Part 22
2. Io dico che la Cristianità presente è ora evidentemente in PROGRESSO DI DILATAZIONE. — Tutta l’Europa senza eccezioni, tutta l’America con così poche che già non contano e finiscono, sono cristiane; ed in esse, e qua e là nel resto dell’orbe, cristiani sono da dugento milioni d’uomini, tra il quarto e il quinto del genere umano. Ed ora (ei fu già osservato da altri) non istà all’incontro niun’altra società religiosa comprendente un numero così grande d’uomini; non la Bramanica, che comprende solamente una parte degli Indiani; non la Buddica, che comprende l’altra parte degli Indiani, ed una di Cinesi; non l’antico Teismo, che dura nell’altra parte di questi. Ma noi aggiugniamo poi, che, fatta in tal modo la comparazione delle forze cristiane colle non cristiane, ella è molto incerta e poco significante. Ogni calcolo di forze umane non può esser giusto, se vi si tenga conto solamente del numero delle anime, se non si tenga pure dell’impulso che le muove; le forze umane, come le materiali, constano di due elementi, la massa e la velocità. Ed introdotto quest’elemento della velocità, dell’impulso, la comparazione delle forze cristiane con ciascuna delle acristiane non rimarrebbe dubbio per vero dire. Ma noi andiamo più in là; noi accettiamo e provochiamo una comparazione più svantaggiosa: la comparazione delle Cristianità con tutto il resto del mondo; la comparazione delle forze dei 200 milioni di cristiani, con quelle degli 800 che concederemo de’ non cristiani. Quest’è la divisione del genere umano che incominciò al dì che incominciò la Cristianità; al dì che erano contro l’universo mondo 70 cristiani o poco più. — E così instituito il paragone, diciamo che que’ 70 essendo diventati 200 milioni in XVIII secoli, è molto probabile che questi diventin mille milioni in pochi secoli; diciamo che la massa de’ 200 milioni moltiplicata per l’impulso presente cristiano è una forza che ci par molto grande, ma che noi lascerem supporre mediocre, o piccola, o piccolissima; perciocchè ad ogni modo ella sarà sempre maggiore che non la forza la quale, constando della massa degli 800 milioni acristiani, moltiplicata per la velocità zero dell’impulso loro presente, risulta quindi zero ad ogni modo. — E che poi sieno zero al dì d’oggi tutti gl’impulsi religiosi non cristiani, io non credo che ne possa dubitare nessuno, il quale v’attenda pur un momento. Lasciamo le religioni anticamente cadute, guardiamo sole le superstiti. Io crederei che il Teismo Cinese sia antico quanto il mondo postdiluviano; che fosse simile, fosse parte del teismo primitivo, prima buono, in breve sviato; e si propagasse quindi colle genti primitive, e durasse presso le cinesi forse meno sviato, forse quasi solo, lunghi secoli certamente, intorno a 2,500 anni. Ma ad ogni modo il suo trionfo, il suo imperio esclusivo cessava già intorno al secolo VI prima di nostra era; e d’allora in poi fu combattuto, fu ristretto, fu alterato dal Tao-teismo, dal Buddismo antico, dal Shamanismo successivo; ondechè è ridotto oramai a non molti in quell’imperio, e quell’imperio è il più misto di religioni, od anzi, al dir di tutti, il più privo di religione che sia al mondo; ondechè in somma l’impulso, la forza di quel teismo si vede cessata da ventiquattro secoli oramai. — Ed io crederei che il Bramanismo primitivo sia parimente antico, parimente originario dal Teismo; ma sviatosene più prontamente, ei si costituì ad ogni modo qual è nei Vedi duemila anni incirca prima di G. C. E fiorì, ebbe un primo periodo di propagazione, un primo impulso fino intorno al medesimo secolo VI avanti G. C. Ma allora ebbe ad emulo il Buddismo, e ne fu vinto in parte fino ai primi secoli dopo G. C.; e il rivinse poi, ed ebbe così un secondo periodo di vittoria, un secondo impulso indubitabilmente. Ma questo durò molto meno che il primo; e intorno all’anno 1000 il Bramanismo fu assalito e vinto dal Maomettismo, e durò schiavo di esso dapprima, schiavo poscia ed ora della Cristianità; ondechè in somma sono otto secoli ch’egli è schiavo, otto secoli che è cessato ogni impulso suo. — Ed io crederei che anche il buddismo primitivo fosse quasi contemporaneo alle prime genti