Part 2
Di far attaccare il coupè pel momento voluto onde condurla alla stazione per il prossimo treno serale, quello delle dieci. — Erano ormai vicine le nove e la trottata richiedeva mezz'ora di tempo.
La notte si fè buja, tempestosa e la piova cominciava a cadere quando l'oscurità della via, si vide corsa dalla luce fuggente di due fanali accesi. I cavalli avevano presa una rapida andatura. La signora aveva specialmente raccomandato al cocchiere di farla giungere in tempo per la corsa. E nell'interno della carrozza, Diana abbandonata sui cuscini, cogli occhi spalancati nel bujo, tentava di non pensare a nulla, di non ricordarsi di nulla, di non chiedere a se stessa che significasse tutto ciò, da _che_ la salvasse quel telegramma.
Giunse in tempo e partì colla corsa delle dieci.
* * *
Nel lasciare la villa, il giorno prima e dopo quella brusca spiegazione con Diana, Alberto era, come abbiamo detto, fortemente in dubbio sull'epiteto che meglio lo avrebbe definito in quel momento. — Ma non lo fu certo la mattina susseguente, quando lesse il telegramma inviatogli da Diana. — Si morse forte le labbra e con mirabile candore di apprezzamenti si diè dell'imbecille; sonoramente!
Una collera brutale si fe strada in cuor suo, assieme al convincimento di aver giocata male, sbadatamente, la sua partita. Pensò all'occasione, ch'era venuta tante volte a cercar di lui e ch'egli non aveva mai afferrata. Non comprendeva più sè stesso, ora, nè la sua pietà cavalleresca, davanti a quel bizzarro intervento del destino che gliene strappava di mano, bruscamente, il compenso. Strano ma vero; egli era ora adiratissimo con Diana, la rendeva quasi responsale dell'accaduto, avrebbe voluto poterle fare scontare ad un tempo il disappunto acerbissimo dell'oggi ed il folle sacrifizio che la imperiosa determinazione di lei aveva imposto all'affascinata volontà di lui. — Ah! se gli capitava ancora fra le mani... colei!...
Non si arrestò col pensiero al vantaggio della folle impresa evitata, egli che aveva pure esitato ad acconsentirvi, sotto il fuoco stesso dagli occhi di Diana. — Ora non sentiva che la stizza rabbiosa del colpo fallito, l'aggiornamento della conclusione, fors'anche mal sicura, ormai. Battè il piede sul suolo.
Ah no... questo no... Ora ella gli sfuggiva e ben gli stava. Ma lo amava, questo era certo, egli aveva l'amore dalla sua. E la seconda volta; quella poi.
Gli occhi gli scintillarono in fronte, per l'intima energia dell'ingenerosa risoluzione.
Fece sfare il suo baule e rimase tranquillamente in casa, pensando al modo di aver notizie dirette ed immediate del suo carissimo amico, il conte Leone Rezzano.
* * *
La Morletta, una vecchia e trascurata villa di pianura, dove i Rezzano non solevano passare che una ventina di giorni d'autunno, profilava nella scialba luce del mattino, le linee della sua tozza architettura, quando una carrozzella, proveniente dalla prossima stazione si fermò davanti al portone socchiuso. — La casa pareva disabitata, le imposte erano chiuse. Il vetturino scese ed ajutò a scendere dall'interno, la signora che aveva condotta. Poi risalì in serpa e partì. La contessa Diana si guardò attorno, stanca del viaggio, sbigottita da quel silenzio, nell'attesa vaga d'esser presso a subire una grande scossa. Si spinse sotto l'atrio deserto, sotto il porticato, non trovò nessuno. Salì lo scalone lentamente, con un tremore crescente, che le rendeva difficile il passo. Sul pianerottolo s'incontrò con una contadina ch'ella non conosceva e che vedendola rimase a bocca aperta. La Contessa le si rivolse, trattenendola con un gesto imperioso.
— Ebbene?... chiese con angoscia profonda.
La donna spalancò i suoi stupidi occhi grigi.
— Io non so niente, rispose, sono forestiera, sono la sposa del fattore nuovo. Mi hanno chiamata per dare una mano in cucina. Andrò a domandare alla signora che è arrivata stanotte.
Diana ebbe un amaro sorriso.
