Vita di Guarino Veronese

Part 9

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237. E ora che abbiamo esaminato l'operosità di Guarino in Ferrara, usciamo di là e vediamo quali vincoli lo congiungono con altri centri di studi. Col Friuli era in rapporti per mezzo del professore Giovanni da Spilimbergo suo parente, che fino al 1432 insegnò a Cividale, indi a Udine. Lo Spilimbergo gli chiedeva dei sussidi per l'illustrazione dei classici latini, specialmente di Plauto, e Guarino lo teneva informato delle ultime novità e nel medesimo tempo gli faceva delle benevole esortazioni di carattere molto intimo: si direbbe che in famiglia ci fossero delle discordie.

238. A Verona Guarino aveva tanti amici e parenti ed è naturale che egli fosse in continua corrispondenza con la sua città natia. I Fano, gli Ottobelli, i Lombardi, lo Zendrata, il Maggi, Galasio Avogari non si dimenticavano di lui, che seguitava a indirizzarli e soccorrerli nei loro studi. Ma nel febbraio del 1430 lo colpì una grave e inaspettata sventura: gli morì la madre. L'aveva lasciata a Verona, donde la buona vecchia non si era mai mossa. Era solita ammalare d'inverno, ma la primavera le riportava la salute; questa volta le portò la morte. La dolorosa notizia gli fu data dallo Zendrata giusto appunto quando egli attendeva buone nuove di miglioramento. «È proprio così la nostra vita: siamo destinati a morire. Lo so bene che il pianto è inutile, ma è un legittimo tributo di affetto filiale». Sollievo nel grave lutto gli fu l'essere stata la madre assistita premurosamente nella malattia e le parole di sincera lode dettele sul feretro dal Maggi.

239. I Veronesi non si sapevano rassegnare di aver perduto Guarino e cercavano di farlo rimpatriare. Pratiche erano state avviate a questo scopo sin dal 1432; ma era il tempo in cui ardeva la guerra tra la Repubblica veneta e il Visconti; e Guarino, per mostrarsi grato dell'invito, rispose doversi aspettare migliore occasione. L'occasione si presentò l'anno dopo, 1433, in cui fu conchiusa la pace. Il Consiglio di Verona aveva portato lo stipendio da 150 scudi a 200 per allettare maggiormente Guarino. E l'affare pareva conchiuso e se ne parlava a Ferrara, a Verona, a Venezia; quando tutto a un tratto Guarino dà al Consiglio una risposta gentile sì, ma che toglieva l'adito a ogni ulteriore speranza. Si capisce che nella deliberazione ci entrava anche la questione economica, perchè Guarino prendeva a Ferrara 350 scudi, ma il vero motivo fu che il marchese vi si oppose risolutamente, desiderando che si compisse l'educazione di Leonello. Allora Guarino seguitava ad essere maestro di corte.

240. Capitava poi a Verona or questo or quello, per cui Guarino aveva occasione di mettersi in corrispondenza coi suoi concittadini. Così nel 1430 vi fece una gita il marchese Niccolò per assistere a un matrimonio nell'illustre famiglia dei dal Verme. Nell'autunno del 1434 vi andò podestà Francesco Barbaro, al quale appunto allora Guarino dedicò la _Vita di Focione_ tradotta da Plutarco. Il Barbaro per la via dell'Adige arrivò a Lendinara, dove fu ospitato dal conte di Sambonifacio, col quale parlò di Guarino, indi pernottò nella casa di Guarino a Villa Bartolomea. Il conte di Sambonifacio era stato nei suoi primi anni governatore di Padova, quindi fece la carriera militare sotto Braccio di Montone; presentemente viveva ritirato nel suo feudo di Lendinara, dove attendeva agli studi teologici, per i quali ricorreva spesso ai consigli di Guarino. Tenne a cresima un figlio di lui e così gli diventò compare.

