Delle speranze d'Italia

Part 19

Chapter 193,713 wordsPublic domain

3. I filosofi del secolo scorso, a cui ella si suole attribuire, non fecero se non nominarla e determinarla. Bene o male? Qui è grave questione. — Vedendo il progresso vero e grande che facevasi a lor tempo in tutte le scienze materiali, sperarono e promisero farne fare essi uno simile nelle spirituali, annunciarono un progresso universale presente e futuro; e quindi a poco a poco innamorandosi, come succede, della propria idea, e retrocedendo al passato, protestarono che tal progresso era già antico, antichissimo, coevo col mondo, perpetuo, connaturale al genere umano. L’uomo fu definito animal progressivo; progressiva la ragione, la natura umana per sè; quanto fu, quant’è o sarà buono nel genere umano, effetto di tal virtù progreditrice; quanto è cattivo, eccezione. — Una difficoltà rimaneva: gli storici avean notato sempre, gli uomini pratici e politici osservavano ogni dì nazioni salenti, nazioni scendenti in fortuna e virtù; e gli storici universali e i filosofi avevano anzi osservati periodi di tempi in che parve retrocedere non solamente una o più nazioni, ma il genere umano tutt’intiero; e ciò avrebbe distrutta fin dalle fondamenta la nuova e lieta idea del progresso perpetuo. Ma non si arrestarono perciò i filosofanti; non potendo co’ fatti nè quindi co’ ragionamenti, ei si salvarono con un paragone; paragonarono il progresso umano a quello d’una spirale che ad ogni giro sembra retrocedere e pure avanza; e con questo, senza chiarire se i regressi umani sieno stati apparenti o no, e quanti e quali, tennero satisfatti sè stessi e distrutta la difficoltà. — Un’altra, per vero dire, ne sorse. In quell’idea del progresso perpetuo fin dal principio, era implicata l’idea che il Cristianesimo, quell’innegabilmente sommo de’ progressi umani, non fosse se non un progresso umano, naturale; che quindi fosse possibile, probabile, certo, imminente un altro progresso simile e per conseguenza maggiore il quale poi fosse la filosofia. E questa era, per vero dire, gran difficoltà per li sinceri cristiani, i quali non ammettono nè che il Cristianesimo sia un progresso naturale, nè che ne possa succedere uno superiore. Ma nè perciò si arrestarono que’ filosofi. Posta evidente la caduta del Cristianesimo, e disprezzando poi e commiserando tutti coloro che non la vedevano, non tennero di questi, cioè di tutti i cristiani, niun conto; separarono in questa come in altre questioni i due campi della religione e della filosofia; dismessero le discussioni sul passato, sull’intiera storia del genere umano; la dichiararono inesplicabile, la lasciarono inesplicata; e rifuggirono al futuro, facile sempre a spiegare, malleabile a conformare per tutti coloro che non si prendon cura di farlo concordar col passato.

4. Ma a costoro, il tempo suol dar pronte e solenni smentite; e diedene una tale a’ nostri dì. Quel futuro così mal preveduto da’ filosofi delle ultime generazioni è diventato presente nostro; e noi veggiamo il Cristianesimo più fiorente che mai. E quindi men che mai, noi cristiani studiosi di filosofia, di storia o di politica, non accettiam nessuno di siffatti compatimenti, non abbiam bisogno nè di separare i campi della filosofia e della religione, della ragione e della rivelazione, nè di rimettercene al futuro incerto; bastaci il passato e il presente, la storia, qual l’abbiamo, compiuta dal principio del mondo fino a noi. — Per noi questa si divide in due sole parti principali, due serie d’eventi spartite da uno massimo, la venuta del Redentore. Per noi la serie antica è regrediente; la cristiana è progrediente. Per noi il progresso presente del genere umano è evidente e certo; ma non incomincia dal principio del mondo, non dal primo uomo, non naturalmente; incomincia soltanto col Cristianesimo, dalla venuta del Redentore, dalla ultima gran rivelazione, e così soprannaturalmente. E per noi in somma il Cristianesimo, fu, è, non solamente progresso massimo, ma causa del progresso; e non progredì egli stesso in sua intima virtù, la quale dovette essere e fu perfetta fin da principio, poichè divina; ma progredì negli effetti di quella virtù, in tutti gli effetti umani suoi, fece progredire tutti gli uomini in che si diffuse, la società cristiana, la Cristianità. Tutto ciò fino a noi, certamente; tutto ciò molto probabilmente in tutto il futuro a noi prevedibile; rinunciando noi per il futuro lontano a sapere quanto non ce n’è rivelato; e così a quasi tutto, salvo che la chiesa cristiana durerà in qualunque condizione, quanto il genere umano. — E veggiam ora le prove sommarie di tutto ciò.