— Ah!... una signora! No... chiama piuttosto il Luigi Lozza. Lo conosci?
L'altra accennò di sì.
— Bene, digli che...
Diana non prosegui. Un urlo formidabile giunto dall'appartamento interno echeggiò nella sonora vastità dello scalone.
— Oh Signore! sciamò la donna, lo sente?..-È lui, il signor Conte!
E scappò via, lasciando la Contessa sola, atterrita.
A quel primo tenne dietro una serie di urli potenti rabbiosi, l'espressione estrema di uno strazio fisico, manifestato da un uomo vigoroso ed intollerante. Ella ascoltava, inchiodata al suo posto dallo spavento e dal dubbio. Forse subiva un'operazione... forse era impazzito!...
L'uscio di fianco s'aperse a un tratto con impeto e la signora giunta nella notte corse verso Diana. — La signora era: sua madre.
Diana la guardò, colla pupilla dilatata, con un'interrogazione suprema dello sguardo. — No... no, disse la contessa Galli. Artrite — Dolorosissima, ma nessun pericolo.
Diana si accasciò alquanto su sè stessa. I suoi nervi, dopo la tensione di tante ore ebbero un subito rilassamento.
— Come sei pallida! disse amorosamente sua madre. — Poverina, hai viaggiato tutta la notte e con quello spavento! Figurati! Lozza ha mandato un telegramma anche a casa mia, dubitando che tu potessi esser meco. Son venuta subito col dottore. Qui avevano perso la testa, sentendolo fare quei strilli... Ma ti ripeto, sta di buon animo, non è che un attacco di artrite. Gli prese ieri, a un tratto. Sai... quelle benedette caccie in palude. Hai mangiato qualcosa, tu? Vieni, scaldati, riposati...
Diana si lasciò andare un istante, con un completo abbandono, sul petto materno. Le grida tacevano.
— Vieni, insistè dolcemente la contessa Galli.
Diana sollevò il capo, emise un profondo sospiro, poi disse quietamente: andiamo.
Leone tornava a strillare come un dannato.
Ma ella sapeva, ora, che suo marito non morrebbe.
III.
Un mese intiero alla Morletta, con sua madre e col marito ammalato. Venti giorni e venti notti di quegli accessi saltuari che lo facevano gridare come un ossesso e bestemmiare come un turco. Venti giorni di atmosfera soffocante in una camera chiusa, di silenzi cauti nelle fugaci ore del sonno di lui di attento studio dell'orologio, per non lasciar passare l'ora del salicilato o della veratrina, venti giorni di stretta vigilanza sui misteri della cucina e dispensa. Ma tutto ciò tornava facile a Diana.
Ell'era mirabilmente atta al disimpegno di quanto havvi di preciso, di determinato in un dovere od in una situazione. Quel tanto di suora di carità che la donna o quasi ogni donna, alberga in un cantuccio anche celato del cuore, s'era subito destato in Diana e per un momento, giganteggiando nell'anormalità stessa delle circostanze, aveva tutto assorbito nell'animo suo. — E fu quasi una tregua nelle mortali ambasce che la agitavano — Quel povero essere immobile, dimagrato, stecchito nel suo letto, che soffriva come un cane, non poteva muovere un dito e aveva d'uopo per nutrirsi che lo imboccassero, assumeva per Diana un aspetto inatteso e degno di pietà. Le pareva quasi un suo bambino, piccolo ed ammalato. E nel segreto dell'animo suo, con quel misterioso bisogno di espiazione che tortura e solleva a un tempo il cuore della donna, quando essa ha l'intuizione del bene che non può fare e del male che non dovrebbe fare, ella era istancabile nelle sue cure di infermiera, vi si dedicava con un ardore, una intensità di abnegazione senza pari, era veramente atta alla pratica del dovere verso una persona che soffre. — Povera donna!... soffriva tanto anch'ella, senza urlare!... Sua madre la secondava benissimo nella pia bisogna, cercando a volte di moderare quell'ardore di sacrifizio, meravigliandone a volta, traendone però buon augurio per l'esaudimento del suo più vivo desiderio, quello cioè di una completa riconciliazione fra sua figlia e suo genero.