241. Comica fu la comparsa a Verona nel 1433 di un Calabrese. Era di statura piuttosto bassa, di persona smilza, gambe un po' storte, volto di color terriccio, guardatura guercia. Costui un bel giorno con un vestito stracciato e in stivaloni si presenta sulla piazza di Verona, seguito da un gran codazzo di curiosi, e improvvisa dinanzi al podestà un rimbombante discorso, infarcito di versi dei poeti d'allora. Quando dagli astanti gli fu chiesto chi fosse, egli rispose: «sono Antonio Panormita, poeta laureato, al servizio del duca di Milano». Sarebbe curioso sapere se questo ciarlatano avesse veramente veduto il Panormita e l'avesse praticato in modo da poterlo contraffare, chè non è improbabile che il Panormita offrisse qualche appiglio alla caricatura. Comunque, a Verona il nome del Panormita, da quando Guarino vi avea diffuso l'_Ermafrodito_, era venerato; e i Veronesi fecero a gara per rendere onore all'illustre ospite. Intanto qualcuno ne scrisse a Ferrara a Guarino, il quale capito di che si trattava rispose subito dando i connotati del vero Panormita. Seppero così che il vero Panormita non era guercio e domandarono al Calabrese come avesse quel difetto. Il furbo matricolato inventò che era stato per una malattia. Gli domandarono il diploma della laurea poetica ed egli rispose che l'aveva dovuta vendere per comprarsi da mangiare. E continuò a menare per il naso i Veronesi, finchè Guarino non spedì a Verona una lettera a lui diretta dal Panormita; allora si persuasero; e il ciarlatano andò altrove forse a ripetere il gioco, poichè l'aveva già fatto anche prima nel Piceno.

242. Intima, come si vede, e frequente era la corrispondenza di Guarino col Panormita; e tale essa si conservò tutto il tempo che il Panormita rimase a Pavia, cioè sino al principio del 1435, quando passò al servizio di Alfonso d'Aragona. Anzi fu per mezzo del Panormita che Guarino si tenne in stretta relazione col circolo letterario lombardo di Pavia e Milano, ma più di Pavia.

243. Fra i tanti del circolo pavese, oltre il Panormita, conosciuti da Guarino nomino Catone Sacco e Maffeo Vegio, luminari della giurisprudenza, il secondo anche poeta e autore di libri educativi, e Lorenzo Valla, che allora faceva il suo primo ingresso, diremmo, ufficiale nella grande famiglia degli umanisti italiani.

Bello e veramente eroico quinquennio fu questo (1431-1435) per lo Studio pavese! Francesco Pizolpasso, vescovo allora di Pavia e più tardi arcivescovo di Milano, uno dei più dotti ecclesiastici del tempo, pigliava parte attiva a quel movimento letterario; Francesco Bossi vescovo di Como vi insegnava diritto. Era viva ancora l'eco della voce venerata di Gasparino Barzizza, che aveva chiuso a Pavia nel 1430 la sua lunga carriera di insegnante e la sua lunga vita, quando vi venne a insegnare il Valla, presentato dal Panormita.

244. C'era tra costoro due una differenza di 15 anni, eppure il Panormita già celebre non disdegnava di andare a sentire le lezioni del Valla, giovanotto appena; se non che questa fraterna armonia non ebbe a durare più di due anni. Intorno a quei due grandi si raccoglieva una turba numerosissima di allievi ed insegnanti, che cercavano godersi la vita alternando la serietà e l'operosità dello studio con la gaiezza clamorosa e con la spensieratezza dei _convivia_ e delle _compotationes_. Fu di là che il Valla lanciò nel mondo stupefatto e scandalizzato il suo libro _Sulla voluttà_, in cui per la prima volta venivano solennemente rivendicati e affermati i diritti del senso sullo spirito; fu di là che il Panormita diffondeva per la prima volta in Lombardia la conoscenza di Plauto. E tempo di fiere polemiche fu quello: del Valla contro i giuristi, che egli mandava a imparar grammatica; del Panormita contro i minoriti, che non gli sapevano perdonare l'_Ermafrodito_; e da ultimo del Panormita contro il Valla; poichè i due umanisti avevano troppa coscienza delle proprie forze e, come suole avvenire, non poterono star lungamente insieme senza che sorgesse l'invidia a dividerli.