5. Le prove del regresso del genere umano fino al mezzo de’ tempi sono a noi evidenti da tutti insieme i libri sacri e profani. I primi (che sono solo chiaro, solo tollerabile documento per li tre o quattro primi millennii fino a Ciro), ci ritraggono il genere umano due volte surto da una famiglia, due volte incipiente dall’adorazione del Dio vero ed unico e dalla vita semplice patriarcale, e due volte scostatosi dalla verità e dalla virtù, due volte caduto in que’ politeismi e in quell’idolatrie moltiplici e corruttrici, che si son fatte quasi inconcepibili a noi oramai. — Nè contraddicono le stesse storie profane; se non sieno interpretate, come pur troppo si fa talora, con quella pedanteria, con quella scienza affettata ed ignoranza effettiva, che non lascia libera la mente a niun concepimento di realtà. Fuori d’una cronaca cinese, il _Shu-King_, ed una di Cashmir, io non conosco libro profano anteriore ad Erodoto, che meriti nome di storico, che non sia assurdamente mitico e poetico. E questi due libri, non discordi in nulla dalla narrazione biblica, ma poveri poi nell’altre notizie, non sono noti se non, il primo da men d’un secolo, il secondo da una decina d’anni. Tutti gli altri storici, compreso Erodoto, che han nome d’antichi, non ci ritraggono se non gli ultimi sei secoli, fra i quaranta o cinquanta della storia antica; e questi sei sono quelli di quell’arti e quelle lettere greco-romane, le quali furono apice delle antiche. Quindi l’illusione. Dico, l’illusione di coloro che attendendo a quell’arti e quelle lettere, e non sapendo vedere più in là nè più su, quando veggono un progresso di coltura, lo dicon progresso di civiltà, e dimenticando poi i due maggiori bisogni, i due più essenziali progressi umani, quelli della verità e della virtù, danno ai due altri minori il nome di progresso universale del genere umano, o con parola propria loro _umanitario_. Se questa non è pedanteria, cioè preoccupazione, anzi restrizione e studio incompiutissimo della propria scienza, io non so che cosa sia. Non s’avrebbe se non a studiar meglio tutti quegli storici antichi, così facili del resto e piacevoli per l’arte ammirabile colla quale scrissero, e congiungere lo studio de’ poeti e de’ filosofi e di tutti gli altri scrittori non meno ammirabili di quell’età, per vedere: 1.º Che tutti quanti, ma più i più alti d’antichità e d’ingegno, Erodoto e Platone sopra tutti, e poi Senofonte, Livio, Cicerone, Tacito, e poi tutti in corpo i poeti della età colta antica, ricordarono continuamente non una sola, ma parecchie età anteriori e migliori, e in capo a tutte una età dell’oro, cioè un’età di pensieri e costumi semplici, di vita patriarcale, e d’adorazione unica. 2.º Che tutti, ma principalmente i filosofi, e sopratutti Platone, non fecero già quella distinzione dei due campi della filosofia e della religione, che è novissima de’ nostri dì; ma cercarono anzi come potevano co’ lumi uniti della loro ragione potentissima ed avanzatissima, e delle loro tradizioni all’incontro perdutissime, le reliquie di quelle credenze e que’ costumi primitivi che volevano restituire. 3.º E che in somma, non pedanti, non preoccupati essi dallo splendore della loro coltura ed anche meno della loro civiltà, confessarono, professarono, proclamarono vivere in una età corrotta e retrograda, ed aspirarono (quantunque invano, come si vide in breve) a quello che sarebbe stato progresso primo incipiente da essi. Non è colpa loro se i moderni, non credendo alle loro stesse parole, lodandoli di ciò di che non lodavano sè stessi, e commentatori simili a tanti altri, aggiungendo ciò che non era nei testi, fecero una storia antica in veste moderna, ad uso delle moderne opinioni, e contraddicente a tutte l’antiche; nè se poi alcuni scrittori di storie moderne, aggiungendo alla stretta scienza la stretta imitazione, ingioiellarono le narrazioni dei tempi nostri con que’ piangistei sulla decadenza del genere umano, i quali erano gravi di spontanea verità negli storici antichi, ma sono in essi risibile e bugiarda copiatura.

