XII conti pomiglianesi con varianti avellinesi, montellesi, bagnolesi, milanesi, toscane, ecc.

Part 2

Chapter 22,663 wordsPublic domain

Le noterelle poi saranno di due specie. Alcune mitologiche, nelle quali indicherò i riscontri Italiani, che mi sovverranno alla memoria, trascrivendone un certo numero, quelli cioè, letterarî o popolari, che sono desunti da novellieri o da raccolte meno facili a trovarsi in commercio. Forse avremmo fatto meglio a trascriverli tutti (ma ci trattenne paura d'ingrossar troppo il volume) ben sapendo quanto torni comodo ed utile, l'aver così tutte le varianti d'una tradizione raccolte insieme. Le altre noterelle saranno filologiche, in cui spiegherò alcune forme grammaticali od alcuni vocaboli, studiandomi sempre di aggiungere qualche esempî, cavati dagli scrittori vernacoli; non foss' altro, per invogliare a leggerli. Sì le une che le altre sarebbero state più abbondanti e forse migliori, _in numero più spesse, in stil più rade_, se non mi fossi trovato a far questo lavoro in campagna, e quindi costretto a contentarmi di soli pochissimi libri miei, senza neppur modo di ricorrere alle biblioteche pubbliche o private più ricche, e quel, ch'è peggio, distratto da ufficî amministrativi e da lotte elettorali politiche. Avrei riparato durante la stampa, se questa non avesse avuta luogo in massima parte nel periodo di vergogna nazionale, che tutt'ora dura; nel quale, l'animo esulcerato dal vedere ministri i Luciani ed i De-Mata, nel vedere profanato il santuario dello stato da una genia ribalda di camorristi, nel vedere l'Italia e la Monarchia _venute in man degli avversarî loro_, non mi lascia attendere serenamente agli studî. Dirò anch'io, in principio di queste annotazioni, quel, che Monsignor Bottari diceva delle sue alle Lettere di Fra Guittone:--«Queste note avranno senza fallo bisogno di tutto il vostro compatimento, cortesissimi Lettori; e lo incontrerebbero, son certo, se sapeste come e quando mi è stato forza di farle; ma il qui narrarlo nulla rileva; e forse sarebbe creduta da alcuni una delle solite cantafavole e consuete querule scuse degli autori, per cui con la strettezza del tempo o con la moltiplicità d'altri diversi affari tentano di ricoprire i proprî difetti. Questo compatimento voglio piuttosto implorarlo ed eziandìo sperarlo, dalla vostra discretissima benignità e gentilezza, che da altre scuse e ragioni, quantunque solide e vere e non mendicate».--E qui mi occorre ringraziare il cav. Giovanni Papanti, il quale s'è benignato di trascrivere per me di proprio pugno la novella del Malaspini, che ristampo; il prof. De Blasiis, il quale mi ha dato la lettera del Zambelios, citata in nota al conto di _Villa_; e quanti, insomma, mi hanno benevolmente ajutato.

Rinnovo la protesta, fatta pubblicando i due volumi del Saggio di _Canti popolari delle provincie meridionali_, cioè di non esser mosso minimamente da passioni municipali o regionali, come altri forse, nel raccogliere ed illustrare questi documenti della fantasia delle popolazioni napolitane; anzi solo dallo amor della patria comune e degli studî dialettologici e demopsicologici. Difatti, metto mano alla pubblicazione di conti napolitani, soltanto dopo aver dato alla luce una _Novellaja milanese_, raccolta di esempî e panzane lombarde, ed una _Novellaja fiorentina_, raccolta di fiabe e novelle toscane. Non senza un perchè mi piace avvertirne il lettore. Il quale vorrà scusarmi, se, per parte mia, sono incorso in qualche errore: ma questo benedetto dialetto napolitano, io, che pur son nato in Napoli, l'ho imparato adulto e su' libri, non da fanciullo e nell'uso. E nessuno, checchè vaneggino parecchi, potrà mai dirsi veramente padrone, se non del solo linguaggio succhiato col latte materno; il quale, per me, è questo gergo qualunque, nè napoletanesco, nè toscano, in cui scrivo adesso; sufficientissimo, voglio pur dirlo, a tutti i miei bisogni civili ed intellettuali. Neghi altri l'Italiano: io, che il posseggo, non posso negarlo.

