Part 20
11. Ma un altro grand’evento successe intanto sui limiti della Cristianità (non succedendo niun altro tale più in là, durando colà più o meno stazionarie le religioni, le civiltà, le colture indiane e cinesi, e l’altre minori); sorse il Maomettismo. — Fu progresso o regresso questo? Certo fece perdere alla Cristianità non poche provincie, alcune asiatiche, tutte l’affricane, e quasi tutte le iberiche; e quindi nuovo argomento a coloro che vogliono vedere regressi in questa età. Ma prima, questa diminuzione di sudditi meridionali fu più che compensata alla Cristianità dall’accrescimento che dicemmo nelle schiatte settentrionali. E poi questo stesso Maomettismo, il quale si può considerare e si considera da parecchi quasi non più che una setta, un’eresia semirazionalista cristiana; questo Maomettismo non fu forse gran regresso dalle incerte e miste religioni arabiche, e fu poi certamente un progresso vero dovunque sottentrò alle idolatrie moltiplici e vagabonde, cioè nei tre quarti dell’immenso territorio su cui s’estese. Se per esempio si consideri il Teismo maomettano nelle sue conquiste indiane, nella sua guerra contro quell’idolatrie che si potrebbero dire le più perfette perchè appunto le più inoltrate nel proprio principio della moltiplicità; certo egli è a considerare come un ravvicinamento alla verità, come un miglioramento. E così dove ei distrusse od asservì il Magismo persiano, e i Feticismi delle genti vaganti asiatiche od affricane. — Noi non possiamo sapere ancora, quali saranno le vie della Provvidenza nelle future ampliazioni della Cristianità e del Cristianesimo che sembrano annunziarsi da tutte le parti; nè se si convertiranno, ovvero si perderanno, come in America, le schiatte non cristiane in mezzo alle cristiane; nè se, succedendo larghe e nazionali conversioni, elle succederanno dalla religione maomettana più che dall’altre. Ma considerando questa in sè e ne’ suoi primi secoli non è negabile, non è negato, ed è anzi esagerato da parecchi il fatto che ella fu e produsse progresso. — La storia dell’Islamismo è un magnifico assunto, il quale non è maturo per quella sorte di storici che pretendono narrare tutto, ambiscono erudizioni recondite, veggono tutta l’importanza nei documenti inediti, e che direbbono quindi impossibile una storia maomettana senza compulsar di nuovo gli archivi di Simanca, ed aver aperti quelli di Costantinopoli, e ritrovar quelli di Bagdad, di Brussa, di Ghiznè, di Bokara o di Samarcanda. Ma a coloro che, senza disprezzare i fatti e le rettificazioni minute, non danno grande importanza se non a’ grandi fatti, e credono che la storia sia oramai più saputa che intesa e volgarizzata, e attendono perciò a spiegarla e diffonderla; a costoro basterebbon certo i fatti maomettani noti, per comporne una storia e direi quasi un poema vario, piacevole, utile, ed oramai compiuto. Incominciando da Maometto e l’egira, intorno al seicento, e venendo fino a noi, sono dodici secoli in tutto; quattro di gioventù e d’ingrandimento, quattro di stazione o compensi tra il perduto e il nuovo conquistato, e quattro oramai di decadenza; tre età meravigliosamente corrispondenti alle tre cristiane da noi poste, quantunque diversissime ne’ due andamenti. Ma basti a noi l’osservar qui, che la prima di quelle età maomettane, l’età della gioventù, delle conquiste dilatate di qua fino ed oltre i Pirenei, di là fino ed oltre all’Indo, l’età d’un incivilimento poco minor del cristiano contemporaneo, d’una coltura forse superiore, fu dunque un’età di progresso incontrastabile per tutte quelle immense regioni; e che quindi questo progresso maomettano, si consideri o no come conseguenza del cristiano, entra ad ogni modo nel conto del progresso universale di questa età. In tutto, gli storici che vogliono abbassar il Cristianesimo, che vogliono dare la virtù progreditrice alla natura, alla ragione umana, alla