Part 21
15. Sottentrò Francia non immeritamente, non senza causa nemmen essa. Perciocchè essa pure s’era apparecchiata al primato, come già Italia e Spagna, con una lunga e felice guerra d’indipendenza. Vinta la quale sotto Carlo VII, e riunitasi sotto Ludovico XI, ella trovossi sotto Carlo VIII, Ludovico XII e Francesco I molto bene apparecchiata ad accedere ad ogni progresso trovato in Italia; e v’accesse subito e lo svolse poi, quando, come accennammo, furono cessati in lei gl’impedimenti delle divisioni religiose e della grettezza riformatrice. Fatti cessare questi da Arrigo IV, sgombratane ogni reliquia da Ludovico XIII e Richelieu, Ludovico XIV colse finalmente i frutti di tutte le unioni nazionali. E allora incominciò quel primato francese, che vorrebbesi invano negare o menomare. Coloro che ciò tentano, sogliono disputare della grandezza personale di quel principe; e giudicandolo poi, or secondo la inalterabile severità cristiana, or secondo la progredita severità della pubblica opinione, hanno facil trionfo per vero dire. Ma prima per giudicare della grandezza d’un principe, ei si vorrebbe comparare sempre ai principi dell’età sua; ed io crederei che così facendo, Ludovico XIV se n’accrescerebbe più che mai. E poi, nemmen Leon X, nè Lorenzo de’ Medici, nè Augusto, nè Pericle non furono uomini incolpevoli; nè produssero essi le grandezze de’ secoli a cui pur diedero il nome; e tutti, come Ludovico XIV in Francia, così quelli in Firenze e Roma e Grecia, nascendo a’ tempi di raccoglier le frutte, seppero coglierle e non mancare a’ loro tempi, che è pur virtù non volgare. Ma lasciando la persona di Ludovico XIV, e venendo al primato francese incominciato sotto lui e durato fino a’ nostri dì, io crederei che il negarlo taluni sia meno effetto d’ignoranza che non di quella sorta di vendetta, o, come si suol dire, reazione, solita farsi contro a tutte le dominazioni ne’ primi tempi dopo ch’elle son finite, e da coloro che ne sono usciti. Ma, corso qualc’altro tempo e surte nuove generazioni, suol ritornare poi quella moderazione di giudizio che non è nè servilità nè reazione. Tornata quella, giudicherà probabilmente ognuno, il primato francese essere consistito molto meno in grandi diffusioni, simili alle ultime spagnuole, che non in un progresso di tutte le scienze di guerra e di pace, un progresso somigliante al penultimo italiano. Nell’arte del governo incominciò o crebbe almeno sotto Ludovico XIV quell’ordine centrale e quella divisione di ministeri non secondo le provincie, ma secondo le materie governative, che si sparsero poi e sono universali ora in Europa; e che criticate più o men giustamente ne’ loro eccessi, sono pure per ogni dove un certissimo progresso. Nell’arti belliche Condè, Turenna, Lucemburgo e Vauban, per lasciar gli altri, inventarono e praticarono quella tattica e quella strategica le quali, superate o no da’ loro emuli Eugenio e Malborough, durarono fino a Federico e Napoleone. Nelle sole scienze naturali e matematiche, Francia, a malgrado del suo Descartes e del suo Fermat, rimase inferiore, non produsse per allora progressi da compararsi a quelli fatti in Italia, Germania ed Inghilterra, da Galileo, Keplero, Leibnizio e Newton. Ma questo non fu se non un indugio; e quell’inferiorità fu compensata poi da que’ Lavoisier, Laplace, Cuvier e tanti altri che risplendettero nell’ultima generazione del primato francese. Quanto alla letteratura francese, chiamisi primato o dominazione o tirannia quello che si sopportò già con tanta servilità da tutta Europa per 150 anni, egli è confermato dalle grida stesse che si muovono contro, da quelle tardive proteste, da quelle oramai inutili esortazioni che si fanno a liberarcene. S’accusa ora quella letteratura d’essere stata ella stessa servile imitazione dagli antichi; e s’accusa insieme d’aver ritratto troppo i tempi, la nazione, la corte, i principi suoi. Ma l’una accusa distrugge l’altra; e fa vedere che l’imitazione classica francese (dico quella fatta da’ buoni al tempo di Ludovico XIV principalmente) non fu servile, fu ciò che l’imitazione romana antica, e l’italiana del buon tempo, ciò che dovrebbe essere sempre ogni imitazione classica o non classica, imitazione adattata a’ propri tempi, alla