IMBRIANI[11]

NOTE

[1] Taverna Nova è una borgata, che va in parte col comune di Pomigliano d'Arco, in parte con quello di Casalnuovo di Napoli ed in parte con quello d'Afragola. Dice una canzone popolare:

Taverna Nova, aria gentile, A chi 'no inasto, e a chi 'na 'nnamorata! [_Var._ A chi 'no vaso, e a chi 'na massaria.] Quanno la mano 'mpietto mme calaste Io te dicietti:--«Fa chello, che buoje!»-- . . . . . . . . . . . . . . Per obbedire a li comanne tuoje.

[2] _Pomigliano_, prima _Pumigliano_, che i Napoletani ora corrottamente dicono _Pompigliano_; e così la chiama anche il dottor Raffaele Castorani, professore d'oftalmologia nella Università di Napoli in un _Mémoire sur l'extraction linéaire externe, simple et combinée de la cataracte (Paris. Baillière, 1874)_. Volgarmente vuolsi fondata da Pompeo Magno, con etimologia assurda, giacchè, quand'anche fosse da preferir la forma _Pompigliano_, deriverebbe da Pompilio e non da Pompeo. Altri vuol, che il nome venga da _pomi_ e _llano_, vocabolo spagnuolo, quasi: _pianura de' Pomi_; e le armi parlanti del paese sono appunto un pomo; ed in mezzo al mercato c'è una colonna con sopra una cestella di pomi in marmo. Ma il paese non è niente affatto celebre per le frutta ed è più antico della dominazione spagnuola, nè la formazione è possibile. Il Flechia trarrebbe il nome da _Pomelianum_, *_Pomelius_.--«Questo nome è reso probabile da POMELIANUS (IN. 1925) gentilizio, che sta a *_Pomelius_, quale p. e. i gentilizî _Curtianus_ a _Curtius_, _Flavianus_ a _Flavius_, _Marianus_ a _Marius_, _Nerianus_ a _Nerius_, ecc. (cf. Hübner. _Ephem. epigr._ II. 30 e sgg. ). Da _Pumidianum_, _Pumidius_ (IN.), sarebbe più verisimilmente venuto *_Pumijano_, indi.... *Pomiano».--L'aggiunto _d'Arco_, che si ritrova anche nel nome della _Madonna dell'Arco_, (dov'ora è il Manicomio provinciale); di _Santa Maria dell'Arcora_, chiesa in Afragola; di Via _Arco Pinto_ (_ibidem_) ecc.; viene da' ruderi dello antico acquedotto di Serino. _Per la gloriosissima Madonna dell'Arco_, c'è un madrigale di Giambattista Basile, il Pigro.

Dissi: «L'Iride mia, «Arco divin, tu sei, «Mentre i miei dì rischiari, ombrosi e rei».-- Or, che da te s'invia Strali di grazie al core, L'arco dirò, che sei del vero amore.

[3] Per dare un'idea delle etimologie fantastiche, assurde, che vengono universalmente accettate però dal volgo, ricorderò quella di Casoria da _Casa aurea_; e di Afragola (piano) da _fragola_ (sdrucciolo) con l'_a_ privativa, per non trovarcisi fravole! Ed Afragola ha di fatti per istemma parlante una mano, che tiene una fravola pel gambo.

[4] L'_Acerra_, Acerra. Quasi tutti i nomi di paese, che cominciano per A, si adoperano ne' vernacoli Napolitani con l'articolo, evidentemente, perchè, la iniziale è stata scambiata con l'articolo femminile dal volgo. Gli scrittori hanno seguito questo andazzo, e troviamo scritto: _La Cerra_ e _l'Acerra_, _la Matrice_ e _l'Amatrice_, _l'Atripalda_ e _la Tripalda_, _l'Afragola_ e _la Fragòla_ o _la Fraola_, ecc. ecc. Andrea Perruccio ha detto:

Comm'a 'na mummia Tartarone resta, Comme a 'n ommo de paglia 'mmottonato. Parla, spapura, pezzo de 'n Anchione, Ca de la Cerra pare 'no pacione!

Il nome dell'Aquila ha serbato sempre la sua integrità, perchè l'accento cadeva appunto sull'_a_.

[5] I nomi di luogo in _o_ ed in _i_, (Napoli, Pomigliano, San Pietro a Patierno, ecc.) sono tutti e sempre maschili nel vernacolo.

