XII conti pomiglianesi con varianti avellinesi, montellesi, bagnolesi, milanesi, toscane, ecc.
Part 3
[1] Vedi:--I.--_Sicilianische Märchen. | Aus dem Volksmund gesammelt | von Laura Gonzenbach. | Mit Anmerkungen Reinhold Köhlers und einer Einleitung herausgegeben | von | Otto Harlwig | Erster Theil. | Mit dem Portrait einer Märchenerzählerin || Leipzig | Verlag von Wilhelm Engelmann_ | 1870 (in 8. di LXVI-368 pagg. 9 oltre un ritratto; e _Zweiter Theil_, ibid. di IV-263 pagg. ed un altro ritratto). La novella _VIII, Bauer Wahrhaft_, cioè _Massaru Verità_, ha una lezione più compiuta della nostra, essendo particolareggiata la seduzione. La moglie del cortigiano, il quale ha scommesso il capo col Re, che _Massaru Verità _mentirebbe, si finge incinta e di aver voglia d'un fegato di castrato; ed il povero zugo, vedendola bella e contigiata e con una stella di diamanti in fronte, finalmente cede.--II.--Nell'opera _Fiabe | Novelle e Racconti | popolari Siciliani | raccolti ed illustrati | da | Giuseppe Pitrè | Con discorso preliminare, | Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane, | Saggio di novelline albanesi di Sicilia | e Glossario || Volume primo || Palermo | Luigi Pedone Lauriel, editore | 1875_ (e _Volume secondo, terzo e quarto_) la novella LXXVIII, _Lu Zu Viritati_.--III.--Appo lo _Straparola_, la favola V della notte III:--«Isotta, moglie di Lucaferro di Albani da Bergamo, credendo con astuzia gabbare Travaglino, vaccaro d'Emiliano, suo fratello, per farlo parer bugiardo, perde il poder del marito; e torna a casa con la testa di un toro dalle corna dorate, tutta vergognata.»--IV.--La novella intitolata _Don Peppino_ e pubblicata nel numero V dell'Anno II del periodico _La Scuola Italica_ (Napoli, 23 Agosto 1874).--V.--_Le tre Maruzze | Novella trojana | Da non mostrarsi alle Signore || Troja, MDCCCLXXV | Esemplari XXVIII_ (_Zizze toste_)--Riprodurremo qui la versione dello Straparola; che il lettore meno agevolmente potrebbe procurarsi di quelle edite dalla Gonzenbach e dal Pitré, e che non è impresentabile per oscenità, come _Le tre Maruzze_.--«In Bergamo, valorose donne, città antica nella Lombardia, fu (non è già gran tempo) un huomo ricco et potente, il cui nome era Pietromaria di Albani. Costui haveva duo figliuoli, l'uno de' quai Emiliano, l'altro Lucaferro si chiamava. Appresso questo, egli haveva duo poderi, dalla città non molto lontani; de' quai l'uno chiamavasi _Ghorem_, et l'altro _Pedrench_. I duo fratelli, cioè Emiliano et Lucaferro (morto Pietromaria, suo padre) tra loro divisero i poderi; et a Emiliano per sorte toccò Pedrench, et a Lucaferro Ghorem. Haveva Emiliano un bellissimo gregge di pecore, et un armento di giovenchi, et una mandra di fruttifere vacche; de quali era mandriale Travaglino, hvomo veramente fedele e leale; nè, per quanto egli haveva cara la vita sua, havrebbe detta una bugia; et con tanta diligenza custodiva l'armento et la mandra sua, che non aveva pari. Teneva Travaglino nella mandra delle vacche molti tori, tra quai ve n'era uno molto vago a vedere, et era tanto grato ad Emiliano, che d'oro finissimo gli aveva fatte dorare le corna. Nè mai Travaglino andava a Bergamo, che Emiliano non gli addimandasse del suo toro dalle corna d'oro. Hora avenne, che trovandosi Emiliano a ragionamento con Lucaferro suo fratello, et con alcuni suoi domestici, sopragiunse Travaglino, il quale fece cenno ad Emiliano di voler con esso lui favellare. Et egli, levatosi dal fratello et dagli amici, andossene là, dove era Travaglino; et lungamente ragionò con esso lui. Et perciocchè Emiliano più fiate haveva fatto questo atto, di