Part 16
5. È vera fortuna mia che il libro del Gioberti mi dispensi dal parlar compiutamente dell’operosità sacerdotale. I sacerdoti sono anche più gelosi delle cose proprie, che non i principi e i ministri de’ principi. Ed a ragione. La vita, i pensieri, le leggi del sacerdozio sono un mondo da sè, tutto diverso dal secolare; quasi un mondo intermediario tra terra e cielo. Chi non ha vivuto e non vive in quello ne discorre male; ondechè i sacerdoti non han fiducia se non ne’ sacerdoti. Ad essi è utile specialmente il libro del Gioberti. E così tutti gli altri di lui, e così quelli pure dell’avversario di lui, il Rosmini. Tutti e due hanno ridesta nel sacerdozio italiano quell’operosità del pensiero, che è forse più necessaria in quella altissima, che non in niun’altra delle condizioni umane; tutti e due hanno sentita e fatta sentire quella necessità, che il sacerdozio cattolico accresca la propria coltura quanto più ad esso ritorna l’opinione universale; tutti e due hanno collocato il sacerdozio italiano, forse al primo, certo ad uno de’ primi posti, in questa buona e gran via. Io non so s’io mi inganni; ma io non vedo guari che due Inglesi, il Wiseman e il Lingard, che possano in promovimento di coltura star a petto dei due Italiani. E quindi io non so trattenermi dal ripetere, ancor che fosse a rischio di dispiacere e al Gioberti e al Rosmini: quando vedremo darsi la mano da due tali cristiani, due cattolici, due sacerdoti, due Italiani? Certo le divisioni sono utili talora, come uno dei mezzi usati dalla Provvidenza a far risorgere ogni buona operosità. Ma non son elle tutte le divisioni e massime le ecclesiastiche, quelle di che pur è detto, guai a chi le desti? Nè cercherò io profano, chi abbia destata od a chi tocchi finir questa, nè se si possa. Ma ei mi par di poter dire, che sarebbe bello a qualunque dei due; e, riducendomi al mio assunto italiano, che sarebbe bello e buono specialmente per l’Italia, a cui tutte le divisioni nuove son dannose, tutte le buone riunioni necessarie. — Ad ogni modo tutti e due ci dimostrano che sarebbe gran danno, se si escludessero gli ecclesiastici dalla discussione delle cose temporali, e si riducessero alle spirituali, come vorrebbero alcuni. Nè ciò è possibile. Dov’è il limite tra l’une e l’altre? Chi lo porrebbe? Chi n’ha autorità sulla terra? Il capo degli ecclesiastici e della Chiesa può bene dir di questo o quello che ha passato i limiti dell’ufficio, della dignità sua, in ogni caso particolare. Ma è impossibile determinare que’ limiti esattamente, per tutti i casi. Il medio evo ne disputò e combattè secoli intieri; la civiltà progredita lascia più latitudine in questa come in altre cose, e non s’oppone se non all’usurpazioni evidenti. E le ecclesiastiche poi sono a temer ora men che mai. Il chiasso che si fa di qualunque menoma sorga qua o là, basterebbe a provare la impossibilità che se ne faccian delle grandi; ondechè il temerne gravemente oramai, non è da conoscitori della presente civiltà, ma da rimasti addietro in tal cognizione, ed in emulazioni, odii e paure. E così pure il desiderarne. Alcuni sono, dentro e fuori d’Italia, che chiamano sulla cattedra di Gregorio XVI un Gregorio VII. Ma ei non vedranno mai più, nè uno tale, nè un Alessandro III, nè gl’Innocenzi, nè un Giulio II. La differenza de’ tempi è troppa, anche contando da quest’ultimo. Dal quale in poi, oltre le nuove eresie, sorsero tutte le civiltà oltramontane ed oltramarine europee e non europee. Finito è il tempo della tutela temporale della Cristianità; ella è uscita de’ minori, ella governa i suoi affari temporali da sè; e se ne farà forse tanto più docile alla tutela spirituale. A’ nostri stessi dì è avvenuto un fatto importante e non avvertito abbastanza. Pio VII sarà grande nella storia dei papi non solamente per il fatto immortale della sua resistenza, ma per la causa ultima di essa: il rifiuto da lui fatto a Napoleone di entrare nella lega contro Inghilterra. Con tal rifiuto e coi patimenti sofferti per esso, Pio VII abdicò in gran parte quell’ingerenza negli affari politici della Cristianità, in che risplendettero pur tanti de’ suoi predecessori. Non rinnegolli, ma fece diverso, secondo i tempi; diè un esempio, incominciò una età novella per il papato; non rese