Part 3
— Sì, proseguì spietatamente la contessa Galli, il mondo direbbe questo. Sarebbe una menzogna; ma alcuni la crederebbero. Non quelli che ti conoscono... non io, appunto perchè più di ogni altro ti conosco; perchè sei mia figlia, perchè è impossibile che tu cada.
Tacque un istante, sopraffatta dalla sua emozione, dal segreto terrore che sorgeva e cresceva in lei davanti all'attitudine atterrita di Diana, davanti al suo curvo capo, al suo silenzio disperato.
— Questo solo è impossibile, proseguì concitata. — È impossibile per te. Fra tutte le sventure che possono accadere ad una donna, questa è la peggiore. Bada, parlo di noi, donne oneste, che abbiamo una fede, che amiamo il bene, che soffriamo del male, anche se lo commettiamo. Non siamo fatte per il peccato, quand'anche peccassimo. Il suo orrore ci ucciderebbe, prima o poi. Ed io vedi, io, tua madre, preferirei saperti morta! Ma non dico questo per te, Diana! Io lo so... tu lo sai pure che non puoi cadere!
Tremò visibilmente, nella gloriosa audacia di quell'asserto. Diana alzò sulla madre uno sguardo spento. — Così era infatti. E per ciò appunto; come dirle il vero?
Non lo disse. Tacque.
— Allora, continuò la vecchia signora, cercando di frenarsi, ti rimane aperta una sola via. Tornare con tuo marito.
Diana si ribellò.
— Ma non lo amo, intendi?
— Il dovere non si chiama sempre amore. Ed egli è tuo marito.
Certo. Leone era suo marito. Di lì, non si esciva!
Diana si sentì invasa da una lassezza infinita, incrociò le mani sulle ginocchia con un gesto di scoramento che parve all'illusa madre un principio di rassegnazione. — Rianimata da quella speranza, prosegui con accento non più austero ma affettuosissimo:
— È una sventura che tu non l'ami, figlia mia. Ma si può vivere senza l'amore. Pur di volere, gagliardamente, ad ogni costo. Sii forte e per poterlo essere; prega. Dio ti darà la forza, ti darà la pace, ti darà forse la grazia che gli ho sempre chiesta per te, la grazia che tanto muta, tanto appiana nel cuore della donna, ti darà la maternità.
La maternità! pensò Diana. Sì. Ma a qual prezzo...!
Non parlava più, ora, persuasa di aver detto tutto ciò che poteva dire, compresa dall'onta di ciò che l'era d'uopo tacere, spaventata dalla gravità dell'ammonimento che la previdenza materna aveva celato sotto l'apparenza di una lode, convinta, nell'intimo del cuor suo, dell'inesorabile vero delle materne parole. Ma convinta pure e con pari forza di convincimento di amare Alberto, di non amare Leone e di non poter vivere con lui, senza amarlo.
* * *
— Ho inteso; disse lietamente Leone a sua suocera, il giorno prima della partenza di questa, ho inteso. Va tutto benone. Ora, lasci fare a me.
La contessa Galli non bramava però ch'egli dasse troppo ampia latitudine alla relazione testè fattagli del colloquio con Diana. Le pareva ch'egli corresse alquanto la posta.
— Ma bada, sai, ti raccomando. — Non ho mica detto che Diana...
— Eh! non importa. Ho inteso, le dico. La conosco sa, è una buonissima creatura, un po' testarda è vero ma a saper fare, se ne viene a capo. Non ammetterà mai, a voce, di rinunziare a una sua idea, ma poi... s'intende, capirà anche lei! E tanto meglio se non ci sono spiegazioni fra noi, le ho sempre aborrite anch'io. Così; ce le risparmiamo a vicenda. Si mette una pietra sul passato e non se ne parla più. È la più bella soluzione che si possa immaginare.
— Intendo. — Ma capirai che ora, naturalmente, la questione è sempre abbastanza scottante, per cui ci vorranno dei riguardi speciali e...
— Diavolo! lo so anch'io. Oh che sono un ragazzo? Naturalissimo! Diana è nei suoi diritti. Per conto mio, la intendo benissimo. Creda, sono proprio dolente delle mie... ehm. Del resto, tutti capricci, sa, roba di passaggio — Le ho sempre voluto bene, anche allora! Scappate, nulla più. A volta anche Diana (mi scusi veh...) era un poco freddina, non c'intendevamo. Mentre ora, si è fatta tanto carina in questi ultimi tempi, ha acquistato un certo non so che, un _chic_, un sentimento che non aveva, anni sono. E poi, sarei proprio un ingrato, dopo le tante cure che mi ha prodigate. Sento che saremo proprio felici!