propria lingua, alla propria patria. E quanto alla filosofia poi, se, rimosso ogni zelo di nazione o di scuola, si consideri che i filosofi antichi non furono forse grandissimi, se non perchè meditarono e scrissero al lume naturale di lor ragione in tempi e luoghi dove quello soprannaturale della tradizione e della rivelazione era inferiore ed oscuratissimo; e che all’incontro ai filosofi moderni, meditanti, e scriventi in mezzo alla luce della tradizione restituita e della rivelazione accresciuta, non fu, non è, nè sarà conceduto mai più uno splendore uguale (perchè qual più vuole innalzarsi in filosofia, o incontra il campo della teologia, ed ha nome poi di teologo più che di filosofo, ovvero, per tenersene fuori, si svia irremediabilmente); se, dico, si consideri questa menomata condizione della filosofia in mezzo alla Cristianità, forse che quel gran filosofo storico di Bossuet, e quegli altri metafisici Descartes e Malebranche, sembreranno nella loro semplicità e ritenutezza più vicini a verità, che non molti lor successori francesi scozzesi e tedeschi. E quindi forse, diciamolo passando, questo sarà il merito della scuola italiana presente, ricondurre la filosofia a quella modestia che sola le si addice in seno al Cristianesimo; così sappiano i maestri non distrarsi da quell’alto ufficio loro, non perdersi in analisi non necessarie oramai, e produr quelle sintesi potenti, di che si mostraron essi capaci più volte, e che sole asseriscono la capacità ultima di qualunque scuola. — Ad ogni modo, questo fu il grande inciampo del primato francese: che i successori di que’ primi filosofi ritenuti, facendosi via via più arditi, infelicemente logizzando a modo de’ più infelici dialettici del medio evo, arrivarono a poco a poco dall’analisi del pensiero ad una stolta analisi dello spirito umano; ed inevitabilmente poi, ovvero alla circoscrizione e materializzazione di esso, al materialismo; ovvero all’infinito estendimento di esso, al farlo onnipotente e quasi Iddio, al razionismo o razionalismo. E quindi, effetto o causa non so, od anzi effetto e causa a vicenda, l’altro pervertimento dei costumi; quella corruzione mal elegante nella corte di Ludovico XIV, dissoluta in quelle del Reggente e di Ludovico XV, e che passò quindi alla città, alle provincie, a tutti i ceti della nazione. Allora, spoglia di verità e virtù, fu perduta Francia e cadde in quegli eccessi che ognun sa, in quella perdizione di civiltà e coltura che certo fu delle massime in che sia caduta mai niuna nazione cristiana. — Ma questo è quasi privilegio di Francia, dovuto alla prontezza degli ingegni suoi, o piuttosto a quella virtù dell’operosità ch’ella non perdette mai fra tante perdizioni: che gli errori, prontissimi a spargervisi, son prontissimi a correggervisi. E così dopo un dieci anni o poco più, la civiltà e la religione vi furono ravviate da Napoleone, le lettere cristiane da Chateaubriand, le cristiane scienze da Cuvier; un triumvirato per vero dire, che, a malgrado gli errori di quei grandi, rimarrà immortale nelle storie, non solamente nel progresso francese, ma dell’universale cristiano. E così ravviato, il primato francese risplendette di un nuovo ed ultimo lampo. Dopo aver primeggiato colla coltura, primeggiò Francia coll’armi. Ma durata poco in tal fortuna, ritornò ella poi ed ora sta negli antichi limiti; forte della memoria dell’antiche e nuove glorie; guarita di molti errori, ed accresciuta in civiltà, restituentesi in coltura, in filosofia, in religione; non più prima per vero dire, a malgrado del vanto che le ne danno taluni per abito, ma non seconda se non ad una sola altra nazione, tutt’al più. Così si salvi essa pure da tali pretensioni retrospettive a quel primato, a cui non è probabile risalga ella, più che niuna nazione che l’ha perduto! Così sottentri in lei la pretensione a quella parità che è destino probabile delle maggiori e più virtuose nazioni cristiane! E così voglia Iddio, pietoso per essa e per noi! Perciocchè, posta come ella è, in mezzo a Spagna, Inghilterra, Germania e Italia, le altre quattro grandi nazioni della Cristianità, non è nazione le cui sorti buone o cattive si facciano sentir più a tutti, sia ch’ella primeggi, sia che soggiaccia o pareggi.