lasciare gli amici et parenti suoi et girsene a ragionare con un mandriale, Lucaferro non poteva in maniera alcuna questa cosa patire. Laonde, un giorno, acceso d'ira et di sdegno, disse ad Emiliano: _Emiliano, io mi maraviglio molto di te, che tu facci maggior conto di un vaccaro et di un furfante, che di un tuo fratello et di tanti tuoi cordiali amici. Imperciocchè, non pur una volta, ma mille (se tante si può dire,) tu ne hai lasciati nelle piazze e ne giuochi, come bestie, che vanno al macello, e tu ti sei accostato a quel grosso et insensato Travaglino, tuo famiglio, per ragionare con esso lui, ch'el par, che tu habbi a fare le maggior facende del mondo, et non di meno non vagliono una brutta._ Rispose Emiliano: _Lucaferro, fratello mio, non bisogna, che sì fieramente tu ti accorrocci meco, rimproverando Travaglino con disoneste parole; perciocchè egli è giovane da bene. Et emmi molto caro: sì per la sofficienza sua; sì anche per la lealtà, ch'egli usa verso me; sì ancora, perchè in lui è una special et singolar virtù, che, per tutto l'aver del mondo, ei non direbbe una parola, che bugiarda fusse. Ed, oltre ciò, egli ha molte altre conditioni, per le quali lo tengo caro. E però non ti maravigliare, se io l'accarezzo et hollo grato._ Udite queste parole, a Lucaferro crebbe maggior sdegno. Et cominciò l'uno et l'altro moltiplicare in parole, et quasi venire alle arme. Et perchè (si come è detto di sopra) Emiliano sommamente commendava il suo Travaglino, disse Lucaferro ad Emiliano: _Tu lodi tanto cotesto tuo vaccaro di sofficienza, di lealtà e di verità. Et io ti dico, ch'egli è il più insofficiente, il più sleale et il più bugiardo huomo, che mai creasse la natura; e mi offero di fartelo vedere, et udire, che in tua presenza egli ti dirà la bugia._ Et fatte molte parole tra loro, finalmente posero pegno i loro poderi concordi in questo modo: che, se Travaglino dirà la bugia, il podere d'Emiliano sia di Lucaferro; ma, se non sarà trovato in bugia, il podere di Lucaferro di Emiliano sia. Et di questo (chiamato un notaio) fecero uno stromento publico con tutte quelle solennità, che in tal materia si richieggono. Partitosi l'uno da l'altro, et già passata la loro ira et sdegno, Lucaferro cominciò pentirsi del pegno, che egli aveva messo, et dello stromento per man di notaio pregato, et di tal cosa tra sè stesso si rammaricava molto; dubitando forte, di non restare senza podere, col quale e se et la famiglia sua sostentava. Hor essendo a casa Lucaferro, et vedendolo la moglie, che Isotta si chiamava, sì malinconioso stare, et non sapendo la cagione, dissegli: _O marito mio, ch'havete voi, che così mesto e malinconioso vi veggio?_ A cui rispose Lucaferro: _Taci per tua fe; et non mi dar maggior noia di quella, ch'io ho._ Ma Isotta, desiderosa di saperlo, tanto seppe fare e dire, che dal marito il tutto intese. La onde, voltatosi col viso allegro verso di lui, disse: _È adunque cotesto il pensiero, per cui tanto affanno e tanto rammaricamento vi ponete? State di buon animo, che a me basta il cuore di far sì, che, non che una, ma mille bugie fiano da Travaglino al suo patrone dette._ Il che intendendo Lucaferro, assai contento rimase. Et perchè Isotta chiaramente sapeva, che 'l toro dalle corna d'oro ad Emiliano suo cognato era molto caro, ella sopra di quello fece il disegno. Et vestitasi molto lascivamente e leccatosi il viso, soletta uscì di Bergamo. Et andatasene a Pedrench, dove era il poder di Emiliano, et entrata in casa, trovò Travaglino, che faceva del cascio e delle ricotte. E salutatolo, disse: _Travaglino mio, son qui venuta per visitarti, e bere del