Delle speranze d'Italia

Part 17

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8. Ma ei v’è più. Ciò sta in mano non solamente di tutti coloro che hanno una operosità, una vita eccezionale, principi, uomini di stato, sacerdoti, scrittori, scienziati od artisti, ma di ciascuno anche privato italiano. Qui è dove desidererei ingegno ed autorità da persuadere, non più alcuni, ma tutti i compatrioti miei. Qui li conforterei a contarsi, qui a conchiudere che una nazione di venti e più milioni d’uomini è invincibile, se unanime e virtuosa. Unanimità e virtù sono i due desiderati dell’indipendenza. Virtù senza unanimità; unanimità senza virtù non servirebbono. — E l’unanimità è più avanzata che non si crede. Noi disdegnammo i varii sogni italiani, perchè son da disdegnare finchè ne resterà un’ombra; ma li dicemmo, secondo credemmo e crediamo, sogni di pochi, sogni vicini a svanire, anche senz’opera nostra o di altri scrittori, anche lasciando fare il semplice senso comune italiano ridesto dagli ultimi sperimenti. E svaniti i sogni resterà necessariamente la verità nuda ed una, l’unanimità. La quale non è impedita nemmeno dalla divisione territoriale d’Italia. Due terzi di questa sono indipendenti abbastanza perchè vi sien nati e cresciuti l’idea, l’amore, il desiderio, la volontà dell’indipendenza compiuta; perchè si persuada ogni suddito di principe italiano che non sarà compiuta per essi e lor principi se non quando sarà comune a tutti i sudditi dello straniero; perchè ognuno vi professi apertamente, altamente tale opinione; perchè propagandola, tramandandola intorno e dopo sè, ella penetri ne’ consigli dei principi e ne’ principi; se già non l’abbian questi dalla propria natura generosa. — E quanto alle province straniere, lodiamo pure i fratelli nostri. Uomini e donne, vecchi e giovani, colti o solamente educati vi sono anche più unanimi che non i sudditi de’ principi italiani. È naturale; provan da vicino ed addosso, non alcune, ma tutte quelle spine della dipendenza che son martirii a qualunque animo colto ed educato, e che passano da questi poi a farsi sentire agli incolti ed ineducati. Segno, fatto, protesta di quell’unanimità è colà il tenersi discosti quasi tutti dal governo, dalla corte straniera, da quella famiglia imperiale, quantunque stimata come sovrana a casa sua, quantunque ammirata come famiglia privata dappertutto; discosti tutti e ciascuno da tutti e ciascuno di quegli stranieri, quantunque pregevoli personalmente. Segni, fatti e proteste sono, le antipatie a quella nazione germanica, che per la sua natural bontà, per la sua pacatezza, per il suo intelligente amore dell’arti sarebbe la più simpatica, sarebbe sorella dell’italiana: e segni, fatti, proteste sono tutte quelle rinunzie ad ogni operosità pubblica e militare, che dolgon certo a que’ nostri compatrioti, naturalmente operosi, e che, se sono, com’io le credo, esagerate, provano tanto più l’abborrimento della dipendenza. Tuttociò in Lombardia. Ma dicono, non sia altrettanto nella vicina Venezia. Sarebbe egli vero che un popolo, indipendente già per mill’anni, abbia in meno di cinquanta imparata la dipendenza? Se è, sarebbe gran prova della corruzione di quell’antico governo che avrebbe infracidito a tal segno que’ popoli; sarebbe gran ragione di non lamentarne la caduta; di volgersi dal passato ad un migliore e tutto diverso avvenire. Ma noi non crediamo a tale avvilimento di niun popolo italiano; non crediamo in ogni caso che possa durare così, in mezzo all’unanimità italiana, vicino alla stupenda protesta lombarda. — E queste proteste poi, questa unanimità hanno in sè ben altra efficacia che non le società segrete, le congiure, o i sollevamenti. Le società segrete si vincono colle pulizie, le congiure co’ supplizi, i sollevamenti colla forza; ma qual forza, quali supplizi, quali pulizie bastano a vincere una resistenza passiva, unanime, quotidiana, in tutti i luoghi pubblici o privati, di ogni nazionale che dica ad ogni straniero: «Voi siete persone di conto, stimate, amate, felici nelle vostre case, nel vostro paese; voi siete qui e sarete in perpetuo rigettati dalla società, lasciati soli tra voi, mostrati a dito, disprezzati più che esecrati; come ciechi e servili esecutori d’una flagrante ingiustizia, di una che è stoltezza nell’interesse stesso del vostro padrone?» Nè io son solo ad ammirare siffatte proteste. Le ammirano Italia, Europa tutta. Le ammirano, e stupiscono forse che non abbiano prodotto ancora maggior effetto.