— Sì, ma...
— Che ma d'Egitto, lasci fare a me, le ripeto. Vedrà che belle novità le porteremo a Monsoldo, questo autunno!
Rideva, d'un bel riso sonoro di convalescente felice, baciando, da genero galante, la magra mano di sua suocera.
La contessa Galli aveva avuta parecchie volte, nei giorni scorsi, una mezza voglia di ritardare la sua partenza. Non era al tutto contenta nè della muta, accigliata docilità di Diana, nè dell'assoluta fiducia di Leone in una già avvenuta soluzione della crisi. Le pareva che tutto andasse troppo bene. — Ma d'altra parte, a che avrebbe giovato una più lunga dimora alla Morletta? Ora, toccava a loro due! Forse, suo genero non aveva torto, meglio lasciar fare a lui, cioè no, a Domeneddio. Ella aveva fatto quant'era in poter suo per preparare la via ad una completa riconciliazione, il resto verrebbe forse da sè.
Partì e nel lasciare sua figlia, che l'aveva accompagnata alla stazione, le mormorò all'orecchio una calda preghiera.
— Farò quel che potrò, rispose Diana a stento, con voce cupa ed alzando le spalle.
La contessa Galli avrebbe forse voluto aggiunger qualcosa ma il treno si metteva in moto ed ella ebbe a mala pena il tempo di dare un bacio, l'ultimo, a sua figlia.
* * *
Otto giorni dopo i Rezzano ebbero una bella visita.
Alberto Mentana, il quale si recava a Milano per le corse, ebbe la gentile idea di allungare alquanto il suo viaggetto, recandosi alla Morletta, per costatare, _de visu_ la perfetta guarigione dell'amico.
Rimase soltanto a colazione, resistendo a tutte le insistenze di Leone, perchè si trattenesse almeno un giorno intiero. — Ma quelle due ore furono proprio piacevolissime, si fecero grandi progetti per Rezzano, ove si ritroverebbero tra breve. Leone pregò l'amico di aiutarlo a convincere quella testarda di sua moglie che voleva sempre ritardare la partenza per Rezzano, temendo per lui la fatica del viaggio. Come se non fosse guarito ora... perfettamente guarito! Si stava freschi a dar retta alle donne e alle loro paure!
Leone parlò molto di sua moglie, con una specie di lepida insistenza, piena di buon umore. Narrò a lungo della sua malattia, delle infinite cure prodigategli dalla sua infermiera.
Alberto ascoltava, sorridendo, coll'occhio alquanto socchiuso.
— Allora... a rivederci a Rezzano, disse nell'accomiatarsi e rivolgendosi alla moglie dell'amico.
Non eran rimasti soli un secondo, non s'erano scambiati una parola furtiva, ma Diana, colla mano ancora tremante della stretta di addio che Alberto le aveva data al momento della partenza e sotto gli occhi del marito, sapeva di certa scienza che non certo in Alberto avrebbe trovato un ajuto contro sè stessa e ch'egli l'amava ormai senza pietà nè misericordia!
V.
— Allora, diciamo martedì eh? Va bene, martedì prossimo.
S'era al sabato.
— Martedì, ripetè Diana lentamente, come trasognata.
— Sì. — Martedì. — Sono stufo di star qui che non ne posso più e voglio trattenermi un poco a Rezzano prima di andare ad Acqui. Anche tu hai bisogno di cambiar aria. Sei pallidina, da qualche tempo in qua. A Rezzano, se non altro, c'è un po' di gente, ora. Poi c'è Alberto, che verrà a farci compagnia, inviteremo qualcuno, troveremo qualcosa da fare. Vuoi che facciamo addobbare a nuovo quell'anticaglia del nostro appartamento?
— No, disse Diana, trasalendo, no, lascialo stare.
— Oh bella! e perchè no? Credevo che voi altre donne aveste tutte la manìa dei cambiamenti. Pare che tu sia un'eccezione. Ovvero, ti spiace forse perchè colà abbiamo iniziata la nostra luna di miele?
Ed ammiccò, ridendo.
Una vampa passò sul volto di lei e gli occhi ebbero un lampo di uragano.
