Delle speranze d'Italia

Part 18

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11. Ma non sarebbe compiuto nè verace il nostro discorrere della virtù privata italiana, se dopo aver detto che ella è impari pur troppo a parecchie straniere, ed alle speranze nazionali, noi non dicessimo, che ella è pure notevolmente progredita dai secoli ultimi al presente. — Noi osservammo altrove, che dal principio del secolo scorso è chiaro un progresso di tutte le condizioni d’Italia, il quale continuò poi e continua indubitabilmente a’ nostri dì. Ma fra tutte l’altre, la condizione morale è certamente la più progredita. E ciò parmi da osservare non solamente a vana lode, ma a conforto della nazione in generale, ed a quello in particolare de’ nostri governanti. Perciocchè, capacitandosi essi d’aver intorno e dietro sè una nazione progredita e progrediente in virtù, essi ne potranno andar tanto più arditi ad adoprar tal nazione, a cimentar tal virtù. Ei vi ha un libro, non buono, non forte, non puro in virtù, per vero dire, ma pur consolante in sommo grado a qualunque italiano. Son due volumi d’appunti fatti dal Baretti (Italiano come ognun sa, dimorante in Londra nella seconda metà del secolo scorso) contra un viaggiatore e scrittore inglese, molto severo o forse impertinente verso l’Italia. Ed è a vedere nel Baretti quel generoso, ma smoderato impegno di difendere le cose nostre, che è diventato così volgare a’ nostri dì. Il Baretti mordentissimo in patria, come ognun pur sa, si faceva, se non adulatore, avvocato generale d’Italia fuori patria. E tuttavia pur difendendoci così, pur volendo far le scuse nostre in ogni cosa, egli si lascia sfuggire o piuttosto profonde le confessioni de’ nostri ozi e vizi in tal modo, da vergognarcene per quell’età così vicina, ma da consolarcene per la nostra, che si vede tutta mutata. Bisogna vedere, ora scusate ora no, ma in somma confessate, le impertinenze signorili, le tolleranze popolari di que’ tempi: le corruzioni non solamente delle classi infime, locandieri, doganieri, gondolieri e via via, ma delle medie, dell’alte e delle sante stesse; e la vita scioperata di tutti quanti, principalmente in Venezia; e la mollezza dei costumi e delle vesti, e i travestimenti, e quel bamboleggiar di ninfe e pastori che era, per vero dire, universale allora anche fuori d’Italia, ma che in Italia erasi costituito nell’Accademia dell’Arcadia, e nelle numerose _colonie_ di lei. Ed è a vedere il Baretti, l’autor già della _Frusta letteraria_, scusare e lodar tutto ciò, e fare quelle lunghe liste di pretesi illustri Italiani, che non servono nè a mettere quei nomi nella memoria degli stranieri, nè a serbarli in quella de’ posteri, ma talor solamente a farne ridere i concittadini. Ancora, potrebbero esser prova della leggerezza insieme dell’età e dell’autore, quelle lodi dell’ingegno italiano che egli trae dall’abilità del giocar a carte ed a tarocchi; e quelle poi della sapienza politica dei Romani contemporanei suoi, ch’egli pone sopra qualunque altra; e quelle del commercio italiano comparato in isperanze al francese ed inglese; e quelle delle razze de’ nostri buoi, nostri cavalli, e nostri asini, e via via; ridicolezze, puerilità, illusioni, inganni, pazzie, ora a noi evidenti. Ma la più curiosa difesa e la più vergognosa confessione è quella de’ cicisbei e delle cicisbee, i quali, se i miei giovani leggitori nol sapessero, furon coloro che si chiamarono poi _il cavalier servente e la dama_, poi abbreviatamente il cavaliere o il servente e la donna, poi l’amico e l’amica; cioè per parlar chiaro l’adulterio sfacciato, pubblico, regolarizzato dall’usanza. Qui s’allarga, qui si compiace lo scusatore; dà l’etimologia della bella parola; vanta l’origine antica dalla cavalleria e dalla filosofia, spiega, ingentilisce, innalza l’usanza ad amor platonico, immateriale, o che so io. Ed era pur surto già, ed aveva scritto il Parini; ed egli il Baretti cita lui e la immortal satira di lui! Tanto, per dar lodi immeritate, si sogliono trascurar le meritate! Tanto questa buona intenzione dello scusare acceca su’ progressi già incominciati; fa rimaner indietro de’ propri tempi anche coloro che sono per natura e furono altrove scrittori progredenti, virili e severi! — Ad ogni modo