[6] Trascrivo, modificando la sola punteggiatura, dalla edizione originale rarissima del M.D.LXXXII. L'edizione di Lipsia del M.DCCC.XXX (curata da Adolfo Wagner) e la ristampa fattane a Milano nel M.DCCC.LVIII (curata da Carlo Teoli ossia Eugenio Camerini) sono due vituperi, e ridondano di mutazioni arbitrarie e di correzioni spropositate, le quali rendono incomprensibili molti punti del capolavoro, e lo sfigurano sempre. Chi voglia edificarsi su questo punto, dia un'occhiata al mio _Natar II, Lettera a Francesco Zambrini sul testo del Candelajo di Giordano Bruno_. Ecco un piccol saggio de' principali svisamenti, fatti nelle sole poche linee di questa narrazione: _Oste_ (invece di _hosto_, come dicevasi generalmente nel cinquecento)--_Vincere_ (invece di _vencere_, forma napolitana).--_Avetene che non siino_ (invece di: _hauetele_; perchè poi?)--_Rispose di no_ (invece di: _rispose de non_).--_La senape_ (invece di: _il senapo_; dice il Basile nella _Scompetura de lo Cunto de li Cunte_:--«E si mme saglie lo senapo, meglio che te pigliasse rota de carro.»)--_Pallamaglio_, _morella_ (mentre il testo ha: _pall' e maglo_, _mirella_).--_Udii_, _giochiamo_, _giocarai_ (dove il testo reca: _vdiui_, _giocamo_, _giocarrai_).--_Id est_ (invece di: _ideste_; quasi che i camorristi dovessero parlar latino ammodo!)--_Eh che giochi_ ecc. (trasformando sempre in interiezione la congiunzione _et_.)--_Spaccastrammola._ Che diavolo poi il Wagner, il Camerini ed il Berti (che cita appunto questo brano come saggio della vivacità dello scriver del Bruno), intendessero per _spaccastrammola_, ignoro! Vattel'a pesca! _Spaccastrommola_ sì, so cosa significa.--«I ragazzi»,--dice il Galiani--«collo _strummolo»_--plurale _strommola_: Basile, Egloga VIII: _Secoteja, ch'a lo tuorno | Sse faceno le strommola_ (Proverbio)--«ch'è la trottola, fanno un gioco. Colui, a cui cade la sorte, tira prima il suo; e gli altri, mentre questo ruota, vi tirano sopra per ispaccarlo. Or tirando con forza, vanno queste strommola sbalzando con furia e a rischio di dar sul viso a chiunque stiasi vicino. Onde si dice _a spaccastrommola_, che dinota: _alla cieca e colla maggior confusione e disordine_»--e cita il verso del Fasano, nella traduzione della _Gerusalemme._ Canto I, stanza XXXI: _Vanno a la spaccastrommola le cose._ Anche il Capasso, nella satira contro il Gravina, ha detto: _Mme pare a mme, ch'a fà' 'sta Babelonia | Nce vo' assai manco, ch'a tirà' 'na sciaveca | A fa' li vierze tutte de 'na petena | A farel'e a tempesta e a spaccastrommola_. Vedi _Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di leggi | Nella Regia Università di Napoli. || In Napoli MDCCLXI | Nella Stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori_, dove, in nota, la locuzione è spiegata per--«Alla rinfusa, inconsideratamente».--Giulio Cesare Cortese, in un'epistola a Notar Cola Maria Zara: _Mentre iocammo 'nzembra a spaccastrommola._ Fra Jacopone da Todi ha detto:

Non si conviene a Monaco Vita di Cavaliere; Nè a Veterano stombolo; Nè a Chierico sparviero. Predichi pur Teologo, Et doli el Carpentiere; Va per siroppi al Medico, Per pelli al Pellicciere.

Ed il Tresatti annota:--_«Stombolo_, quell'istrumento di legno, com'un pero, col quale giocano i putti, facendolo girare, chiamato altrimenti _rozzolo_ o _pirlo_, e da' Latini _trochus»_.

[7] Sarei stato certissimamente e senz'alcun dubbio costretto a sclamar ancor io, come l'osto pomiglianese: _Mai vdiui di tal gioco_; se l'allusione e l'equivoco osceno non mi fosse stato rischiarato dalla Finestra quinta di: _Il | Novo Parlatorio | delle Monache | Satira Comica | di | Baltassaro Sultanini | Bresciano. | Nuovamente ristampato in questo anno 1677 | con vn aggiunta curiosissima del medesi- | mo Auttore, che si trova in un'età | di sessanta tre anni._

[8] Errore di prosodia, nel quale del resto è cascato anche alcuno de' più celebri (io direi: famigerati; _non illustres, famosi_) verseggiatori nostri contemporanei. _Viaggiare_ non può non farsi quadrissillabo sempre.

[9] Altro erroruzzo di prosodia. Anche qui la dieresi era d'obbligo. _Milioni_ è e può solo esser quadrissillabo.

