Part 4
— Solissima. Oh! tutta una storia. La colpa è della cameriera, che iersera non ha chiuse bene le imposte nella mia camera. Per cui, all'alba, dallo spiraglio, una gran luce. Chi avrebbe dormito più? M'alzo, apro la finestra, vedo uno splendore di mattino!... Mi vien subito una famosa idea, una trottata coi miei cavallini e col _panier_. Mi vesto, scendo in scuderia. Pietro, sa bene, il nostro vecchio cocchiere, mi fa delle prediche, ma io ho detto «voglio così.»
Battè sul lastricato, forte, col piedino. Tic, tac, categorico imperativo. E proseguì:
— Guidavo io, s'intende. Si filava, oh, una cosa divina! Senonchè, sul più bello, un carro di melloni, con un mulo..., s'immagini! Il carrettiere ubbriaco, credo. Insomma, un urto tremendo, un crac di carro e _panier_. Pietro bestemmia, il carrettiere bestemmia; si scende tutti. Niente, non s'era fatto male nessuno; ma il _panier_ aveva avuto la peggio; rotto un parafango, stortato un montatoio, che so io. Allora s'è dovuto venire in città, per le riparazioni immediate. Pietro ha promesso di tacere, ma se papà vedesse il _panier_ in quello stato, sarebbe capace di proibirmi di guidare, e allora..., capisce?
Lerskine accennò che capiva, chinando il capo.
— Siamo andati all'Albergo dei Tre Re, — continuò Maria, — e il fabbro ha detto che ci volevano almeno due ore e mezzo. Pensi, che gusto! Una noia, a quell'Albergo, un puzzo di scuderia, d'untume! La padrona che mi voleva tener compagnia, immagini; una folla di villani, che mi guardavano come la bestia rara. Me ne sono andata a zonzo per la città, _flânant_. Oh Dio, scusi, come si dice in italiano? Alla lunga, però, mi seccai, e, ad un tratto, m'avvidi di non raccapezzarmi più in quel dedalo di stradette sudicie. Cominciavo a disperarmi, quando vidi lei. Un faro nella tempesta, quei suoi occhiali turchini!
E Maria rideva di gran cuore, nella sua contentezza.
Egli, con un sorriso forzato, si mise a disposizione della signorina.
La signorina non fece cerimonie.
— Grazie, professore. E questo benedetto Albergo è lontano, nevvero? Non ce ne sarebbe un altro qui accanto?
— No.
— Un _restaurant_, un caffè?
— Neppure.
— Dio, che paese! Come fare? Sono stanca e ho un appetito feroce.
Lerskine non suggeriva nulla. Guardava con bizzarra attenzione quella personcina minuta, fremente d'incertezza e di noia.
A un tratto, essa gli chiese:
— Oh, scusi, lei dove abita?
— Qui — rispose l'altro, accennando al fondo della viuzza.
Maria battè le palme, festosamente.
— Ma allora, va benone; andiamo a casa sua.
— A casa mia? — echeggiò Lerskine, con una specie di subito sgomento.
— Oh bella! perchè no? A meno che, — soggiunse la giovanetta, coll'altera prontezza, della signora che teme d'essere stata indiscreta, — a meno che ciò non avesse a recarle il menomo disturbo.
Egli si morse le labbra.
— Vuol favorire? — disse subito — è qui a due passi.
Due passi, veramente. Una casetta piccina, il primo uscio, tre scalini da salire, poi una porticina a vetri, colle cortine di un vecchio tulle di cotone ingiallito. Nell'aprirsi, quella porticina suscitò uno scampanellío.
Il Professore introdusse la sua allieva in uno stanzone nudo, con due finestre, colle pareti imbiancate. Un ampio scrittoio di noce, sul quale regnava un disordine di libri e di fascicoli. Presso allo scrittoio, un grande seggiolone di cuoio. Addossato alla parete di faccia, un divano largo, massiccio, con due tiratoi alla base. A destra, un lavabo e una guardaroba; a sinistra, un tavolino ed una credenza a vetri. Sul davanzale del camino, molti libri ammonticchiati, una conchiglia rosea del mar d'Azof e due candelabri d'ottone. Null'altro.
Maria corse a crogiolarsi nel seggiolone, con un profondo sospiro di sollievo. Poi si mise a ridere, tutto ciò la divertiva un mezzo mondo.
