Delle speranze d'Italia

Part 23

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5. Ed anche qui da questo progresso d’unione cristiana sorgono begli accrescimenti di speranze italiane. Unendosi la Cristianità nella cattolicità, ella non può unirsi se non intorno al centro di questa; ed essendo tal centro, d’instituzione sua, italiano, non può se non accrescerne l’interesse universale per quell’indipendenza d’Italia che è così necessaria all’indipendenza del centro, del capo della Cattolicità; e tale interesse universale accresciuto non può se non accrescere gli amici, far più sinceri, più efficaci gli aiuti, scemare, scoraggiare gli avversari e le resistenze a quella indipendenza. — E vegniam pure ai particolari. Tre grandi potenze sono nella cattolicità, Francia, Spagna, Austria. Francia è la massima; Francia fu la istitutrice del dominio temporale dei papi sotto i Carolingi; Francia fu più o meno il sostegno loro contro agli imperatori germanici fino a Filippo il Bello; e Francia fu poi lor rivale per vero dire, od anzi lor tiranna per un secolo e più, grazie alle emulazioni per il dominio d’Italia; ma Francia fu di nuovo lor protettrice più o men buona, ma sola contro alla preponderanza di Carlo V e delle due case d’Austria spagnuola e tedesca lungo il seicento; Francia la distruggitrice di tal prepotenza, e così la restauratrice d’indipendenza della Santa Sede nel secolo XVIII; e Francia fu poscia e colle sue opinioni e coll’armi la principal nemica di quella Sedia per vero dire; ma quell’opinione e quell’armi le son tutt’altro che nemiche oramai; e senza voler nè lodar nè scusare l’ultima mossa di quell’armi in Italia, di che tanto si scandalezzano alcuni, elle paiono a me, e credo pur ad altri devoti della Santa Sede, essere state molto meno antipapali che antiaustriache, e men dannose al papa che a tutti i nemici di lui. Ad ogni modo Francia, non più ostile al papa, è ridiventata di natura sua la potenza maggiore, epperciò, politicamente, la potenza duce della Cattolicità; serba in questa il primato suo. Del quale poi, lungi dal far disprezzo o scherno come al secolo scorso, ella si rifà gloria e potenza; e l’esercita molto volontieri e apertamente, dentro e fuori d’Europa; e l’esercita ogni dì più, quanto più ella s’assoda; tantochè un suo ministro protestante, perchè è uom sodo e progressivo, è quello fra tutti il quale lo esercita più apertamente. — E Francia sarà in ciò aiutata ogni dì più da Spagna, pur riassodata, pur riaccostata alla Santa Sedia. Bisogna conoscere quella nazione così intimamente cattolica, per capire come le alleanze inglesi, che vi dovrebbero essere favorite da tante gratitudini e da tanti interessi, vi sieno pur sempre brevi e mal ferme, per la sola dissidenza od anzi avversione religiosa; e come, all’incontro, vi si torni sempre all’alleanza francese, che ha pur contro a sè tanti interessi e tante memorie, per ciò solo che non ha quel vizio intrinseco, e che è rifugio dall’antipatica alleanza inglese. E ad ogni modo ogni progresso spagnuolo è progresso cattolico, progresso papalino, progresso da diventar utile un dì o l’altro all’Italia[44]. — Ma Austria fu ed è buona cattolica, eppur non fu guari papalina mai, e men che mai da Giuseppe II in qua. Molti lo dicono; e parecchi ne la lodano, e si trovò un Italiano il quale ci confortò ad imitare l’Austria in ciò, anzi ad accostarci all’Austria per ciò; il quale ci volle far credere che l’essere essa antipapalina riscatta tutti gl’inconvenienti, tutti i difettucci che potrebbe aver per noi la dominazione di essa. Ma chi gli diè retta? Lasciamo in pace i morti dimenticati; e tanto più uno che errò senza malizia. E passiamo ad osservare che l’antipapalismo austriaco va cessando come tutti gli altri; che il progresso dell’opinione cattolica riconduce anche