Vita di Guarino Veronese

Part 8

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210. Tra i dispiaceri di Guarino vanno pure contate le disgrazie degli Zilioli, i quali formano ormai coi Guarini tutta una famiglia. E con lo Zilioli mettiamo insieme i suoi due generi: Niccolò Pirondoli e Ugolino Elia. A Giacomo Zilioli morì prima la madre Teodora e quindici giorni dopo il piccolo Paolo; al Pirondoli morì la moglie, figlia di Giacomo, a Ugolino il piccolo figlio Girolamo, nipote di Giacomo; senza parlare della malattia mortale di Giacomo stesso, felicemente curata dal medico Filippo Pelliccioni. E in mezzo a tutti questi colpi l'animo dello Zilioli si mantiene sempre imperterrito. Guarino gli scrive lettere meste per compiangere le sventure di lui ed egli risponde dandogli coraggio, sicchè Guarino deve più d'una volta esclamare: «ero venuto a consolarti e sono invece consolato». Nei primi di novembre Guarino cominciò a lavorare intorno all'elogio di donna Teodora, dal quale ricaviamo ch'ella visse 65 anni, che si maritò a 16 anni con un Zilioli ed ebbe da lui sette figli, di coi il primogenito fu il nostro Giacomo. Guarino attinse queste notizie dai due Zilioli, padre e figlio. Egli mette specialmente in rilievo la cura che donna Teodora aveva per i poveri.

211. Guarino fu visitato di quando in quando da quelli di casa Zilioli: nel luglio andò ad Argenta la contessa Pirondoli, moglie di Niccolò; nel settembre ad Argenta e nel novembre a S. Biagio Ziliolo Zilioli. Guarino fece una corsa a Porto per trovare Ugolino Elia. Giacomo Zilioli mutava anche egli paese per fuggire la peste; ma gli affari lo trattennero gran parte a Ferrara, dove Guarino gli raccomandava spesso amici e conoscenti, p. e. Guido da Bagnacavallo imputato di furto, il visconte di Argenta, calunniato malignamente di non aver assistito ai funerali di Paolo; Giacomo e Pietro del Bando, Biagio e Domenico de Martiis, don Antonio rettore di una chiesa di Argenta, Anna vedova di Luigi Morelli. «Tu ti seccherai di tante raccomandazioni, gli dice Guarino, ma la colpa è tua. Tu mi ami, mi stimi, la gente lo sa e corre da me, affinchè io interceda presso di te. Dall'altra parte a costoro io vado debitore di molti beneficii; quando e come potrei io ricambiarli? Ricambiali tu per me, giacchè essi mi hanno servito con la persuasione di servir te».

212. Tornato a Ferrara il 21 decembre si dà attorno a preparare il corso delle sue lezioni. Rimpatriare non gli sembra prudente, così nel cuor dell'inverno, coi bambini e con la moglie imminente a partorire. Dall'altro lato la gioventù ferrarese lo invitava ad aprire scuola a Ferrara. Non gli pare svantaggiosa la proposta e intende fare l'esperimento.

213. Fu alloggiato primieramente in casa dei fratelli Strozzi: Niccolò, Roberto, Lorenzo, Tito; dal 1437 in poi abitò casa propria, che era stata degli eredi Boiardi e gli fu pagata dal marchese.

214. Poco dopo l'arrivo a Ferrara la moglie gli partorì una bambina, Libera, che doveva essere tenuta a battesimo da Ziliolo Zilioli; ma siccome era a Roma per un'ambasceria, così lo sostituirono il padre e la moglie Caterina. Al battesimo assisteva anche il marchese Niccolò. Per tal modo gli crescevano i Guarinelli ed egli aveva il suo bel da fare ad attendere al loro allevamento e alla loro educazione. Girolamo il primogenito, sugli otto anni, già cominciava a scombiccherare qualche lettera, come nell'occasione che scrisse a Stefano Tedeschi, anche a nome dei fratellini, per ringraziarlo di alcuni doni loro mandati. I doni consistevano in formaggi, vino, vasellami; ma quello che più dilettava i Guarinelli erano certe saliere con figurine grottesche. Quelle figurine, quando essi si mettevano a tavola, erano fatte segno a mille giochi e motti: i Guarinelli le chiamavano per nome, le mostravano a dito, le castigavano, le ammonivano, mandavano loro sorrisi e le contraffacevano. Il padre invece contemplava la damigiana di vino, la quale egli votava molto parcamente, affinchè gli durasse un pezzo: «così in luogo di essergli incentivo alla intemperanza, essa gli era cagione di temperanza».