Senonchè, all'acuta se non completa esperienza della contessa Galli non erano sfuggiti certi indizî che tradivano talvolta, in sua figlia, una preoccupazione propria e segreta, che colla malattia del marito non aveva nulla di comune. Certi scatti involontarî, certi sussulti nervosi, certi rossori subitanei e senza causa apparente, certi accasciamenti molli della persona, certi sguardi erranti dapprima e che si smarrivano poscia, arcanamente, verso un orizzonte lontano... Oh!... cos'era tutto ciò. Tentò di scrutare lontanamente l'animo della figlia, ma s'imbattè in una specie d'impenetrabilità, nuova affatto in Diana e che alla contessa Galli non piacque punto... Pensò a un'infinità di cose, poi le dispiacque di averci pensato. E se non fosse nulla? Se fossero ubbie le sue? Madre e figlia occupavano la stessa stanza, non si lasciavano mai, passavano intera la giornata nella camera di Leone. Nulla, assolutamente nulla, pareva giustificare nella mente della contessa Galli il vago sospetto concepito, un presentimento tutto materno di sventure intime che minacciavano sua figlia, di pericoli indefiniti, latenti che non era prudente accennare, per non suscitare una diffidenza che avrebbe potuto deludere la vigilanza. La madre pensava alla pace della propria gioventù, pace minacciata pure ai suoi tempi, ma vagamente, da lungi, salvata da una maternità faticosa ed assorbente. Ah!... se Diana avesse figli!...
Qui la buona Signora sospirava forte. Era la sua idea fissa, quella di diventar nonna.
A volte, invece, rimproverava a sè stessa quella sorda inquietudine sul conto di Diana. Ma che!... Diana era sua figlia... aveva dei principî così solidi, aveva ricevuta una educazione sì solida, sì austera! Ubbie! Diana sarebbe sempre la sua Diana!
Ora, tutto sarebbe andato forse a seconda dei voti della buona Contessa, se le cose si fossero prolungate all'infinito, nell'attuale loro andamento, colla madre e la figlia costrette al capezzale di Leone, e questi costretto come una mummia nella sua fasciatura, coi suoi versacci da condannato ad ogni crisi, colle sue sofferenze e colla sua spossatezza di malato. Ma le cose, invece, mutavano celeramente; l'artrite era vinta, gli accessi si facevano più rari e meno intensi, il dottore e il salicilato avevan fatto miracoli. Leone si sgranchiva, ricuperava ogni giorno un po' della sua forza.
Sentiva, con gioia inesprimibile di guarire, e di tornar lui... Il bimbo docile ed inerte veniva meno gradatamente, e invece sua si destava l'uomo, tornava, indocile, intollerante, padrone di se stesso e padrone di casa... Leone parlava ora molto, chiassosamente e nelle sue parole sopratutto finiva di morire il povero piccino infermo che Diana aveva cullato nelle braccia della sua fantastica maternità. Pure c'era un mutamento, ma un mutamento inatteso, terribile per lei. Leone si ridestava alla vita e con lui si ridestava un essere ch'ella aveva quasi scordato e creduto di poter scordare, si ridestava il marito. Leone guariva ed era più gentile, più premuroso per lei di quanto nol fosse mai stato. Dimostrava alla moglie una chiassosa gratitudine, conciliante, piena di buon umore. I suoi pensieri erano evidentemente modificati dalla circostanza, si foggiavano ad una specie di nuovo apprezzamento della famiglia, della vita coniugale, si volgevano verso un avvenire più normale del tempo trascorso. La malattia e le sofferenze avevano avuto un eccellente risultato pel morale di Leone, le sue idee s'erano alquanto modificate, egli non era cattivo in fondo e le cure di Diana non lo avevano lasciato indifferente. Ciò non sarebbe forse bastato per un mutamento quale avveniva nell'animo o meglio nella fantasia di quell'uomo, se la gratitudine non si fosse avvalorata in lui da uno di quei bizzarri capricci che si destano talvolta, a un tratto per una persona alla quale non s'era attribuito dapprima il potere di destarli. Sua moglie gli appariva sotto un aspetto nuovo, ed attraente. Sorprendeva in sè stesso una specie di ammirazione per lei, la facoltà di subire un fascino che non aveva sino ad allora avvertito. Le pareva mutata, con un'espressione più profonda, più calda, più appassionata. Quella specie di seconda vita che le tempeste intime del cuore impartiscono alla donna, avevano dato anche all'aspetto di Diana una specie di rilievo qualcosa irradiava, qualcosa misteriosamente da lei. Leone era tutto lieto della sua grande scoperta, si trovava in un certo modo il Cristoforo Colombo di sua moglie. Quando ella era sola in camera, egli fingeva talvolta di dormire, per poi tener gli occhi socchiusi e guardarla da lungi, come studiandola, nella sua stuzzicante novità di attrattativa.