[10] Non mancano in Pomigliano cultori del dialetto; nè so resistere alla tentazione di riprodurre qui una satira, il _brindisi de' galeotti_, composta da un valentuomo ne' giorni scorsi, in occasione della grazia al De Mata ed altri simili scandoli.

Vuagliune ammartenate de 'stu core, Songhe fernute 'e juorne de li pene! 'Ngoppa 'a Giustizie e Grazie 'nu signore Sta, ca nce vo' sferra' da li catene. Ha verute, ch'è scuorne e ciucce arrore Nun fare chelle, che sse po' de bene. 'O Ciele 'o benerice! 'E schitt' argiente Ss'avrie da fa' 'na statue a 'stu purtiente!

Isso, verace figlio de la terra, Ch' è stato de lanterna a tutt' 'o Munne, La bona sciorte p' 'e capille afferra E a auta voce rice chiare e tunne: --«L'ommo n'è fatto pe' sta' sempe 'nguerra, «Nè per avere tutto a ssè secunne. «E nuje vulimme, comme 'e surecille, «Tenè' li carcerate 'inte 'e mastrille?»--

'Nu letterate 'ruosse raccuntave, Ch' a piezze sse faceve 'u malandrine Primme, se sule 'nu schiaffone rave O a lu barone nun faceva 'nchine. Ch' 'e (_con le_) fune, 'o fierro, 'o fuoche, sse restavo Mieze muorte lu povere schiappine, Che pe' la famme aveva a 'o calavrese Scippate 'ngoppa 'ô juoche 'nu tornese.

'Nu taliane nobbele e rettore Scrivette: _Comme mo' sse mange cheste? Chi accire e arrobbe tene 'mpiette 'o core. Sia cunnannato, ma nu' leste leste! Muorto de famme e strazie e de dolore Comme a 'nu cane è puosto into a caneste._ 'E nuoste, 'e Magnasive, Angrise e tutte Luvarene 'ste pene e chilli lutte.

E mo', ch' 'e belle tiempe so' benute, Che sciure e frutte nascene 'a pe' lore, Che simme fratacchiune 'rrevenute, C' 'o cielo 'mmece 'e l'acqua chiove l'ore, Vulimme i' 'nnanze e fa' ca' li patute Cantene d'alterezze tutte a core? Eh vive 'à lebbertà, fore 'e cancello Da 'o Fische cchiù nun s'hanno li panelle.

Avêre iè (_vero è_) cu n'avimme, a iesse' 'ngrate A unurare in chistu gran cunvite, Chille, che nce hanno tanto reparate. Veve 'â salute 'e tutte; e auze 'o rite 'Ruosse, e repete: _Juorne furtunate A lu Ministre nuoste prià' ve 'nvite. Si resta 'natu poche 'stu guvierne Annure jamme de state e de vierne._

[11] Il prof. Francesco d'Ovidio, annunziando nella _Rivista di Filologia e d'Istruzione classica_, il prezioso opuscolo del mio illustre maestro Giovanni Flechia su' _Nomi Locali del Napolitano, derivati da gentilizî Italici_, mi vorrebbe fare stimar da' leggitori di quel periodico (_pochi ma valenti_, come i versi del Tosti) troppo più ciuco di quanto sono. Mi rimprovera di:--«sperare di dovere il mio cognome alla fata meridiana (in napolitano la _'Mbriana_.)»--Dio buono! ricordo, sissignore, d'aver detto questa corbelleria: ma sedendo ozioso in un caffè, per celia, per mero scherzo; ned avrei immaginato che uno, il quale mi si dice amico, potesse rinfacciarmi, come opinione seria, un bisquizzo, una facezia scipita, uno scherzo, una freddura, una etimologia lunatica! Mi si lasci aggiungere, che non mi par giusta la ingegnosa derivazione d'_Imbriani_ da _Amaredianum_, arzigogolata dal Flechia. Il nostro cognome non è propriamente napolitano, anzi si trova tuttavia in Capua (Giulio Cesare Imbriani fu giureconsulto illustre del cinquecento) in Roccabascerana ed anche nell'Umbria. Tradizione di famiglia è, che sia corruzione d'Umbriano; ed in tal forma il nome s'incontra, se non erro, persino nelle tavole eugubine. _Umbriano_ starebbe ad _Umbro_, come _Costantiniano_ e _Valentiniano_ eccetera a _Costantino_ e _Valentino_, che sono tutt'una cosa con _Costante_ e _Valente_; ma c'era questa tendenza ad allungare i nomi; e, se mal non mi ricordo, ho letto su questo fenomeno sedici anni or sono una bellissima lettera autografa del Borghese, ch'era nelle mani di un professor di Berlino. Per me, ritengo _Imbriani_ derivato dal gentilizio antico _Imber_; e rammento di aver letto, non so più in quale antico scrittore, d'un _Imber Ater_ (_horrendi ominis nomen_) sollevato a non so che onori. Da _Imber_ sarebbe venuto _Imbrius_ e poi _Imbrianum_, nome locale, trasformato quindi in cognome. Da _Imber_ abbiamo pure _Imbrinium_, luogo del Sannio, mentovato da Livio, (VIII.XXX): _Q. Fabius, cum post profectionem dictatoris per exploratores comperisset, perinde omnia solata apud hostes esse, ac si nemo Romanus in Samnio esset, seu ferox adolescens indignitate accensus, quod omnia in dictatore viderentur reposita esse, seu occasione bene gerendae rei inductus, exercito instructo paratoque ad_ IMBRINIUM, _ita vocant locum, acie cum Samnitibus conflixit_. Imbrinio vien certamente da Imbre e forsanche Imbriani potrebb'essere corruzione d'_Imbrinianus_ (sostituendo per contrazione, _Imbrignani_, forma più naturale). Due torrentelli, che si veggono andando da Sammartino-Valle-Caudina a Pannarano, si chiaman tuttavia col nome caratteristico d'_Imbrianelle_.