l’Austria a maggior rispetto, a maggior interesse verso la Santa Sede; che se fosser possibili a lei quegli antichi disegni di dominazione universale della penisola, ella non li adempirebbe forse per quel rispetto; che ella rigetterà certo tutte le stoltezze, non sue, dei neo-ghibellini; e che in tutte le eventualità future, ella s’accosterà probabilmente a qualunque disegno si faccia dall’altre potenze cattoliche ad onore e pro della Santa Sedia. E non mi si faccia dir poi che Austria ci darà l’indipendenza, si ritrarrà d’Italia per amore alla Santa Sedia; chè io non dico questo, anzi dico che l’Austria non si ritrarrà mai per amor di nessuno se non di sè stessa, e farà in ciò come fan tutti. Ma dico che se l’Austria vedrà l’interesse suo vero, che è di portar altrove la sua potenza, ella lo farà in modo che non ne scapiti la potenza, la dignità del papa; e che intanto nè Austria, nè Francia, nè Spagna, nè l’altre potenze che sono e saran cattoliche non aderiranno a niun altro detrimento di esso; e dico che tal fatto, e la persuasione di tal fatto, debb’essere ed è una causa d’unione, epperciò una nuova fortuna una nuova speranza all’Italia. — E dico poi che questa, anche da sè, anche indipendentemente d’ogni paura od influenza straniera, anche per interno effetto del progresso cattolico, anderà smettendo nell’avvenire tutte quelle opinioni, e quei tentativi antipapalini che guastarono da secoli e secoli, fino a ieri od oggi la nostra impresa d’indipendenza. — Pochi mesi sono, io m’interrompeva in quest’ultime pagine per deplorare uno di tali tentativi; ma corso quel poco tempo, il tentativo è già finito. E deh nota ciò, ti piaccia o dispiaccia, o leggitore italiano. Un venti e più anni fa una sollevazione di quelle medesime provincie fu impedita da una grande invasione austriaca; rimedio all’antica. Un dieci anni fa un’altra sollevazione vi fu in parte repressa da una invasione austriaca minore, in parte impedita da una contro-invasione francese; rimedio già nuovo e che si potrebbe dir di transizione. L’anno scorso una terza sollevazione succede; e non fa più bisogno nè di grande nè di piccola invasione austriaca, nè di contro-invasione francese; l’opinione nazionale assodata la riduce a nulla da sè, fa che bastano poche armi, le armi del papa, a spegnerla del tutto; rimedio novissimo, e almeno nazionale. E quindi, io vo incontro a tutto ciò che mi si apporrà qui; vo incontro alle risposte che mi si faranno a ciò che dico e non dico; e chiamo progresso e grandissimo progresso siffatto assodamento dell’opinione italiana. — E spero che si accrescerà ancora. Io dissi già, doversi lasciare ai principi italiani la decisione delle mutazioni da farsi ne’ loro governi; e quindi al papa, che è uno di questi principi. Ma aggiungo qui, che il governo di lui è il più difficile a mutare, è quello ove le mutazioni fatte per forza trarrebbero intervenzioni o forse invasioni dell’universa cattolicità; e che è quindi gran fortuna, non si facciano così, e ne cessino i tentativi; e che cessando, elle si faranno più facilmente, da chi solo le può fare utilmente, che sarà nuova fortuna. E mi si rimproveri pure di non entrare in particolari; io non entrerovvi qui più che altrove; e v’entrerei anche meno. Chè le costituzioni mi paion già puerili a far così, _a priori_, da lungi, sulla carta e non sul terreno, anche per li principati secolari e volgari; ma per quel principato eccezionale, unico in sua specie, e duplice in sua natura come è il papato, io riderei di me stesso se mi vi arrischiassi. Del resto, la unione crescente della cristianità, raccogliendo nel centro più opinioni, più aiuti, più consigli di tutti i cattolici, non può se non servire al progresso del governo temporale del papa; non può se non accrescere anche questa grande speranza italiana.