latte, e mangiare delle ricotte teco._==_Siate la ben venuta_, disse Travaglino, _la mia patrona._ E fattela sedere, parecchiò la mensa; e recò del cascio pecorino et altre cose per honorarla. E perchè egli la vedeva sola, e bella, et non consueta venir a lui, stette sospeso molto; et quasi non poteva persuadersi, ch'ella fusse Isotta, moglie del fratello del suo patrone. Ma pur, perciocchè più volte veduta l'haveva, la carezzava et honorava molto, sì come a tanta donna, quanto quella era, conveniva. Levata da mensa Isotta, et vedendo Travaglino affaticarsi nel far il cascio et le ricotte, disse: _O Travaglino mio, voglio ancor io aiutarti a far del cascio._ Et egli: _Quello, che a voi aggrada, Signora_, rispose. E senza dir più altro, alzatesi le maniche sino al cubito, scoperse le bianche e morbide e ritondette braccia, che candida neve parevano; e con essolui fieramente si affaticava a far il cascio; e sovente li dimostrava il poco rilevato petto, dove dimoravano due poppoline, che duo pometti parevano. Et oltre ciò, astutamente tanto approssimava il suo colorito viso a quello di Travaglino, che quasi l'uno con l'altro si toccava. Era Travaglino (quantunque fosse di vacche custode) huomo più tosto astuto, che grosso. Et vedendo i portamenti della donna, che dimostravano il lei lascivo amore, andava con parole et con sguardi intertenendola, fingendo tuttavia di non intendersi di cose amorose. Ma la donna, credendo lui del suo amore essere acceso, et fieramente di lui si innamorò, che in stroppa tenere non si poteva. E quantunque Travaglino se ne avvedesse del lascivo amor della donna, non però osava dirle cosa alcuna; temendo sempre di non perturbarla et offenderla. Ma la già infiammata donna, accortasi della dappocaggine di Travaglino, dissegli: _Travaglino, qual è la causa, che così pensoso ti stai, e non ardisci meco parlare? Ti sarebbe per aventura venuto alcuno desiderio di me? Guarda bene, et non tenere il tuo volere nascosto, perciocchè te stesso offenderesti, et non me, che sono ai tuoi piaceri e comandi_. Il che udendo Travaglino, molto si rallegrava; e faceva sembiante di volerle assai bene. La sciocca donna, vedendolo già del suo amore acceso, et parendole già esser tempo di venir a quello, ch'ella desiderava, in tal maniera gli disse: _Travaglino mio, io vorrei da te un gran piacere. Et quando me lo negasti, direi ben certo, che poco conto facesti dell'amor mio; e forse saresti cagione della rovina, anzi della morte mia._ A cui rispose Travaglino: _Io sono disposto, Signora, di ponere per amor vostro la propria vita, non che la robba; et avenga, che voi cosa difficile mi comandaste, nondimeno l'amore, ch'io vi porto, et voi verso me dimostrate, facilissima la farebbe._ Allora Isotta, preso maggior ardire, disse a Travaglino: _Se tu mi ami (come credo, o parmi di vedere) hora lo conoscerò._==_Comandate pur, Signora mia_, rispose Travaglino, _che apertamente lo vederete_.==_Altro da te non voglio_, disse Isotta, _se non il capo del toro dalle corna d'oro; et tu disponi poi di me, come ti piace_. Questo udendo Travaglino, tutto stupefatto rimase; ma, vinto dal carnale amore e dalle lusinghe dell'impudica donna, rispose: _Altro non volete da me, Signora mia? non che il capo, ma il busto, e me stesso pongo nelle vostre mani_. E questo detto, prese alquanto d'ardire; et abbracciò la donna; et seco consumò gli ultimi doni d'amore. Dopo, Travaglino, troncato il capo del toro, et messo in una sacchetta, ad Isotta il presentò. La qual contenta, sì per lo desiderio adempito, sì anche per lo piacere ricevuto, con più corna, che podere, a casa se ne ritornò. Travaglino (partita che fu la donna) tutto sospeso rimase; et cominciò pensare molto, come fare dovesse per iscusarsi della perdita del toro dalle corna d'oro, che tanto ad Emiliano suo padrone piaceva. Stando adunque il misero Travaglino in sì fatto tormento d'animo, nè sapendo, che si fare o dire, alfine imaginossi di prendere un ramo di albero rimondo, e quello vestire di alcuni suoi poveri panni, et fingere, che egli fusse il patrone, et isperimentare, come far dovesse, quando sarebbe nel cospetto di Emiliano. Acconciato adunque il ramo di albero in una camera con la baretta in testa et con gli vestimenti in dosso, usciva Travaglino fuori dell'uscio della camera. Et dopò dentro ritornava; et quel ramo salutava, dicendo: _Buongiorno patrone_. Et sè stesso rispondendo, diceva: _Benvenga Travaglino, et come stai? che è de fatti tuoi, che, già più giorni, non ti hai lasciato vedere?_==_Io sto bene_, rispondeva egli, _sono stato occupato assai, che non puoti venire a voi_.==_Et come sta il toro dalle dorate corna?_ diceva Emiliano. Et egli rispondeva: _Signore, il toro è stato nel bosco da lupi divorato._==_Et dove è la pelle, et il capo colle corna dorate?_ diceva il padrone. Et qui restava, nè più sapeva che dire; et addolorato, ritornava fuori. Dopo, se ne ritornava dentro la camera, e da capo diceva: _Iddio vi salvi, padrone._==_Ben ti venga, Travaglino, come vanno i fatti nostri, e come sta il toro dalle dorate corna?_==_Io sto bene, signore; ma il toro un giorno mi uscì dalla mandra, et combattendo con gli altri tori, fu da quelli sì sconciamente trattato, che ne morì._==_Ma dove è il capo, et la pelle?_ et egli non sapeva più che rispondere. Questo avendo fatto più volte Travaglino, non sapeva trovare iscusatione, che convenevole fusse. Isotta, che già era ritornata a casa, disse al marito: _Come farà Travaglino, se egli si vorrà iscusare con Emiliano suo patrone della morte del toro dalle corna d'oro, che tanto gli aggradiva, che non li pianti qualche menzogna? Vedete la testa, che meco ho recata in testimonianza contra lui, quando dicesse la bugia._ Ma non li raccontò, come gli aveva fatte due corna maggiori di quelle d'un gran cervo. Lucaferro, veduta la testa del toro, molto si rallegrò, pensando della questione esser vincitore; ma il contrario (come di sotto intenderete) gli avenne. Travaglino, avendo fatte più proposte et risposte con l'uomo di legno, non altrimenti, che se fusse il proprio patrone, con cui parlasse, et non vedendo niuna di loro riuscire secondo il desiderio suo, determinò senza altro pensamento di andare dal patrone, intravenga ciò, che si voglia. Et partitosi, et andatosene a Bergamo, trovò il patrone; et quello allegramente salutò. A cui, reso il saluto, disse: _E che è dell'anima tua, Travaglino, che già sono passati tanti giorni, che non sei stato qui, nè si ha havuto novella alcuna di te?_ Rispose Travaglino: _Signore, le molte occupationi mi hanno intertenuto._==_Et come sta il toro dalle corna dorate?_ disse Emiliano. Allhora Travaglino; tutto confuso, et venuto nel viso come bragia di fuoco, voleva quasi iscusarsi, et occultare la verità. Ma, perchè temeva di mancar all'honor suo, prese ardimento; et cominciò la historia di Isotta, e li raccontò a punto per punto tutto quello, ch'egli aveva fatto con esso lei, et il successo della morte del toro. Emiliano, questo intendendo, tutto stupefatto rimase. Onde, per aver Travaglino detto la verità, fu tenuto uomo veridico e di buona estimatione, et Emiliano restò vittorioso del podere, et Lucaferro cornuto, e la ribalta Isotta, che credeva altrui gabbare, gabbata et vergognosa rimase».