— Aaaah!... Come si sta bene qui! Ella ci passa molte ore, nevvero?
— Molte.
— Si capisce. Questo è il suo studio?
— Non è soltanto il mio studio, è tutta la mia abitazione.
— Questa stanza sola?
— Questa.
Maria si voltò rapidamente, percorrendo tutto quanto il locale, collo sguardo indagatore. Cercò un istante, per mero istinto di gentilezza, qualcosa che potesse meritare un complimento, purchessia. Ma questo solo solo potè dire: — C'è una gran luce. — Infatti, così era.
— Perdoni, — chiese poscia, — allora lei dorme?...
— Dormo sui... — disse Lerskine, con una specie d'acre e calma compiacenza. — Quello è il mio letto — soggiunse accennando il divano.
— Quello? — ripetè Maria, guardando con viva curiosità il mobile a due usi. Non ne aveva mai veduti.
— Vi si dorme bene? — chiese poscia.
— Benissimo.
— Ah, davvero?
Tornò a nicchiarsi nel seggiolone, frenando un piccolo sbadiglio nervoso. Poi, spinta da una subita curiosità, prese a rovistare nei libroni. N'accostò uno, l'aprì, e lo respinse con una comica smorfietta.
— È in tedesco! — sclamò. — Ma oggi, niente lezione. L'ospite è sacro, nevvero?
— Certo, — rispose Lerskine lentamente.
— A proposito, son già due volte ch'ella manca alla lezione. E, a farlo apposta, giovedì scorso avevo fatto il dovere. Parola d'onore, mi spiacque, quasi, ch'ella non fosse venuto. Oh perchè non è venuto? Non si sentiva bene?
Egli esitò per un secondo, poi mormorò:
— Infatti.
— Mi spiace. Ma ora sta meglio, nevvero? E quest'altro librone? vediamo. Oh questo non è in tedesco. Russo, probabilmente. Come sono curiose queste parole. E un poeta?
— Già, — diss'egli con acerbo sarcasmo. — Un poeta — Bakunine.
Maria non fè cenno alcuno. Quel nome formidabile giungeva ignoto alla sua spensierata, ignoranza.
— E quell'altro laggiù, così ben legato?
— Lassalle.
— Ah. E quello rosso, là, in fondo?
— Hertzen.
— E questi giornali?
— _Zemlia y volia_.
— Perdoni.... ha detto?...
— _Zemlia y volia_ — ripetè egli.
— Oh, che nome buffo... Cosa vuol dire? Oh, non importa. Ma quanto è carino il russo! Vuole insegnarmelo, professore? Già, pel tedesco, è inutile. Ho una testa refrattaria, come dice papà. Ed io compiango lei... di cuore.
— Mi compiange. E di che? — chiese Lerskine, con uno scatto, impetuoso ed amaro.
— O bella... la compiango d'aver un'allieva della mia forza. Mi conosco, sa?
La fanciulla diceva il vero. Traversava un periodo di umiltà schietta e bonaria. Provava un confuso pentimento della propria negligenza, delle leziose ostilità colle quali essa soleva mascherare la sua avversione allo studio e vendicare la segreta soggezione che le ispirava il maestro. Sino a quel giorno aveva trovata uggiosa, insopportabile quasi, la compagnia di quel severo pedagogo; non gli perdonava di non rider mai durante la lezione. Ma ora, in quel povero stanzone, la colpiva un'intuizione vaga della forte e misera esistenza di colui, una segreta pietà del suo isolamento, delle privazioni patite, della tolleranza colla quale egli aveva sopportati i suoi capricci, la sua pigrizia smorfiosa, sempre a caccia di pretesti. E il digiuno, il moto prolungato, la lunga trottata, le mettevano addosso uno spossamento molle, una grande facilità ad intenerirsi e ad effondersi.
— Professore... — disse, porgendo la mano a Lerskine, con un abbandono sorridente.
Egli prese quella mano, non la strinse. La lasciò andare subito, ma non bruscamente.
— Creda, non è già... — disse Maria.
Uno sbadiglio nervoso, irresistibile le mozzò la parola, ed ella appoggiò la testina allo schienale, come una persona stanchissima o presso a venir meno.
Egli vide scolorirsi quel visetto soave. E con una voce sommessa, più giovane di quella solita, una voce in cui vibrava uno sgomento, le chiese premurosamente:
— Cos'ha?