9. E perchè nol producono? perchè si tiene così poco conto di questa unanimità? Perchè appunto ella non basta senza la virtù. Le nazioni sono tra sè come gli uomini, i quali non tengon conto delle proteste nè delle minacce se non dei forti, degli operosi, de’ virtuosi. Non è verace quella distinzione di Montesquieu, che la virtù sia necessità, principio delle repubbliche sole; se così fosse, questa sarebbe la sola forma buona e possibile in ultimo di governare. Ma il vero è, che tutte le nazioni, sotto qualunque forma governate, han bisogno di virtù; che la virtù è principio di ogni buon governo alle nazioni indipendenti, principio d’indipendenza alle dipendenti; ondechè ella è necessaria a queste sopra tutte. E non è vero poi, come dicono Montesquieu e tanti altri, che sien due virtù, la pubblica e la privata; sono due forme, o meglio due applicazioni della medesima virtù. La virtù pubblica non si può esercitare se non da pochi in qual siasi nazione, da pochissimi nelle non libere, da più pochi ancora nelle dipendenti; e non si suole esercitar poi quasi da nessuno nelle sue parti difficili, quando sono facili i tempi. Ma la virtù privata è accessibile a tutti, sotto tutti i governi, in tutti i tempi, e più ne’ facili e tranquilli. La virtù nazionale si compone delle due sorta di virtù, pubbliche e private; ondechè può essere una nazione che non possa avere quasi nessuna virtù pubblica, ma che avendone molte private abbia una somma di virtù nazionali maggiore che non altre dove sieno più delle prime; e la somma, comechè fatta, delle virtù nazionali, è quella all’ultimo che impone altrui ammirazione o paura, secondo le occorrenze. In Italia, a’ tempi nostri, le virtù pubbliche non possono se non esser rare; quindi tanta più necessità di accrescere, di moltiplicare le private, se vogliamo una somma vantaggiosa, un totale che imponga. E quindi debb’essere l’oggetto più importante, non dirò di questi nostri pensieri, poveri, pochi, ed approssimantisi a lor fine, ma di tutti quelli di qualunque buon Italiano: cercare se sieno o no queste virtù private in Italia; e se non sieno, come si possono procacciar da ciascuno co’ propri mezzi; colle leggi, se è principe od uomo di stato; colle predicazioni, se sacerdote; colle produzioni dell’ingegno, se è uomo di coltura; ma sopra ogni cosa coll’esempio, che è il mezzo più efficace, e che sta in mano di qualunque privato. Ma qui è, che s’io dirò intiero il pensier mio, sarò chiamato moralizzante, austero, pedante, uom di mal umore, bacchettone, o (col modo di dire di Botta) cappuccino, o che so io? E peggio che tutto ciò, sarò detto forse non amator della patria, se veggo e confesso i vizi di lei. So anch’io che il chiuder gli occhi ai vizi, il non veder se non le virtù e le bellezze è il più facil modo di farsi amare. Ma da chi? Da quella qualità di persone a cui Dante coll’autorità propria e la rozzezza de’ tempi osava paragonare pur troppo l’Italia; ma a cui non crederei giusto oramai il paragonarla, ondechè spero ella non brami essere amata così. E poi, se questo è il più facile modo di farsi amare, non è il buono d’amare, non è amar l’amata più che sè, amar sè in lei e per lei; non è amor vero e virile di niuna maniera. Nè così amarono Dante o gli altri due, Alfieri e Parini; ed io, incapace d’imitarli nell’ingegno, vorrei imitarli almeno nell’amore. — E dico dunque, che non è oramai la unanimità, non sono le opinioni, non quanto dipenda dall’ingegno, non i consigli, non forse i duci all’opera quelli che manchino all’Italia; manca, se non assolutamente, certo comparativamente, la virtù severa, forte e sufficiente. Io dico che ella ci manca in paragone di altre nazioni cristiane contemporanee nostre; forse d’Inghilterra quantunque non cattolica, forse di Francia quantunque uscente di rivoluzione, forse di Germania stessa signora nostra, che è il gran danno. Io non mi porrò a ragguagliare e discuter fatti, che sarebbe da non finire. Ma non mi si venga a dire con finto scandalo e pervertitrice compunzione che non possono essere più virtuose di noi, nè virtuose di niuna maniera quelle nazioni eretiche o quella rivoluzionaria. Le nazioni eretiche sono eretiche ne’ dogmi o in qualche punto di morale, ma hanno in somma quasi tutto quel tesoro di moralità cristiana che è principio di ogni virtù, di ogni civiltà, d’ogni coltura e d’ogni progresso. E quanto alle rivoluzioni, io dico che sono immorali le nazioni che v’entrano, o che dan retta a chi ve le vuol fare entrare, non quelle che ne