Egli continuava a ridere, canzonando sua moglie, trovandola bella, sotto l'impeto di quel colpo di sangue, guardandola coll'espressione speciale che tornava ormai sì frequente negli sguardi di lui.
— Suvvia! che bisogno ci è di arrossire a quel modo. Non già che t'imbruttisca, sai. Eri bellina anche allora, un bocciolino di rosa, con quell'arietta da educanda, ti ricordi? Ma adesso sei molto più simpatica, e ti prometto che a Rezzano non te la passerai troppo male. Sarà la nostra luna di miele N.º 2! No... che sciocca, non alzarti, cos'hai?
Ma ella, malgrado l'ammonimento di Leone, s'era alzata e si dirigeva verso l'uscio.
Egli volle trattenerla, ma Diana non cedette.
— Lasciami, ti prego, gli disse con voce fioca, non mi sento bene.
La guardò. Qualcosa, nel volto di lei, giustificava l'asserto.
— Cos'hai? Ti ha fatto male qualcosa a colazione? le fragole, forse.
— Sì... le fragole, mormorò Diana.
Diavolo! pensò Leone tornando in sala dopo aver accompagnato sua moglie sino all'uscio della sua camera, che si ammalasse lei, ora!
* * *
Ma Diana non si ammalò e il martedì la trovò pronta pel viaggio di Rezzano.
Ell'era docile e quieta quanto si poteva desiderare. La tacita riconciliazione pareva aver tutto sistemato fra quei due. — Al passato non si alludeva mai. Leone non ci pensava più e forse non ci pensava più neppur Diana. Il presente, col suo nodo gordiano, sì stranamente aggrovigliato dalla fatalità, assorbiva tutte quante le facoltà dell'anima sua.
Leone, dal canto suo, memore forse dei saggi consigli della suocera, aveva avuto il buon senso di non accentuar troppo, presso Diana, la parte di marito ravveduto. — È vero che Diana, col suo contegno non lo incoraggiava soverchiamente, ma egli s'era fitto in capo che tutto ciò potesse stare, finchè si stava alla Morletta. A Rezzano, poi...
Egli attribuiva il contegno riserbatissimo della moglie ad un miscuglio di risentimento pei vecchi torti, ovvero ad un fermento di gelosia retrospettiva e il suo amor proprio, lusingato, accettava facilmente quella facile spiegazione. Supponeva altresì in sua moglie un'astuzia, recentemente acquisita, di farsi valere, un'arte sagace di farsi desiderare, una rivincita dell'amor proprio femminile sull'umiliazione d'aver sì lungo atteso, nell'abbandono.
Quasi egli sapeva grado a Diana di essere diventata un po' più simile alle altre, l'aveva tanto imbarazzato a volte, con quella sua cieca fiducia, con quelle sue ingenuità dell'altro mondo!
Ma ora, interpretata così, a modo suo, Diana gli piaceva sinceramente. Parola d'onore, era carina sua moglie, quasi quanto potrebbe esserlo la moglie di un altro!
Ella era dunque già vestita pel viaggio e sedeva sotto l'atrio, nella lunga poltrona chinese. Teneva fra le mani un grosso mazzo di garofani, testè recatole dalla moglie del fattore.
Era assai pallida, una perplessità estrema si leggeva sul suo povero volto.
— Diana! chiamò Leone dal giardino, sei pronta?
— Sì, rispose Diana, si va?
— Non subito, fa ancora troppo caldo. Ho detto che attacchino per le tre. C'è un'ora buona e io vado col fattore, per certe cosuccie.
S'avviò frettolosamente, ma si trattenne tosto.
— Leone! aveva chiamato lei, con voce vibrata.
— Che c'è? chiese Leone attonito.
— Leone, ripetè la misera donna, supplichevolmente, lascia che telegrafi alla mamma.
— A tua madre? Ma perchè?
— Per dirle di venir subito da noi... a Rezzano.
Leone guardò sua moglie come si guarda una bimba capricciosa ed esigente.
— Di venir subito! Ma sei matta?
— No, non son matta. Credilo... Lascia almeno che le scriva di venire.
— Ma ti ripeto che sei matta! Non è stata qui or ora più di un mese?
— Non importa. Sarei così contenta. Non posso dirti... Ma tu se sapessi... Leone!
— So che sei un bel tipo e che tutti i giorni ne inventi una nuova. Neppure per idea. Verrà più tardi, quest'autunno. Ma per questi primi giorni, non voglio gente in casa. Mi basti tu, hai inteso?