tutti questi usi, ozi e vizi di settanta anni fa (il libro è del 1769), sono pur così diversi da’ nostri, che paiono discosti di secoli e secoli, e che non possono nemmeno più esser soggetti di sdegni, ma di risa. Notevole sopra tutto è la differenza dei costumi delle famiglie, delle donne italiane. Certo sono anche ora, e saran sempre donne e famiglie scostumate, in Italia e dappertutto. Ma n’è scemato il numero, scemata la sfacciataggine; che sono due miglioramenti, grandi ciascuno per sè, e prove l’un dell’altro. L’usanza, la moda era allora l’adulterio, il vero o almeno il finto; il vizio o l’affettazione del vizio; l’ozio, la mollezza, ad ogni modo; ed eccezione era la costumatezza, eccezione rarissima la costumatezza professata. Or tutto all’incontro; la virtù e il vizio han ripreso ciascuno loro luogo naturale; regola e moda è la virtù, eccezione il vizio; si professa quella, si cela questo. È vero che da alcuni ostinati ammiratori del buon tempo antico, tutto ciò si chiama peggioramento ed ipocrisia. E tra l’ipocrisia della virtù e l’ipocrisia del vizio io non saprei, per vero dire, qual sia peggiore o minore per l’ipocrita; ma per la società, ma come segno di pubblica moralità, certo è migliore l’ipocrisia della virtù; la quale mostra almeno che la virtù è più pregiata, più in autorità, più vantaggiosa ad affettarsi che non il vizio. Io non cercherò qual parte abbiano avuta gli stranieri in questo sommo progresso italiano; se le invettive di Napoleone non v’abbiano forse operato più che non quelle dello stesso Parini; se forse non v’abbiano potuto anche più il ridicolo, e più i disturbi recati in questi quasi matrimoni dagli stessi scostumati stranieri; e se pur vi potessero le lettere, gli stessi romanzi stranieri, non nemici certamente di ogni mal costume, ma nemici incompatibili di questo; ovvero se più la civiltà, le leggi mutate, la distruzione delle primogeniture, il numero scemato de’ celibi e cadetti, e le operosità cresciute, principalmente ne’ principati italiani. Forse tutte queste cause insieme hanno cooperato alla mutazione; ma la mutazione, il progresso è certo, evidente a tutti. Le donne italiane amano od affettano amare i mariti; amano od affettano amare i figliuoli; attendono all’educazione di questi, al governo della famiglia, a’ lavori femminili, alla casa, quel santuario di lor virtù. E perchè come vizio fa vizio, così virtù fa virtù, l’educazione delle fanciulle, che non si soleva nè si poteva fare in case disoneste, or si può e si suol fare in casa dalle madri; e se per isventura non si può, si fa pur meglio ne’ conservatorii e ne’ monasteri, di gran lunga migliorati; e dove che facciasi, si rivolge allo scopo di allevar donne di famiglia, anzichè di mondo, o, come si diceva, di _talento_ od _eleganti_. In tutto, le donne italiane sembrano esser progredite più che non gli uomini, tantochè se continuano, sarà di esse il vanto di aver risollevati questi a lor dignità ed operosità. Certo, odo dire di una e parecchie città italiane dove molti giovani son ridotti a lasciar le case, le conversazioni di lor donne, troppo superiori ad essi per esser loro piacevoli; a cercarsi donne più pari ad essi. E di ciò pure piangono i piagnoni, ed alcuni altri a cui par minore il vizio se sia ingentilito, o come dicono in buona società. Ma a me pare che non sia mai a dir buona società quella in cui si professin vizi; che essendo condizione umana che sempre sorgano virtù e vizi, sia molto bene che si separino i due campi, che faccian vita diversa, che sia esiliato questo da quello. E se continuino così, non dubitino le donne italiane di riavere in breve reduci e degni di esse quegli uomini stessi a cui non manca forse per esser lor pari se non d’aver trovata pari operosità. — Perciocchè, siamo giusti; questo è più difficile agli uomini, che non alle donne. Basta ad esse la operosità della famiglia; non sempre agli uomini; anzi tanto meno quanto più ne lasciano alle donne. Ma queste gioveranno forse a quelli con gli esempi e i conforti e la stessa moda. E il vero è, che colla moda femminile del governo della famiglia, incomincia per gli uomini quella del governo delle sostanze private. Lo sciuparle, il non attendervi, il rimettersene a segretari è passato di moda; non