6. E quindi siam condotti molto naturalmente a considerare il terzo progresso della Cristianità, il PROGRESSO DI CIVILTÀ. I passi fatti in essa sono quelli che si sogliono riconoscere con minore unanimità da’ contemporanei, perchè non si posson fare senza distruggere privilegi ed ingiustizie; senza far passare dall’une alle altre mani, o almeno senza allargar parecchi diritti civili; senza che rimangano malcontenti molti di coloro che furono spogliati, molti a cui pare spogliazione l’allargamento de’ loro diritti, e molti a cui non paiono acquisto i diritti che hanno in comune cogli antichi possessori; la numerosa caterva degli illiberali. La ricognizione de’ progressi civili non si suol fare se non quando, cessata la generazione degli spogliati e degli spogliatori, e sentito poi universalmente il beneficio della più larga ripartizione; e questa ricognizione è allora suggello dei progressi avvenuti, gran progresso ella stessa. — Ora, io crederei che non siamo discosti da questo; che sia incominciato il giudizio de’ posteri sulle mutazioni fatte nella civiltà cristiana dal principio nel nostro secolo; che già non si neghi loro il nome di progressi, se non forse da coloro a cui ripugna, in odio degli autori, men l’idea, che non la parola. Ed alcuni di questi sogliono torle quella macchia o correggerla, chiamando _ben intesi_ i progressi riconosciuti da loro. A me parve migliore e più determinata correzione, chiamar _cristiani_ tali progressi che veggiamo estendersi più o meno su tutta la Cristianità, e non estendersi se non sulla Cristianità; ma se più piaccia dirli ben intesi od anche più timidamente, miglioramenti, ordinamenti o che si voglia, sia pure; purchè si riconoscano come beneficii della Provvidenza alla Cristianità de’ nostri tempi, come arra di continuazione probabile ai tempi prossimi venturi. — Ma poveri uomini di stato, poveri uomini di studio, poveri cristiani vogliono essere coloro che non professino tal gratitudine per lo sgombramento fattosi quasi dappertutto degli ultimi resti di quella feudalità che fu resto ella stessa degli antichi e gentili diritti di conquista, che non fu mai sistema od ordine, ma mancanza d’ogni ordine, che fu la più mal costituita fra le aristocrazie; aristocrazia nemica al principe ed al popolo, stato nello stato, felicità ed operosità di pochi a spese di molti, eccezione anticivile ed anticristiana, e non più. E poveri uomini di stato o di studio, poveri cristiani vogliono essere coloro che non professino gratitudine per l’allargamento e l’agguagliamento de’ diritti civili a tutte le condizioni dei cittadini; per la semplificazione e l’ordinamento in codici delle leggi di quasi tutti gli stati; per quell’abolizione della schiavitù la quale fu proseguita dalla Cristianità fin dalla prima età sua, ma non fu avanzata mai come alla nostra; per l’abolizione di tutti quegli usi che nelle successioni, nelle fortune di mare, nella punizione dei delitti, separavano l’una dall’altra le nazioni cristiane; e per la diminuzione di quelle gelosie commerciali che le separavano anche più, ed erano quasi guerre continuate in tempi di pace; e così poi per tutti que’ commerci allargati e tutte quelle comunicazioni materiali ed intellettuali agevolate, che fanno più che mai quasi una repubblica, uno stato degli stati, una società non solamente religiosa, ma civile dell’intiera Cristianità. E poveri uomini di stato e di studio voglion esser coloro i quali non riconoscano un immenso progresso civile, in quel progresso della carità, che è universale ne’ paesi cristiani, ma sopratutti ne’ cattolici presenti; e che dicemmo già, e (con gran rincrescimento di non poterci estendere in prove) confermiamo, esser massimo possibile scioglimento delle ultime, delle vere e sublimi questioni della pubblica economia. E finalmente, poveri uomini di stato e di studio e poveri cristiani voglion esser coloro i quali non riconoscano il beneficio di quel riaccostamento delle parti, che noi, nati nel secolo scorso, abbiam veduto avvenire durante il corso di nostra vita. Erano nell’ultimo decennio di quel secolo divise le nazioni tutte della Cristianità in due parti, non che diverse, assolutamente avverse, in due campi, non che ostili, mortalmente nemici; repubblicani gli uni, regii o realisti gli altri, quelli chiamavan questi tiranni e vili servi, e come tali li trattavano; e questi chiamavano e trattavano quelli come scellerati, ribelli e ladroni. Ora all’incontro pochi, sparsi, non influenti, non istimati e cessanti, sono coloro che usino tuttavia que’ nomi, che serbino in cuore quegli odii invecchiati. Pochi sono, che che si dica, gli assoluti repubblicani, pochi gli assoluti realisti, nel cuor d’Europa e della civiltà cristiana. Le differenze tra le parti son diventate piccole al paragone; son mezze tinte rispetto ai colori urtanti di cinquanta anni fa. In Inghilterra, Francia e Spagna e parte di Germania dove son governi deliberativi, già non si parteggia se non tra il più o meno conservare o progredire nella libertà ivi definita; e nel resto d’Europa non si parteggia se non tra chi vuol governi più o men consultativi, e chi deliberativi; ondechè in somma sono dappertutto e indubitabilmente riaccostate le parti. E se questo non si dica progresso o miglioramento di civiltà, io non so più veramente che sia civiltà o miglioramento.

