Part 7
183. Sulla fine dello stesso anno andarono ambasciatori a Venezia anche il Corvini e il Barzizza. Il Barzizza intendeva parimenti di fermarsi a Verona a salutar Guarino, ma ne fu impedito pur esso. Glie ne scrisse un paio d'anni più tardi, chiedendogli scusa, nella occasione che gli raccomandava Francesco Mariani, suo allievo, il quale si recava a studiare il greco da Guarino. Il Barzizza stava a Milano sin dal 1420, come professore di retorica. Ivi nel 1422 rese un gran servizio alle lettere, decifrando e dividendo in capitoli le opere retoriche di Cicerone trovate a Lodi dal vescovo Landriani. Il codice fu portato al Barzizza a Milano da Giovanni Omodei; il Barzizza lo fece esemplare dal cremonese Cosimo Raimondi. In quell'anno stesso Guarino mandò a nome degli umanisti veronesi il suo alunno Giovanni Arzignano dal Barzizza a trarre una copia del nuovo codice. Ma per allora non si potè ottenere che l'_Orator_. Solo più tardi, nel 1428, Guarino ebbe per mezzo del Lamola un apografo intero ed esattissimo dell'archetipo di Lodi. E un altro codice ebbe per mezzo del Lamola, il Macrobio cioè del Corvini. Il Lamola era a Milano dalla fine del 1426, in cerca di nuova fortuna. Ivi aveva trovato una occupazione presso Cambio Zambeccari e intanto si era messo in relazione con l'arcivescovo Capra e con altri illustri personaggi di Milano.
184. Avanti di andare a Milano il Lamola stava in Bologna, sua patria. Quando seppe nel 1419 che Guarino era passato a Verona, andò alla sua scuola, che frequentò sino all'ottobre circa del 1425. Così il Lamola diffuse a Bologna la fama del suo maestro e Guarino intrecciò vivo commercio epistolare con quell'antico e rinomato centro di studi. Assai vi contribuì anche la presenza in Bologna del Salerno, che fu podestà di quella città il secondo semestre del 1419, e si acquistò tanto la stima pubblica, che allo scader dell'ufficio gli venne riconfermato per un altro semestre, dal gennaio al giugno 1420, onore raro a concedersi. Una bella prova della nominanza che godea Guarino a Bologna l'abbiamo nell'offerta di una cattedra che gli fu fatta nel 1424 dai Bolognesi, i quali del resto non si perdettero di coraggio al primo rifiuto e rinnovarono qualche tempo dopo, verso il 1430, l'invito per mezzo di Alberto Zancari amico di Guarino; ma anche la seconda volta rifiutò.
185. Bologna nel tempo che Guarino insegnava a Verona presenta un vivace e molteplice movimento di operosità letteraria. Non ultima fra le cause è la parte che vi presero l'arcivescovo Niccolò Albergati, liberal mecenate, e il suo segretario Tommaso Parentucelli, il futuro papa Niccolò V. Entrambi corrispondevano con gli umanisti di Firenze e cercavano codici. Ma lo scovatore era proprio il Parentucelli, che nei viaggi dell'Albergati nel 1427-1428 in Lombardia e a Ferrara, dove trattava la pace come intermediario fra Venezia e Milano, visitò chiese e monasteri in cerca di codici, p. e. il monastero di Nonantola sul territorio di Modena e quello di Pomposa presso Ferrara, la chiesa di S. Ambrogio di Milano, la Certosa di Pavia, la cattedrale di Lodi. Scopritore e possessore di buoni codici era pure il Rinucci, segretario del veneziano Gabriele Condulmier, amico di Guarino, il futuro papa Eugenio IV e allora (1424) legato apostolico a Bologna. Troviamo a Bologna altra gente di minor levatura, p. e. tra il 1424 e il 1425 Berto Ildebrandi, Andreozzo Pierucci senese, frate Andrea da Rimini, Giovanni da Luni, Antonio grammatico, Giovanni Toscanella, un antico scolaro di Guarino a Firenze, Tommaso Pontano, suo scolaro di Verona.