Ella sentiva confusamente tutto ciò, l'osservazione dal quale era oggetto le arrecava un senso disgustosissimo di turbamento, un'irritazione disperata e ribelle. S'avvide ch'egli preferiva di gran lunga le sue alle cure della contessa Galli; piegandosi a prendere una medicina disgustosa, Leone attribuiva unicamente a sua moglie il merito della propria docilità! lo faceva soltanto per far piacere a Diana. — Una volta, mentre essa gli porgeva una tazza di stillato, le loro dita s'erano intrecciate attorno alla porcellana ed egli, con una leggera pressione, aveva per così dire, sottolineato quel contatto di un secondo. Ma quel secondo era bastato a rammentarle un caso consimile, a proposito di Alberto e di una tazza di the. Una trasfigurazione era passata sul suo volto, accompagnata da un violento rossore, nè tutto ciò era rimasto inosservato da Leone.
Ma non se ne inquietò, se ne compiacque anzi, in cuor suo e parve non avvertire la reazione di più sostenuta freddezza che Diana fe' tener dietro a quel muto incidente. — Leone conosceva molto le donne; non forse altrettanto la donna.
La convalescenza progrediva benone. Il conte di Rezzano s'alzava, moveva qualche passo e non si opponeva per nulla all'annunciata partenza di sua suocera.
Diana invece la combatteva con tutte le forze.
Supplicava, scongiurava... coprendo di baci quel caro vecchio volto... No, mamma, non andar via... rimani.
La contessa Galli si difendeva, commossa da quell'insistenza, non senza una vaga inquietudine di quel visibile terrore della solitudine, che si tradiva in Diana. Invano cercava dimostrarle la necessità di quella partenza, già più volte posposta, accampava la necessità di attendere alla propria casa, le due sorelle erano sole da un mese colla governante... gli affari... insomma, era impossibile!
Una volta Diana, nell'ardore delle sue istanze si lasciò sfuggire un: non lasciarmi, sì spaventato, sì angoscioso che la contessa Galli ne rimase davvero impensierita. Pensò che se non si batteva il ferro, subito, ora che era caldo, chissà quando sarebbe tornata l'occasione.
— Non ti lascio sola, cara Diana, le disse teneramente, ti lascio con tuo marito.
Diana si strinse le mani, con un gesto nervoso.
— Ma sai... sclamò... sai pure...
— Lo so... pur troppo... Ma non è possibile che abbia sempre a durare così.
Diana ebbe un brivido.
— Mamma, disse. Ma tu vorresti?...
Si arrestò, mordendosi a sangue le labbra.
— Vorrei solo questo, continuò la madre con grande dolcezza, che tu ti convincessi del quanto sia deplorevole, contraria alla normalità delle cose l'attuale vostra posizione.
— Non son io che l'ho voluta, ribattè Diana seccamente.
— Infatti. Ma sei la prima a subirne _tutti_ gli inconvenienti.
Appoggiò alquanto sulla parola tutti, senza però cercarne gli effetti sul volto di Diana.
Procedeva lentamente, con grande cautela, sentendosi al buio e pur paventando la luce.
Diana tacque; come se non avesse più nulla a dire. Mandò un lungo sospiro, del quale la madre si allietò sinceramente. Un principio di rinunzia, forse, al tenace risentimento.
Ma Diana aveva sospirato, senza saperlo e solo per lo sconforto di non poter fare intendere la vera causa dei suoi terrori. Più volte avrebbe voluto confessarsi alla Contessa. Ma non osava, atterrita dalla severità dei loro comuni principî, dall'austerità della vita ch'ella aveva sempre condotto, dall'orgoglio di pura esistenza ch'ella sapeva riposto in lei da sua madre. Temeva di arrecarle un colpo troppo crudele, lasciandole vedere quanto ella fosse già calata nell'abisso. Temeva di udirsi a condannare, di vedersi aborrita e respinta.
