minori che gli inventori, i primi; ma via via minori quelli che seguono in questo campo, esso pure non infinito, esso pure preoccupato. Quanto poi a quelle scienze che hanno per oggetto o l’uomo materia e spirito, ovvero lo spirito solo, politica, economia, storia e filosofia; elle sono, in che i progressi anteriori impediscono forse più gli ulteriori. Tutte queste scienze più o meno spirituali partecipano a un tempo alla incapacità delle scienze materiali, ed a quella delle lettere; perchè procedendo talora per invenzione, è inevitabile che dopo gl’inventori vengano gli applicatori; e procedendo pure per esposizione letteraria, è inevitabile che dopo i grandi ed originali scrittori vengano gli imitatori. Ondechè in somma, nelle lettere, e nelle arti, e nelle scienze materiali, e nelle miste, e nelle spirituali, noi sembriamo giunti a quella età degli imitatori ed applicatori, che non può se non parere inferiore a quella degli scrittori spontanei e degli inventori. — Ma conceduto od anzi professato tutto ciò, ei non parmi che sia per ciò a dir men progrediente la nostra età o quella che prevediamo vicina. Due sono i progressi della coltura; è progresso in lei l’innalzarsi, ma è pur progresso il dilatarsi. Non istanchiamoci di tornare a ciò: che le lettere non sono fatte per i letterati, nè le arti per gli artisti, nè le scienze per gli scienziati; ma quelli e questi per il pubblico, per l’universale, per il genere umano. E il genere umano approfitta forse più dell’estesa che dell’alta coltura; o piuttosto, approfitta di tutte e due a vicenda; ha bisogno che s’innalzino, ma pur che s’estendano le idee; e il più grand’uomo del mondo, venuto all’età dell’estensione non farà se non estenderle, perchè i grandi sono appunto quelli che fanno ciò che è fattibile, ciò che giova più alla loro età. Il voler restringere la grandezza agli inventori, il voler far privilegio od aristocrazia della coltura fu ed è pretensione di alcuni; ma è la più stolta delle pretensioni, è quella molto ben derisa col nome di pedanteria. I veri dotti non hanno scopo nè piacere di lor dottrina se non l’utile universale. Certo è un piacer solitario nell’imparare, nello scoprire, nello scrivere stesso; ma non dura tal piacere, se non colla speranza di comunicarlo altrui e di farlo diventar utilità; ed io non so se si direbbe più pazzo o più cattivo colui che chiudesse in sè il frutto dei propri studi. L’incertezza di quest’utilità è quella che più tormenta qualunque buono e sincero studioso; è quella che gli pone in mano la penna, e glie la fa cadere a vicenda; come la certezza o la speranza d’aver diffusa qualche verità, è la sola degna ricompensa di lui. Non abbassiamo noi stessi il mestiero; non ne facciamo una speculazione di gloria o vanità, poco migliore che quella de’ danari; e, non solamente consoliamoci, ma rallegriamoci che i nostri nomi sieno oscurati fra molti pari o maggiori. Spogliamoci d’ogni invidia, e confesseremo facilmente i progressi altrui, e quindi il progresso universale. — E quindi confesseremo novelle universali speranze. Come dopo l’età di spontaneità e d’invenzione è venuta quella di imitazione e d’applicazioni, così dopo questa tornerà una di quelle probabilmente. Ei si sono già avuti parecchi esempi parziali di siffatti ritorni. Due ne furono dati dall’Italia; quando dopo l’imitatore quattrocento, sorse il cinquecento, di nuovo inventore; e quando dopo il seicento sorse il settecento, dico il settecento perdentesi nell’ottocento, l’età di Parini, Alfieri, Lagrangia, Volta, Canova e Manzoni. Ed Inghilterra pure, dopo l’età degli imitatori francesi, ebbe l’età di Byron e Scott. Nè è improbabile, quandochesia, un simile rinnovamento delle lettere cristiane tutte intiere. È appena incominciata la liberazione di esse dalla vana imitazione antica; e se, come quasi ogni liberazione al suo principio, questa fu licenza, già si ritorna dall’esagerazioni, e se rimarranno opportunamente cristiane le lettere della Cristianità. Ancora, la comunicazione reciproca delle varie letterature nazionali, e lo spandersi di tutte in nuove regioni, e l’arricchirsi