Ella rise, arrossì, esitò. Poi disse, colla dolcezza d'una confidenza:
— Ho fame. Professore, ho fame.
Egli sorrise pure. Un sorriso buono, trionfante, che illuminò tutto il suo volto.
— Le piace il latte? — chiese alla giovinetta.
— Se mi piace? Ma l'adoro. Ne avrebbe, per caso?...
Lerskine non rispose. Corse alla credenza, l'aprì con impeto, ne trasse un bricco colmo di latte, poi un piccolo servizio di caffè e latte, già pronto su di un vassoio e corredato di tre panini. Con un gesto energico respinse a rifascio, sullo scrittoio, libri e giornali; poi sullo spazio sgomberato, davanti a Maria, posò il vassoio.
Ella mandò un piccolo grido di gioia, qualcosa che somigliava al rotto spionciare d'un passerotto al quale si getta del miglio. Si rizzò a sedere, rinvigorita, battendo festosamente le palme.
— Allora... permette? — chiese al Professore.
Questi non rispose, ma prese a mescere il latte nella tazza. Ed una strana gioia, quasi dolorosa, gli morse subitamente il cuore, mentre Maria addentava un pezzo di pane.
Ella non faceva complimenti. Spinta dal prepotente appetito dell'età sua, mangiava di lena, interrompendosi ogni tanto per rivolgere al Professore qualche chiacchieretta gentile e lieta. Il suo sguardo s'era ravvivato; essa stava ritta sulla persona, e un lieve color di rosa saliva sulle sue guancie. Lerskine, invece, si faceva sempre più pallido. S'era tratto in disparte, per lasciarla in libertà, e per la coscienza d'un'impressione indefinibile, che gli rendeva intollerabile quello spettacolo. La guatava da tergo, con certe occhiate strane, formidabili, ove una specie di cupa estasi si confondeva coll'irritazione. Finalmente, con uno sforzo irresistibile, e che gli costò pure uno spasimo, egli afferrò il cappello e si diresse verso la porticina.
Maria si voltò rapidamente.
— Va via? — chiese con accento di rammarico.
Lerskine rimase come inchiodato sulla soglia.
— Sì — disse. — Mi perdoni, se la lascio... Ma devo... bisogna ch'io vada.
— La prego — interruppe vivamente la giovane — non faccia complimenti, non si dia pensiero di me. Ho rimorso di averle già arrecato tanto disturbo. Sono una vagabonda indiscreta.
Inesprimibilmente attraente, la vagabonda indiscreta, colla sua faccetta biricchina, tutta un sorriso, colle labbra semiaperte, sulle quali s'indugiava il biancheggiamento perlaceo di una goccia di latte...
Una lieve contrazione passò sul volto del Professore. Egli girava e rigirava il manubrio dell'uscio. Subitamente, si spiccò dalla soglia e venne a piantarsi, grave, massiccio, a fianco di Maria. E la sua voce vibrava cupa, intensamente accentuata, mentre egli rivolgeva alla Contessina una bizzarra domanda.
— Contessina... ella dunque non _ha paura_?
Maria depose la tazza sul tavolino. Poi, sollevando verso quell'uomo la serenità attonita del suo sguardo:
— Paura!... — disse — Di che?...
Un secondo di silenzio, durante il quale Lerskine trasalì, ma impercettibilmente, come avrebbe trasalito, in Siberia, sotto un colpo di knut.
— Ah! capisco — proseguì Maria ridendo — Ella crede ch'io abbia paura a restar sola. Ma le pare!... Ci sto tante ore, sola, in camera mia. Piuttosto, se qualcuno venisse a cercar di lei, che devo dire?
— Non verrà nessuno, — rispose l'altro sommessamente.
— Allora, va benissimo. Ella non si prenda pensiero di me. Abbia solo la bontà d'insegnarmi la via più breve per tornare al grande Albergo dei Tre Re.
— Andrò io stesso, se crede, all'Albergo e dirò che la carrozza passi a prenderla qui.
— Gliene sarei proprio grata. Ella m'ha ridata la vita con questo delizioso asciolvere. Ma ora sono tanto stanca... tanto!... Non ne faccio più di queste imprese... sa? Ella vada, dunque. Ma tornerà, nevvero, prima ch'io vada via?
Lerskine chinò il capo, e Maria gli porse la mano, ch'egli prese, strinse nervosamente, una, due, tre volte. Ebbe anche l'impulso di baciarla, ma questo represse sì prontamente che la giovane non l'avvertì neppure.