par più vezzo nè obbligo signorile. Ora si curano le campagne, s’abbelliscono le ville, si accumulano nelle case que’ comodi, quelle pulitezze, quelle eleganze che chiamansi con voce straniera, ma bellissima ed anche italiana, di _conforti_. La quale è eleganza non che sana, ma quasi virtuosa, è minimo grado di operosità, ma pure operosità; tanto migliore, che di natura sua vuol essere continua. E vi s’aggiungono quell’altre mode ed eleganze degli esercizi della persona, e sopratutto del cavalcare, dell’allevar cavalli e delle corse; a cui i nostri puristi di nazionalità fanno il mal viso, perchè le dicono eleganze straniere, ma che sono italiane antichissime, passate fuori già come tante altre ed ivi progredite, ed indi tornate, e che non è vergogna riprendere o prendere, come che sia. La vergogna sarebbe di non prenderle intiere, in quanto hanno di migliore; il guidar per esempio i tiri a quattro o a sei comodamente, invece del cavalcare; il cavalcar tranquillo, a diporto, in vece del virile e difficile, invece del domar cavalli, o montarli alle caccie, alle _corse al campanile_, e via via. Il Baretti vanta le caccie alle reti, ai _roccoli_; io vanterei anzi tutte, quelle che si fan coll’armi e sui cavalli; le quali se per la diversa natura de’ paesi non son possibili tutte le medesime che altrove, come quelle della volpe e del cervo o del capriolo, ne son altre proprie all’Italia e che sarebbe bello mettere alla moda, come quelle dei cignali nelle nostre macchie, e de’ camosci e degli stambecchi e degli orsi stessi nelle nostre Alpi. Le quali poi furono troppo cantate forse come difesa, ma certo son bellezza peculiare di nostra Italia, e potrebbero essere palestra di variissime operosità alla gioventù italiana. Certo è vergogna che, così vicine a noi, così nostre, elle sieno tentate, superate, corse, studiate, descritte d’ogni maniera da tutti, salvo che da noi. Non è forse un Italiano che abbia vanto d’una di quelle prime ascensioni sulle somme Alpi, che si notano quasi a modo delle scoperte transatlantiche o polari. In quelle stesse liste annue dell’ascensioni al Monbianco che si van facendo così numerose, raro è che tra gli Inglesi, Russi o Svedesi si trovi (come pur trovossi in quest’anno) un nome italiano. Questi son viaggi in che all’allettamento, all’esercizio della operosità, s’aggiungono l’allettamento e l’esercizio del pericolo; e che brevi e facili del resto ai giovani ed arditi, non possono essere impediti loro nè dalle loro occupazioni abituali, nè da scarsezza di fortuna, nè da gelosia de’ governi. — Ma è egli poi vero che sieno loro impediti i viaggi più lontani? Che duri nelle province straniere quella proibizione di uscir dall’imperio, che sarebbe per questo una così candida confessione di non voler esser paragonato con altri paesi più inciviliti? una confessione da doversi lasciare ai barbari? Ad ogni modo, non è fatta niuna tal proibizione da principi italiani; ed i sudditi loro hanno ed esercitano l’operosità del viaggiare, non solamente in Europa, ma in tutto il globo. E se ai vecchi il viaggiare è sovente ozio o inganno d’ozio, ai giovani e ardenti ad imparare è operosità e nuova educazione. Alcuni ne sono, per vero dire, che tornan da’ paesi più colti e più operosi del mondo, dicendoci che vi si sono noiati. Lo credo anch’io; non ci è maggior noia che parer noioso, che l’essere sfaccendato tra gente affaccendatissima. Ma vi tornino buoni, se non altro, a desiderare operosità, e ne saran contentati da quelle medesime genti che trovan tempo a tutto, fuorchè alla noia. Io mi meraviglio di nuovo, che non facciasi una qualità di viaggi che pur avrebbero il doppio allettamento dell’operosità e de’ pericoli; dico il viaggiare o piuttosto il guerreggiar volontario ne’ paesi dove sono le belle guerre di conquiste cristiane. Questo sì che sarebbe un diretto apparecchiarsi a quell’altre guerre, onde sorgeranno le migliori speranze nostre. Noi abbiamo una di tali guerre tutt’all’incontro d’Italia; ed è colà men bello che altrove, che si veggano volontari di tutti i paesi cristiani e lontani, e non del nostro, così vicino. — Ma io non finirei, se volessi dire di tutte le operosità che in questa operosissima età si parano innanzi a qualunque privato anche italiano; e che