16. Ed ora, giunti ai tempi che viviamo, noi faremo per la storia generale del progresso cristiano una questione simile a quella che facemmo per la storia particolare italiana: quali sono, come s’hanno a nominare questi tempi? semplice continuazione dell’età precedente? età di progresso simile, o poco diverso? ovvero età diversa, novella, età di _transizione, Era umanitaria_ come la chiamano alcuni, or vantandola, or esecrandola? — Ma confesserollo: io non ho capite mai queste due denominazioni, le quali mi paiono dettate dalla solita preoccupazione magnificatrice delle cose presenti, dimenticatrice delle passate. Qui è dove ci potrà forse giovare l’aver raccolte in poco spazio e quasi comprese in una idea, le vicende di molte età; la sola salvaguardia dall’esagerazioni è la comparazione. Della quale chi si giovi vedrà facilmente: che tutte le età di che abbiano discorso sono state età intermediarie tra una di minore ed una di maggior progresso, età dunque di transizioni nè più nè meno che la presente; ondechè tal nome non può distinguere nessuna età, od anzi non significa nulla, essendo inevitabilmente ogni età, età di transizione tra una che precedette, ed una che seguirà. E quanto all’altro nome d’Era umanitaria, se si voglia dire che questa nostra è età in che diventano più universali gli interessi di ogni nazione e si confondono in quello del genere umano, ciò è vero, ciò è certo, ciò non sarà negato da noi. Ma se si voglia dire che questo sia fatto, o principio di fatto nuovo, progresso in senso diverso da’ precedenti, altro in somma che continuazione del progresso cristiano di XVIII secoli; noi negheremmo, per vero dire, tal novità; noi sapremmo immaginare quale possa essere, come venire questo progresso diverso, non sapremmo indovinare niuna significazione a quel nome di progresso umanitario diverso dal passato e cristiano. E vi ha più. Noi, tanto credenti e speranti nel progresso presente, non sappiam tuttavia vederlo maggiore che i passati, se non come è sempre naturalmente maggiore degli anteriori ogni progresso ulteriore; non veggiamo che i passi facentisi ora, sieno più grandi che quelli fatti parecchie altre volte. Certo è grande il progresso di propagazione che si fa ora in Asia e s’incomincia in Affrica dalla Cristianità; ma sarebbe lungo a disputare e difficile a determinare, se più grande che il progresso simile fatto sotto il primato iberico e in quella medesima Asia, e di più nelle due Americhe. Certo sarebbe gran rivoluzione, gran progresso quello che sembra apparecchiarsi al commercio, nel mutargli le vie dai due gran capi d’Affrica e America ai passaggi di Suez e di Panama; ma è difficile a determinare se sarebbe mutazione e progresso maggiore che quello il quale si fece tutt’all’incontro, dal Mediterraneo a quelle due grandi circumnavigazioni. Certo è grande il progresso delle scienze, delle lettere e della pubblicità ai nostri dì; ma resta molto disputabile se non più grande quello che si fece nel mezzo secolo della invenzione e propagazione della stampa. E certo poi è grande il progresso della età presente in tornare dalle false filosofie, e sarà più grande se le distrugga, e più grande se distrugga le eresie, e grandissimo se distrugga l’erede di tutte le filosofie false e dell’eresie, il razionalismo; ma quando ciò facesse, non perciò l’età nostra o niuna futura sarebbe a comparare mai a quell’età, mezzo dei tempi, nella quale furono fatte cadere d’un colpo non alcune, ma tutte le false e tutte le insufficienti filosofie dell’antichità; d’un colpo non alcune eresie, ma tutte le false religioni. — Sappiam comparare se vogliam giudicare; se vogliamo non esser noi giudicati fanciulli da coloro che, quanto più noi progrediamo, tanto più saran essi progrediti.