186. Un novello impulso fu dato agli studi in Bologna dalla venuta dell'Aurispa. Egli tornava da Costantinopoli col seguito dell'imperatore. Si fermò con lui a Venezia, a Verona, e con lui andò a Milano, dove si trattenne sino al giugno del 1424. Di là prese la via di Bologna. L'Aurispa giungeva coi suoi trecento codici greci, con l'aiuto dei quali sperava di carpire da qualche città, p. e. da Firenze, un grasso collocamento. Egli era esperto mercante di codici e sapea trarre il maggior profitto possibile dalla sua merce. Però le trattative con Firenze gli andarono fallite, almeno per il momento; intanto dovette acconciarsi ad accettare una cattedra di greco a Bologna. Guarino, che nel febbraio 1424 lo aveva conosciuto a Verona, nel febbraio dell'anno dopo, di ritorno dal Tirolo, gli scrive congratulandosi dell'onore che gli avevano reso i Bolognesi. Le pratiche con Firenze ebbero miglior esito nel 1425; infatti nel settembre dell'anno stesso l'Aurispa partì per quella città, dove aveva ottenuto la cattedra di greco.
187. Prima che l'Aurispa lasciasse Bologna, vi capitò Antonio Panormita, lo studente girovago, che dopo aver peregrinato per Firenze, Padova, Siena, veniva a piantar le tende a Bologna. Con l'Aurispa erano conoscenze vecchie; ivi rinnovarono l'amicizia, e il poco tempo che stettero insieme lasciò traccia in alcuni epigrammi all'_Ermafrodito_, al quale il Panormita dava allora gli ultimi tocchi.
188. La pubblicazione dell'_Ermafrodito_ a Bologna nel gennaio del 1426, se pure non uscì qualche mese prima, fu uno degli avvenimenti più memorabili di quei tempi. Le poche voci, che in sul principio gridavano allo scandalo, rimasero coperte dal coro universale degli applausi, che partivano dagli umanisti spregiudicati, ammiratori della forma disinvolta e facile e avidi di quelle nudità pagane, che aveano gustate in Ovidio, negli epigrammi di Marziale, nei Priapei e un pochino anche in Catullo. L'opposizione grossa e pericolosa sorse più tardi, quando, calmato il primo entusiasmo, i minoriti dal pulpito ebbero agio di scagliar l'anatema sul sacrilego libello. E dico anche opposizione pericolosa, intendendo quella che fu mossa al Panormita dal partito milanese, capitanato dal frate Antonio da Rho; poichè quel partito aveva una certa autorità e presso il pubblico e nella corte e a furia di punzecchiare scosse la posizione del Panormita in Pavia.
189. L'araldo dell'_Ermafrodito_ fu il Lamola, che lo spedì a Guarino ad insaputa dell'autore stesso, e poi andò a Roma a diffonderlo tra gli umanisti della corte pontificia, dove lo lessero subito il Loschi, il Poggio ed altri. Guarino, l'uomo dei severi costumi, il paladino del matrimonio, l'esatto osservatore delle pratiche cristiane, divorò quegli epigrammi, dove si predicava tutto il contrario di ciò che egli sentiva e professava, e ne fece propaganda a Verona. Il giudizio che ne diede nella lettera al Lamola è rimasto famoso, possiamo dire, quanto l'_Ermafrodito_ stesso.
190. Egli ammira la dolcissima armonia del verso, la spontaneità della dicitura, la naturalezza della frase, la scorrevolezza del periodo. Ma il componimento è lascivetto e alquanto procace. «E che forse per questo si dovrà scemar lode all'ingegno del poeta? Apelle e gli altri pittori dipinsero nude certe parti del corpo che devono star celate: meritano perciò minor lode? Non ammireremo la valentia di un artista, anche quando ci ritragga al vero e maestrevolmente un verme, una biscia, un topo, uno scorpione, una rana, una mosca, che pur sono bestie poco simpatiche, anzi moleste? Io per parte mia lodo il poeta e applaudo al suo ingegno e mi diletto dei suoi motteggi, faccio buon viso alle piacevolezze e approvo quella petulanza, che sa di postribolo. Del resto io mi rido delle prediche di certi sciocchi, i quali non vedono salvezza all'infuori delle lagrime, dei digiuni, dei miserere e non sanno che altro è vivere altro è scrivere. Io do retta invece al mio illustre compatriota Catullo, che ne sa qualche cosa più di loro e che dice chiaro e tondo, come l'onestà e la decenza si deva cercare nel poeta e non nei versi, i quali anzi dilettano, quando siano un tantino lascivi e solleticanti. E Catullo era pagano. Prendete un cristiano, S. Girolamo, scrittore severissimo e casto e vedrete che anche egli adoperava frasi oscene, quali non adoprerebbe il più sfacciato libertino». Termina proclamando il Panormita, poeta siciliano, il redivivo Teocrito.