abbracciate già da parecchi (lodevolissimi in tal precedenza), si può sperare sieno a poco a poco abbracciate da molti, e secondo le condizioni di ciascuno, finalmente da tutti. Hannosi tutte quelle società ed imprese pubbliche, le quali, se non accrescono sempre la fortuna de’ socii, accrescono almeno il capitale, il progresso della patria, ondechè dovrebbero essere speculazioni de’ ricchi principalmente. Io non parlo dei commerci propriamente detti, perchè questi, come le arti e gli studi liberali, sono operosità speciali, più che non comuni a tutte le persone private, di che parliamo qui. — Ma mi rivolgo a lodare e benedire ultimamente quella che noi chiamammo già operosità supplementare di tutte l’altre, e che chiameremo qui operosità antica e nazionale italiana, l’operosità della carità. Io crederei che non sia modo o forma di essa, fiorente a’ nostri dì, della quale non si trovino principii in qualche istituzione italiana antichissima. Ondechè io mi meraviglio che i reclamatori perpetui delle priorità italiane, non si sien data ancora la pena di cercare quei principii nelle memorie di nostra patria. Ed io, che tengo poco conto de’ principii non progrediti, il terrei pure di questi; perchè appunto non furono semplici nè improduttivi principii, ma progrediron molto nel medio evo, e lasciarono esempi e modelli poco superati. Ma quello di che è da rallegrarci più è il veder continuati e moltiplicati ora siffatti progressi dall’un capo all’altro d’Italia. Questa è operosità buona a tutto ed a tutti; buona come operosità cristiana, il che è saputo da chicchessia, ma buona pure come operosità pubblica, e buona come privata. Come operosità pubblica, la carità è scioglimento ultimo forse di quei grandi problemi economici, del massimo accomunamento delle sostanze, del massimo ravvicinamento delle condizioni estreme, di una quasi legge agraria del mondo cristiano. Ed in Italia particolarmente, oltre al vanto del continuar l’opera de’ maggiori, la carità ha il gran merito di essere la virtù più riunitrice di natura sua, vincolo di tutte le qualità di persone, di tutte le opinioni. Principi, grandi e popolo, ricchi, mediocri e poveri, uomini, donne, vecchi, fanciulli, sani, infermi, sacerdoti e secolari, tutto si riunisce nell’esercizio della carità, e talora in una sola casa di carità. Là si apparecchia quanto è sano ed utile alla patria; popolazione salvata, educazione allargata, generazioni apparecchiate, moralità serbata o corretta, ordine, obbedienza, regolarità, amore. Nulla di cattivo, nulla almeno di peggiorato non ne suole uscire. E come operosità privata poi, la carità è il modo più certo e più in mano a ciascun privato di far bene alla patria ed a sè, tutto insieme; è il modo di tener vive in sè più virtù, più virili virtù; è operosità del corpo, dell’ingegno e di tutto l’animo; è fatica, pericolo, sacrificio. Hai tu un’altra operosità speciale, obbligatoria dalla tua condizione? Sei tu principe, uomo di stato, sacerdote, professore, artista, artefice, commerciante, padre, madre o figliuol di famiglia, occupato ne’ tuoi doveri dati da Dio? Segui quelli prima; prima i doveri imposti dalla Provvidenza, poi gli scelti da te. Se no, saresti appunto come coloro che fan mendica la famiglia per arricchire un ospedale. E tanto più che, anche nell’esercizio de’ tuoi doveri, puoi, anzi devi esercitare la medesima carità. Ma non hai tu operosità pubblica, nè speciale, nè privata? Ovvero non ne hai tu una bastante a riempiere la vita tua, a farti fuggir gli ozi? E vuoi tu salvar te e i tuoi, e quanti più puoi, l’intiera patria dalla corruzione? e così giovarle quant’è in te in un modo sicuro? Fa allora ciò che fecero tanti nostri maggiori, ciò che fanno tanti nostri contemporanei; datti alla carità, e lascia dire; tu ti sarai dato alla patria. E lascia che altri si scusi degli ozi, accusando la patria, i principi, i tempi, gli stranieri. Niuno di questi, nemmeno gli ultimi, non ti posson rapire il gran supplemento a tutte le operosità; non ti posson rapire questo esercizio delle due virtù, di che più abbisogna ed abbisognerà ogni patria, ma più la nostra sempre e più finchè si apparecchia all’impresa, e più che mai quando venga l’occasione: le due virtù, dell’operosità e de’ sacrifici.