245. Il primo passo a mettersi in relazione col circolo pavese lo fece Guarino. Già da Ferrara a Pavia andavano e venivano spesso persone d'affari e di studio e c'era quindi occasione di scriversi. Una di queste occasioni si presentò a Guarino nel 1430, quando andava a Pavia suo nipote Lodovico Ferrari. Quel nipote e sua madre Cecilia avevano una questione di eredità ad Alessandria e Guarino li raccomandò al Panormita, il quale parte con l'opera sua parte con la cooperazione di alcuni personaggi della cancelleria ducale riuscì a dar loro vinta la causa. Egli pose molto impegno nella protezione assuntasi e mostrò sincero affetto ai due raccomandati, che egli chiamava scherzosamente i suoi _Guarinastri_ e ai quali concesse ospitalità nella propria casa.

246. Verso il luglio dunque del 1430 Lodovico Ferrari andò a Pavia e Guarino ne approfittò per mandare un saluto al suo Panormita, a cui da qualche tempo non scriveva, e per dargli notizie della sua nuova posizione a Ferrara.

247. La gradita impressione prodotta da questa novella sull'animo del Panormita è da lui manifestata con queste caratteristiche parole: «posso senza commuovermi sopportare l'inedia, le malattie, la povertà, fin anco l'invidia degli uomini; ma non so padroneggiarmi davanti alla propizia fortuna degli amici». Di ricambio egli annunziò a Guarino la sua nomina di poeta aulico del Visconti e nel 1432 l'incoronazione poetica per mano dell'imperatore Sigismondo. Ad ognuno di questi annunzi l'animo di Guarino esultò di gioia.

248. Il Valla e Guarino non si erano ancora veduti; ma il Valla trovò una occasione di andare a Ferrara a visitarvi l'illustre umanista, per il quale nutriva sincera stima. Egli aveva pubblicato nel 1430 il suo libro _De voluptate_ in forma di dialogo, nel quale gli interlocutori erano personaggi del circolo romano e fiorentino: tra essi anche il Panormita. Nel 1433 pubblicò la seconda edizione col titolo mutato _De vero bono_ e mutò anche gli interlocutori, sostituendoli con personaggi del circolo pavese e milanese, ma escluso il Panormita, col quale allora era in discordia. Di questa seconda edizione il Valla deliberò di far dono anche a Guarino e di portargliela in persona, per aver così opportunità di stringere conoscenza con lui. Ciò fu nel settembre 1433, quando il Valla si licenziò da Pavia. Il Panormita cercò di predisporre l'animo di Guarino contro il Valla, prima che costui arrivasse a Ferrara. Guarino però, uomo di molto buon senso e prudente, rispose alto alto al Panormita, schermendosi con frasi generiche, che non compromettessero la libertà del proprio contegno. Il Valla faceva allora un giro per Ferrara e Firenze, donde si sarebbe recato ad insegnare a Milano e a Genova. A Ferrara si trattenne un paio di giorni.

249. L'accoglienza di Guarino deve essere stata soddisfacente, perchè il Valla la ricorda con una certa compiacenza. Noi del resto sappiamo che Guarino professava verace stima al Valla, a cui più tardi lodò le _Eleganze_ con quelle parole, che il Valla ripeteva non senza orgoglio: _Laurenti laurea et Valla vallari corona ornandus es_. E quest'amicizia reciproca fu cementata da Girolamo Guarini, quando andò nel 1443 a Napoli al servizio di re Alfonso, raccomandato al Valla. Si capisce che quella visita a Ferrara sia stata sentita con dispiacere a Roma dal circolo del Poggio, del Loschi, del Rustici, tutti nemici del Valla. A Roma anzi dicevano che tra il Valla e Guarino si era un poco mormorato del circolo romano e che Guarino erasi mostrato freddo verso il Valla: voci nate, come è facile spiegare, dalla gelosia e in parte anche da una erronea relazione che di quell'incontro mandò a Roma ad Antonio Loschi il figlio Niccolò, il quale allora studiava sotto Guarino a Ferrara.