[2] Notevole è la tendenza, che hanno i dialetti nostri, a distinguere _uno_ ed _una_, articoli, da _uno_ ed _una_, numerali. I milanesi han fatto dei primi _on_ ed _ona_ e de' secondi _vun_ e _vunna_, (_voeunna_). I napoletani adoperano come articoli _'no_ (_nu_) e _'na_; ed _uno_ ed _una_ per numerali.
[3] _Teneva_, alla spagnuola, per _avere_. Ad una napolitana, che diceva:--«Tengo un gran mal di capo;»--rispondeva un fiorentino:--«O s'io non glielo veggo in mano? Me lo mostri un po' per vedere».--A Bertrando S...., che porgeva un francescone ad una cambiamoneta, dicendole:--«Tieni la moneta?»--venne risposto:--«O che me l'ho a tener davvero, la moneta?».--La prima _e_ di _teneva_, le due di _veretà_ e generalmente tutte le e disaccentate non finali sono così tenui e strette, da confondersi quasi, come da alcuni effettivamente si confondono con l'_i_.
[4] _Nisciuna_, nessuna. Giordano Bruno adopera spesso questo napoletanesimo.
[5] _'O mettette nomme_, gli (lo) mise nome; _Giuseppe 'a Veretà_, Giuseppe la Verità. Il De Ritis scrive _sub_ LA:--«Spesso, nella pronunzia, la L viene totalmente abolita, e talvolta benanche nella scrittura, comunque i buoni autori se ne guardino, specialmente nella prosa; e se accade, che l'usino in poesia, a mera licenza o (a dir meglio) poltroneria, vuole attribuirsi. Pure, non mancano scrittori, che di questa aferesi si compiacciono, la quale il dialetto napoletano col comune italico potrebbe mettere a paragone, come il portoghese col castigliano; e, nella veneranda archeologia, come l'attico col comun greco. Checchè ne sia, il Del Piano non altramente elaborava le sue canzoncine spirituali, se non con questo sistema:
«Chi p' 'a famme ss'allamenta, Chi p' 'a sete e chi p' 'o fuoco... Che seccà' ve pozza 'a lengua...
«E così sempre. Egli è chiaro, che gli articoli, così attenuati alla semplice vocale, esigono uno strascico e quasi una duplicazione di pronunzia».--Il cavaliere Raffaele D'Ambra scrive poi:--«L'_a_, in luogo dell'articolo _la_, si tollera nel dialetto parlato; ma è un errore nella scrittura, dove si ha a segnare tutto intero».--«Grecamente del _la_ articolo, mangiasi l'_l_ nella pronunzia plebea. Esempii: _A mamma_, la mamma; _a scuffia_, la cuffia. Ciò sarebbe errore nella scrittura».--Sarebbe errore, è errore! perchè? Se così si dice, e non altrimenti? E che c'entra la Grecia? Ci avevamo la lingua scritta e la parlata: ora, il D'Ambra ci vuol regalare anche il dialetto scritto ed il parlato, tanto per aumentar la confusione. Questo dialetto scritto, diverso dal parlato, non altro sarebbe se non un gergo convenzionale: e tale è pur troppo; giacchè piace al più gli scrittori vernacoli di storpiar del pari la lingua aulica e lo idioma domestico. In Napolitano si dice quasi sempre _'a_ e non _la_; _'o_ (oppure _'u_) anzichè _lo_ e _la_, semprechè la parola seguente cominci per consonante. Se ne' canti popolari si usasse _lo_ e _la_, i versi zoppicherebbero quasi tutti. Così pure si dice _'e bacche_ e non _le bacche_ (le vacche); _'e bitelle_ e non _le bitelle_ (le vitelle).
[6] _Accussì_, così.