17. E così dunque comparando e giudicando, ei ci parrà che l’età comprendente il tempo presente e il futuro vicino è prevedibile, sia per essere nè meno nè più che un’età di continuato progresso cristiano, età o porzione d’età simile a quella che dicemmo del primato iberico e del francese, età o porzione d’età che si potrà chiamare molto probabilmente del primato britannico. — Perciocchè dolga ad alcuni Francesi, dolga a Spagnuoli od Italiani o Tedeschi, detronati dai primati, dolga ai pretendenti nuovi o a chicchessia, sono fatti chiari a qualunque sincero e mediocremente informato: 1.º Che ora, al finir dell’anno 1843, la nazione che comprende Inghilterra, Scozia ed Irlanda e noi chiamiamo non propriamente, ma abbreviatamente britannica, è prima delle nazioni cristiane nell’opera delle conquiste della Cristianità, bella e grande essendo senza dubbio, ma non comparabile fin ora, la parte che vi prende Francia nell’Affrica; e non bella nè grande la parte che vi prende Russia, sviata dall’Asia. 2.º Che la nazione britannica è prima delle presenti, in quella propagazione della propria schiatta, e così di una di quelle schiatte cristiane, le quali (giudicando da tutti gli esempi anteriori, e da quello massimamente dell’America) sembrano destinate a succedere a tutte l’altre, a popolar tutto l’orbe, ad essere il terribil mezzo della Provvidenza alla propagazione del Cristianesimo. 3.º Che la nazione britannica è ora prima in quella propagazione di commerci, la quale è mezzo a quell’altre due più importanti. 4.º Che ella è prima in tutte quelle operosità industriali, in tutte quelle applicazioni scientifiche, in tutti insomma que’ progressi materiali che sono mezzi al mezzo commerciale, e per esso alle due grandi propagazioni; e che perciò, a malgrado di tanti stolti disprezzi, sono e saranno l’occupazione, l’oggetto di operosità, la via di molti nobili intelletti presenti e futuri. — Se tutto ciò non si voglia chiamar primato, io non so quale possa o potrà esser chiamato mai. Non quello germanico, che non fu guari se non propagazione e prepotenza della propria schiatta fra le cristiane; non l’italiano, che fu pari o più grande del britannico presente in colture, in industrie, in commerci, ma molto minore e quasi nullo in conquiste per la Cristianità, ed in propagazione di schiatte cristiane; non l’iberico, che fu grande in queste propagazioni, ma non in tutte le colture; non il francese, che fu all’incontro e di nuovo, come l’italiano, grande nelle colture, ma poco potente nelle propagazioni. — È buono o cattivo, giusto od ingiusto, utile o dannoso il primato britannico? Sono questioni diverse dalla questione del fatto, e poco meno che vane. Nè le facemmo per gli altri primati; o piuttosto noi ne prendemmo gli scioglimenti dalla Provvidenza e dagli effetti adempiuti, ed in ciascuno di questi riconoscemmo le vie di Lei. Confidiamo pure in Lei per gli effetti del primato britannico presente; e lasciamo ai nepoti la descrizione che ne potran fare essi soli. — E così lasciam loro le due altre quistioni se questo primato sarà durevole, e se sarà ultimo. Della durata, noi non possiamo guari scorgere se non che ella dipenderà probabilmente dal saper la nazione britannica vincere non tanto le difficoltà esterne, come le interne, quelle tre grandi piaghe del pauperismo, della prepotenza aristocratica, e della prepotenza inglese in Irlanda; che il gran rimedio alle tre, ed a quest’ultima principalmente, sarebbe senza dubbio il ritorno alla cattolicità, a cui sembra tendere la nazione tutt’intiera; e che quando fosse compiuta od avanzata tale opera, quando alle missioni infruttuose degli acattolici succedessero le fruttuose cattoliche, allora solamente si potrebbe sperare quell’incristianirsi dell’Asia, il quale solo sarebbe avanzamento definitivo colà della civiltà cristiana, conferma e guarentigia forse dell’imperio britannico in quelle regioni. Del resto, nulla d’umano dura perpetuo quaggiù; e gl’inglesi più colti, più dotti in istorie ed in pratica che nessun altro, sanno molto bene che il loro imperio asiatico, da cui dipende il loro primato, non durerà sempre; e tal professione si trova, se non nei documenti governativi, certo in molti degli innumerevoli libri di storie e di descrizioni indiane, che dimostrano la pubblica opinione. La quale professa sì volere e dover tener quell’imperio e quel primato quanto più si possa, e trarne intanto il maggior profitto in tributi e commerci; ma tende a far più legittimi, men gravosi ai popoli questi profitti; e prevede un tempo in che rimarrà forse profitto solo la propagazione delle schiatte e del