esse quindi di nuove immagini e nuovi fatti, sembrano dover produrre un accomunamento e una moltiplicazione d’idee, che sarà ricchezza e novità delle lettere e dell’arti future. Ancora, benchè sia più difficile a prevedere il futuro delle scienze materiali, non è improbabile nemmeno in esse, che, esauste le applicazioni, moltiplicati i fatti e gli sperimenti, sorga qualche nuovo ingegno, ricco di quella facoltà sintetica che è somma delle scientifiche, a raccorre insieme i fatti ed a creare alcuna di quelle teorie le quali sogliono disprezzarsi dagli ingegni minori, ma essere scopo de’ maggiori. Qui come altrove non è se non il volgo che dica non rimaner nulla o poco a fare; non è se non il volgo a cui la difficoltà di capire tutto ciò che è fatto tolga la facoltà e il desiderio di far più. Qui come altrove i grandi ingegni si fanno scala dal fatto al fattibile; ed io odo alcuni di essi aspirare a quella teoria della materia imponderabile, la quale se sarà data al genere umano, incomincierà una nuova Età scientifica pari a qualunque delle maggiori. Ad ogni modo già certo e incominciato è il progresso di tutte quelle scienze che noi chiamammo spirituali miste, e spirituali pure. In tutte queste il più grande de’ progressi è la moderazione, è il vedere i propri limiti, il restringersi in essi; è il non tentar l’inarrivabile, l’infinito, l’assoluto. E questo progresso si va facendo incontrastabilmente. Non ha guari si cercava l’ottimo de’ governi, la forma unica di libertà; or si viene da tutti i pratici e sapienti a riconoscere una varietà troppo grande nelle condizioni nazionali, perchè non sia utile pure una varietà nelle forme de’ governi; ed è messo in cima del grande e cristiano governare piuttosto l’estendere la libertà, che non il tendere ad una quantità o qualità determinata di essa; piuttosto il conservare e progredir bene insieme, che il progredir sempre, o solo, o netto. Pocanzi gli economisti davan le ricchezze come scopo di loro scienza; e chi le vedeva nella terra sola, chi nel solo commercio, chi nell’industria, chi meglio nel lavoro. Ma or meglio ancora, si viene a prendere per iscopo delle ricchezze e di ogni operosità, il buon costume, la virtù. E gli storici (non dico i parolai, che proseguon l’arte, non la scienza) pretendevano a una quasi indipendenza della scienza loro da tutte l’altre, pretendevano a trovar nelle azioni umane le cause e il fine di esse, isolavano il genere umano dal mondo superiore, il riponevano (quasi rinnegando Copernico e Galileo) al centro dell’universo, od anzi (rinnegando Cristo e la Provvidenza) facevano dell’uomo un essere indipendente, una non-creatura, quasi un Dio; e chi ne faceva poi un Dio stolto, andante a caso, senza ragione, e chi peggio, un Dio sempre ragionante nelle azioni sue. Ora poi, già si ritorna a riammettere una Provvidenza, una Cristianità, una direzione superiore alla terrena; or la storia si va rifacendo sorella dell’altre scienze spirituali, della filosofia cristiana. E questa finalmente, è risorta a quella sua moderazione nativa che sta appunto nel riconoscere nel mondo un ordine di fatti soprannaturali, nello spirito un ordine d’idee inarrivabili alla ragione pura, arrivabili alla ragione illuminata dalle comunicazioni con Dio, dalla rivelazione. Questo progresso sommo della filosofia è tutto contrario a quello annunciato da lei pocanzi, a quel progresso che doveva consistere nel por sè in luogo della rivelazione, nell’eliminar i fatti, le idee soprannaturali. E il fallimento di queste speranze è quello appunto che conduce, e, come par che Dio voglia, condurrà ogni dì più alla restaurazione della vera filosofia. Già una volta, all’ultima delle età antiche, la filosofia pura d’ogni soprannaturalità dimostrò la propria insufficienza; in Grecia e Roma, nell’India, nella Cina; e la dimostrò tanto più, che erano pur grandi i filosofi greco-romani, indiani o cinesi. Ora un’altra volta, quella medesima pura e razional filosofia prova e dimostra la propria insufficienza; e la dimostra tanto più, che grandi pure furono gli ultimi filosofi francesi, inglesi e