6. Ma lasciamo la storia antica; e della moderna stessa non prendiamo se non ciò che sia necessario al nostro assunto. — La storia della Cristianità è per noi nè più nè meno, che storia del progresso; lo comprende tutto, vi è compresa tutta; le due sono contemporanee, parallele, identiche. Pare a molti impossibile a provarsi, lo so; pare che in parecchi secoli, in quelli specialmente detti della barbarie, sia impossibile a scorgersi un progresso qualunque. Ma se qui pure noi lascerem da banda, noi scrittori o leggitori, ogni preoccupazione del nostro mestiero di letteratura, se ci sapremo innalzare a considerare come prime necessità, prime condizioni, primi scopi della vita in ogni uomo e nel genere umano la verità e la virtù, non ci sarà difficile scorgere il progresso del genere umano nel progresso della Cristianità, e questo poi lungo tutti i secoli cristiani, anche in quelli detti oscuri o barbari. — Considerata la questione nella sua generalità, nel suo complesso, dal suo principio a noi, nel suo risultato presente, ella non può essere, io non credo che sia, dubbiosa a nessuno. Non dubita nessuno che sia ora progredita la Cristianità, non dubita nessuno che la Cristianità sia sola delle grandi società umane, progrediente oggidì; non dubita nessuno che sieno o stazionarie od anzi in regresso le società maomettane, le bramaniche, le buddiste, la cinese, e i resti delle altre idolatre. Gran prova sommaria per vero dire, e che basterebbe a dimostrare la virtù progressiva insita esclusivamente nella Cristianità; gran presunzione che questa abbia dovuto progredir continuamente. Ma lascisi pure, come troppo breve, tal prova; noi non fuggiam l’esame consecutivo de’ varii secoli, e non abbiamo altro rincrescimento se non di non potere scender qui ai più minuti particolari, i quali dimostrerebbero sempre più la nostra proposizione.

7. Le divisioni sono nella storia, come nell’altre scienze, molto importanti, dipendono dal concepimento giusto e complessivo nell’autore, e il producono nel leggitore. Ma, perchè parecchi concepimenti giusti di qualunque scienza possono essere nella mente umana, che non arriva al concepimento infinito, perciò parecchie divisioni possono esser buone, perciò qualunque divisione è sempre più o meno arbitraria. Dopo tal protesta su tutte le divisioni, pongo qui questa della storia del Progresso Cristiano. — Età I.ª dalla nascita del Redentore alla distruzione dell’Imperio romano (anni 1-476); età della coltura e civiltà antica cadente, e delle cristiane sorgenti; età intermediaria tra il mondo antico e il rinnovato. — Età II.ª dalla distruzione dell’Imperio romano fino a Gregorio VII (anni 476-1073); età che si potrebbe forse dividere in due, prima e dopo Carlomagno; ma che noi comprendiamo in una sola, per chiamarla Età del Primato Germanico. — Età III.ª da Gregorio VII al gran rimescolamento degli stranieri in Italia (anni 1073-1494); età incontrastabile di Primato Italiano. — Età IV.ª da quel rimescolamento della Cristianità fino a noi; la quale, per non suddividere troppo secondo i primati più brevi che succedettero, noi chiameremo Età de’ varii Primati Cristiani. — Come si vede, noi accettiamo dal Gioberti il nome e l’idea d’un Primato tenuto finora da una nazione cristiana sull’altre; ma scostandocene in ciò che crediamo non sia stato tenuto da una sola sempre, ma sia passato dall’una all’altra parecchie volte. Delle idee dei grandi pensatori, sempre si serba molto da coloro che vi contraddicono non per ismania di novità, ma per istudio di verità.