215. La cultura letteraria a Ferrara quando vi arrivò Guarino era su per giù a quel medesimo livello, in cui si trovava nelle altre città italiane avanti che vi penetrasse l'umanismo. Nelle scuole s'insegnava come e quanto si poteva insegnare in una scuola medievale; il latino che vi si imparava e vi si scriveva non veniva attinto alle fonti classiche, ma alla tradizione e alla consuetudine curiale; era il latino dei notai, dei glossatori, dei teologi; di greco manco l'ombra. Di quelle condizioni della cultura ci lasciò un quadro desolante il Carbone; ma ivi c'è della esagerazione retorica. E poi egli scriveva nel 1460, in un tempo in cui Ferrara possedeva una delle più fiorenti scuole umanistiche italiane. Di Mantova prima di Vittorino, di Padova prima del Barzizza, di Pavia prima del Panormita e del Valla si poteva fare il medesimo quadro.

216. Del resto anche prima che Guarino vi arrivasse, era penetrata a Ferrara la sua influenza per opera di Ugo Mazzolati. Del 1422 poi vi si era fermato qualche tempo il Biondo e alla fine del 1427 vi si stabilì l'Aurispa. L'Aurispa aveva cultura latina e greca, avea tra l'altro insegnato un anno nello studio di Bologna e un anno in quello di Firenze, ma non era stoffa da caposcuola. I codici più che interpretare ed emendare, li sapeva mercanteggiare; tutt'al più poteva essere un institutore privato, un buon pedagogo. E infatti a Ferrara fu chiamato dal marchese Niccolò quale institutore di Meliaduce, uno dei suoi ventun figli bastardi. E dell'aver scelto l'Aurispa gli va data lode; quantunque vi ebbe certo la sua parte Guarino.

217. Meliaduce era stato destinato dal padre alla vita ecclesiastica; il figlio vi si oppose, anzi nel luglio 1425 scappò da Ferrara a Milano: cosa che naturalmente levò scandalo. Ma finalmente vi si adattò e vestì l'abito di abate del monastero di Pomposa vicino a Ferrara; fu anche protonotario. L'Aurispa, che già nei suoi primi anni era stato cantore nella collegiata di Noto, ne seguì l'esempio e nel 1430 vestì l'abito religioso, ottenendo dal marchese il posto di priore della chiesa di S. Maria in Vado, posto che non abbandonò mai per tutta la vita.

218. Nel 1431 fu chiamato alla corte di Ferrara anche Giovanni Toscanella e a lui fu affidata la educazione di Borso, un altro figlio di Niccolò. Alla chiamata del Toscanella non fu probabilmente estraneo Guarino. Borso fu uno dei successori del padre nel marchesato. Parimenti Guarino venne invitato a Ferrara quale institutore di corte e gli fu affidato Leonello, il figlio prediletto di Niccolò, che gli successe immediatamente nel governo. Come si vede, Niccolò non pensava da principio alla fondazione di un grande Studio pubblico, ma a raccogliere in corte un circolo dei migliori maestri del tempo; per l'appunto lo stesso scopo si era prefisso Gianfrancesco Gonzaga, quando nel 1423 invitò alla sua corte Vittorino da Feltre. L'idea dell'università sorse più tardi spontanea, dopo che già erano a Ferrara tutti gli elementi per costituirla. E il primo, il più forte impulso lo diede Guarino, il quale pur facendo il pedagogo di Leonello, apriva un corso privato per la gioventù ferrarese desiderosa di entrare nella nuova via degli studi classici; e intanto raccoglieva intorno a sè altri ingegni, quali l'Aurispa, il Toscanella, il Cappelli, il Marrasio, il Lamola, il Faccio, correggendo con essi testi e cercando codici; e formava per tal modo un fascio di tutte quelle operosità individuali, che prepararono il terreno all'università, nella quale Guarino inaugurò nel 1436 il suo corso ufficiale.