tedeschi. Dopo due tali prove (perciocchè anche l’ultima par finita, e confessata oramai col silenzio di molti filosofi puri, e col ritorno di altri alla filosofia soprannaturale), dopo due tali prove sembra impossibile che il ritorno principiato alla vera filosofia non prosegua ed acceleri il corso suo. I nostri due gran filosofi, Rosmini e Gioberti, non hanno solamente, come credono alcuni, mantenuta sana la filosofia nazionale; hanno innalzata la filosofia universale a ciò che è oramai il sommo ufficio di lei, a ritrovare i nessi tra la ragione pura e la rivelazione. Schelling, il gran filosofo tedesco, si rivolse a ritrovar più o men bene altri di questi nessi, che sono infiniti. E Cousin, il gran ravviatore della filosofia in Francia, accennò già quello che è il più chiaro, il più stretto, il più fermo de’ nessi, il nesso storico; e compierà egli forse un dì la magnifica opera sua a pro della filosofia universale, o se non la compierà, ella non può tardare ad essere compiuta da alcuno de’ suoi scolari o seguaci o successori. — Ad ogni modo e di nuovo, se questo, qual è già, non si vuol dire progresso e cristianissimo progresso, ei bisogna inventar parole nuove e rinnegar le antiche più unanimemente intese in lingua italiana e in qualunque altra.

9. Ed a questi progressi universali della coltura partecipa e parteciperà certamente l’Italia. La partecipazione reciproca, l’accomunamento delle colture, è fatto anch’esso più antico che non si crede. Ma, ei raddoppiò di forza poi, al dì che fu inventata la stampa; niuno è che il debba saper meglio che gl’Italiani, i quali ebbero fino a quel dì e perdettero d’allora in poi quel primato che era quasi monopolio di tutte le colture. Da quattro secoli le colture s’accomunarono così, che or corre in esse molto minor differenza tra l’una e l’altra nazione cristiana europea od anche americana, che non corresse tra l’una e l’altra provincia, o talor tra l’una e l’altra città italiana del medio evo; corre meno differenza tra la coltura presente di Parigi e New-York, che non corresse tra Milano e Torino. Eppure io crederei che quest’effetto della stampa, venutosi accrescendo per i quattro secoli passati, s’accrescerà ancora negli avvenire. Non fu fatta ai nostri dì, per vero dire, niuna invenzione ulteriore che possa parere così grande o aver tanto nome come quella della stampa; ma ne furono fatte parecchie piccole, che tutte insieme valgono una grande. Il torchio a macchina e che stampa doppio, la stereotipia, la politipia, la fabbricazione agevolata della carta, oltre poi alle leggi ed ai trattati della proprietà letteraria, oltre a’ trasporti accelerati ed agevolati, fanno e faranno i libri molto più volgari che non fosse fatto quattro secoli fa dalla grande invenzione. — E, a malgrado di ciò, vorrebbesi da alcuni mantenere isolate le colture nazionali! E si ha fiducia nelle linee doganali e nelle critiche per escludere le colture straniere! Ma questi sì che son sogni in qualunque paese d’Europa si facciano, e, più che altrove, nell’Italia, così aperta a tante introduzioni. Noi il dicemmo, l’industria letteraria è soggetta alle medesime leggi che ogni altra; e quanto più si scema la qualità e la quantità di questa produzione nazionale, tanto più si moltiplicano le domande di produzioni straniere; e moltiplicate che sono tali domande, ei si ha un bel chiuder le vie, e raddoppiar i posti o le linee doganali, le produzioni molto domandate trovan sempre aditi tra posto e posto, ed attraverso a quante linee si voglian porre. Peggio poi avviene a que’ censori dilettanti che vorrebbono escludere le imitazioni straniere col logoro strumento di lor critica letteraria. Questi, non avendo a lor servigio impedimenti materiali, non fanno assolutamente nulla colle loro esortazioni contrarie all’andamento universale; fanno così nulla, che t’accade di veder continuamente, non dico il compagno o l’amico di uno di tali censori, ma esso stesso il censor dilettante, colui che grida come critico, come giornalista contro all’introduzioni, essere poi grande introduttore di modi e idee straniere nelle sue prose o