250. In questo tempo Guarino oltre che per la sua fama di dotto e venerato maestro, correva sulle bocche dei Pavesi e dei Milanesi per una polemica, che gli venne sollevata contro da Pier Candido Decembrio. La cagione più che letteraria era politica. L'orazione di Guarino in lode del conte di Carmagnola, composta nel principio del 1428, si era divulgata per tutta la Venezia e la Lombardia, suscitando sentimenti molto diversi, giacchè i Veneziani si compiacevano di quegli elogi prodigati al loro gran generale, il vincitor di Maclodio, e i Milanesi se ne rodevano, scorgendo elevato alle stelle il disertore del Visconti. Quando Guarino passò a Ferrara, gli amici di Pavia e di Milano facevano a gara per avere, col mezzo del Panormita, copia di quell'orazione. L'ebbe anche Cambio Zambeccari e da lui Pier Candido Decembrio. Allo Zambeccari, il cospiratore bolognese, che non si preoccupava della questione politica, l'orazione piaceva; ma non piacque al Decembrio, attaccato al partito ducale, tanto più che giusto allora, nel 1431, si erano riaccese le ostilità fra Venezia e Milano. E giusto allora sentivano a Milano la mancanza del Carmagnola, sicchè il Decembrio non potè soffrire di sentirlo tanto lodato nel discorso di Guarino. Intraprese dunque una confutazione di esso, indirizzandola, non so quanto opportunamente, allo Zambeccari.

251. La confutazione, pedantesca, minuziosa, aggressiva, procede passo passo col testo di Guarino, verso cui è talvolta molto acre e in generale poco rispettosa. Nè l'orazione di Guarino ci perdette, bensì ci guadagnò, perchè la confutazione la rese più ricercata e dell'una e dell'altra si moltiplicavano gli esemplari. Guarino seguendo il suo costume non se ne dette per inteso, ma ci fu chi pensò di prender le sue difese: il Panormita. Egli infatti ribattè gli argomenti del Decembrio, ritorcendogli contro i propri colpi, e tessè l'apologia di Guarino. E il Decembrio non si diede vinto, ma replicò, lanciando una invettiva contro Guarino e il suo apologista. La questione però non ebbe altro seguito, poichè dietro consiglio del Panormita stesso Guarino poscia, non si sa se con una lettera o con dei versi, disse le lodi del Visconti, per mostrare che nelle lodi del Carmagnola non c'era entrata la partigianeria. Ciò del resto dovea corrispondere anche agli intendimenti del marchese Niccolò, la cui politica era conciliativa e il quale non voleva dar motivi di disgusto a nessuno dei suoi vicini.

252. Partito da Pavia il Panormita, i legami di Guarino col circolo lombardo si rallentarono molto, anche perchè il movimento intellettuale si andava trasportando sempre più da Pavia a Milano e quindi allontanavasi dal centro di attività, dove operava Guarino. Il Panormita lasciò Pavia nel principio del 1435 e andò a Palermo, sua patria. Ivi si fermò poco tempo, dopo di che si imbarcò a Messina nell'aprile dell'anno stesso con Alfonso di Aragona e si diresse alla volta di Gaeta. D'allora in poi egli fu attratto nell'orbita del re Alfonso e le sue relazioni con l'Alta Italia e con Guarino diventarono più rare. Anzi a Guarino nella partenza cagionò un grave dispiacere.

253. Guarino nel 1433 circa gli aveva prestato la propria copia delle nuove dodici commedie di Plauto del codice Orsiniano, la quale il Panormita si portò seco a Palermo. Quando di là si trasferì a Gaeta, egli vi lasciò una parte de' suoi codici e tra essi il Guariniano. Guarino avendo inteso della partenza del Panormita e come si era portato via il proprio codice, se ne accorò profondamente e scrisse a parecchi amici pavesi, i quali gli confermarono che il Panormita non sarebbe più tornato. Per allora Guarino dovette mettersi l'animo in pace. Quando poi nel 1442 Alfonso d'Aragona entrò vincitore in Napoli, allora si diresse a lui con lettera, pregandolo di ottenergli dal Panormita la restituzione del codice Plautino: invano. Si rivolse direttamente al Panormita: invano; nuovamente al re Alfonso: sempre invano. Gli fu forza aspettare l'anno 1444, in cui il Panormita fece una corsa a Palermo. In quell'occasione riprese i suoi codici, tra i quali il Plautino e lo rimandò a Guarino nei primi mesi del 1445.