219. Guarino a Ferrara assunse subito quella medesima posizione, che egli aveva a Verona e che forma una delle sue più notevoli caratteristiche. Egli cioè non è soltanto l'institutore del marchesino, il maestro della gioventù, ma è pure l'ambasciatore confidenziale della corte, l'oratore delle solennità sì principesche che cittadine. Così nel palazzo di Belfiore la pasqua del 1430 il marchese insigniva del cavalierato il veronese Paolo Filippo Guantieri, che andava magistrato a Firenze, e Guarino pronunziava il discorso d'occasione. E con un discorso egli salutava nell'anno stesso il ritorno di Ziliolo Zilioli da Roma, dove era stato con un incarico del marchese. Il discorso è un inno entusiastico alle virtù di Giacomo Zilioli e della sua famiglia.

220. Chi avrebbe allora pensato che soli quattro anni dopo, nel 1434, i due Zilioli padre e figlio sarebbero stati per reato di tradimento gettati nella torre di Castelvecchio? Strani contrasti nella sorte degli uomini! Il padre fu strangolato l'anno stesso; il figlio fu lasciato in carcere tredici anni, dopo i quali venne rimesso in libertà, ma senza poterne godere i beneficii, perchè morì subito. Monumento della sua prigionia ci resta una commedia, la _Michaelida_, nella quale egli raffigurava il suo misero stato.

221. Nel gennaio del 1431 Guarino andò a Ravenna, accompagnato da Brandelisio de' Boccamaiori, ad esprimere, d'incarico del marchese Niccolò, le proprie condoglianze ad Obizzo da Polenta, signor di Ravenna, al quale era morto il padre. Nel luglio del medesimo anno fu creato vescovo di Ferrara Giovanni da Tussignano, e Guarino lo felicitò con un pubblico discorso. Solenne fu pure l'avvenimento del marzo 1432, che provocò due orazioni, l'una di Guarino, l'altra di Paolo Maffei. Due nobili spagnoli, nemici implacabili, si erano sfidati a morte e dato l'appuntamento a Ferrara; l'8 marzo i due rivali erano sul terreno per azzuffarsi, quando il marchese Niccolò con bei modi si intromette e riesce a pacificarli. L'orazione del Maffei è una eccitatoria al marchese perchè impedisca il duello, quella di Guarino è una gratulatoria per la riconciliazione ottenuta.

222. L'anno seguente, 1433, passava per Ferrara l'imperatore Sigismondo reduce da Roma, dove era stato incoronato. A Ferrara arrivò il 9 settembre e ne ripartì il 16. Il giorno 10 Leonello salutò l'illustre ospite con un discorso scritto da Guarino. L'imperatore conferì le insegne equestri a cinque figli del marchese, tra i quali a Leonello. La cerimonia ebbe luogo il 13 settembre e in quell'occasione Guarino disse un discorso in onore di Leonello. E il discorso non mancò in altra occasione, pure fausta, quando nel febbraio 1435 Margherita Gonzaga andò sposa a Leonello. Come dono di nozze Guarino gli offrì la traduzione delle _Vite di Lisandro e Sulla_ di Plutarco.

223. Guarino, che amava molto i ragionamenti filosofici e religiosi, aveva a Ferrara l'opportunità di appagare questo suo bisogno. Una delle persone, con le quali si intratteneva di filosofia, era il milanese Filippo Pelliccioni, medico della corte Estense e di casa Guarini, quanto valente nella sua professione altrettanto dotto negli studi letterari ed esemplare nei costumi. Una volta nel 1430 si trovarono insieme nella villa di Belfiore, dove ragionarono di Platone. Frutto di quel ragionamento fu un lavoro di Guarino su Platone, nel quale narra la vita ed espone le dottrine dell'illustre filosofo greco. Il lavoro fu dedicato al Pelliccioni.