postdiluviane. Ma checchesia di tal opinione, certo è che il buddismo, vincitor del Bramanismo, non risale nemmen esso oltre al secolo VI avanti G. C.; che il Buddismo Lamaico è posteriore di parecchi secoli a questa nostra era; che l’impulso e la propagazione di lui cessarono all’incirca alla medesima epoca ed allo stesso modo che l’impulso bramanico, per le vittorie orientali del Maomettismo; cioè da’ medesimi otto secoli. — E l’impulso, la propagazione di questo poi, durò (non disputiamo nè distinguiamo qui, e concediamo quanto si possa pretendere) durò presso a mille anni, dall’Egira fino all’assedio di Vienna. Ma da due secoli in qua, non solamente ogni impulso suo è cessato, non solamente è chiara a tutti la sua decadenza, ma la sua caduta a precipizio; perdè la signoria dell’Indie, perdè molte provincie asiatiche ed europee conquistategli dalla Russia, fu cacciato intieramente di Valachia, Moldavia e Servia, perdè Grecia ed Algeri; ondechè la cessazione del suo impulso, quantunque molto meno antica, è più evidente a ciascuno, che non quelle stesse del Teismo Cinese, o del Bramanismo e del Buddismo. — Ed ora supponiamo (ciò che tuttavia è assurdo) che si congiungessero tutti questi acristiani e di più tutti gli altri del mondo contra i cristiani, gli 800 milioni d’uomini senza impulso contra i 200 milioni più o meno impulsi, la vittoria, il risultato ultimo non resterebbe dubbio; non è possibile che questi non finiscano per vincere, conquistare ed asservire o spegner quelli, in un modo o in un altro, quandochesia. — Ma questo impulso cristiano poi non è vero che sia piccolo; è grandissimo, è patente da tutte le parti, su tutti i limiti della Cristianità. Tre secoli fa ella incominciò a spandersi in Occidente; ed ora è finito quell’impulso per una buona ragione, perchè è finito il terreno da conquistare, sono conquistate o spente tutte quelle schiatte d’uomini. Ora è la vicenda dell’Oriente e del Mezzodì; e ad Oriente è conquistato da un secolo un imperio intiero, il vero imperio di mezzo dell’Asia, tutte le Indie: ed indi raggiando, la Cristianità, condotta dall’Inghilterra, domina più o meno già su tutta l’Asia meridionale; mentre Russia regna su tutta la settentrionale; e s’incontrano le due preponderanze nell’Asia centrale, ondechè non è libera della preponderanza cristiana niuna terra asiatica, se non la Cina e il Giappone, o forse già questo solo. E l’Affrica è da gran tempo cinta da una corona d’isole e di porti continentali cristiani, ed è ora intaccata gravemente nell’Algeria, ed è ultimamente assalita a Marocco; e la lontana Oceania è invasa nelle sue isole maggiori e minori tutta quanta oramai. È egli probabile, non dico che dia indietro, ma che si fermi tal impulso, tal progresso di dilatazione, il quale dura vittorioso così da tre secoli, crebbe e cresce fino a ieri ed oggi? O non anzi, che cresciuto si acceleri; e che fra altrettanti o meno secoli diventin cristiani o almen soggetti a’ cristiani quei rimasugli di terre e di schiatte non cristiane? No, no; non è profetare, non è se non umano od anzi volgarissimo prevedere questo, che fra pochi secoli non rimarranno sul globo se non iscemate e sparse, e suddite nostre, e nascondentisi ne’ deserti le genti acristiane; a quel modo che poco dopo i tre primi secoli rimanevano sparsi e nascosti ne’ _pagi_ più oscuri que’ pochi idolatri dell’Imperio romano, che ne preser nome di pagani. — Al secolo scorso, nel calor della smania anticristiana si accusava il Cristianesimo di essere propagandista; ed alcuni cristiani erano così semplici da volerlo scusare di tale imputazione. Ma questa era pur giusta; e fu sempre ed è ora più che mai provata dal fatto. Propagandista si mostra il Cristianesimo da tutte parti; propagandista fu lungo tutti i secoli suoi; propagandista fin dal nascere suo, per istituzione, per la natura sua soprannaturale. Il Cristianesimo non è altro che propagazione; è verità, epperciò si propaga. E se noi scrivessimo qui di teologia o filosofia, noi invertiremmo l’argomento, e diremmo: si propaga solo e dappertutto, ei debbe essere dunque verità. Ma noi scriviamo di storia e politica; e notiamo solamente il fatto: si propaga in tutto l’orbe.