8. Nella I.ª età (dall’anno 1 al 476) non ha guari bisogno di dimostrazione il progresso cristiano in mezzo alla decadenza greco-romana. Qui si trovarono in presenza i due mondi, l’antico e il nuovo; qui furono contemporanee, qui spiccarono al paragone le due serie d’eventi, regredienti gli uni, progredienti gli altri; qui precipitarono del paro i due moti contrari. — All’anno 1.º la coltura antica era al suo apice; l’antica civiltà ci si credeva; e la religione, non quella del volgo per vero dire, ma quella de’ filosofi e di tutti i colti, si sforzava di risalire alla semplicità ed unità abbandonata da molti secoli. All’anno 476 poi la coltura aulica erasi spenta già tutta da sè, a poco a poco, per vizio, per impotenza propria; la civiltà, qualunque fosse stata, era passata per tutti gli eccessi della tirannia imperiale, ed era giunta al disordine più compiuto che sia stato mai; e quella religione filosofica, la quale si era potuta credere tanto più vicina al trionfo, che era sulla via della verità in mezzo agli errori universali, la religione filosofica non era tuttavia progredita per quella via; non era stata capace di farvi entrare nè l’Imperio, nè una provincia, nè una città, nè una condizione, nè una società d’uomini qualunque; non era stata capace di formare società di quei pochi filosofi; non nemmeno di riconoscere la religione, la società veramente filosofica, veramente risalente ad unità, che le sorgeva daccanto. — E la società cristiana all’incontro, incominciata da pochi uomini del più disprezzato volgo nella più disprezzata fra le provincie romane; dimorata pochi anni in quella e nelle provincie greche circondanti; portata in breve a Roma ed ivi subito propagatasi a segno da trar l’attenzione e le persecuzioni imperiali; e propagatasi quindi tutto all’intorno, a malgrado di quelle persecuzioni, a malgrado della guerra mossale da tutta la filosofia, da tutta la cultura, a malgrado della guerra ch’ella moveva a tutti i costumi del tempo, e, non come tutti gli altri progressi secondando l’opinione e secondatane, ma a malgrado di essa; tanto crebbe, tanto potè in tre secoli, da salir sul trono imperiale e diventare religione dello Stato, da creare un gran principio di coltura propria, di propria civiltà, da porsi in somma essa sola in luogo di tutta la società greco-romana. — E questa era stata, per vero dire, la più splendida, la più progredita fra le antiche; ma ne rimanevan pur altre, fra cui due grandi, l’indiana e la cinese. E tutte due, chiamisi caso o disposizione della Provvidenza, tutte due trovaronsi appunto intorno al medesimo anno 1.º al loro sommo, tutte due quasi nel medesimo fiore che la società occidentale greco-romana; anzi in quella medesima condizione di filosofie ricercanti la religione primitiva. E tutte e due dimostrarono a lor modo la medesima impotenza; e la dimostrarono tanto più, quanto più diversamente. Non decaddero, o decadder poco; rimasero stazionarie; stazionarie allora; stazionarie poi fra molte vicende, lungo molti secoli, fin presso a noi che le veggiamo cadere. E stazionarie rimasero allor pure le reliquie della società e della religione antichissima de’ Persiani o de’ Magi; stazionarie le società e le religioni varie e moltiplici di barbari settentrionali e meridionali, Germani, Scandinavi, Finni, Sciti, Tartari, Arabi, Affricani; e stazionarie come si trovarono poi le società e religioni americane. Certo non sarebbe mestieri venir più giù nella storia della Cristianità; basterebbe fermarci a questa prima età di lei per dimostrare 1.º che è in lei infusa una virtù del progresso; 2.º che non è infusa in nessun’altra società umana; 3.º che è dunque infusa in lei, non per natura umana, ma da fuori, soprannaturale. — E l’accenno a scanso di ogni scandalo; certo di tal soprannaturalità sono altre prove che la filosofia della storia; ma la filosofia della storia, come tutte l’altre filosofie, ha e dà la prova sua, e deve darla; la grande idea del progresso cristiano non sarebbe compiuta senza quella dell’origine soprannaturale di esso.