[7] _Li spiava_, le chiedeva. _Spià'_, chiedere, domandare, interrogare. Vedi _Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di Leggi | nella R. Università di Napoli || In Napoli MDCCLXI | Nella stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori_. Achille dice a Grammegnone (Agamennone):
Spia un a uno (e bide che te dice): Sì li trojane l'erano nemmice?
Gregorio De Micillis scrive:--«Nell'edizione Simoniana delle _Poesie varie_ di questo autore, e ne' suoi _Sonetti in dialetto patrio_, da me pubblicati l'anno 1789, leggesi _Capassi_, e non _Capasso_, e male; perchè in tutte le sue lettere, ed in altre scritture di sua mano, egli sottoscrisse sempre il suo cognome coll'_o_ in fine e nommai coll'_i_, come, affettando un certo fiorentinismo, sogliono praticare i moderni. Il nostro Grandi, nell'eccellente trattato dell'_Origine de' cognomi gentilizî_, condanna questo abuso e ne fa vedere l'irragionevolezza con pruove, che non ammettono risposta. Vedilo alla pag. 284 e seguenti della detta Opera.»--Così può leggersi ne _Le opere | di | Niccolò Capasso | la maggior parte inedite | Ora per la prima volta con somma diligenza raccolte, | disposte con miglior ordine | e di Note | ed Osservazioni arricchite | da Carlo Mormile |. Si è aggiunta in questa prima compiuta edizione | la vita dell'autore nuovamente scritta | da Gregorio De Micillis. | Volume Primo. || In Napoli MDCCCXI. | Presso Domenico Sangiacomo | Con licenza de' Superiori_. Pure, malgrado la disapprovazione del Grandi e malgrado tutte le buone ragioni, che consiglierebbero a mantenere inalterati i cognomi, li vediamo continuamente alterati da noi e nella scrittura e nella pronunzia, o per fuggire equivoci osceni, o per ingentilirli e per ravvicinarli al tipo aulico, o per altre cagioni. Così, per esempio, il sommo storico Carlo _Troya_, voleva il suo scritto con l'_y_ anzichè con l'_i_ o con la _j_. Le famiglie _Culosporco_, _Stracazzi_, _Figarotta_, si fanno ora chiamare _Colosporco_, _Stragazi_, _Fecarròta_. Il commendator _Marvasi_, era figliuolo e fratello di _Marvaso_. Un _Torelli_, di origine albanese, giornalista, padre di un noto commediografo, è fratello e zio e figliuolo di tanti _Turiello_. Conosco un _Rossi_, ch'era fino a pochi anni fa semplicemente _Russo_. Gl'illustri Silvio e Bertrando _Spaventa_ appartengono ad una famiglia _De Laurentiis_, la quale cominciò a farsi chiamare _De Laurentiis-Spaventa_, quando entrò in essa l'ereditiera della famiglia _Spaventa_; in poche generazioni il cognome originario s'è obliterato ed è stato surrogato del tutto dallo avventizio. Mille altri casi simili potrei citare.
[8] _Isso_, masch. sing. _Iessa_ femm. sing.
[9] _Ssi prisintava 'ô Re; dicette 'nfacce 'â mugliera_ (Vedi più giù nel conto intitolato: _'E corna_). Quell'_ô_ e quell'_â_ si hanno a pronunziar lunghe e sono contrazioni di _a 'o_ ed _a 'a_, cioè _allo_ ed _alla_. Nel racconto di Viola troveremo: _e 'o dicette 'ê sore_; cioè: alle sorelle. _'Ê_, contrazione di _a 'e_.
[10] _Chiatte_, grasse. Evidentemente da πλατὐς, εïα, ὐ: largo, amplo. Anche i greci chiamavano πλαταïς i corpulenti, gli aitanti della persona. Nunziante Pagano, parafrasando la Batracomiomachia d'Omero, fa dire a Sfrattafrecole:
E a 'st'ommo, a 'st'ommo dico, gruosso gruosso, Co' piede e gamme e corpo accossì fatto, Ch'affronte a nuie porrisse dì' coluosso, Ossuto o luongo o curto o sicco o chiatto, 'Ncopp'a lo lietto saglio, niente scuosso, E lieggio bello mme l'accosto guatto, E doce doce, se dorme cojeto, Le roseco lo dito e no' lo sceto.