impossibili, ma difficili, ma rare quell’ingerenze; e rese impossibile sopratutto, se già non era, il farsi essi papi, capi d’imprese politiche, temporali, ed in particolare di quell’impresa d’indipendenza in che fallirono quantunque grandi i papi stessi del medio evo. — Nè è a lamentare o a tentare vanamente di mutare quel fatto oramai adempiuto. Lasciamo e il papa e il sacerdozio tutt’intiero a quegli alti e numerosi uffici più o meno spirituali, che chiamano la loro opera a’ nostri dì. Essi hanno a compiere la sconfitta (incominciata da altri) d’ogni anticristiana filosofia, hanno a vincere i vincitori del secolo XVIII; hanno a rivolgersi, non più inutilmente contro a’ materialisti o sensisti di quel secolo, nè forse contro agli incerti e vergognantisi panteisti del nostro, ma contro a quei razionalisti che sono il vero pericolo, il pericolo preveduto già ed or ultimo. Ed hanno così quella magnifica opera della riunione de’ dissidenti al cattolicismo, la quale sembra apparecchiarsi in tanti modi diversi secondo i luoghi; là cogli studi teologici e il ritorno all’autorità, là con gli studi storici e il ritorno all’unità, là con la povertà, e là con le persecuzioni ben sofferte; dappertutto con le controversie, con le predicazioni opportune. Ed in ciò abbiamo un bell’esempio italiano, se sia vera la notizia di numerose conversioni fatte dai sacerdoti rosminiani in Inghilterra; tanto più bello che là sono le più prossime speranze, le maggiori importanze delle conversioni. Perciocchè hanno i sacerdoti cattolici dinanzi a sè quell’altra anche più ampia opera della conversione degl’infedeli; quell’opera in che da secoli pareva non rimaner a’ missionari altro profitto a trarre se non quello del proprio martirio, e di poche conversioni individuali; ma a che la civiltà cristiana ha aperte tante vie nuove, agevolate tante antiche, e in che il massimo di tutti i passi sarebbe fatto quando con vantaggio reciproco si riunissero o almeno s’aiutassero l’Inghilterra e il Cattolicismo. — Ma tutte queste sono opere, occupazioni che gli ecclesiastici nostri hanno in comune cogli stranieri. Opera poi particolarmente italiana, e ben che indirettamente, pur molto utile alla impresa d’indipendenza, sarebbe ed anzi è quella di tutti i nostri ecclesiastici, i quali o coll’esempio o colle parole accrescano l’esercizio di qualunque virtù della nostra nazione. Io sono per dire frappoco della importanza delle virtù private, e per porle sopra qualunque degli stromenti d’indipendenza. So anch’io che le predicazioni degli ecclesiastici debbono avere scopo più alto che non questa stessa, più alto che non tutta la vita terrena degli uomini o delle nazioni; ma le virtù conducenti ai due scopi sono le medesime, e chi le promuove serve insieme all’uno ed all’altro. Il maggior ausiliare del liberatore irlandese, è il padre Matthews, predicatore, non di politica, non di libertà nè d’indipendenza, ma di privata _temperanza_, di astinenza da’ liquori inebbrianti. Colà que’ meditatori ed operatori veramente grandi della grande impresa nazionale intesero bene la gran forza motrice essere la virtù, la gran debolezza essere il vizio; e attaccarono il vizio nazionale. Da noi non è quello; ma ne son altri e non pochi. Gli ecclesiastici sono meglio che niun altro in situazione di saper quali sieno, di studiarli, di perseguirli, di correggerli; gli ecclesiastici sono i più efficaci maestri di morale; sono maestri della morale più perfetta che sia stata o possa esser mai. Lasciamoli, preghiamoli di far ciò, liberamente, largamente, con reciproca fiducia, senza paure, senza troppe distrazioni; essi avran fatto più per la indipendenza, avran fatta opera più nazionale e più ecclesiastica, che non se avessero combattuto come i frati spagnuoli, o negoziato e governato come gli Alberoni, i Fleury, i Mazarini o i Richelieu de’ secoli scorsi, o cercato dominar tutto come i grandi papi del medio evo. Ogni età ha i modi suoi; la nostra ha quello che noi lodammo già, di far ognuno l’officio suo, di operar ciascuno nel cerchio della propria operosità. — Del resto, s’io avessi a dire qual condizione d’uomini in Italia paiami adempier meglio gli uffici, la operosità sua speciale e presente, quale esser più apparecchiata per l’occasioni, io non dubiterei di rispondere, gli ecclesiastici; e rammenterei la fortezza mostrata da essi dal 1808 al 1814. Certo niuna provincia, niun ceto d’uomini italiani, non furono allora così forti come questi preti, non tenuti da tanto. Ed io so di taluno a cui, giovanissimo allora, tale spettacolo, tal sorpresa, tal paragone, tali ammirazioni e vergogne furon semi di quelle opinioni papaline o guelfe o come che si voglian dire, onde egli fu poi accusato da molti, ma in che ei si confermò sempre, quanto più venne studiando e ripensando.