9. Ma lasciata l’età della chiesa primitiva, or perseguitata, or trionfante, l’età degli apostoli, dei primi apologisti e de’ santi Padri, della quale non può essere nè è contrastato il progresso; entriamo in quella seconda, della barbarie, che è il campo eletto da’ negatori di esso. — Dal 476 al 1073 sono sei secoli, ne’ quali tu non trovi un grande scrittore, non un grande artista, non una scienza, non una coltura fiorente. Nè io disputerò facendo liste di grandi uomini ignoti; non solamente ammetto, ma propugno io stesso quella oscurità; quella barbarie di coltura. E ammetto e propugno la contemporanea barbarie di civiltà. — Ma che perciò? Ritorniamo a ciò un altra volta: viviamo noi quaggiù per iscrivere o dipingere, od anche governare ed essere governati? Ovvero, non si scrive egli e dipinge, e promuove le colture, tutte, e non si governa egli e non si è governati, per viver buoni, per la virtù? Qual è la somma (io do il problema ai filosofi non teologi o puri, non meno che a’ nostri), qual è la somma, la risultante delle vite di qualunque generazione, quando lascia luogo alla successiva? La somma de’ libri e de’ quadri e delle leggi, ovvero quella delle virtù? E se, come io credo, non solamente tutti i filosofi, ma tutti gli uomini di senso comune convengano in ciò, che la somma, lo scopo delle vite umane sia la virtù; certo, una età che sia progredita in virtù si dovrà dire progredita in generale, quand’anche non sien progrediti tutti quegli accessorii od amminicoli di virtù. Ora, così appunto avvenne, che questa età, caduta di coltura e civiltà, progredì in virtù; che al difetto di que’ soliti e minori amminicoli supplì e soverchiò quello maggiore del Cristianesimo; che continuando a decadere o rimanendo stazionarie la coltura e la civiltà, continuò a progredire in somma totale la Cristianità. — L’Imperio romano diventando cristiano era senza dubbio progredito in virtù o piuttosto aveva corretto molti vizi suoi. Ma questi erano stati così estremi, che anche scemati rimanevano grandissimi, così grandi che abbondano le testimonianze dei sudditi imperiali desideranti passare sotto i barbari invasori. I quali poi erano poveri di virtù, ricchi di vizi pur essi; di che pure abbondano le testimonianze. E il fatto sta che, viziosissime le due società civili le quali si rimescolarono a quel tempo, non era virtù se non nella società religiosa, nella Cristianità; e che il solo che potesse essere progresso di virtù, era dunque il progresso di essa. Il quale poi è innegabile. Progredì la Cristianità in diffusione, dall’interno dell’Imperio, dov’era stata rinchiusa (salve poche eccezioni), tutt’allo intorno, ma principalmente nelle schiatte germaniche, invaditrici od invase. Come? non sarebbe stato progresso questo accedere d’una grande e numerosissima nazione da’ culti di Odino, di Teuth e di Erta e da’ sacrifici umani, al culto del Dio Uno, al sacrificio di Gesù Cristo? Ma, ei si conta pur per progresso l’antico accedere de’ Romani alle arti ed alle lettere greche! I due casi sono simili: i vincitori romani preser dai vinti le colture greche, i vincitori germanici preser la religione cristiana. Chi prese più? Di nuovo, io do la questione a’ filosofi purissimi. Nè credo che osi uno negare che presero più gli ultimi; che fu maggiore, e, per dire a modo di quelli, più _umanitario_ progresso, il germanico. E se uno l’osasse, io l’inviterei a guardare ai due risultati, la corruzione romana dall’arti greche, l’incivilimento germanico dal Cristianesimo. Quest’età fu destinata all’incristianirsi, all’incivilirsi, al progredire delle genti germaniche; il