filosofia, al Maomettismo, a checchessia, purchè non al Cristianesimo, non sapendo dei XIX secoli nostri trovarne altri in cui il progresso cristiano sia stato così piccolo come in questi sei, s’impuntano, si compiacciono in questi, per dimostrarvi la quasi nullità della coltura e della civiltà cristiana, e la superiorità della maomettana. Noi all’incontro veggiamo nella Cristianità di questi sei secoli, prima due chiari, due grandi progressi, uno di diffusione nelle schiatte germaniche, ed uno di riunione nella chiesa cattolica. Poi, potendo forse reclamare tutto il progresso maomettano, come fatto che non sarebbe succeduto senza il Cristianesimo, e perciò come conseguenza di esso, noi non insistiamo tuttavia in tal pretensione; e scegliamo anzi di considerar il maomettano come ultimo progresso tentato fuori della Cristianità, come uno simile agli antichi, ed a guisa di quelli incapace di durare o progredire ulteriormente, destinato a mostrare la incapacità di tutti fuori della Cristianità. Ma, dei due modi di vedere, noi lasciamo volontieri la scelta a ciascuno: tutti due risultano a gloria esclusiva del progresso cristiano.
12. E passando quindi alla III.ª delle età che ponemmo da Gregorio VII (1072) alla fine del secolo XV, e che chiamammo età del Primato Italiano, noi saremo più brevi, e perchè già abbiam toccato di tale età scorrendo le vicende della nostra indipendenza, e perchè poi sono notissimi e conceduti da tutti e il gran progresso di questa età, e il primato tenutovi dall’Italia. Perciocchè io credo che in questo convengano non solamente i miei compatrioti, ma anche gli stranieri; men gelosi, men bugiardi e meno ignoranti che non si dicono da alcuni di noi. Gli stranieri non ci negano se non le esagerazioni, il prolungamento, la perennità del nostro primato; ma il primato vero de’ quattro secoli e più, io non saprei straniero colto che ce lo neghi; e parecchi di essi resergli anzi l’ossequio più reale che sia, e che pur troppo non sapemmo o potemmo rendergli noi, quello di studiare e descrivere quei tempi, quelle cose, quegli uomini nostri. Chi ci diede la storia delle repubbliche italiane? chi le vite distese di Silvestro II, di Gregorio VII, di Innocenzo III, di Cola di Rienzi, del Poggio, di Lorenzo de’ Medici, di Colombo, di Leon X e di Raffaello? Le quali se non ci contentano del tutto, sono pure ciascuna o la migliore, o la sola opera che abbiamo su ciascuno di questi assunti; e provano ad ogni modo il rispetto, la riconoscenza di quegli stranieri per quell’età nostra, che studiarono tanto. Quella stessa impresa della lega di Lombardia la quale è vanto e dovrebb’essere studio precipuo nostro, chi la studiò più? Noi vincitori od anzi i Tedeschi vinti nostri quella volta? Certo le opere del Raumer, del Voigt, del Kortüm e del Leo non hanno satisfatto al grande e nazionale assunto; ma certo pure non ne fu fatto nè tentato altretanto, non ne fu tentato nulla in Italia. Un Francese dedicò già gravissimi studi al Petrarca; ed un Francese, parecchi Tedeschi ed un Americano vivente ne dedicano de’ più gravi a Dante. Certo tutti questi non sono disprezzi di stranieri contra noi. Nè furonvi, alla grande età nostra, disprezzi d’Italiani contra stranieri. Que’ nostri maggiori, che eran duci della civiltà pubblica universale, e che fecero già una parola sola di essa e della civiltà privata o personale (notevole e bella povertà della lingua nostra!), non che predicare invidiuzze od isolamenti, predicavano e praticavano unione, larghezza, liberalità universale. Pier Lombardo, Lanfranco, sant’Anselmo, Ildebrando, Alessandro III, san Tommaso, Dante, Petrarca e Boccaccio, i più grandi della nostra grande età, tutti impararono, o insegnarono, o rifuggirono presso a quegli stranieri. Cinquecento anni fa e più oltre, gl’Italiani riconoscevano una sola ed universal civiltà cristiana; ed era ciò naturale; la conducevan essi. Or