S'allontanò rapidamente. — Se si annoia, — le disse da lungi — quando fu presso all'uscio, — là..., dietro gli altri, ci sono dei libri francesi.
Escì, ma si trattenne ancora sul primo gradino, mentre il suo sguardo tornava ostinatamente indietro. E così, dietro le trasparenze del cristallo e della cortina, egli vide, una bianca figuretta di fanciulla seduta al suo scrittoio, vide due manine impazienti che frangevano l'ultimo pane!... Digrignò i denti, scese la brevissima scala. Dapprima camminò lento, posato, come al solito. Ma allo svolto della via, prese a correre, come se fuggisse.
Passò all'Istituto, per scusarsi della mancata lezione. Passò all'Albergo dei Tre Re, e accennò al cocchiere di casa Bruvo il luogo preciso ove la carrozza dovrebbe recarsi a prender la signorina.
— Sì, signore, — rispose Pietro. — Ma ci vorrà ancora una buona mezz'ora.
— Per lo meno — confermò il fabbro tuttora affaccendato attorno al _panier_.
Lerskine non fece commenti. Un cenno di capo e via.
Camminava lento, ora. Ma le sue gambe muscolose parevano muoversi, meccanicamente, contro il voler suo, verso una nota direzione, verso casa. Più volte egli mutò strada, ma un sottile tradimento dei propri intenti lo rimise sempre nel retto cammino. E quasi senza saperlo, si trovò finalmente nella viuzza, affatto solitaria, e vide da lungi le finestre della sua dimora. Rallentò bensì il passo, con un feroce sforzo di volere, ma due minuti bastarono per condurlo sino a quella dimora. S'arrestò, ansante, cercando di raccogliere le proprie idee, di ribellarsi contro l'incerta bramosia che le andava scompigliando ogni momento più.
Gli parve d'esser forte, e disse imperiosamente a sè stesso: — Va!
Andò. Giunto al secondo uscio.... picchiò sommessamente, come avrebbe picchiato all'uscio d'un estraneo. Attese, non ebbe risposta.
Invaso da un'inquietudine, spinse l'uscio; ma sì lievemente che non suscitò il solito scampanellio. Il campanello interno ebbe solo una sorda oscillazione. Lerskine entrò, in punta di piedi.
Il suo sguardo volò allo scrittoio, ma subito si rimosse e corse ansioso per tutta la stanza, in cerca di Maria. Un insano spasimo traversò, come un lampo, l'animo del Professore, ma solo per dar luogo ad un non meno insano succedersi di gioia..., poi d'ira appassionata.
No... essa non era andata via. Era sul divano e dormiva!... Naturalissimo ch'egli non l'avesse subito veduta. Stava nicchiata, tutta raccolta colla personcina, nelle profondità del mobile: a due usi. Non coricata, poggiata soltanto nell'angolo formato dal cuscino di spalliera e da uno dei laterali, sorretta così nella vita, ma col capo reclino a destra, sì che il profilo delicato spiccava, cesellatura vivente, sulla cupa tinta della stoffa. I capelli, un po' arruffatini, gettavano una carezza d'ombreggiatura sulla fronte. Il busto, magro ancora, ma già modellato dalla casta femminilità verginale, si sollevava e si abbassava, col ritmico ritornello del sonno calmo e sano. Nessun disordine nell'abbandono di quell'assopimento, pieno d'una compostezza riposata e fiduciosa.
Una mano posava leggiadramente sul petto, l'altra giaceva fra le pagine d'un libro semichiuso e che dal grembo della dormente era evidentemente scivolato lungo il suo fianco destro. Essa dormiva sodo, colle labbra socchiuse e l'atmosfera tutta della camera pareva vibrare dolcemente della sommessa armonia del suo respiro.
Lerskine si accostò cautamente al divano. Gettò un'occhiata sul libro. Era il _Contratto sociale_ di Rousseau. Essa l'aveva preso a caso fra quelli da lui accennati, e naturalmente, non ne aveva capito nulla. L'arida noia di quella lettura, la comoda posizione sul divano, la stanchezza eccessiva, la solitudine, il silenzio della casa e della via; tutto aveva contribuito al sonno repentino di Maria. Come poc'anzi l'appetito, così l'aveva testè sopraggiunta il sopore, insidioso e prepotente. Ed essa non aveva lottato, aveva reclinato un pochino più il capo sul cuscino, e s'era addormentata. Nulla di più evidente, nulla di più semplice.