progresso germanico fu il grande ufficio di quest’età; e quest’età tutt’insieme fu quindi età di Primato Germanico, prima e dopo Carlomagno, da Odoacre a Gregorio VII. — Uno de’ più illustri e degli ultimi filosofi della scuola pura, Hegel, nella sua filosofia storica dataci postuma, chiama Età Germanica, Mondo Germanico tutte quante le età della storia cristiana. Esagerazione anche questa! ma in cui pure è un nocciolo di verità. Non fu mai mondo germanico, nè come li chiama il medesimo Hegel, Mondo Orientale, Mondo Greco, Mondo Romano. Ma primeggiarono fra le antiche già, e fra le cristiane poi alcune nazioni indubitabilmente; con questa essenzial differenza, che i primati antichi riuscirono tutti a cadute, i primati cristiani a progressi e della nazione primeggiante e delle primeggiate. Questa parmi la realtà della storia contro alle due esagerazioni simili, del primato germanico e dell’italiano. Nè l’un nè l’altro non durarono lungo tutte le età cristiane; nè l’un nè l’altro nè nessuno non fu nè potè essere destinato a durar sempre, in una società destinata ad essere universale, cattolica, cristiana. — Ma il primato germanico ne’ sei secoli di che parliamo è incontrastabile. Primeggiarono i Germani coll’armi, primeggiarono stanziando ne’ governi, nelle case, nei campi de’ vinti, propagandosi nelle schiatte, nelle generazioni; e primeggiarono forse nella coltura (così povera del resto a quell’età, che quasi non conta) e certo nella operosità universale, che era grande dappertutto, e in che furono essi grandissimi. Ed il primato germanico fu il primo in tempo fra’ primati cristiani; e fu il più lungo, durò dai primi stanziamenti di quelle genti in mezzo alla Cristianità d’intorno alla metà del secolo V, fino alla cessazione della tirannia degli imperadori germanici sulla Chiesa romana, e per essa su tutta la Chiesa, cioè fino a Gregorio VII, dopo la metà del secolo XI, sei secoli in tutto. Il tentativo, l’imperio di Carlomagno non fu, se si consideri bene, se non un evento di quel primato, il più grande per vero dire; quello per cui ei si volle, ma non si potè fare perpetuo; quello per cui si divide la barbarie, in barbarie propriamente detta, e barbarie feudale; barbarie germaniche tutte e due ad ogni modo.

10. Nè il progresso di diffusione fu il solo fatto dalla Cristianità in quell’età; un altro non meno importante e non abbastanza avvertito fu pur fatto da lei contemporaneamente: un progresso di riunione. La Cristianità dell’Imperio romano, sia la primitiva e soffrente, sia più quella poi trionfante, era stata divisa da innumerevoli eresie. Quella moltiplicazione di errori che, annunciata così arditamente da Bossuet due secoli fa, noi osserviamo così indubitabilmente effettuata a’ nostri dì, fu già pari e quasi identica al secolo V; tanto che non è forse un’eresia presente che non potesse, volendo, prendere il nome d’una di quelle antiche. E (magnifico augurio per vero dire!) tutte queste cessarono, si spensero da sè, nel corso del secolo VI; ricominciò in questo l’unione di tutta la cristianità, che durò poi senza grandi eccezioni non solamente lungo tutta l’età barbara, ma lungo tutta la seguente. Sarebb’egli a farne onore alla semplicità, al buon senso della schiatta germanica primeggiante? Io crederei che sì; e che questo sia poi buon augurio a quella stessa schiatta, sviata sì più che l’altre da tre secoli in qua, ma che dagli intensi e sinceri suoi studi storici sembra essere ricondotta all’imitazione de’ suoi maggiori. — Ad ogni modo, è indubitabile questo progresso di riunione nella Cristianità dell’età barbara o germanica.