la riconoscono gli altri, fattisi nuovi duci; e riconoscono insieme il ducato o primato nostro antico. Noi soli, negando i progressi e i primati succeduti, neghiamo parte di nostre glorie, neghiam le conseguenze dell’opera de’ nostri maggiori. — Io non saprei guari niun contradittore del nostro primato del medio evo, se non gli esageratori del primato maomettano. Nacque questa esagerazione nel secolo scorso da coloro che dicemmo aver voluto torre ogni gloria, ma sopra tutte quella del progresso, alla Cristianità. Dissero e dicono che la resurrezione della coltura cristiana nel secolo XI, l’architettura così detta gotica, la poesia provenzale, e le scienze matematiche sopra tutto, furon dovute alla coltura maomettana. Ma della architettura, ei bisogna non aver veduto nè i monumenti nè i disegni, per poter confondere o creder venuti l’un dall’altro i due stili gotico e moresco; e tutti gli studi moderni concorrono poi a dimostrare normanna o sassone o longobarda e ad ogni modo germanica l’origine di quell’architettura gotica, od anche meglio la lenta trasformazione dell’architettura ultima romana. Quanto alla poesia provenzale, noi concederemo che, derivando dalle due spagnuole, catalana e castigliana, ella derivasse dalla moresca indirettamente. E così concederemo la terza e più certa derivazione delle scienze matematiche; cioè (esclusa forse l’astronomia poca, o guasta dall’astrologia maomettana e cristiana di quel tempo) la numerazione decimale e i segni algebraici. Ma fatte tali concessioni, è a dire di queste due colture straniere nella Cristianità ciò che delle tre grandi invenzioni pure straniere, pur importate durante questa età; la bussola, la polvere da guerra, e la stampa. Tutte e tre furono probabilmente importazioni fatte a poco a poco dalla Cina nell’Oriente indiano, nel Levante maomettano, nella Cristianità; o, se mai furono invenzioni nostre, furono invenzioni che erano state fatte fuori molto prima. Ma che? Qui risplende la capacità progreditrice della Cristianità, la incapacità di tutte l’altre civiltà o colture non cristiane. Tutte queste invenzioni, e così la poesia, così le scienze matematiche, erano antiche di secoli e secoli in quelle colture non cristiane, eran passate dall’una all’altra; e tuttavia nè nelle loro culle, nè nel corso delle loro migrazioni non avean trovato campo buono a crescervi, fiorirvi e fruttificarvi, finchè non giunsero sul campo cristiano! Che vuol dir ciò, in nome della verità? Che? Se non ch’erano inopportuni, naturalmente infecondi, mal apparecchiati tutti que’ campi? solo fecondo, ed apparecchiato il cristiano? dove e le tre invenzioni e la poesia crebbero rapidissimamente appena nate durante il primato italiano; e le scienze matematiche più lentamente sì, ma pur in pochi secoli, rispetto a quelli che eran durate stazionarie altrove. Noi lasciamo a’ filosofi la questione del come o perchè, la questione della connessione che è tra la verità universale o religiosa, e le verità o le scoperte particolari e materiali che ne paiono indipendenti. Ma sfidiamo storici e filosofi a negare il fatto e la importanza del fatto: che queste tre invenzioni massime e con esse poi parecchie altre (come le chimiche) di poco minori, possedute prima, possedute secoli e millennii[39] dall’altre colture, non fruttificarono se non quando per importazione o reinvenzione diventarono cristiane. E ciò posto, lasciam pure attribuire a Maomettani, Indiani o Cinesi quanto si voglia. Quanto più se ne dia loro, tanto più sarà vergogna della loro incapacità, vanto della nostra capacità di progresso. La quale si dimostrò, si svolse in tanti modi, sotto tante forme poi, libertà civile, arti governative, carità, eloquenza, poesia, storia, musica, pittura, scoltura, architettura, teologia, economia pubblica, arte militare, commerci, navigazioni, scoperte terrestri e marittime, durante tutta quest’età del primato italiano; che il volerne dar le prove sarebbe inutile opera da retore, e il volerne dar la descrizione, assunto di una lunga storia tutt’intiera. Ci sarà ella data anche questa da qualche straniero?