Ella aveva inteso. Non insistè. Ebbe un semi sorriso, indefinibile.
Leone era già andato pei fatti suoi col fattore.
Diana stava lì, sotto l'atrio, perchè non sapeva più dove stare. Le sale a terreno erano già chiuse e le grandi coperte di tela biancheggiavano come marmi di tomba, sui mobili accatastati al centro. Al piano superiore le cameriere e la fattora scorazzavano pei corritoj, accudendo alle ultime disposizioni della partenza. Si sentivano sbattere degli usci e ogni tanto, l'aspro cigolìo delle grosse chiavi girate nelle serrature dei grevi armadi di noce. Nell'atrio, già denudato degli accessori, regnava un silenzio freddo e un'anticipata malinconia di assenza.
Diana guardò l'oriolo. Appena suonate le due! Impossibile rimanere colà per un'ora intera. S'alzò, depose sulla poltrona i garofani ed un giornale che non aveva potuto leggere. Prese il parasole ed escì.
Errò alquanto nel giardino, passando svogliatamente pei sentieri chiazzati dal tenace verde delle gramigne, giunse all'ombrosa collinetta e vi fè sosta, appoggiandosi al parapetto che dava sul fossato, al luogo stesso dove ella aveva avuto con sua madre il colloquio a proposito di Leone e del suo ravvedimento.
Tutto era quiete e silenzio assonnato in quell'ora di pomeriggio. Non faceva troppo caldo, era piovuto durante il mattino e il parapetto di sasso serbava tuttora una tinta cupa ed una lieve umidità. Diana ne risentì la sgradita impressione quando, appoggiati i gomiti sovr'esso, prese a guardare attorno a sè, per l'aperta campagna.
Dinanzi a lei, dietro lo sforacchiato velame dei pioppi, la pianura si stendeva a perdita d'occhio, solcata da una uniforme vicenda di gelsi e di gabbe biancheggianti ad ogni lieve spirar del vento. Il fossato era colmo per la recente piova e rifletteva luminosamente il cielo, corso da grossi e lenti nuvoloni, tutti sporgenze di soffici candori inargentati. L'azzurro assumeva nell'acqua una più turchina intensità di tinte, ed i pioppi del margine si rispecchiavano capovolti con un'esattezza fotografica, le foglie avevano una riproduzione dei loro più intimi tremori. In quello stretto spazio d'acqua stagnante, capiva tutta un'imitazione ideale di lassù e Diana ebbe una strana, assurda idea di abisso celeste. Un fascino la prendeva dinanzi a quel miraggio. Per un momento, contemplandolo, non pensò e fu quieta.
A un tratto, diè un guizzo. Aveva udito un fischio nella direzione delle scuderie, laggiù dietro gli alberi.
Conosceva il significato di quel fischio. Chiamavano i palafrenieri per approntare la carrozza pel viaggio di Rezzano.
Diana ripiombò bruscamente nella tortura del suo vivere, ebbe l'idea netta, precisa della propria angoscia, la visione esatta di Rezzano, di ciò che l'attendeva colà, inesorabilmente.
Pensò ad Alberto, lo vide colle bramose labbra in cerca delle sue, colle mani cordialmente strette in quelle di Leone! E di nuovo il dilemma crudele l'afferrò, la coscienza dell'imminente incontro con Alberto al fianco di Leone, la certezza di non poter rinunziare al bacio del primo, nè evitare quello del secondo. Pensò alle torture che l'attendevano, alle proprie ribellioni di coscienza, di sensi, d'immaginazione. Pensò che dovrebbe adattarsi, adottare la insopportabile idea del duplice tradimento. Ovvero l'altra, la prima, l'aperto scandalo, l'ignobile fuga coll'amante, la bassa esistenza irregolare che la segregherebbe da ogni onesto consorzio. E sulla soglia di quel tempestoso lembo di orizzonte purchessia, ella vedeva alzarsi l'immagine terribile della madre, svergognata da lei, insultata nei suoi principî, nell'educazione, nell'esempio che le aveva dati, costretta a veder peccatrice la figlia ch'ella aveva creduto impeccabile. Poi il castigo, scontato dalle sorelle, due stemmi macchiati, un bianco velo infranto, un crocefisso infranto e più tardi finalmente la punizione in agguato, un vago gesto di uggia, sfuggito alla mano stessa di Alberto!