Infatti; nulla di più semplice. Ma l'ospite, il padrone di casa, era tornato, e lei non s'era destata. Egli le era presso, la guardava senza testimoni... solo con lei, in preda ad una specie d'estasi febbrile, combattuta ed avvivata ad un tempo da una collera sorda, che cresceva... cresceva a dismisura.
Dalle aride labbra di lui escivano dei rotti e sommessi accenti, quasi un selvaggio brontolio di orso, che vede invasa la sua tana da una bianca cucciolina. Un'ira impetuosa, nera, lo assaliva, un'ira spietata verso sè stesso, per l'onta delle sue emozioni, per la vergogna del suo turbamento, di quel fascino maledetto ch'egli provava, e non già per la prima volta...! Sin dalle prime lezioni, la grazia e la bellezza di Maria, la sua capricciosa purezza, la sua intelligenza sbrigliata e pure tanto casta, avevano scosso il Professore, avevano insultata la sua sprezzante serenità d'uomo attempato, avevano ferito a morte il suo triplice orgoglio d'uomo povero, di sapiente e di ribelle... Così era stato punito della sua sovrumana alterigia di novatore, che vuole sopprimere l'individuo in sè stesso, immolandosi all'entità sovrana d'un principio sovversivo. Ebbro di quel nulla, in fondo al quale sognava confusamente un tutto, Lerskine aveva ad esso sacrificata la sua patria, la sua famiglia, l'orizzonte delle passioni. Era giunto così sino ai quarantanni. Allora... allora soltanto egli aveva incontrata la brutale ironia del suo destino. Una follia l'aveva colto a tradimento. Una passione era nata in lui, una di quelle folli, rabbiose incongruenze del cuore che lo dilaniano, lasciando intatto il retto senso delle cose, che straziano e non acciecano, che destano a un tempo lo spasimo dell'amore e l'indignazione di provarlo. Certo, così era! Ignazio Lerskine amava Maria di Bruvo, la sua indocile ed ignorante allieva.
Aveva subito avvertito quell'amore, prima che niun altro al mondo avesse potuto concepirne il più lontano sospetto. Avvertitolo, aveva subito pensato al _suo_ rimedio: sopprimere. Cessare repentinamente le lezioni. Non vederla più. E quella sarebbe la fine, il _nihil_ della sua passione.
Senonchè, la cosa era andata altrimenti. Egli s'era invano astenuto dal recarsi alla villa, il caso aveva ricondotta presso di lui l'abitatrice della villa. La fanciulla ch'egli non voleva più rivedere era venuta a lui, gli aveva stretto la mano, gli aveva chiesto il pane ed il sale, era ospite in casa sua. Ell'era venuta, senza paure, senza intenti di sorta. Nella desolazione della sua solitudine, in quel buio covo di biechi pensieri e di sogni formidabili, essa aveva recato lo scompiglio e l'antagonismo della sua dolce presenza, la macchia abbagliante della propria luce, l'oltraggio sanguinoso e sorridente della sua calma perfetta. Pura come una neonata, provocante, ben più d'una cortigiana, nella sua divina e folle imprudenza, essa era venuta, inconscia, non chiamata, a stuzzicare la belva nel suo rifugio. In quell'incendio silenzioso, soffocato sotto la cappa d'acciaio di un volere indomabile, essa era venuta a dar aria, a rimuover la brace, ad attizzare la fiamma... Ma essa nulla sapeva di tutto ciò. Dormiva... sul divano a due usi, sognando forse dei lieti sogni, sotto lo sguardo, caldo come il vento del deserto, dell'uomo che l'amava e che non temeva nè Dio, nè gli uomini, nè la morte...
Nessuno potrebbe dire ciò che passò nella mente di lui. Nessuno. La tempesta si scatenava, ecco tutto!
A un tratto, l'atmosfera parve farsi irrespirabile nella camera, il silenzio divenne subitamente tragico, nell'incerto orrore d'un'attesa. Gli atomi luminosi di polvere, cozzanti nei vani soleggiati delle finestre, ebbero un folle rivolgimento di rotazioni, come se due fluidi avversi s'urtassero combattendo nell'aria, come se uno spirito custode l'agitasse violentemente, collo sbattere dell'ali fuggenti...