[11] _Currivo_, sdegno. La parola ha anche altri sensi, per esempio, quello, che si rileva dal seguente brano del _Fuggilozio_ del Costo:--«Vengon biasimati coloro, che vergognandosi di negare a chiunque lor dimanda, patono in quell'istante la penitenza del lor fallo, perchè, donando a chi non vorrebbono, donano con pentimento e con dispiacere grandissimo. E, quel ch'è peggio, si è, che questi tali non sono poi meritevoli del titolo della liberalità, sì come dottamente vien definito da Aristotele, ma son chiamati, com'usa in Napoli, _corrivi_.»--
[12] _Nce 'o_, (ce lo) glielo; ma s'ha a prununziare _nciò_, in una sillaba e con l'_o_ stretta.
[13] _Le facette_, fece loro.
[14] Con queste interjezioni si accompagna quel gesto volgare, che indica _un palmo di naso_. Quindi--«rummannettero _to to_»--equivale a:--«rimasero con un palmo di naso.»
I. bis.--GIUSEPPE 'A VERETÀ.
(_Variante del conto precedente_)
(_Raccolta anch'essa in Pomigliano d'Arco_)
'Na vota nce steva 'nu signore, ca pe' guarzone[1] teneva 'nu massaro[2], ca sse chiammava Giuseppe e nun diceva nisciuna buscìa. Ogne matina ieva addò[3] chillo Signore e sse pigliava 'ô cafè[4] e deceva:--«Baggiorno,[5] padrò.»[6]--«Baggiorno, massa': e baccarelle[7] comme stanno?»--«Chiatte e belle.»--«E Corna r'oro[8]?»--«È fatto comm' a 'o toro»--E ogne matina sse faceva sempe 'a stessa storia. 'E signure[9] ievano sempe a piglià' 'o cafè addò chillo signore; e chisto faceva canoscere a tutte com' isso teneva 'nu servo, ca deceva sempe[10] 'a veretà. 'E signure recettere:--«Ebbe', nui recimmo, ca 'o servo tujo pure rice 'na buscia.»--Respunnette isso;--«Che nce vulimmo scummettere, ca chillo rice 'a veretà?--«Scummettimmece a 'na massaria.»[11]--Sse ne scennettere 'a coppa addò chisto signore e mannavane 'na figliola addò Giuseppe. Iette chesta e le rice:--«Te ronghe[12] ciento rucate e acciri a Corna r'oro?»--Giuseppe respunnette:--«l'acciro a Corna r'oro? e po', quanno vaco 'ngoppa addò 'o signore, rico 'a buscia?»--Rice:--«Te ronghe ruiciento rucate.»--«No.»--«Te ne ronghe mille.»--«No!»--«Cincumila.»--Giuseppe accirette a Corna r'oro e chesta femmina sse ne iette. Isso po' n'aveva[13] comme ricere e penzava:--«Mò', quanne è dimane, Giuseppe a' Veretà ha da ricere 'a buscìa. Basta, mo' rico: _È binuta 'na figliola, ca cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje;[14] e allurtemo ièssa rise e i' risi, e Corna r'oro pe' iessa haggio acciso_.»--Iette addò 'o signore 'a matina:--«Baggiorno, padrò'.»--«Baggiorno, massa'. 'E baccarelle comme stanno?»--«Chiatte e belle.»--«E Corna r'oro?»--«Padrò', è binuta 'na figliola, ca cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje, e all'urtimo iessa rise e i' risi, e Corna r'oro pe' iessa haggio accise.»--«Ebbiva Giuseppe 'a Veretà, ebbiva!»--sse mettettere alluccà'[15] tutte quante. E accussì sse canuscette averamente[16] chi era Giuseppe.