poesie; e, che più è, far prose e poesie lodate; e, che è più, a ragione lodate, appunto per ciò. Deh che non si mettono in pace costoro? Perchè non s’adattano a ciò che, sia fortuna o sventura, è invincibile? A ciò che ha vinti essi stessi? Perchè non volgono l’ingegno dalle inutilissime generalità, a quelle che sarebbero utili distinzioni? Dal vituperare in corpo le cose straniere al distinguere ciò che vi sia da imitare, ciò che da fuggire? Perciocchè le lettere straniere sono come le nazionali nostre, le moderne come l’antiche, le romantiche come le classiche; vi è da imitare e da fuggire in tutte; e i buoni ed utili critici son quelli che prendon la fatica di tutto ciò distinguere, non quelli che facilmente e pigramente gridano in corpo contro questo o quel genere o quel paese, o quell’età. — Del resto questa grettezza è particolare di noi letterati. Gli scienziati non l’hanno; danno e prendon fuori, senza conto reciproco. E gli artisti stessi, quegli artisti italiani che avrebbon forse tanta più ragione di non prender nulla di fuori, gli artisti nostri essi pure danno e prendono senza conto. Sarebb’egli che gli scienziati e gli artisti nostri si sentano meno inferiori? Certo, chi tanto fugge i paragoni mostra temerli. E ben so che mi si dirà qui, dovere le lettere di natura loro rimaner più nazionali che non le scienze e l’arti. Ed io aderirò fino a un certo punto a tal sentenza. Assomigliando alle scienze, tutte quelle parti delle lettere che s’aggirano su qualche parte di scienza, la storia, la filosofia, la politica, l’economia pubblica, le quali debbon dare e prendere esse pure non meno fuori, che in patria; concederò che quelle le quali si soglion chiamar propriamente belle lettere, le poesie, i romanzi e le orazioni, debbano serbar più nazionalità, più specialità, più di quello che con parola nuova si suol chiamar color locale. È naturale: lo stile e la lingua fanno il merito principale di queste composizioni; e le lingue debbono tenersi pure, rimaner differenti l’una dall’altra anche in mezzo all’accomunamento delle colture. Ma primamente, ridotta a ciò, ridotta alla lingua, alle parole, l’esclusione delle cose straniere, ella rimarrebbe men difficile e men dannosa senza dubbio. Ma poi, è egli ben certo che anche nella lingua non sia niun progresso, niun esempio buono a prender di fuori? Che, per esempio, quel modo così semplice di costruir la frase naturalmente, senza inversioni, senza periodoni, il quale è seguito oramai universalmente in tre lingue, l’inglese, la francese e la spagnuola, e che incomincia ad accettarsi anche nella tedesca, non possa, non debba forse accettarsi da tutte, e principalmente dalla nostra? Ma io mi fermo; chè non ho luogo di entrare in particolari; di spiegare come quella costruzione, sola naturale, non sia contro al detto da molti, noiosa mai; come essendo sola logica, ella sia destinata a passare in tutte le letterature dove si voglia pur logizzare; come, essendo sola chiara, ella sia destinata a passare dovunque si possa e voglia parlar chiaro; come il Botta, che tanto loda le inversioni e i periodoni, ne faccia pochissimi, e come pochi ne facessero i nostri trecentisti. E ben so di scandalezzare i nostri puristi di lingua e nazionalità, con tali proposizioni non ispiegate; ma io scandalizzerei forse più se le spiegassi. E ad ogni modo il mio intento qui non fu se non d’accennare che nella lingua stessa e nelle opere di bella letteratura, e più nelle lettere più scientifiche, e più nelle scienze propriamente dette, e nell’arti, e in tutte insomma le colture, ei si darà e prenderà ogni dì più dagli uni agli altri; e così si riunirà, si rinforzerà e si dilaterà quella che è già detta da gran tempo repubblica letteraria della universa Cristianità, nella quale entrerà pur ella la patria nostra. — Nè (siamo sinceri od anzi umili noi altri letterati), nè questo è il progresso di lei sul quale si fondino le maggiori nostre speranze. Ma anche questo vi può conferire. L’entrar meglio nella repubblica delle lettere, può aiutarci a tener meglio il nostro luogo nella repubblica delle nazioni cristiane.