223 _bis_. Del resto prendeva parte volentieri anche agli spassi, specialmente se conditi di reminiscenze classiche, quale fu la mascherata mitologica del carnevale del 1434. La ideò e la allestì Giovanni Marrasio. Spirito bizzarro questo siciliano! Dopo aver trascorso gli anni giovanili a Siena, amando e cantando nell'_Angelinetum_ la sua bella Angelina, si ridusse nel 1430 a Firenze, dove godè le simpatie di tutti quegli umanisti; ma fuggito di là quell'anno stesso per la pestilenza, si recò a Padova a studiare medicina, «in mezzo alle paludi e alle rane». Fece tre anni di medicina; passò indi a Ferrara, dove si stabilì parecchio tempo; da ultimo finì prete in Sicilia. Nella mascherata si vedeva un Apollo con raggiera in testa e un manto sino ai piedi, un Bacco barcollante e col tirso in mano, Esculapio con gran barba bianca, Marte e Bellona a braccetto e armati, Mercurio con le ali alle calcagna, Priapo con una canna in testa, Venere col pomo, Cupido con le freccie; e dietro a loro le Furie, le Parche, Ercole, Cerbero e via via. Il Marrasio, in costume di Bacco, declamò dinanzi al marchese un carme sulle maschere; rispose poi per il marchese con un altro carme Guarino.

224. Memorabile fu in quell'anno (1434) anche la quaresima, nella quale predicò a Ferrara frate Alberto da Sarteano, l'alunno di Guarino. Che gioia non dovette essere per Guarino, dopo dodici anni che non rivedeva il suo scolaro, e ora poterlo ammirare nella pienezza della sua vigoria oratoria! «Che specchio di virtù quel frate! che fascino nella sua parola, che erudizione, che scienza di cose divine ed umane, che facondia, che fulmini contro i vizi!» Guarino forniva ad Alberto buoni codici di testi sacri, p. e. il suo Lattanzio, e gli dedicò la _Vita di S. Ambrogio_. E nei loro colloqui fra i tanti altri argomenti devono aver toccato spesso dell'_Ermafrodito_ del Panormita, l'idea fissa di frate Alberto, e c'è da supporre che il frate si sia fatto promettere da Guarino la ritrattazione di quel giudizio sull'_Ermafrodito_, che era diventato famoso e che aveva scandalizzato tante persone. E in vero quando dopo la pasqua Alberto passò a Padova, scrivendo di là al ferrarese Bendidio, lo pregava di chiedere a Guarino se si rammentava della promessa fattagli: chè a Padova pur tra le persone rispettabili il nome di lui non sonava troppo accetto, appunto per quel malaugurato giudizio. Finalmente pare che Guarino abbia preso una risoluzione e nel primo gennaio 1435 scrive la ritrattazione; scelse il primo dell'anno e la scelta fu certo meditata: anno nuovo, vita nuova.

225. La ritrattazione è indirizzata al Lamola, lo stesso a cui era stata scritta la prima lettera. Questa ritrattazione produce, direi, una penosa impressione; sembra di sentire Guarino sotto il peso di uno scrupolo, che non è sorto spontaneo dalla sua anima, ma che gli fu suscitato da altri. Il pretesto poi della ritrattazione è puerile. Finge infatti di avere ricevuto una edizione dell'_Ermafrodito_ con la sua lettera premessavi come introduzione. Ma vide con grande suo stupore che la lettera era mutila di alcuni passi, di quelli appunto che temperavano, anzi distruggevano le lodi che egli aveva date al Panormita. Egli aggiunge adesso i passi tolti, spiegando meglio il suo concetto e pregando il Lamola che come aveva disseminato la prima lettera, la quale avea fatto il male, così disseminasse anche la seconda, la quale portava il rimedio. Ma Guarino si tradisce e qua e là nella lettera si incontrano delle espressioni troppo trasparenti, nelle quali egli dimentica che vuol correggere il suo antico giudizio e fa chiaramente scorgere che lo ritratta.

226. Ma la cura principale di questo primo periodo (1430-1435) della dimora di Guarino in Ferrara fu l'educazione del suo nobile allievo, il marchesino Leonello, già destinato a succedere al padre nel principato. Quando Guarino andò a Ferrara, Leonello aveva 23 anni. Era nato nel 1407. Avrà fatti i suoi primi studi elementari come si poteano fare in una città dove ancora non eran giunti gli umanisti; indi il padre lo mandò a scuola di guerra sotto Braccio di Montone: ciò fu nel 1422, quando Leonello aveva 15 anni. Tornò a Ferrara dopo la morte di Braccio, nel 1424.