Un raccapriccio la vinse; la fece ripiegar tutta sovra sè stessa, come una foglia verde che si accartoccia davanti alla fiamma. Il suo pensiero trovava sbarrata ogni via di scampo.
Oh! se avesse potuto essere come le altre, fare come avevano fatto loro, non pensare a Dio, nè alla coscienza, nè alla perdizione! Ovvero attingere al pensiero di Dio, della coscienza, al terrore della perdizione una forza più gagliarda e più efficace, la forza di amare Leone o quella di odiare Alberto.
Attaccavano. — S'udiva lo scalpiccio dei cavalli, le risate e i motti dei cocchieri che allestivano l'attacco. Un mozzo cantarellava: Oje Carulì.
Certo, ell'era inesorabilmente condotta a degradarsi, per l'amore di quei due. In entrambi lo stesso cieco egoismo si valeva dei diritti, inconsciamente accordati. Lo stesso intento era scatenato in uno dal codice e dal capriccio ravvivato, nell'altro dall'amore condiviso. Quanto di appassionato e sublime esisteva nei suoi affetti, nella sua cecità di attaccamento, pareva cancellarsi ora, nella feroce bassezza della conseguenza, in quella soluzione che sarebbe sempre, inevitabilmente una caduta. Per un secondo, ella odiò entrambi e parimenti quei due, odiò la vita, odiò sè stessa per la violenza della tenerezza che l'aveva strascinata sì lungi, sì fuor di strada, odiò chi le aveva insegnata la bellezza del bene e la laidezza del male, odiò i suoi sensi ribelli all'animo suo, odiò il suo sangue ardente e il suo cuore appassionato, la sua viltà d'obbedienza all'amore. Tutto era dunque più forte di lei, il bene ed il male, il dovere e la colpa l'avrebbero dunque resa infelice dal pari inesorabilmente?
Le giunse all'orecchio un gajo scampanío di bubbôli. Mettevano le sonagliere.
Ecco; glielo aveva detto la mamma... lì... a quel posto: Noi non siamo fatte pel peccato, quand'anche peccassimo.
Certo; così era. Non valentía di sofismi, non ebbrezze di sensi, non delirii del cuore varrebbero a cancellare in lei l'innato senso del bene. L'amore la traeva alla colpa ed ella amava, irresistibilmente.
Un'altra cosa le aveva detto sua madre: Preferirei vederti morta.
Strinse le mani alle tempie, costringendo gli occhi all'insù. Vide il cielo, ed ebbe un folle slancio dell'anima per quell'altezza lontana, pura, senza macchia, senza ricetto pei bassi enigmi della vita.
Ma l'altezza sorrideva, insuperabile, nel vuoto! Ella pensò: Ora hanno finito di attaccare. Poi chinò gli occhi verso il fossato. Vi ritrovò il cielo e le nuvole, che si succedevano lente nel profondo. Ancora le occorse il pensiero dell'abisso celeste ma prossimo, immediato, accessibile. Una lontana idea scattò tetra e micidiale, in quella povera mente turbata.
Prima di concretarla bene nel suo cervello, Diana gettò attorno uno sguardo, quieto, attento, che interrogava. Attese. — Ma l'erba e le piante vicine, la villa lontana, le farfalle vaganti, nulla seppero risponderle.
Guardò ancora in giù. Nell'abisso celeste l'azzurro incupiva, lumeggiato dall'argento delle nubi che s'indugiavano ora, come se aspettassero qualcosa o qualcuno.
Diana sorrise.
Aspettano me... disse. E sali sul parapetto.
Non idea netta di suicidio. Più che altro, un'allucinazione, un supremo bisogno di riposo, di fine alla lotta intima che la dilaniava. Le parve che tutto l'attraesse, la invitasse là dentro, che il crudele dilemma si sarebbe quietato nel suo capo, quando ella avesse adagiato questo, mollemente, sul candore di quelle nubi. Pensò a sua madre che preferiva vederla morta, pensò a Dio che certamente la capiva e perciò le perdonerebbe il peccato commesso solo per salvarsi da un peccato peggiore. Pensò ad Alberto e a Leone, complessivamente per così dire, confondendo entrambi nell'infinito di un amore come lo si prova solo agli ultimi momenti della vita, quando davanti alla morte vicina galoppa un misterioso guastatore per farle la via e abbatte a destra e a sinistra tutte le barriere onde sono segnati i vari comparti del cuore. Così ella pensò a loro, con un ineffabile amore che già non offendeva più alcuno.