12. Ma stando già in sul finire, io temo mi si domandi forse chi son io che tanto predico virtù? qual diritto, qual missione ho a ciò? e se ho io tal virtù? Ed io risponderò prima, che poco importa chi io mi sia; che la mia missione, io la tengo dal mio amore alla patria, il quale inspira a me a dir ciò che sarà da altri chiamato austerità, come ispira altrui a dir ciò che chiamo io adulazione; e poi che se queste mie si chiaman prediche, io reclamo il diritto e dovere di dire con ogni predicatore: guardate a quel che dico, e non a quel che fo, io vi parlai di virtù, non di mie virtù, e quelle studio e desidero in generale, appunto perchè sento il bisogno di farle mie. — E se mi si dicesse poi ch’io ho percorsa e fatto percorrer gran via, per riuscir a cose, non che private, volgari, alla virtù dei padri e delle madri di famiglia, de’ _fratelli ignorantelli_ o delle _suore di carità_, io risponderei che noi abbiam percorsa gran via per riuscire a ciò: che ogni virtù pubblica e privata è indispensabil mezzo a raggiungere lo scopo altissimo dell’indipendenza, a rivolgere i sogni in isperanze, e le speranze in realità. — E se mi si dicesse finalmente, che la somma di quanto io seppi proporre non è altro che rassegnazione, virtù dei miseri e deboli, io risponderei che la somma di quanto propongo è appunto la rassegnazione, virtù degli infelici, ma forti; quella rassegnazione che non è rinuncia, ma nuova direzione d’operosità, quella che è volontaria accettazione di quanto non si può virtuosamente mutare, per progredir tanto più alacri a tutto ciò che si può e si deve virtuosamente mutare[38]. — Di che poi, e di tutto lo scritto fin qui, fo il sunto in due parole: un solo scopo, L’INDIPENDENZA; un solo mezzo, LA VIRTÙ.

CAPO DUODECIMO.

BREVE STORIA DEL PROGRESSO ITALIANO

L’azione incivilitrice dell’Evangelio è tuttavia ne’ suoi principii.

(GIOBERTI, _Del Buono_, Avvert., XX).