6. Ed ora, venendo a noi altri letterati, ei mi pare sopratutto necessario guardarci da quella esagerazione della propria importanza, nella quale cadono sovente non solo gli uomini di piccola pratica, ma quelli pure di piccola teorica. L’innamorarsi esclusivamente del proprio mestiere, è vizio di tutti gli uomini di mente miope, i quali non veggono se non ciò che hanno molto vicino. Si dice che le lettere son creatrici delle idee, le quali creano i fatti; maestre degli uomini, duci dell’opinione, onnipotenti nelle società. Ma io non so se elle abbiano avute mai tutte queste potenze; se non sieno stati per lo più all’incontro i fatti, quelli che fecer sorgere le idee; la società, le opinioni, quelle che guidarono le lettere; gli uomini operanti, veri maestri o almeno signori degli scriventi; e la verità è che s’avvicendarono continuamente le potenze degli uni e degli altri. — E si suol dir poi, che la potenza delle lettere s’è accresciuta nella nostra età, per la moltiplicazione degli scrittori e degli scritti. Ma gli scritti sono come tutte l’altre merci, che moltiplicandosi s’inviliscono. La facilità di scrivere, di stampare senza spesa o con profitto, ha fatti diventare scrittori molti, che avean poca o niuna facoltà naturale di scrivere, molti che non l’hanno accresciuta cogli studi, molti che non elaborando lor produzioni, non usano tutta quella che hanno, o non meditandole, l’usan male; e quindi la merce, già invilita per troppa quantità, s’invilì di nuovo per mala qualità. Il vero è, che si fanno ogni dì più rari, quinci quegli ampii e studiati lavori letterari che furono frequenti nei due o tre secoli scorsi; e quindi più ancora quella universale attenzione che si soleva concedere loro. Sminuzzati si sono a’ nostri dì i grossi libri, i lunghi studi, le grandi riputazioni. Nè tuttavia vorrei troppo lamentarmene, come fanno alcuni; o compatir la intiera società di questo accrescersi il numero, e diminuirsi il credito degli scrittori. Io crederei che la società vi abbia forse guadagnate più numerose verità; che queste, più discusse, si sien fatte più chiare; che la coltura latamente sparsa sia da preferire alla coltura più altamente insegnata; che sia la più assurda e la più tirannica a voler restaurare, l’aristocrazia delle lettere; e che insomma sia accresciuta la potenza della coltura in generale, e sopratutto della buona coltura. Ad ogni modo, non è dubbio, resta scemata la potenza di ciascuno scrittore, di ciascun scritto in particolare; a guisa appunto che in un esercito tutto vittorioso, non conta guari niun guerriero privato, quantunque prode, il quale avrebbe contato molto in uno nuovo o sconfitto. — Ma questa potenza degli scrittori è scemata poi, e va scemando, più che altrove, in Italia; e scemerà ogni dì più, finchè dureranno le condizioni presenti. Gli scrittori italiani non hanno solamente a vincere gli emuli, diventati più numerosi; hanno a vincer emuli posti in condizione più vantaggiosa. Chi scrive colla paura delle censure, chi è sforzato a calcolare, a misurare, a lisciar ogni frase o parola per farla, come si dice, _passare_, chi ammorbidisce le proprie idee, non potrà mai emular felicemente gli scrittori che scrivono schietto senza tanti riguardi. Non serve dire agli Italiani: leggete italiano, leggeteci noi, non ricorrete agli stranieri; gli Italiani ricorreranno sempre agli stranieri; più chiari, più facili, più piacevoli, più utili a leggersi, finchè più liberi. Noi ammettemmo già, parlando dei principi nostri, che una censura preventiva è forse necessità politica dei loro governi. Ma è ad ogni modo infelicità, impotenza letteraria, la quale è giusto notare dove si parla di ciò che possano o non possano gli scrittori italiani. Veggiamo il fatto com’è, una