Non volle spiccare un salto indecoroso nè che facesse strepito. Si lasciò scivolare giù all'esterno, tenendosi alle colonnine del parapetto. Solo quando sentì che l'acqua le lambiva i piedi, aperse le braccia e si abbandonò.
Povera Diana! Non trovò l'azzurro nè le nubi fugate dalla sua caduta. Trovò bensì l'acqua limacciosa, l'erbacce viscide, la fanghiglia fetida e nera, gli immondi rospi spaventati. Trovò ancora l'impressione e l'orrore della morte imminente ed ebbe un dibattimento folle che l'aiutò ad annegare, mentre un disperato desiderio di vita la richiamava a galla per ben due volte. La terza fu solo una mano di lei che, bianchissima, tremò un secondo oltre il livello dell'acqua e scomparve poscia ad un tratto, come una ninfea subitamente sbocciata e subito sommersa.
Spiraglio.
Nella viuzza solitaria, ove s'indugiava l'ombra del mattino, il passo del professore Lerskine risuonava alto e cadenzato. La vecchia moglie del droghiere, seduta dietro la bacheca della sua botteguccia ed intenta a far calza, non sollevò il capo udendo quel noto passo. Disse soltanto fra sè e sè: — Sono le nove. Il forestiero va a far scuola.
Egli si recava ogni mattina, alle nove, all'Istituto tecnico e dava ai giovani una solida lezione di matematica, qualcosa che s'imprimeva a forza nelle menti più ottuse. La maschia bruttezza del professore, la sua calma glaciale, il suo perfetto possesso della cifra, stavano bene in cattedra ed imponevano un freddo rispetto, senza simpatia di sorta, non scevro però da una specie di ammirazione involontaria. Ma fuori dell'Istituto, lungi dai pochi luoghi ove egli insegnava l'algebra, la geometria, l'inglese ed il tedesco, i suoi pregi di scienziato e di linguista non bastavano più a salvarlo dall'antipatia diffidente che ispirava l'individuo; lo straniero propriamente detto, che _vuole_ rimaner tale. Nessuno aveva voluto, o forse potuto stringere amicizia con quell'uomo strano, indecifrabile che aveva degli occhi sì freddi, dietro lo schermo degli occhiali azzurri.
Nella piccola città italiana ch'egli abitava da più anni e dove spadroneggiava una grassa borghesia trafficante, segretamente alleata ad un prepotente elemento clericale, contro un radicalume puerile e piazzaiuolo, le opinioni nuovissime del Lerskine, la sua esasperata filosofia di ribelle, non potevano trovare eco, nè sfogo. Perciò egli le taceva colà. Non si sapeva se avesse, o no, legami di famiglia. Si buccinava soltanto ch'egli fosse obbligato, per ragioni politiche, a dimorare lungi dalla sua patria. Chi lo diceva russo, chi tedesco d'origine. Era di mezza età; ma pareva quasi vecchio, coi suoi capelli tra biondi e bianchicci, con quei grandi occhiali azzurri, che posavano perpetuamente sul naso un po' rincagnato.
Egli si recava dunque all'Istituto, quando s'udì ad un tratto chiamare forte, festosamente, dal lato opposto della via.
— Professore, signor Lerskine!
Alzò il capo, con un brusco moto. La voce gli era nota, ma gli tornava tanto inattesa in quell'ora, in quel luogo, ch'egli dubitò per un secondo. Pure, no... era proprio lei, una delle sue poche allieve di tedesco, la più giovane e la meno studiosa fra tutte, Maria di Bruvo. La giovanetta aveva da parecchi anni persa la madre. Il padre suo possedeva una splendida villa nei dintorni e Lerskine soleva da più mesi recarvisi due volte la settimana, per la lezione.
Maria di Bruvo traversò la via, raggiunse il professore e l'arrestò. Sedicenne, non ancora bella, ma già attraentissima, colla grazia enigmatica della sua età; fusione delicata e bizzarra di bimba che finisce e di donna che comincia. Innocentemente audace nel suo attillato costumino inglese, originalissima nella precoce disinvoltura dei suoi modi, disinvoltura fatta ad un tempo di purezza e di capriccio, dell'abitudine d'una grande libertà e di quella dell'omaggio del prossimo.
— Mi son persa! — annunziò trionfalmente.
Lerskine non si commosse affatto.
— È sola? — chiese soltanto.