254. Quanto penò ora Guarino a riavere il suo apografo di Plauto, altrettanto avea penato prima ad avere l'archetipo Orsiniano. L'Orsini, pur non sapendolo leggere, lo teneva gelosamente custodito presso di sè e per parecchio tempo non ne fece parte agli umanisti, che d'ogni dove gli rinnovavano gli assalti per cavarglielo di mano. Inutilmente gli fu chiesto da Milano, inutilmente da Ferrara, donde partirono due suppliche: l'una di Leonello d'Este, l'altra, molto caratteristica, del nipote di Guarino, Lodovico Ferrari. Lo stesso esito ebbero le pratiche del Traversari e del Niccoli da Firenze. Quante volte non ritentò a Roma la prova il Poggio! ma sempre senza successo; tanto che in un momento di cattivo umore protestò che ormai non l'avrebbe più preso, nemmeno se gli venisse offerto. Guarino ricorse a un altro mezzo. Era andato a Roma, con un incarico del marchese, il giovane giureconsulto Ziliolo Zilioli; a lui si rivolse acciocchè facesse pratiche per avere il codice: anche questa volta fatica sprecata. Solo Lorenzo dei Medici, che si era recato nel 1431 a Roma con l'ambasciata fiorentina a fare omaggio al nuovo pontefice Eugenio IV, solo egli riuscì con molta arte a trar di mano all'arpia il codice e a portarlo a Firenze. A Ferrara esso giunse, direttamente dall'Orsini, l'anno seguente 1432. Così Guarino lo copiò e mandò il proprio apografo al Panormita.

255. Si è veduto Ziliolo Zilioli a Roma nel 1430. Per mezzo suo e per mezzo di Meliaduce d'Este e del suo institutore Aurispa, andati a Roma alla fine del 1431, Guarino ebbe occasione di rinfrescare le proprie conoscenze coi porporati e con gli umanisti della curia, quali il cardinale Albergati, il cardinale Capranica, il Poggio, il Loschi, il Rustici. Ma la corrispondenza con quel circolo si animò di più, quando Guarino lo ebbe più prossimo, giacchè nel giugno del 1434 la corte pontificia si trasferì a Firenze.

256. Senza di che le comunicazioni tra Ferrara e Firenze erano già prima assai vive, specialmente perché Ferrara era il consueto convegno degli ambasciatori degli stati belligeranti italiani. Il marchese d'Este manteneva con molta astuzia e prudenza la sua posizione neutrale e veniva per questo sempre scelto come intermediario nei trattati di pace. Così nel 1432 e nel 1433 ci fu convegno di plenipotenziari a Ferrara; la prima volta vi andarono come incaricati della repubblica fiorentina Cosimo dei Medici e Palla Strozzi, la seconda volta il solo Strozzi: entrambi erano stretti da vincoli di antica amicizia con Guarino. Nel 1431 era passato, di ritorno da Verona, per Ferrara il Niccoli e si abboccò con Guarino, col quale ragionò di codici e di studi; e nel 1433 era andato da Ferrara a Firenze il Lamola, come institutore privato in casa Strozzi. Ora poi che la corte pontificia stava a Firenze vi si recarono a far visita ad Eugenio IV i due fratelli Estensi Leonello e Meliaduce, coi loro aiutanti il cavaliere Feltrino Boiardo e il cavaliere Alberto della Sale.

257. Quegli anni nei quali la corte pontificia si piantò a Firenze, prima dal 1434 al 1436, poi dal 1439 al 1443 nel tempo del Concilio, costituiscono uno dei momenti più fecondi e più felici dell'umanismo italiano. I letterati della corte papale si trovarono allora insieme con quelli di Firenze, la culla del grande movimento umanistico, dove erano nel massimo fiore il Traversari, il Bruni, il Niccoli, il Marsuppini. Ne era partito o ne stava per partire il Filelfo, ma in compenso veniva da Basilea l'Aurispa coi suoi nuovi codici scoperti in Germania e specialmente col commento di Donato a Terenzio. E in quell'intreccio di attività, in quello scambio di cognizioni e di vedute si agitarono grandi questioni, che nel periodo umanistico ebbero varia fortuna e spesso divisero il campo in due partiti. Esse versavano sulla preminenza fra i capitani antichi, sulla natura della lingua latina, sulla preferenza da darsi al latino o al volgare italiano, sulla superiorità dei Latini o dei Greci. Le due ultime furono cominciate specialmente a discutere nella seconda dimora della corte pontificia a Firenze (1439-1443); le altre due furono discusse nella prima dimora e propriamente nell'anno 1435, anzi su per giù nello stesso mese: tra il marzo e l'aprile. In esse, la questione cioè sulla preminenza fra i capitani antichi e quella sulla natura dell'antico latino, si trovò impegnato anche Guarino.