sanno uscire. Ed io n’appello poi a tutti quegli Italiani che conoscono quelle tre nazioni straniere, non per avervi viaggiato correndo, ma per avervi esulato o vivuto di qualunque maniera lungamente, posatamente, nelle capitali, nelle provincie e tra le famiglie. I quali, mal grado il desiderio della patria lor negata, ci narrarono e narrano con santa invidia la moralità, la unione di quelle famiglie, la severità, la operosità, la fortezza di quei costumi. E n’appello poi per il confronto coll’Italia, a quegli stranieri che scrivono di noi; e non già a quelli che ci scrivon contro, anzi a quanti son più per noi, e si mostrano più innamorati di noi; un Goëthe, una Staël, un Byron, un Lamartine ed altri tali. I quali, come ne sono eglino innamorati di questa che chiaman terra _degli ulivi e degli aranci_? di questo bel cielo, delle belle donne, delle molli aure d’Italia? Ne sono innamorati, la lodano appunto, vergogna! quasi regione apparecchiata a’ loro riposi quando sono stanchi de’ loro gravi pensieri settentrionali; quasi luogo da piaceri e sollazzi, quasi giardino, passeggio, o che so io, pubblico a chicchessia. E talora ei ci lodan pure per vero dire del nostro ingegno facile, vario, mutabile, rivestente nuove forme; ed han ragione. Ma delle virtù nostre, chi ne parla? chi non ne tace? anche fra questi nostri innamorati? E il tacer della virtù esaltando l’ingegno, che altro è se non o la più perfida delle calunnie, o la più mordente dell’accuse? Ma è accusa pur troppo verosimile, quando si fa da chi gode le bellezze e le piacevolezze della mal lodata, quando questa accetta vergognosamente tali lodi, quando se ne compiace, sfuggendo ella stessa l’ingrato assunto della virtù. Nè ciò fa, tutta la patria nostra, per vero dire. Ma il fanno per lei i piaggiatori di lei, che, allargandosi su tutti gli altri pregi nostri, non trovano talor a fare un periodo di lor panegirici sulle nostre forti e virili virtù. Che più, che più? La stessa lingua nostra se n’è guastata! e virtuoso fu chiamato da’ nostri classici Cesare Borgia; virtuoso, l’Aretino; e virtuose chiamiamo anche oggi, non più le madri di famiglia o le vergini italiane, ma quelle che servono sulle scene a’ diletti nostri e d’Europa. — Ma lasciamo i paragoni. Purchè abbiamo una virtù sufficiente! diranno parecchi, e direi pur io. Ma sufficiente a che? A vivere di giorno in giorno per le bisogne nostre presenti, in pace e tranquillità, senza curarci dell’avvenire? Certo abbiamo virtù sufficiente a ciò. Ma se tal sia de’ miei leggitori che consenta meco nella probabilità o solamente nella possibilità di un progresso qualunque della patria, e sopratutto del progresso d’indipendenza, a questo io domanderò: abbiamo noi virtù sufficienti all’occasione, quandochesia che ella venga? Le avremmo noi se venisse domani? Saremmo noi apparecchiati dalla severità di nostra vita privata, alla severità di quella vita pubblica che allora incomincierebbe? Alla continua, alla faticosa, alla dura operosità? ai sagrifici delle superflue, delle necessarie sostanze? a quello della persona? Ed a que’ sacrifici morali, tanto più ardui che non tutti questi? Di nuovo n’appello a’ sinceri e buoni. Non dunque a quelli che scusano le mollezze col clima, i turpi amori coll’ozio, l’ozio colla servitù, la servitù colla forza ch’ei chiamano maggiore; non a quelli che piangono i carnovali, le maschere, i casini di Venezia o d’altre città, quasi istituzioni nazionali perdute, i piaceri, le spensieratezze del secolo scorso, e i cavalier serventi, quai esempi de’ maggiori. Con tutti questi non ci cale d’intenderci mai. Ma rivolgendoci per parlar di virtù a coloro che abbiano almeno, come noi, desiderio di virtù, questi conforteremo a quella verità che è primo principio di virtù; a volere quindi guardare e vedere quali virtù ci manchino, in quali noi siamo superati dagli stranieri, quali ci abbisognino a diventare nazione stimata, rispettata, ed all’occasione temuta. Se dopo tali riscontri sinceramente fatti, si trovi che noi siamo, come io temo veramente, superati, non ci diam pace, emuliamoli, travagliamo noi stessi, finchè siamo almeno lor pari in virtù, chè senza tal parità, non avremo mai parità d’indipendenza. E se, come desiderio, io m’ingannassi, se non avessimo bisogno d’emulare gli stranieri, tanto meglio! emuliamo, superiamo allora noi stessi. — Accresciamo ad ogni modo le nostre virtù. Elle non saranno mai troppe per l’impresa che abbiamo alle mani, non massimamente per il gran dì del compierla.