13. Ora, venendo all’età che dicemmo IV.ª, dal principio del secolo XVI in poi, un grande evento, una gran questione ci si affaccia: qual parte abbia avuta nel progresso cristiano, quella separazione che fu chiamata Riforma della Chiesa. Ei ci pare che una parte molto troppo larga le sia stata fatta dagli amici, e quasi conceduta da molti nemici di lei. Errore, per vero dire, non insueto e ne’ politici contemporanei e negli storici speciali di ogni grande evento; i quali, preoccupandosene unicamente, ne esagerano l’importanza, e lo dicono non mai veduto, non da vedersi più, principio di nuova età, causa universale di quanto avviene, di quanto avverrà; ond’è poi principale ufficio della storia universale, restituir l’importanze giuste ad ogni evento, comparandolo con quelli dell’altre età, e richiamando ad esame gli effetti esagerati dalle speranze e dalle paure contemporanee. Della riforma, noi accennammo già, che ella fu poco più che rinnovazione di tutte le eresie primitive della Chiesa, alle quali ella non aggiunse nulla guari se non l’inimicizia al papa, e gli argomenti tratti dalle condizioni mutate della coltura. Ma lasciando tal comparazione, che sarebbe lunga a proseguire, ed a cui saremmo insufficienti noi, ci contenteremo di osservare le esagerazioni degli effetti della riforma. Gli amici la dissero termine del medio evo, emancipazione della ragione umana, madre d’ogni libertà di coscienza, da cui disser figliata la libertà civile, da cui ogni civiltà, ogni coltura, ogni progresso presente. E i nemici, non so s’io dica troppo incauti o troppo impauriti, od anzi, come succede, incauti e impauriti insieme, i nemici della riforma, le concedettero troppo sovente tutte queste importanze, tutte queste figliazioni; si contentarono di mutar loro i nomi da buoni a cattivi, e di porre invece di emancipazione e libertà, ribellione e licenza. Ma il vero è che non sono storiche tutte queste figliazioni nè sotto l’un nome nè sotto l’altro. La ragione non aveva bisogno nè d’essere emancipata nè di ribellarsi al secolo XVI, dopo i quattro della coltura italiana, dopo un san Tommaso, un Dante e un Machiavello, per non dir di tanti altri. Nè la libertà o la licenza civile avevan bisogno di essere figliate dalla libertà o dalla licenza di coscienza, non avevano a nascere nè l’una nè l’altra, eran vecchie già tutte e due di quei quattro secoli medesimi nei comuni, nelle repubbliche italiane. La riforma fu senza dubbio ribellione e licenza religiosa, ribellione dall’originaria autorità stabilita nella Chiesa, licenza della ragione umana; ma fu non più che una delle tante ribellioni e licenze che avvennero ed avverran forse; non principio di nuova età, non fine di medio evo, nè di oscurità nè di barbarie, le quali eran finite a poco a poco sin dal secolo XI, se non altrove, certo in Italia. Io non so che cosa s’abbiano in mente tutti questi discorritori di storia, i quali dimenticano così tanti fatti, tanti effetti di quattro tali secoli. Non così alcuni eletti contemporanei, Erasmo e Tommaso Moro[40] principalmente; i quali giudicarono fin d’allora la riforma per quello che fu veramente, per quello ch’è ora più chiaro e sarà senza dubbio ogni dì più; non ispinta e aiuto, e tanto meno causa o madre di niun gran progresso; ma distrazione, impiccio, fermata, ritardamento di esso in tutte le nazioni dove allignò e potè. — La Germania, dove la riforma potè più, non entrò allora, nè per due altri secoli, nel progresso universale; non fiorì in niuna di quelle colture ch’ella, una delle due vicine e l’antica signora d’Italia, n’avrebbe potuto riportare più facilmente che niun’altra nazione. In lettere parve fuori d’Europa, fuori della coltura