I.--GIUSEPPE 'A VERETÀ[1]

(_Versione raccolta in Pomigliano d'Arco_)

'Na[2] vota nce steva 'na mamma e teneva[3] 'nu figlio, ca ssi chiammava Giuseppe; e pecche nu' diceva nisciuna[4] buscìa 'o[5] mettette nomme _Giuseppe 'a Veretà_. 'Nu juorno, ammente 'o stava chiammanno, ssi truvò a passa' 'o Re; e, verenno, ca chella mamma 'o chiammava accussì,[6] li spiava:[7] --«Neh, pecchè 'o chiammi _Giuseppe 'a Veretà_?»--«Pecchè nu' dice nisciuna buscìa.»--Allora 'o Re decette, che 'o vuleva cu' isso[8] e 'o mettette a guardà 'e bacche. E ogne matina Giuseppe sse presentava 'ô[9] Re e deceva:--«Servo di sua Maestà»--'O Re respunneva:--«Addio, Giuseppe 'a Veretà. Comme stanne 'e bacche?»--«Fresche e chiatte.[10]»--«Comme stanno 'e bitelle?»--«Fresche e belle»--«Comme sta 'o toro?»--«Ancora.»--E accussì faceva ogne matina. E 'o Re 'o ludava 'nnanze a tutt' 'e cavalieri, tanto, ca chisti sse sentevene currivo[11]; e 'nu juorno, pe' fa' truvà' Giuseppe busciardo, nce mannarene 'a ronna, che cu' 'e parole ssoje duveva fa' accirere 'o toro. Giuseppe tanto fu priato, che l'accerette; ma po', sse truvava 'mbrugliato, comme avev'a ricere 'ô Re. Mettette 'o cappotto ssujo 'ngoppa a 'na seggia; e fingeva, ca chillo fosse 'o Re: e diceva:--«_Servo di sua Maestà_==_Addio, Giuseppe 'a Veretà. Comme_ _stanno 'e bacche?_==_Fresche e chiatte_.==_Comme 'e bitelle_?==_Fresche e belle_.==_Comme 'o toro_?==_Ancora_.==Ma no; nu' ba buono! po' rico 'a buscia! Quanno 'o Re mme demanna comme sta 'o toro, io nce 'o[12] dico ch'è muorto».--Sse presentava 'ô Re e decette:--«Servo di sua Maestà»--«Addio, Giuseppe 'a Veretà. Comme stanno 'e bacche?»--«Fresche e chiatte.»--«Comme 'e bitelle?»--«Fresche e belle.»--«Comme 'o toro?»--«Ssua Maestà, è benute 'na ronna; e, co' 'e maniere ssoje, mm'ha fatto ammazzà' 'ô toro. Perdunateme».--'O Re respunnette:--«Bravo Giuseppe 'a Veretà.»--Chiammava 'e cavalieri ssuoi; e le facette[13] canoscere, comme chisto aveva ritto nisciuna buscìa ancora. E accussì Giuseppe rummase sempe c' 'o Re; e iè cavalieri rummanettere _to' to'_[14], pecchè non avevene ricavate niente 'e chello, che avevene penzate.

NOTE