Errore! Dio solo sa quanto può intendere e perdonare chi, pur lottando, non soggiacque! Ma Diana era giovane ed ignorava questo anche perchè aveva, in tutto, delle idee troppo logiche e per conseguenza, estreme.
Un giorno, sola in giardino, aveva veduto alzarsi dietro una siepe la pallida e tormentata faccia di Alberto. Non s'erano parlati, ma in quella rapida apparizione essa aveva trovata la conferma dell'immutato ed esigente amore di lui. No!... egli era sempre determinato, era quale le era apparso a Rezzano, nell'ultimo istante. — Aspettava.
E così; ella si sentiva presa tra due fuochi.
IV.
Leone stava comodamente seduto in una lunga poltrona di giunco, sul limitare del porticato aperto sul giardino. Aveva accanto un tavolino carico di quanto potesse occorrergli e teneva fra le mani un giornale spiegato. Ma egli non leggeva e il suo sguardo correva, furtivo e un po' inquieto, dietro due figure femminili erranti pel giardino.
Egli era ora quasi al tutto guarito ed aveva incaricata sua suocera di parlare a Diana in favor suo. La pecorella smarrita chiedeva di far ritorno all'ovile.
La contessa Galli, lietissima della santa missione, aveva colta la prima occasione, quella cioè della passeggiatina ch'ella e sua figlia erano solito fare ogni giorno, dopo colazione, in giardino.
Giardino, per modo di dire. — C'erano i soliti comparti di bosso sì cari ai nostri nonni, la solita montagnuola, fresca dell'ombra di un vicinissimo boschetto di cipressi e d'ippocastani, ornato d'un tavolo e di qualche seggio di pietra, nonchè di un parapetto, dal quale si poteva godere lo spettacolo della pianura senza fine e quello di una larga gora che stagnava all'esterno, costeggiando la base del muro di cinta. I sentieri si serbavano a mala pena, tanto erano scarsamente battuti.
La contessa Galli condusse sua figlia sulla montagnuola e sedette. Diana rimase in piedi. Indovinava, a un dipresso, le intenzioni di sua madre, sentiva venir la burrasca, senza poterla evitare.
Per un momento, quelle due donne stettero raccolte in un silenzio grave. S'udiva, poco lungi di là, dietro il boschetto, lo strepito dei cavalli che si governavano nelle vicine scuderie. Dalla lucentezza immobile del fossato esterno saliva una frescura umidiccia ed un musicale ronzìo di moscerini.
La contessa Galli fu affettuosissima colla figliuola e fe' rapida strada nell'argomento. Le disse di aver avuto un lungo colloquio con Leone, d'aver deplorato con lui le difficili e spiacevoli circostanze della posizione. Parlò del sincero pentimento del genero, egli riconosceva apertamente i suoi torti e nutriva vivo desiderio di ottenere il perdono di sua moglie.
Diana sorrise. Ora!... disse con profonda amarissima ironia.
La madre, sconcertata un'istante da quell'enigmatica parola e più ancora dall'accento col quale era stata profferita, riprese con somma e dolce cautela, le proprie argomentazioni.
Leone aveva errato, senza dubbio, aveva crudelmente offesa la sua povera Diana. Chi, più della madre, aveva sofferto dell'infelicità, della figlia? Ma ora tutto ciò era passato, finito. Dio aveva parlato al cuore di Leone, le cure, l'affetto della moglie lo avevano richiamato sulla via del dovere, cancellando in lui ogni traccia del passato. Diana trionfava ora, nel pentimento e nel ravvedimento del marito.
E con questo riferto, alquanto amplificato, a dir vero, sul tracciato della missione affidatale, la buona signora credette d'aver tagliata la testa al toro.
Ma Diana non rispondeva. Appoggiata al parapetto, guardava non già sua madre, ma qualcosa che a lei sola era visibile, nelle sfumature dell'orizzonte. Stava rigida, immota colle ciglia aggrottate, il suo volto era duro, contratto, recava una espressione che turbò la madre, più assai di quanto nol lasciasse scorgere.
— Ebbene? chiese questa, cercando di sorridere e di parlare scherzevolmente.
— È impossibile!... disse Diana con accento vibrato.
— Impossibile?... Oh che parolone, mia cara Diana. Ma perchè?