universale. In arti ricadde dallo splendore che parevale promesso allora da Alberto Durero ed Holbein, in una nuova oscurità. In quelle sole scienze le quali son sempre le più indipendenti dalle condizioni nazionali, nelle sole scienze matematiche sorsero due Tedeschi, Keplero e Leibnizio, ad emulare il grande Italiano e il grande Inglese. Ma la vera e gran coltura germanica non sorse se non quando, corso un lungo secolo di divisioni e guerre religiose, ed un altro di riposi e nullità, furono cessati quello zelo e quella grettezza di spiriti, quella inimicizia a tutti gli antecedenti cristiani, quell’avversione quasi iconoclasta all’arti, tutti quegli odii, e, per chiamarle col loro nome, tutte quelle illiberalità che la riforma suscitò e nodrì, rinfacciandole alla cattolicità. E forse a chi ben consideri e compari, nemmeno il sommo fiore presente delle colture germaniche non sembrerà pari a quelli che furon sommi in ciascuna dell’altre nazioni cristiane; e questa inferiorità sembrerà da attribuirsi alla inferiorità religiosa di lei, e non rimediabile se non quando sarà rimediata la causa. — E così della nazione britannica, che fu seconda nel calor della riforma. Certo a chi ben consideri la storia di lei, parrà chiaro che dovette esservi ritardato ogni progresso e dalle tirannie neroniane di Arrigo VIII, e dalle tiberiane d’Elisabetta, e dalle vanità teologiche di Giacomo I, e da tutte insieme quelle guerre civili fino al 1688 che vennero dalla riforma. Nè osteranno gli stessi grandissimi nomi di Shakespear, di Milton, di Newton, o le forme così avanzate ora di quella civiltà. Perciocchè di que’ tre grandi, due furono negletti e poco meno che sconosciuti in patria per gran tempo, e il terzo, quantunque lodatissimo, non vi ebbe grande schiera di emuli o seguaci contemporanei; ondechè essi, se niuno mai, si hanno a dire ingegni solitari ed eccezionali; e il fatto sta che il gran fiore, l’apice, l’universalità, il primato della coltura britannica non avvenne se non più tardi, a’ nostri dì, quando furono cessati pur là lo zelo, l’ispirazione, la illiberalità della riforma. E quanto alla civiltà, ella pure non incominciò a fiorir là se non dal 1688; e se ella vi crebbe d’allora in poi a quella potenza che ognuno le riconosce al presente, non è dubbio pure che i vizi rimanenti in lei, e massime i tre principali (la carità pubblica mal costituita, la proprietà territoriale tiranneggiante, e le ingiustizie accumulate sull’Irlanda), sono funeste reliquie della riforma: ma: ondechè anche là ei si dee credere che quella nazione sia stata ritardata già nel suo fiore, e non sia per risplendere in tutto quello a lei possibile se non quando abbia sgombrate quelle reliquie, abbia ricalcati tutti i passi mal fatti sotto la mala guida. — Finalmente, Francia, che fu terza in calor di riforma, fu pur terza in disturbi di coltura e civiltà. Al secolo XVI ella era una delle nazioni più frammiste all’italiana, era di quelle che ne riportarono più spoglie di coltura e civiltà; aveva uno de’ principi più amici di queste, più progressisti che non sieno stati mai, Francesco I; e questi, e i suoi successori, e Caterina de’ Medici, nuora di lui, trassero in Francia più artisti e letterati italiani che non ne andassero in tutto il rimanente della Cristianità. E tuttavia lo splendore della coltura e della civiltà non incominciarono in Francia se non sotto Ludovico XVI; impedite che furono anche là un secolo e più dalle preoccupazioni e dalle guerre della riforma. — Io non so, nè mi curo verificare, se io dica qui cose nuove, ovvero già avvertite da altri e solamente poco note; ma verrà tempo che il progresso degli studi storici le farà volgari. Non è possibile che resti sempre inavvertito questo gran fatto: che dal principio del secolo XVI fino a noi, le tre nazioni che progredirono più, ed ottennero i tre primati del progresso cristiano, gli ottennero appunto nell’ordine inverso a quello che ebbero nella riforma, e così prima Spagna, pura di essa, poi Francia, poi Inghilterra. Incontrastabil prova, che ella non fu aiuto a progresso; prova, parmi, che fu impedimento.