3. Ed ora scendiamo da queste evidenti certezze generali alle speranze italiane. — Noi dimorammo già non poco tratto a dimostrare la probabilità che cada l’Imperio ottomano, sedia principale del Maomettismo, e che, cadendo, lasci luogo alle nazioni cristiane. Ma ora, considerata nel suo impulso presente, in quello dei tre ultimi o, per dir meglio, dei XVIII secoli suoi la cristianità; la questione turca s’impicciolisce a tal segno da non parer più degna forse nemmeno dello studio che vi ponemmo; da parere non più che parte della certezza della propagazione universale cristiana. Quell’Imperio è ad uno dei limiti dell’Europa, della madre patria della Cristianità, della sedia ov’ella è compressa, ristretta, confinata contro tutti i bisogni presenti suoi, contro a tutti i suoi destini futuri; è al limite orientale, verso a dove si volge l’impulso presente di lei; è sulla via, primo sulla via ond’ella ha a passare; ed è non solamente imperio stazionario, ma cadente, ma già scemato, ma già incominciato a spartirsi tra la Cristianità. Se dunque non mutino tutte le proprietà, tutti gli andamenti di lei, se non cessi a un tratto tutto l’impulso cristiano, contro tutti i fatti precedenti, senza ragione presente, senza annunzi, senza cenni, senza probabilità nè possibilità avvenire, se non si volgano a rovescio i secoli e il genere umano, quell’imperio è destinato a finir di cadere, a lasciarci luogo, a darci spazio. — Se fosse possibile che la Cristianità non passasse per quella via, ella passerebbe per qualunque altra; e la propagazione sarebbe la medesima; e medesimi sarebbero all’incirca i risultati per la Cristianità in generale, per l’Italia in particolare. Supponiamo che la Cristianità non passi per la sua via naturale, da Occidente ad Oriente, che incominci dal Mezzodì, dall’Oriente, dal Settentrione; supponiamo (improbabilissimo) che l’Imperio turco duri come già l’Imperio greco a Costantinopoli, intanto che Inghilterra e Russia lo spoglierebbero delle sue provincie asiatiche. Ma un dì o l’altro ei sarebbe spogliato pure delle sue provincie europee, pur di Costantinopoli. E allora, risorgerebbero le medesime eventualità, le medesime occasioni, i medesimi tre casi di spartimento che ponemmo. Ridico che non è possibile che avvenga tal ritardo; ma poniamolo, non è che ritardo; e sempre si verrebbe a’ tre casi già considerati. Di qua non s’esce; qualche nazione cristiana passerà o sorgerà, un dì o l’altro, nelle provincie europee dell’Imperio turco; ed, o vi passerà l’Austria, o vi passerà la Russia, che sono le due sole potenze limitrofe; o sorgeranno stati nuovi delle popolazioni cristiane che vi si trovano or rare e serve. Ma nel 1.º caso (il più conveniente, dicemmo e confermiamo, a tutta la Cristianità) l’Austria s’accrescerà a segno da non poter nè essa conservare, nè esser sofferta di conservare le sue provincie occidentali straniere; e queste non possono se non ridiventar italiane, compiere finalmente la nostra indipendenza, in qualunque modo. Nel 2.º caso, se la Russia fosse quella che sottentrasse all’Imperio turco, ciò sarebbe segno, sarebbe effetto d’una decadenza, d’un ozio, d’un avvilimento, d’una nullità dell’Austria molto peggiori che non le presenti stesse; e ciò sarebbe occasione, ciò speranza, grandissima oltre ogni altra, all’Italia. Quella viltà, quella nullità esterne sarebbero pur interne; sarebbero scioglimento di quell’imperio; sarebbero sorgimento d’indipendenza nuova e compiuta agli Ungaresi, ai Boemi, a tutti gli Slavi. E non sarebbero all’Italia? Non è probabile. L’indipendenza è desiderata dalle popolazioni austro-lombarde, più che non dall’austro-ungaresi, od austro-slave; e queste non hanno principi connazionali vicini, da aiutar quell’indipendenza, da approfittarne. Certo sì: lo scioglimento dell’Imperio austriaco sarebbe l’occasione la più propizia per l’Italia; e se i nostri desiderii fossero italiani gretti, non italo-europei od anzi italo-cristiani, noi non desidereremmo mai altra occasione. E finalmente il 3.