1. Ora è finito il mio libro, quale mi proposi di scriverlo, rispettando, quanto più potessi, senza tradire i miei pensieri, quella esagerata opinione di nazionalità che parmi molto sparsa nella patria nostra. Ogni opinione patria mi sembra rispettabile fino a questo segno, che chi crede doverla combattere, il faccia, come figliuolo, colla speranza d’ingannarsi sugli errori de’ genitori; col desiderio almeno di trovarne le scuse. Ma in una nazione che non ha nazionalità compiuta, è poi particolarmente scusabile qualunque esagerazione del sentimento di nazionalità. Quindi, volendo dire delle speranze d’Italia, io m’attenni a quelle speciali di lei; e se talvolta per necessità io toccai pure alle straniere, io m’affrettai di rivarcar l’Alpi, e porle quasi fra noi e l’universo mondo; e se talvolta non potei evitare la parola e l’idea di progresso cristiano universale, io mi affrettai, mio malgrado, a lasciarla. — Ma il mio libro è finito; e non so trattenermi dal pensare che sien pur molti Italiani d’animo più largo e veramente liberale; i quali, anche tra le condizioni men liete della patria, sappiano vedere e fruire le condizioni lietissime della Cristianità, e trar da esse volontieri nuove e maggiori speranze. Questa virtù del sapere nella minor ventura, od anche tra le sventure proprie, rallegrarsi allo spettacolo delle fortune altrui, è una delle più necessarie virtù private senza dubbio; è quella che dà forza a qualunque sventurato di adempiere i doveri e gli affetti a lui restanti. E così è delle nazioni. Ad esse come agli uomini l’invidia è colpa; l’invidia è pervertimento del dolore, destinato a migliorare, non a guastare; l’invidia è ultimo grado della miseria. Ed alle nazioni più che non agli uomini il saper partecipare alle letizie altrui è talor fonte di letizie novelle; perchè non si rinnovella la vita negli uomini, ma sì nelle nazioni. — A coloro adunque fra’ miei compatrioti che sien capaci di questa virtù io rivolgo il presente supplemento o complemento del mio libro; rivolgo quest’altre poche pagine per chiarir quell’idea del progresso universale, la quale è oramai inevitabile a chiunque attenda ad una delle tre scienze che trattano dei destini umani, la storia, la politica e la filosofia. Giusta o fallace, buona o cattiva, utile od inutile, quest’idea preoccupa gran parte della nostra generazione. Non sarà quindi tempo perduto quello adoprato in chiarircene ciascuno. — E non sarà perduto particolarmente per niun Italiano. Siamo sinceri. Molte, forse tutte le speranze speciali fin qui proposte a’ nostri compatrioti, scendono da quella somma, che progredisca la Cristianità in mezzo al genere umano, l’Italia in mezzo alla Cristianità. Se fosse fallace la speranza somma, sarebbe fallace la nostra speciale. Se è verace quella all’incontro, non importerebbe ch’io mi fossi ingannato sulle minori od eventuali; invece d’una occasione venuta meno, ne sorgerebbero parecchie altre. Il progresso cristiano è il fonte di tutte. E val dunque la pena di risalire ad esso. — Ma, naturalmente, non può essere se non brevissimo questo supplemento a breve libro; e non può pretendere quindi nè a persuadere gli invecchiati in opinioni contrarie, nè ad insegnar le nostre a coloro che vi sien nuovi del tutto. Ei non può essere se non reminiscenza, o, tutt’al più, ordinamento d’idee già concepite; discorso tra consenzienti o poco dissenzienti.

2. L’idea del progresso del genere umano non è nuova. Io crederei che sia surta in mente a molti, ogni volta che surse una gran nazione, un grande imperio, un gran conquistatore; a cui gli adulatori dissero probabilmente, incominciar quindi una nuova era di riunione e di felicità universale. Così, senza cercarne altri esempi, avvenne a’ tempi di Augusto; la famosa egloga di Virgilio ed altre simili adulazioni ne sono chiari documenti. — E tutte queste si trovarono, per vero dire, fallaci profezie. Ma altre se ne fecero già tutto diverse; e non a niun conquistatore, a niun imperio, a niuna nazione da poeti o panegiristi, ma alla Cristianità primitiva da’ santi Padri, dagli apologisti, dagli apostoli e da san Paolo principalmente, anzi dal divino autore del Cristianesimo; e risalendo più su da’ profeti, dai salmisti e dagli scrittori sacri fino alla Genesi, i quali congiunsero colla promessa del Redentore, la promessa d’una nuova luce, d’una nuova via, d’una nuova verità, d’una nuova unione di tutto il genere umano. Confusa in coloro che non avevano se non i lumi della ragione o delle tradizioni mal serbate, più chiara in coloro che erano rischiarati dalla rivelazione, l’idea d’un progresso universale futuro è ad ogni modo antica quanto il mondo; l’idea precisa d’un progresso già incominciato e futuro è antica quanto la Cristianità.