258. Era a Firenze con la corte pontificia un giovane ferrarese, Scipione Mainenti, amico comune di Guarino e del Poggio. Avea studiato diritto civile a Bologna e di là era passato a Firenze nel 1429. Nel 1433 avea fatto la sua gita a Basilea, donde era tornato con alcuni codici nel 1434. In quell'anno stesso si era dottorato a Bologna. Fatta una breve sosta in patria, si era trasferito a Firenze, dove si accompagnò alla curia che egli seguì poi sempre. Fu eletto nel 1436 vescovo di Modena e morì nel 1444. Scipione Mainenti era entusiastico ammiratore del suo omonimo romano, tanto che il pio Alberto da Sarteano ne lo rimproverava, sembrandogli che paganeggiasse un pochino troppo.

259. Per deferenza all'ammirazione dell'amico Mainenti il Poggio gli scrisse una lettera, nella quale fra i capitani antichi dà la palma a Scipione. A Scipione aveva dato la palma anche il Petrarca; Pier Candido Decembrio invece presso a poco nel tempo stesso della lettera del Poggio dava la palma a Cesare. Ciò era naturale nel Decembrio, che rendeva così omaggio alla maestà Cesarea del suo Filippo Maria Visconti. Ma il Decembrio a riscontro di Cesare poneva Annibale, il Poggio al contrario confrontò Cesare con Scipione. Egli nella sua lettera esamina anzitutto i giudizi degli antichi, indi la vita dei due grandi capitani e viene alla conclusione che Scipione nella virtù e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare e che non gli fu inferiore nella gloria militare.

260. Leonello reduce dalla sua gita di Firenze portò a Guarino a Ferrara i saluti del Poggio e una copia della lettera sulla preminenza di Scipione. Guarino lesse la lettera e ne rimase scandalizzato. Egli scorse nel Poggio addirittura un detrattore, un calunniatore di Cesare, un _Caesaro-mastix_ e gli scrisse contro una violenta confutazione: «Come hai il coraggio di chiamar Cesare _parricida linguae latinae_? No parricida ma _litterarum expolitor et munditiarum parens_». E cita le testimonianze degli antichi, mettendo in chiaro quanta cultura ci fu in Roma e dopo Cesare e sotto Augusto e durante l'impero e come Cesare promosse molto gli studi. «Nè Cesare tolse le istituzioni repubblicane: le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia e il lusso. E se vi furono imperatori iniqui, ve ne furono anche di buoni; e Cesare non è responsabile degli iniqui, come S. Pietro non ha colpa dei papi malvagi che gli succedettero». Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra, contro l'asserzione del Poggio, che in essa Cesare diede ottimi indizi di animo forte e generoso. «Perchè vai pescando, o Poggio, tutte le accuse mosse a Cesare dalla malignità e che sono naturalmente sospette e taci il buono di cui si ha notizia sicura? Perchè interpreti malamente azioni di Cesare, che considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di largizioni per farsi eleggere console. — Ma lasciando le largizioni, cosa allora comune, chi ha più merito dei due: Cesare eletto con tanta lotta o Scipione eletto perchè nessuno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a Cesare di aver proposto il domicilio coatto dei Catilinarii, giacchè non fu egli il solo; e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo, che potrebbe parere. — Ma si fece prorogare il comando della Gallia. — E non pensi alla capitale importanza di quella guerra? Del resto Cesare in guerra fu clementissimo e umano. — Ma si avvilì negli amori di Cleopatra. — E Scipione non amò una schiava? Dici che fu poca gloria vincere i Galli imbelli. Leggi il giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano imbelli». Da ultimo Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il distruttore della libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare fu anzi quegli che la difese. Conchiude che Scipione fu _vir bonus, civis pusillanimis, imperator excellens_, che Cesare fu _civis magnanimus, princeps prudentissimus, imperator excellentissimus_.