º caso, che sorgessero stati cristiani dalle provincie turche, non può succedere forse, se non col medesimo od un poco minore avvilimento dell’Austria, e di più, con uno simile della Russia; e ad ogni modo dall’instabilità, dalla debolezza, dalle dispute interne ed esterne di questi stati nuovi sorgerebbero tali e tanti turbamenti in tutta la Cristianità, che sarebbero non più un’occasione, ma una lunga serie di occasioni favorevoli alla indipendenza d’Italia. — Ma si vuol egli fare un 4.º caso? uno composto de’ tre primi? il caso che qualche cosa sia presa dall’Austria, qualche cosa da Russia, qualche cosa da stati nuovi indipendenti? Sia pure: in tal caso le nostre occasioni sarebbero pur composte delle tre occasioni, le nostre speranze delle tre speranze particolari; noi avremmo occasioni e speranze dall’inorientarsi d’Austria, e dall’avvilimento di essa, e da’ turbamenti che nascerebbero. — Ovvero ancora, vuol egli farsi un 5.º caso? che tutto ciò avvenga a poco a poco, pacificamente, diplomaticamente? Sia pure anche ciò; ma sorgerebbero almeno occasioni diplomatiche, speranze quindi da’ nostri principi che possono e debbono entrare in tali diplomazie, speranze dai nostri popoli che vi possono incorare, spingere i nostri principi. Perciocchè, già s’intende, che tutto ciò non succederebbe se mancassimo noi stessi a noi, all’Europa, alla Cristianità. Già s’intende, che non è speranza a chi non prenda le occasioni, a chi non s’aiuti quando Dio l’aiuta. Non è che un caso contro a noi: il caso che poi rimaniamo oziosi nell’occasione. Ma questo stesso, grazie a Dio, non è probabile. Noi non siamo in un seicento. Noi valiamo più che al principio del secolo XVIII. E allora bastò l’occasione della successione di Spagna per rialzar l’Italia. Ben altra successione ci si apparecchia; e noi siamo di gran lunga meglio apparecchiati a valercene. No, non è sogno questo; sogno è quello de’ disperanti; ed alla moltiplicazione di essi si riduce il solo caso che abbiamo contra noi. Deh non date lor retta, o miei compatrioti.
4. Ma andiamo innanzi; passiamo ad altri progressi della cristianità, ad altri accrescimenti di speranze nostre. — La Cristianità è in PROGRESSO D’UNIONE. Comparisi quella che è ora, con quella che era, o tre secoli fa, al principio della riforma, ovvero due, al costituirsi di essa, ovvero uno, al suo lasciar luogo alla filosofia del secolo XVIII, ovvero al principio del secolo presente, ovvero dieci anni fa, come si voglia, come paia più svantaggioso al tempo presente. Non importa; riman favorevole qualunque di questi paragoni. — E non è bisogno di spiegare che quand’uno, quantunque piccolo, di noi cattolici parla di riunione, ei non intende altro se non il riaccostamento degli altri a noi; noi non ammettiamo se non una verità in teoria, una chiesa in istoria ed in pratica. Ma questa chiesa nostra è quella appunto che veggiamo, ora più che mai, in progresso di dilatazione, a detrimento continuo di tutte l’altre parti della Cristianità. Facciamo anche qui arditamente la divisione de’ due campi; mettiamoci anche qui, noi da una parte, e tutti gli altri dall’altra. Sarà paragone pieno di letizia e speranza, qui più che mai; qui abbiam per noi i due coefficienti della forza, la massa e l’impulso. De’ duecento milioni di Cristiani, cento all’incirca son cattolici; tutti gli altri, divisi in parti innumerevoli, arrivano appena insieme all’altra metà; ogni parte è una frazione piccola; è peggio, è una quantità indeterminata, variabile di dì in dì. — Ma prendiamoli pur tutt’insieme; tutta intiera la riforma, come se facesse corpo; ella non ha più impulso, noi l’abbiam conservato e rinnovato. Da trecent’anni e più ch’ella sorse, ella progredì poco più di cinquanta[42], ma poniamo cento; e rimase stazionaria, pogniam cento altri; certo poi da cento in qua, quel suo dividersi, ridividersi, disordinarsi, discostituirsi, sminuzzarsi, prova che non ha più impulso, che non è più essa, non è più riforma; nè quasi eresia, nè quasi Cristianesimo; che ella è regredita a quel dubbio del Cristianesimo, a quel razionalismo, il quale sotto varie forme e varii nomi, ma sotto quello sopratutti di Arianismo fu antichissimo sì, ma quasi spento per un intervallo di mille anni. Giunta a tal condizione la riforma, è egli sperabile per lei, temibile per