volta. Studio precipuo degli stranieri è porger chiaro, limpido il loro pensiero. Studio precipuo degl’Italiani scriventi in Italia è velarlo più o meno. Ne’ primi anni del secolo, restaurate le censure sotto Napoleone e i successori (e restaurate con severità tanto maggiore, che i tempi parevan più pericolosi), coloro che avrebbon voluto scrivere, sdegnarono adattarsi, e non iscrissero o scrisser pochissimo. Poi verso il quarto del secolo, si girò, come succede, intorno all’ostacolo che non si potea vincere; ognuno cercò adattarsi, si usò l’artifizio contro alla forza. Gli scriventi s’accorsero che ci era modo di dir molto, anche colla censura. Le pieghevolezze della parola sono infinite. A un nome particolare rigettato si sostituì uno generale, un sinonimo accettato; a una idea compiuta, una in germe; ad una precisa, una involta; ad una chiara, una annuvolata. Si fece conto sulla intelligenza del discreto leggitore, si sperò che questi intenderebbe. E così avvenne per lo più; l’acutezza italiana, l’identità degli interessi, la universalità di molte opinioni fecero nascere uno stile adattato, convenzionale, quasi un gergo, tra scrittori e leggitori. Artifizio illecito senza dubbio se ad esprimere cose illecite, e lecito pure se a lecite. Ma l’artifizio anche lecito è sempre infelicità. Non è bella se non la parola compiuta e limpida. Talora, ingannando il censore, s’inganna il leggitore; talora vien meno tra l’uno e l’altro la consueta intelligenza del gergo; e da tutto questo adattarsi, nasce una letteratura adattata, oscura, men bella, men utile, e talora nociva; si trattano più i generi nei quali si può parlare apparentemente d’una cosa, e realmente d’un’altra, i generi oscuri; la confusione de’ pensieri, la insincerità di espressioni diventano vizi della parola, e minaccian diventare delle azioni nazionali. Gl’Italiani che scrivono e stampano fuori sono i soli che possano uscir di tali difficoltà, correggerci di tali vizi, rivendicarci da tali pericoli, da tali vergogne, fondare una letteratura italiana esterna e non adattata, all’incontro dell’adattata; far per la patria nostra altrettanto o forse più che non gli stranieri per le loro. Così sappiano valersi di tal potenza e valersene con quella moderazione ch’è dovere tanto più stretto ai più liberi; così lavorare essi almeno con quell’alacrità che non s’ha se non isfogando tutte le proprie facoltà; così non dimenticar la patria antica per le nazioni che sono nobili e generose ospiti a tanti di essi[37]. — Ma Dio mi liberi dallo scoraggiar nemmeno coloro che scrivono e stampano in patria. Non volli se non toglier di mezzo qui come altrove, quelle false speranze, le quali non adempiute lasciano poi, alla prova, il male incoraggiato più scoraggiato che mai. Io temo sia avvenuto a parecchi de’ nostri scrittori anche dei primi, anche di quelli le opere di cui ebbero maggior potenza in Italia, che comparato tal effetto colle fatiche fatte, colle difficoltà sofferte, quest’effetto parve loro poco al paragone e si lasciaron quindi cader di mano la penna, la quale avrebbe pur potuto esser utilissima ancora alla patria. Nè sarebbe forse avvenuto tal danno, se fin dal principiare avessero ben preveduta la pochezza di questo effetto. I nostri più alti ingegni scriventi tra lo svantaggio delle condizioni d’Italia, si trovan nel caso degli scrittori stranieri di secondo o terz’ordine; i quali sanno bene di non potere acquistarsi gloria, nè produrre effetti pari a quelli d’un Byron, d’un Walter-Scott, d’un Goëthe, d’un Alfieri o d’un Chateaubriand, ma che perseverano ciò non di meno; o perchè par loro pregiabile anche una buona riputazione in mancanza di una gran gloria, o meglio perchè par loro dovere adoperare ognuno a pro della patria le facoltà quali che sieno, ricevute dalla Provvidenza. E così i nostri. Non possono eglino scrivere chiaramente, limpidamente, con parole proprie? scrivano oscuro. Non possono scrivere liberi? scrivano impacciati. Non possono scriver tutto? scrivano la metà, il quarto, ciò che lor si conceda. Dei tre precetti di scrivere la verità, nulla se non la verità, tutta la verità, i due primi si posson seguir sempre, anche da noi; e seguiamo il terzo quanto possiamo. Il pietoso Iddio in cielo, e i nostri compatriotti in terra ci terran conto un dì di questa vita così angustiata, così tormentata, così ricca d’interni strazii, così povera di esterni compensi com’è la vita dello scrittore italiano. Tolti uno o due fra noi scriventi al presente in Italia, noi tutti gli altri avremo probabilmente presso i posteri, come abbiamo presso gli stranieri, poco merito di lettere; ma forse ci si concederà tanto più merito di virtù. E poi, non importa ciò che ci si conceda, purchè adempiamo anche noi il nostro ufficio verso la patria.