227. La base fondamentale del metodo didattico di Guarino era l'intimo legame del maestro con gli scolari: legame di affetto reciproco, di rispetto e di venerazione da parte degli scolari, di benevola familiarità e dolcezza da parte del maestro. Il maestro poi dovea soprattutto essere ai suoi scolari uno specchio vivente di onestà e costumatezza. Questo metodo l'aveva imparato da Guarino a Venezia Vittorino, il quale lo applicava e sviluppava presentemente in Mantova alla corte dei Gonzaga. E all'efficacia di esso contribuiva non poco la reciproca e costante stima e benevolenza di Vittorino e di Guarino, che si riverberava nei loro allievi principeschi, quali Carlo Gonzaga e Leonello d'Este, senza dire che Leonello era fidanzato di Margherita Gonzaga, allieva di Vittorino, quella che nel 1435 egli condusse in moglie.

228. Guarino è orgoglioso e geloso del suo alunno. Il suo nome non morirà, perchè i posteri lo congiungeranno con quello di Leonello: _Guarinus Leonelli_. «Io sono umile e oscuro; ma di rimbalzo la mia oscurità verrà illuminata dal tuo splendore. Non vediamo noi il pantano percosso dai raggi solari generare fiori bellissimi?» Lo vuole sempre vicino a sè. Quando egli è lontano, Guarino è in continua preoccupazione per la sua salute e lo invidia ai campi, che egli percorre, agli amici, che lo accompagnano. Le frasi che egli adopera verso Leonello sono quelle stesse di una madre verso il figliolo: «Testolina gaia, dolcezza mia, volto amabile, aspetto adorato».

229. E Leonello in ciò lo secondava mirabilmente. Ecco come gli risponde dalla villeggiatura di Porto: «Ieri, di giorno, stavo leggendo il mio Cesare, soletto nella mia stanza; non volevo lasciarmi sorprendere dalla sonnolenza di quest'afa estiva e nel medesimo tempo ne provavo gran diletto. Ed ecco intanto giungermi la tua bella e affettuosa lettera. Con che benevolenza, con che sollecitudine ti preoccupi della mia salute! Ed è giusto. Se noi ci prendiamo cura, per semplice istinto, di tutti i nostri simili, che non faremo per quelli che ci sono legati da intimi vincoli d'affetto! Vedi dunque che non è proprio il caso che tu debba scusarti. Tutt'altro! Bisognerebbe non aver cuore per rimproverare l'affettuosa sollecitudine di chi si preoccupa del nostro stato; anzi quella sollecitudine merita le nostre lodi, il nostro plauso ed è la più bella prova che si è amati. E io lo so che tu mi ami, non fosse altro per l'obbligo che ha ogni anima ben nata di corrispondere all'amore, e l'amore mio per te è immenso, ardente, come quello di un figlio verso il proprio padre, anche perchè così vollero i nostri antichi, che veneravano quale un padre il precettore».

230. E alle parole aggiungeva i fatti, giacchè ora donava al suo maestro del grano, ora gli mandava le primizie della sua caccia: caprioli, fagiani, quaglie. Quelle bestiole erano morte, eppure venivano apportatrici di tante cose a Guarino, venivano messaggere del suo Leonello ed egli le baciava ricevendole e preparava ad esse quella onorata sepoltura che loro si conveniva: «bruciate sul rogo all'uso antico e seppellite nello stomaco tra una lieta brigata di amici».

231. Leonello era appassionato per la caccia e Guarino gliela inculcava: perchè nel suo insegnamento dallo sviluppo morale e intellettuale non bisognava mai scompagnare lo sviluppo fisico. Questo era un felice ritorno alla educazione greco-romana, applicata e diffusa specialmente da Vittorino. E poi non è la caccia una preparazione alla guerra, anzi una simulazione di guerra? «Ci si alza il mattino per tempo, si affrontano i geli, gli ardori, la fame e la sete; ivi attacchi veri e finti, imboscate e lotte, colpi di freccia e di giavellotto: insomma una battaglia». E oltre la caccia gli consigliava i giochi, p. e. il gioco della palla: «anche Alessandro e Scevola si dilettavano di giocare alla palla. E buone sono le passeggiate in campagna. I grandi Romani dopo le cure di Stato non si vergognavano di prendersi un divertimento all'aria aperta; Scipione e Lelio nei loro momenti d'ozio andavano sulla spiaggia di Gaeta a raccogliere gusci di ostriche e a far mille chiassate».