10. Ma sia pur vero, dicono alcuni, che la virtù produrrebbe indipendenza; intanto la dipendenza produce vizio, il quale mantiene dipendenza. — Costoro hanno ragione; questo è il circolo vizioso ond’è difficile uscire. Negli stessi stati italiani l’operosità nazionale è compressa dalla dipendenza indiretta; ma è incomparabilmente più dalla diretta nelle provincie straniere. Là sono da compatire senza dubbio que’ giovani a cui non è possibile nè bella niuna operosità pubblica, a cui è così ingrata qualunque militare, così impedita qualunque letteraria. Ma ei sono da compatire, non da scusare nemmen là, se si abbandonano. Qualche operosità rimane ad essi pure; una principalmente, quella a cui sono chiamati tutti, che non si può togliere a nessuno, l’operosità della vita privata, della famiglia. Qui sta il punto, qui il rimedio. La famiglia a chi la accetta come fonte di operosità, è fonte quasi inesauribile. Al giovane la cura, l’aiuto, l’osservanza verso i parenti, allo sposo il primo amor della donna, i primi passi dei figliuoli; all’adulto l’educazione, le speranze, i timori e il retaggio di essi; all’invecchiante tutte queste cure moltiplicate e complicate; al vecchio il tesoro delle memorie; ed ecco occupazioni più che bastanti non solamente a fuggir ozi e vizi, ma ad esercitare virtù; quelle virtù, dico, le quali chi l’abbia serbate entro le mura domestiche può esser chiamato un dì ad esercitarle anche moribondo a pro della patria, o che tramanderà almeno incolumi ai nepoti. Quasi tutti possono aver tal campo di operosità, se spoglino vanità, pregiudizio, pretensioni. Nè ai pochi cui manchi o non basti, mancherebbe quella che è supplemento e rimedio a tutto nella civiltà cristiana, l’operosità della carità. — In somma, il gran circolo vizioso si vuol rompere in qualche maniera da tutti se vogliamo servire alle speranze nazionali. E non ci sono se non due modi di romperlo; od acquistando prima l’indipendenza per venire da essa poi alla virtù, od acquistando prima questa per venir a quella. Ma il primo modo non istà in noi, il secondo sì. Afforziamoci a questo virilmente, resistiamo a quell’arti corruttrici ch’io non credo scientemente usate se non forse da alcuni vili subalterni, ma che s’usano senza rendersene conto anche da’ maggiori e migliori stranieri; resistiamo a quell’arti con cui ci si profonde l’ozio, la spensieratezza, la facile, l’inutil vita, la nullità. Qui sia guerra aperta tra gli stranieri e noi; gli stranieri corrompano, noi resistiamo. Non è grado di corruzione onde non si possa guarire. Diciamo una ultima volta col nostro gran compatriota: LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE. — Uno straniero, non de’ nostri molli innamorati, ma de’ nostri amici severi, un’illustre Tedesco settentrionale, trovandosi una sera fra parecchi non del tutto indegni Italiani, e conversando con amore delle condizioni, della virtù e delle speranze d’Italia, mordeva pure amaramente i men buoni costumi d’una delle province soggette allo straniero. Sorgevano gl’Italiani a compatire, a scusar i fratelli, ad accusarne i corruttori. «Avete ragione» rispondeva quegli con sua freddezza e sua pronuncia tedesca; «avete ragione; ma una nazione che non vuol lasciarsi corrompere, non si lascia corrompere». — Ed insistendo noi, e citando fatti e nomi, e gli esuli là ripatriati, a cui fu raccomandato _divertirsi_; e i giovani che presentandosi con un manoscritto alla censura ricevetter risposta, esser peccato che uomini di famiglia e di speranze si perdessero in letteratura; ed altri non dissimili fatti: «Avete ragione», riprendeva il duro Tedesco: «ma una nazione che non vuol lasciarsi corrompere, non si lascia corrompere». — Ed infiammandosi la disputa e venendosi alle grida e al domandare: «Come si fa? chi ci può? che ne sarà?» — «Avete ragione, avete ragione», ripigliava colui, e nol potemmo trar mai di sua costanza tedesca, «avete ragione, ma UNA NAZIONE CHE NON VUOL LASCIARSI CORROMPERE, NON SI LASCIA CORROMPERE». — Così è. Ed una nazione che non si lasci corrompere, fa tal atto che è già virtù, che è già apparecchio all’indipendenza.