noi, ch’ella ricalchi le vie sue, che si riordini e ricostituisca per progredire di nuovo? Che faccia ciò che non ha fatto essa mai, ciò che non fecero le eresie primitive? O non anzi, che succeda a lei ciò che a quelle? che si spenga, si perda a poco a poco, insensibilmente, da sè? E tanto più, che ella non pretende più a propagarsi nella Cristianità; che ella ci ha lasciato il vizio stesso, o virtù del propagandismo, che ella si vanta di non averlo, che ella l’ha cancellato da’ suoi dogmi. — E noi, all’incontro, l’abbiam serbato; e siam tornati a più arditezza nel professarlo. Non parlo dell’uno e dell’altro caso speciale; non entro in dispute nè particolari di teologia. Ma sono campo della storia oramai quella liberazione dall’antica servitù religiosa di sette milioni d’irlandesi ed uno d’Inglesi, che vedemmo inaugurarsi or son poc’anni, e vedremo compiersi probabilmente fra pochi altri; e il riaccostarsi della scuola teologica _puseista_ e di altre inglesi e germaniche; e il progresso di quegli studi storici germanici e francesi, che non possono non ricondurre alla sola chiesa che sia storica, alla sola che non presenti l’intervallo dei mill’anni. La storia universale bene studiata non può non fare ciascuno cristiano; bastando il paragone di tutte l’altre religioni antiche o nuove a dare un infinito vantaggio al Cristianesimo. Ma la storia moderna non può non fare ciascuno cattolico; dando un vantaggio simile alla chiesa cattolica su tutte le altre[43]. E sono campo della storia, sono progressi cattolici tutti que’ progressi della filosofia che la conducono a riconoscere la propria insufficienza nel capire, e più nel diffondere e più nel ridurre in pratica universale le grandi verità che ella contempla; ed a riconoscere quindi la necessità, e quindi la realità della rivelazione, e quindi della conservazione e continuazione di essa in una chiesa, la cattolicità, il cattolicismo. Qui pure, le generalità della filosofia conducono al Cristianesimo, le particolarità al cattolicismo. — Certo rimase e forse rimarrà il gran residuo della riforma, anzi di tutte le eresie, il gran residuo della filosofia del secolo XVIII, anzi di tutte le grette e incompiute filosofie antiche o moderne, la filosofia escludente la contemplazione del soprannaturale, la filosofia razionalista; certo questa è e forse sarà gran tempo e forse sempre l’avversaria vera del cattolicismo; certo ella è da combattersi molto più che non quel materialismo e quel panteismo duranti in pochi, rinnegati da questi stessi. Ma il razionalismo stesso può combattersi oramai da’ nostri, come da vittoriosi, con alacrità, senza timore; il razionalismo non è per natura sua se non filosofia, non fu nè può essere religione mai, non credenza popolare nè molto sparsa, non culto, non fede, non amore, non fiducia compiuta nel Creatore, che sono pure qualità intime della natura umana; non è nemmeno satisfazione compiuta alla ragione: non può essere opinione nè dei pochi sommi, nè dei molti piccoli; non è nè sarà mai se non errore di pochissimi intermedii. Ne’ quali duri più o meno tempo, egli è ad ogni modo ultimo stadio di tutto ciò che si scosta dalla cattolicità; comprenderà in breve quanto non è cattolico nella cristianità; ondechè, riducendosi a questi necessariamente pochi il campo opposto, si accrescerà il nostro di altrettanto. — Del resto, io non profeto, non parlo di una riunione pronunciata, d’un ritorno dichiarato de’ dissidenti, lascio nelle incertezze del futuro imprevedibile la forma, la quantità, la compiutezza delle conversioni. Ma questo veggo ed affermo con tutti (con gli stessi dissidenti sinceri e colti), che la dissidenza o riforma è in disordine e in regresso; che è in regresso ogni filosofia acristiana, in progresso ogni cristiana; che la cattolicità è in progresso; ch’è quindi in progresso d’unione la Cristianità tutt’intiera. Un fatto solo è all’incontro; una disunione sola è crescente; quella della Russia, o per dir meglio del governo, o forse solamente dell’autocrata russo. Ponga, chi vuole, tal regresso al paragone di tutti i progressi. Io non so se non compiangerlo, ma contarlo per piccolo, e probabilmente di poca durata.