— Perchè è impossibile. Doveva pensarci prima. Ora, è tardi.
— Non è mai tardi per pentirsi. È naturalissimo ch'egli, rinunziando alle colpevoli leggerezze che ti hanno tanto afflitta, desideri il tuo perdono e lo implori. E tu... sei sua moglie.
Diana ebbe un moto di rabbia convulsa. Strappò di terra alcuni fili d'erba e li gettò con un aspro gesto nel fossato.
— Sei sua moglie, continuò dolcemente la vecchia signora. Questo stato t'impone dei doveri speciali... dirò anche, dei sacrifici. Non puoi esimertene.
Diana si morse le labbra e non rispose che dopo un istante, con impeto.
— Egli si è liberato da questi legami, li ha infranti, egli... pel primo.
— Vero. Pur troppo; verissimo. — Ma quando tu lo hai sposato, mia povera Diana, quando hai giurato di esser sua, per sempre, non hai fatte condizioni speciali, non hai messe clausole preventive? Hai giurato, semplicemente ed illimitatamente. — Poi?... Egli fu debole ed infedele, mentre tu serbavi incolume, illibata la tua personale dignità di donna e di moglie.
Sotto la sferza di quella lode materna, Diana impallidì e la sua persona ebbe un breve guizzo nervoso.
— Egli, continuò imperturbata la madre, ebbe la sventura di cadere, non trovò, per difendersi contro le passioni la forza che tu, insidiata da esse, avresti attinte alla nostra fede, ai nostri principi. Perciò ti è serbato l'alto privilegio del perdono. E questo; pietosamente accordato da te, può ritrarre per sempre tuo marito dal male, può essere la salvezza del suo avvenire e... del tuo.
— Il mio?... gridò Diana.
— Il tuo, sì. — Ascoltami, sia sincera. Sei contenta dell'attuale tua posizione? Guardami in faccia, rispondi.
Ella non rispose, nè guardò in faccia sua madre. Alzò le spalle bruscamente, come nello sforzo di un singhiozzo.
— Non puoi essere contenta, Diana... non lo sei. — E perciò, dimmi; cosa intendi fare?
— Io?... Che vuoi ch'io faccia? Che posso dire? Ma scordare, tornar come prima è impossibile. — È impossibile! ripetè esasperata.
— Ebbene, ammettiamo. È impossibile. — Ma allora, in questo caso, quali sono i tuoi progetti.
— I miei progetti?... balbettò Diana. Ma non so, non ne ho. — Vivere a Rezzano, così... nome ora.
— Sola?
— Sì... sola...
— Ma s'egli non volesse? Può venirci o condurti via, a piacer suo. Non siete separati legalmente.
— E se mi separassi legalmente?
— Non puoi farlo senza il suo consenso e senza un motivo legale. Anche nei suoi disordini, egli ha rispettata la dimora coniugale. Egli ha avuti dei torti, e tu hai tutte le ragioni, ma con tutto ciò, la legge è per lui e non per te. E quand'anche ottenessi una separazione amichevole, che faresti poscia?... Penseresti forse di venir con me?... Ma io ti amo troppo, figlia mia, per acconsentire a questo falsissimo passo.
Diana ebbe un grido.
— Tu non mi vuoi?... tu?
— No Diana, non ti voglio così. Non voglio per te una posizione ambigua, che il mondo giudicherebbe sinistramente. Ricusando di accettare il pentimento di tuo marito, rinunzieresti a tutti i privilegi della tua posizione e ne incontreresti una di gran lunga peggiore. E ciò potrebbe altresì recar danno all'avvenire delle tue sorelle.
— Io potrei recar danno...?
— Certamente, Diana. — È difficile, in qualunque condizione, il collocamento delle ragazze. Ma più ancora quando un primo matrimonio in casa avesse fatto cattiva prova. Il mondo...
Diana ebbe un gesto di fiera noncuranza.
— No cara, non possiamo scordarlo, nè sfidare le sue condanne, anche se ingiuste, anche se erronee. E sai tu che si direbbe di te, qualora tu respingendo il pentimento di tuo marito, volessi continuare un'esistenza indipendente? Che colla scusa dell'infedeltà del marito, vorresti libero l'esercizio della tua!
— Mamma! gridò Diana con un'angoscia piena di spavento.