nome e della civiltà britannica, e tien conto di tal profitto come grande anche ai nepoti, a quel modo che tien gloria ed utilità britannica presente l’imperio-anglo-americano, quantunque diviso. E questo è senza dubbio, alto e veramente liberale e cristiano modo di considerare il presente e il futuro, l’operosità, la virtù, i doveri e il destino delle nazioni cristiane. Una nazione in cui tale opinione è, se non universale, certo pubblica e frequente, non ha forse bisogno di altro per asserire il proprio primato; e può ben lasciare a’ nepoti le questioni della durata di esso; ferma essa nella coscienza o almeno nel desiderio di ben usarlo finchè durerà[41]. — E noi ci metteremo anche meno poi in quell’altre questioni di più lontano scioglimento, se qualche altra nazione succederà alla britannica nel primato cristiano, se il riacquisterà alcuna delle nazioni che già l’ebbero, o s’ei passerà ad alcun’altra dell’antico o del nuovo continente, ovvero se dal vedersi men chiari, meno assoluti, men durevoli quanto più si succedono i primati, si possa argomentare, che essi vengono cessando e cesseranno quasi assolutamente per l’avvenire, e che così sorgerà più o meno tardi una età novella in che le nazioni cristiane non proseguano più se non quella parità, che si può fin d’ora giudicare la più utile a tutti, la più utile forse a ciascuna, la sola giusta, la sola legittima, la sola compiutamente cristiana. — Certo, a chi ha fede nel progresso, a chi partendo dal presente, ne scorge immanchevole uno ulteriore nel corso de’ secoli, niuna speranza può parer troppa. Ma noi lasciamo queste e l’altre simili, le quali appartengono a quel futuro lontano che continuiamo a chiamare imprevedibile; e ci contenteremo di dar un ultimo sguardo a quel progresso presente, che congiunge le men discoste speranze dell’universa cristianità con quelle particolari della patria nostra.
CAPO DECIMOTERZO.
IL PROGRESSO CRISTIANO PRESENTE ED ACCRESCIMENTO CHE NE VIENE A TUTTE LE SPERANZE ITALIANE
_Lo que ha de ser, no puede faltar_. — C’est là un fatalisme particulier à l’Espagne, un fatalisme religieux qui repugne aux lâchetés Épicuriennes, comme aux stériles vertus du Stoïcisme.
DURIEU, _Revue des deux Mondes_, 15 _juin_ 1844, _p_. 972.
1. Noi nol celammo già, ma gli opponenti cel fan ripetere deliberatamente qui: Se le Speranze che noi venimmo esponendo della patria nostra fossero isolate, se noi sperassimo un progresso di virtù e d’opinione nel popolo nostro, un progresso d’unione tra popolo e principi, un progresso di territorio ad uno o parecchi principati, un progresso d’indipendenza a tutta l’Italia, senza sperarne altri simili o maggiori dell’universa cristianità; tutte quelle Speranze nostre ci parrebbero mal sode a noi stessi; noi ci sottoporremmo satisfatti al giudicio di coloro che le dissero più virtuose forse, ma non meno vane che le rigettate da noi, sogni nuovi posti invece di sogni vecchi. Ma qui sta, diciamo noi, la differenza; qui, se si voglia, la sola, ma qui, il pretendiamo, la total differenza; che le speranze da noi rigettate sono appunto contrarie, che le presentate da noi sono concordi, col progresso universale della Cristianità. — E quindi è che, svolta oramai la serie di questo per li XIX secoli suoi, noi ci fermiamo a cercare posatamente, partitamente, qual sia esso a’ nostri dì; e quali poi le prove, gli accrescimenti che ne vengono alle Speranze italiane. Se oltrepassando qui il nostro primo disegno, noi cadrem forse in alcune ripetizioni, noi ne rigettiam la colpa sui disperanti. — I quali, non abbiam fiducia per vero dire di persuader tutti; non quelli certamente che invecchiati in lor disperanze ed adattatavi da gran tempo lor vita, non vorranno disturbarne i resti per le nostre o per niune ragioni. Ma molti sono pure che non hanno ancora adattata lor vita; molti giovani che cercano adattarla alle speranze della patria, che cercano quindi candidamente, spregiudicatamente quali sieno più probabili, cercan vivere, cercan morire per l’adempimento, od anche per l’avanzamento di queste. Ed a tali giovani, alla vera e sincera giovane Italia de’ nostri dì, noi rivolgiamo, non senza fiducia, il nostro discorso. — Ad ogni modo, noi prendiamo a dimostrare qui 1.º che la Cristianità presente è in progresso di dilatazione, 2.º che è in progresso di unione, 3.º in progresso di civiltà, 4.º in progresso di coltura, 5.º in progresso di virtù; e che ciascuno di questi progressi accresce le speranze italiane, ne fa, non che probabili, ma in un modo o in un altro, una volta o l’altra, e per quanto possa qualunque cosa umana, certi gli adempimenti.