7. Di gran lunga più felice vita vivon da noi gli scienziati, gli artisti, tutti coloro che adoprano lor facoltà in materie lontane dalla politica, dalla storia e dalla filosofia. Questi si trovano più o meno nelle medesime condizioni addentro come fuori d’Italia; e se essi pure hanno a patire della moltiplicità degli emuli, non patiscono almeno di niuna condizione particolarmente italiana. E tutti questi possono giovare alla patria, forse più che non credono. Prima colla loro gloria personale, la quale sempre ritorna alla patria, e di che le sarà tenuto conto al gran dì, quando i destini di lei dipenderanno da tutto insieme il rispetto ch’ella avrà saputo acquistarsi. Noi vedemmo Grecia aver dovuta la indipendenza sua, in gran parte, alla propria gloria antica, alla gratitudine delle nazioni che riconoscono da lei una civiltà, una coltura, quantunque lontane di tanti secoli, quantunque spente. È forse vergogna per la nostra età, che siasi tenuto conto di quella gloria antica, più che non della qualità di cristiani ai Greci presenti. Ma ad ogni modo le medesime nazioni europee avrebbero pure un altro simile e più vicino debito a pagare all’Italia; il debito della civiltà e della coltura moderne e cristiane. Nè il negano, che che si dica da molti di noi. Negano le esagerazioni che ne facciamo; negano i falsi e piccoli primati che pretendiamo sovente oltre al vero e grande che avemmo; negano sopratutto la continuazione presente o probabile futura. Noi siamo verso di esse come i benefattori ricordanti ed esageranti i propri benefizi, o come i nobili ricordanti ed esageranti la propria nobiltà, che ne fan venir noia a ciascuno. Non predichiamo i benefizi e la nobiltà nostra, e questa e quelli ci saran più facilmente riconosciuti; non vituperiamo nelle nazioni sorelle le educate da’ nostri maggiori; non ci mostriam sopra tutto troppo degeneri da questi, e verrà dì che raccoglieremo anche noi i frutti della gloria italiana e della gratitudine straniera. — Del resto, anche direttamente, tutte l’arti, tutte le scienze possono giovare alla patria, avanzarla verso i destini futuri. Perciocchè tutte possono servire a quelle virtù, che serviranno a que’ destini. Io non so se non volendo estendermi, saprò far capire il mio pensiero. Ma ei mi pare che sia pure una musica virtuosa ed una no, e così una pittura, una scoltura, e direi per fino una architettura. Della musica non può esser dubbio. Esprimendo essa gli affetti, i sentimenti dell’animo, ella può esprimere i virtuosi e i viziosi; ed è quindi virtuosa se fa piacere i primi, dispiacere i secondi, viziosa se alletta tutto all’incontro; nè più nè meno che la poesia, o le lettere. E così pure la pittura e la scoltura. Da alcuni anni in qua si sono venuti scegliendo soggetti patrii più vicini a noi che non gli antichi greci e romani. Ma sarebbe da fare anche più sovente che non si fa e da’ committenti e dagli artisti. E sarebbe poi da progredire nella scelta di tali soggetti. Non basta venirci ritraendo qualche fatto del medio evo, insigne per le vesti, i rasi, i velluti o l’armi che vi si introducano. Dovrebbonsi scegliere fatti insigni per virtù, insigni per quelle principalmente dell’unione e dell’indipendenza, insigni non solamente per la provincia, ma per tutta la patria, tutta la nazione. Certo si troverebbero in que’ XIII secoli che durò finora la impresa, in quello principalmente da Gregorio VII alla pace di Costanza, che dicemmo il più bello della storia italiana. Lettere, scienze, arti, tutte le colture dovrebbero cercare quanto possa ricordare, lodare, far risorgere e progredire, esaltare e scoppiare le due virtù, dell’unione e dell’indipendenza; dovrebbero farle entrare per tutti i sensi negli animi italiani, per tutti i sensi importunarne gli stranieri.