Lerskine guardava sempre la fanciulla. Un lungo brivido corse tutta la sua persona. Egli si irrigidì... reagendo contro quel brivido. Le sue mani potenti, vellose, imprigionò fortemente l'una nell'altra, con uno stiracchiamento convulso dei muscoli.
La guardò ancora... ancora... La bocca di Lerskine ebbe un contorcimento sublime e grottesco... il _rictus_ d'un sorriso di sprezzo. Poi... egli corse all'uscio, l'aperse al suono d'una violenta scampanellata, e s'accampò sulla soglia, colla mossa di chi entra.
Maria si destò di botto. — Per un secondo rimase immobile, come trasognata, guardandosi attorno. Poi si rammentò. E, mal desta ancora, prese a ridere.
. . . . . . .
Lerskine si diresse lentamente verso lo scrittoio. Giuntovi, s'appoggiò col palmo della mano ad uno dei grossi libroni... quello forse a proposito del quale Maria Bruvo aveva detto poc'anzi, ridendo: — L'ospite è sacro.
Con voce ferma e fredda, il Professore annunziò alla giovane il prossimo giungere della carrozza. Poi: da quel rustico pedante ch'egli era, cadde pesantemente a sedere sul suo seggiolone e prese a sfogliar dei giornali.
La carrozza giunse infatti, pochi minuti dopo. Allora soltanto egli s'alzò, mentre Maria, senza celare la sua fretta di lasciare quella dimora ospitale, ma poco divertente, si assestava in testa il cappellino.
Se non che, la giovinetta, giunta presso alla soglia, si tratteneva ancora, per ringraziare l'ospite. E il delicato istinto della cortesia le metteva in bocca delle frasi leggiadre, ch'ella musicava inconsciamente colla voce.
— No, non scorderebbe mai quanto egli era stato buono per lei. Sperava di non avergli arrecato troppo disturbo. Ora, poi, voleva correggersi davvero della sua pigrizia, mettersi a studiare sul serio. Egli se ne avvedrebbe subito, alla prossima lezione.
Lerskine scosse il capo.
— Le nostre lezioni sono finite, — disse freddamente.
— Finite! — sciamò la giovane — finite! Ma perchè?
Il Professore frenò un piccolo tremore nervoso ed alzò alquanto le spalle.
— A cagion mia? — continuò impetuosamente Maria, — per la mia negligenza?... Ma ora muterò... glielo prometto.
Colla dolcezza irresistibile del suo sorriso essa stese al Professore la mano, quasi arra della promessa.
Egli si sentiva nuovamente inferocire davanti a quella cieca insistenza.
— No... — mormorò.. — non per lei...
— Allora, — chiese ella ancora, vieppiù dolce, vieppiù insistente, — allora... perchè?
Un'esasperazione lo vinse. Con un gesto rapidissimo, pazzo, egli sollevò sulla fronte gli occhiali. Dalle pupille grigie, giovani, maschie, scaturì, libero e brutale, il fuoco dei suoi sguardi... Piombò, si confisse nel volto della giovane subitamente sbigottita, come gli artigli del falco sulle carni della sua preda. Per un secondo, quello sguardo la possedette. Poi, su quel furioso balenìo d'incandescenze, ricadde, smorzandole d'improvviso, il velo dei cristalli azzurri.
— Perchè vi odio! — disse Lerskine a voce alta e chiara, aprendo l'uscio innanzi alla giovinetta.
Più tardi, quando conobbe l'amore, Maria si rammentò di quell'odio. Se ne rammentò con un sorriso e con un fremito.
Zenit.
Eravamo in aprile: io aveva diciotto anni e mi trovavo al mercato. Colla nostra servetta, ben inteso.
Avevo fatto felicemente (almeno così mi parve) la nostra piccola spesa di famiglia, ed esaurita la lista degli acquisti prescritti da Camilla. Pure, non so come, mi rimanevano in mano cinquanta centesimi. Caso rarissimo, più unico che raro, poichè Camilla non sbagliava _mai_ i conti. Ma, stavolta, s'era sbagliata; la cosa era evidente, ed io serrava forte fra le dita i cinque soldoni, lottando coll'aspra tentazione di spenderli a modo mio, di darli, cioè, alla fioraia dirimpetto, in cambio di _tutti_ i suoi lillà bianchi.... cinque grossi ramoscelli, ch'essa vendeva dieci centesimi l'uno.