232. E il nuoto? «Oh il nuoto oltre che refrigerare il corpo, gli dona elasticità. Come è bello da una riva erbosa e verdeggiante gittarsi in un fiume dalle onde cristalline e ora tuffarvisi, ora lasciarsi trasportare supino dalla corrente, ora romper l'acqua con le braccia. L'uomo che sa nuotare ha si può dire natura doppia: quella degli animali di terra e quella dei pesci. Quanti illustri personaggi antichi e moderni non furono valenti nuotatori. Basti ricordare Orazio Coclite, che si salvò a nuoto nel Tevere dagli assalti di Porsena, Cesare, che si salvò dall'insurrezione alessandrina a nuoto sul mare, Alessandro.... Ma Alessandro era troppo imprudente e per essersi bagnato nelle rigide acque del Cidno fu a un punto di perderci la vita. Valga il suo esempio a renderti prudente, o Leonello».

233. Non meno che all'educazione fisica del suo allievo badava Guarino alla sua educazione morale, avendo soprattutto di mira gli ammaestramenti che si riferivano ai suoi obblighi di principe. A questo fine gli tradusse due opuscoli di Isocrate, nell'uno dei quali sono esposti i doveri dei sudditi verso il sovrano, nell'altro i doveri del sovrano verso i sudditi. La virtù che più di ogni altra gli inculcava era la clemenza, quantunque Leonello per natura sua fosse mite e clemente e solesse ripetere la parola di Tito: non dovere un principe lasciar partire nessuno dal suo cospetto senza conforto.

234. Ma dove Guarino concentrò la sua operosità didattica fu nell'educazione letteraria; e qui trovò terreno fecondo e docile. Leonello aveva veramente trasporto per gli studi; e Guarino fu orgoglioso di affermarlo al Niccoli, quando nel 1431 passò da Ferrara. E non solo coltivava la letteratura latina, ma anche la volgare e le arti belle, la musica, il canto e la pittura. Fra le discipline prediligeva la storia, fra gli autori Cesare, che era il suo ideale come scrittore, come capitano e come uomo politico; e per questo appunto Guarino gli fece una redazione dei _Commentarii_ di Cesare. Gli traduceva gli autori greci, specialmente Plutarco, e gli cercava codici. Alla ricerca dei codici prendeva parte anche Leonello, come nel domandare al cardinale Orsini le nuove commedie di Plauto e nel far venire da ogni dove manoscritti della _Storia naturale_ di Plinio, della quale Guarino preparava una redazione, che fu terminata nel 1433.

235. Quando poi Leonello era fuori in villeggiatura, se incontrava nelle sue letture qualche difficoltà, si rivolgeva al suo maestro, che subito gli risolveva i dubbi e approfittava di quelle occasioni per dargli massime e precetti. «Allorchè leggi non biascicar le parole, ma pronunziale a voce alta; ciò oltre che aiutare la digestione, imprime meglio nella mente i pensieri. Percorso un periodo, raccogline mentalmente il contenuto: se non hai capito la prima volta, leggilo e rileggilo, imitando i tuoi bracchi, che quando sentono la selvaggina nelle stoppie e non riescono a scovarla, fanno e rifanno le medesime peste. Terminato un capitolo, fermati un poco a riassumerlo tutto; ma il riassunto non deve essere letterale, bensì baderai al senso; letteralmente ripeterai solo i luoghi più salienti: una frase elegante, un bell'aneddoto, un'arguta risposta. Sceglierai poi un giorno nel mese a ripassarti tutti codesti luoghi. Opportuno sarà anche che tu ti prenda un ripetitore, col quale riepilogare le lezioni imparate e non dimenticar mai di notare in un quaderno le principali nozioni che man mano acquisti nelle tue letture, ordinandole e classificandole. Se ti manca il tempo, pigliati un ragazzo intelligente che ti copii e disponga la materia».

236. Dei suoi studi classici Leonello ha lasciato documenti in alcune orazioni e lettere. Le prime volte gliele sbozzava o gliele correggeva Guarino, se forse non gliele componeva per intero, ma in seguito egli potè fidarsi alle proprie forze. Non c'è da lodare ivi nè la scelta dei concetti, nè la eleganza della forma; una certa facilità vi si incontra, ma nulla più. Guarino vedeva in lui tutto bello, ma l'affetto gli preoccupava il giudizio. In ogni modo lo stile ha tutto il colorito Guariniano.