14. Ad ogni modo, l’ordine de’ primati tenuti dalle nazioni cristiane in questi tre secoli fino a noi, fu quello. — Il primato iberico è incontrastabile dalla metà del secolo XVI alla metà del XVII. Spagna e Portogallo furono le prime a prenderci i primati delle lettere e dell’arti. Ma elle preserci ben altro; preserci tutt’intiero il commercio orientale, quel commercio che è sempre il massimo dell’orbe; e preserci quello spirito che non so com’io chiami di venture o di scoperte o meglio di propagazioni cristiane, in che noi pure eravamo stati primi tre secoli addietro, e saremmo rimasti allora, se non avessimo disprezzato il maggior uomo di quel progresso, il nostro Colombo. Ma eran passati per l’Italia i tempi di tener conto degli uomini grandi suoi, passato il tempo di adoprar la propria virtù. Ed era passata questa all’Iberia, esercitatavi e cresciutavi negli otto secoli della sua impresa d’indipendenza. Il fatto ci è, non solamente dimostrato, ma particolarmente narrato, e quasi messo in iscena dalla storia, più epica e più drammatica qui che non possa essere niun dramma o poema. Perciocchè ei fu all’assedio di Granata e dinanzi a Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, all’ultimo atto, e dinanzi ai due protagonisti del dramma precedente d’indipendenza e riunione iberica, che si presentò Colombo, il grande Italiano disprezzato in patria, a propor loro l’America, il gran campo della futura operosità, del futuro primato. E l’accettarono Ferdinando ed Isabella, da Colombo. E tutti e tre lo tramandarono poi quasi compito a Carlo V, Tedesco d’origine e d’educazione, ma Spagnuolo poi d’operosità e d’abiti e di cooperatori lungo tutta sua vita. Chè Spagnuoli furono i suoi guerrieri e ministri principali (salvo uno o due italiani), que’ suoi Palatini quasi simili e forse più reali che non quelli di Carlomagno. E Spagnuolo si professò egli; e vide in Ispagna, che lasciò al figliuolo, egli Augusto al suo Tiberio, l’importanza della sua successione. Ed a Filippo II, senza dubbio (perchè la natura del principe è quasi tutto in un regno assoluto, e più in uno grande) si deve attribuire la prima decadenza del primato iberico, la perdita delle Fiandre, il dismetter le imprese contro a’ Maomettani, Turchi e Barberi, quantunque vinti, il non chiamare a niuna operosità, il fare o lasciar poltrire e infracidire le province italiane, la grettezza, i sospetti, le precauzioni, le spie, i supplizi posti in vece della larga ed operosa tirannia del padre. Ma molto pure di quella decadenza deve attribuirsi alla natura stessa di quel primato iberico, il quale era fondato e mantenuto principalmente dalle conquiste, dalle colonie transatlantiche. Le colonie, quando sono grandi, hanno questo inconveniente, di esaurire l’operosità della madre patria, chiamando a sè quanti uomini sono naturalmente arditi e venturieri. Peggio poi, quando, come in Ispagna, queste colonie arricchiscono facilmente e in pochi anni i venturieri; perciocchè allora esse esauriscono l’operosità di questi stessi, rimandando in patria oziosi e viziosi quelli che ne erano usciti tutto diversi. E peggio ancora quando alle colonie lontane s’aggiungono paesi di conquista vicini; come furono a Spagna quelli di Napoli e Milano; i quali corrompono anche più facilmente più numerosi ministri, grandi e piccoli, tutta quella caterva d’impiegati stranieri che vengono a ingrassare, viziare e viziarsi. E insomma tra il tiranneggiare e il poltrire dei tristi successori di Carlo V, e la corruzione delle colonie americane e de’ governi italiani, il primato spagnuolo, che aveva raccolto in sè tutto l’iberico, precipitò il termine suo, e durò appena 100 anni.