7. E da tal progresso universale, è venuto, viene e verrà immanchevolmente un progresso importante italiano. Ei s’ha un bel dire da’ parteggianti estremi di qua e di là, e talor pure da alcuni intermedii, che non bisogna prender nulla dagli stranieri, nulla dall’opinione fuor di patria, nulla da oltremonti ed oltremare. Le parti, le opinioni patrie lascian dire, e continuano a prendere, e prender molto. Nè questa è novità; ei fu così dal principio del mondo; ed io conforterei questi gravi politici e scrittori a studiar su ciò un po’ più di storia; a studiarla non ne’ compendiuzzi, ma ne’ monumenti originali e contemporanei ad ogni età antica ed antichissima. E vedrebbono che, a malgrado delle comunicazioni poco frequenti, od anzi perchè queste comunicazioni furono fin d’allora molto più frequenti che non si dice, le forme de’ governi, le civiltà furono pur molto più simili, e furon dunque molto più prese che non si crede, da un paese all’altro; che all’origine fu universale un cotal governo misto naturalmente di regno, aristocrazia e democrazia, il quale durò poi nelle genti germaniche fino a Cesare e Tacito, che lo descrissero; che dopo questo fu sparso in tutta l’Asia quel governo che si suol chiamare de’ grandi despoti orientali, e fu più propriamente di re grandi imperianti sui piccoli, il governo dei Re de’ Re, dei Melek-malachim, dei Shahin-sha, dei Kakan, dei Maharadja; che fu al medesimo tempo o poco dopo universale nell’Europa meridionale Grecia, Italia, e forse Iberia e Gallia, il governo delle repubblichette federative; che furono soggette poi Asia ed Europa insieme sotto un solo imperio; e che, caduto questo, fu universale il governo dei regni barbarici, alla tedesca, di nuovo misto dei tre elementi primitivi; ed universale poi la feudalità od usurpazione aristocratica; universale poi (salva l’Italia) la riunione de’ re e de’ popoli contro a quell’aristocrazia; universali quindi i regni consultativi, cadenti in assoluti; ed universale ai nostri dì il sollevamento estremo contro a questi, e finalmente il ritorno moderato a’ regni consultativi e deliberativi. — E si crederebbe tener l’Italia isolata da queste universalità? Ai nostri dì? Ma non è possibile quando fosse bene; non sarebbe bene quando fosse possibile. L’Italia non è isolata nè isolabile; non è per la natura sua, colle sue frontiere, che non la dividono da due grandi nazioni progredienti, colle sue marine, che la riaccostano a tutte l’altre; e tal sarà men che mai, ora che l’universa Cristianità si porta nel Mediterraneo. È bene o male? Così è. Ma non è poi male certamente, posciachè le opinioni europee si son moderate, non è male che noi siam ridotti a prendere tal moderazione. Io credo che l’Italia sia ancora il paese dove rimangono più repubblicani; è bene grande che noi prendiamo dal resto della Cristianità europea le opinioni antirepubblicane. L’Italia è, tranne Russia, il paese dove sono meno ordinati i governi a consultativi o deliberativi; è bene che si prenda l’uno o l’altro ordinamento. L’Italia è il paese dove le due parti sono per anco più discoste; è bene grande che prendiam di fuori il riaccostamento. Quando i repubblicani nostri sieno diventati non più che partigiani dei governi deliberativi, e gli assolutisti non più che partigiani del governo consultativo, le dissensioni saranno diventate molto meno acerbe, la divisione meno larga; le parti meno ostili; e le unioni tra principi o popoli, tra governanti e governati, tra nobili e plebei, tra stato e stato molto più avanzate. Prendiam pure di fuori gli esempi d’unioni; non possiam prender nulla di migliore in generale, nulla di più necessario in particolare all’Italia. E confortiamoci pur del pensiero che non è possibile che noi prendiamo. L’utopia, il sogno non è, nemmen qui, la partecipazione nostra futura a’ progressi della civiltà cristiana; è che noi possiam tenercene isolati; o che il possa chicchessia.