191. Da questo momento in poi si strinse tra il Panormita e Guarino un'amicizia che durò, meno qualche piccola musoneria, cordiale e inalterata. La corrispondenza tra i due umanisti si fece subito frequente e il Panormita mandava codici a Guarino, come un Erodoto e un Cornelio Celso. Di Celso pare sia stato il Panormita lo scopritore. Certo lo pubblicò Guarino per il primo nel 1426 e l'ebbe da Bologna per mezzo del Panormita e del Lamola. In ricambio Guarino fornì loro le notizie fresche fresche delle strepitose scoperte fatte da Niccolò da Cusa in Germania, tra le quali nientemeno che la _Repubblica_ di Cicerone, che si risolse poi nel _Somnium Scipionis_. Niccolò da Cusa, il futuro cardinale, era più conosciuto allora come Niccolò da Treviri; aveva accompagnato, ventiquattrenne appena, nel 1425 in qualità di segretario il cardinale Orsini nella sua legazione di Germania e avea scoperto a Colonia un gran numero di codici: dicono ottocento.
192. Negli anni 1426-1428 con la società del Panormita a Bologna c'era oltre il Lamola anche Bartolomeo Guasco, altro scolaro e maestro girovago, che fece il mercante in Sicilia, poi il diplomatico, indi il professore e finalmente di nuovo il diplomatico e che conosceva gli umanisti bolognesi e fiorentini. Degli umanisti fiorentini parlò al Panormita il Barbaro, passato da Bologna nell'ottobre del 1426, di ritorno da Roma. In quell'occasione il Barbaro avea riconciliato a Firenze il Niccoli e il Bruni. Nel 1427 si trasferì da Venezia a Bologna la famiglia Tegliacci e con essa l'institutore Martino Rizzoni. Al Rizzoni Guarino volea far conoscere il Panormita, affinchè d'accordo gli procurassero un Prisciano, di cui era in possesso Alberto Zancari; ma a quell'ora il Panormita non stava più in Bologna, essendo partito per Firenze e Roma. Il commercio epistolare col Rizzoni è sempre frequente; egli teneva informato Guarino delle novità bolognesi e scambiava con lui notizie letterarie. Un bel giorno venne la malinconia al Rizzoni e volea farsi monaco. Guarino glie ne scrisse, non proprio dissuadendolo, ma dandogli a capire che ci pensasse bene e che prima passasse parola con lui.
193. Il Rizzoni si trovò a Bologna col Filelfo, che vi era arrivato sin dal febbraio 1428, passando per Ferrara, dove raccomandato da Guarino fece conoscenza di quei signori e letterati e vi lasciò tanto buona impressione, che nel 1429 lo invitarono ripetutamente a insegnare colà. L'anno 1428 egli ottenne un collocamento a Bologna, per il quale sin da Venezia aveva fatto premure presso Guarino. Quando Guarino seppe dal Rizzoni, che il Filelfo si era collocato a Bologna, se ne compiacque, ma gli rincrebbe che avesse accettato l'offerta per un solo semestre. Non gli sembrava nè decoroso, nè vantaggioso. Addebitava al Filelfo, pare, un po' troppo di fretta. «Con un collocamento così precario non guadagna nè il professore nè l'insegnamento». Ma il Filelfo aveva altre mire: egli mirava a Firenze che, partito l'Aurispa, ricco di codici ma piuttosto povero di scienza, scorgeva nell'ingegno vasto e poderoso del Filelfo un ottimo acquisto per il proprio Studio. E infatti nel 1429 il Filelfo andò professore a Firenze.
194. Più che mai intimi sono i legami di Guarino coi letterati e la corte di Ferrara. Guarino avea colà molti conoscenti, come Federico Spezia, Stefano e Lelio Tedeschi, Giovanni Coadi, i cavalieri Alberto della Sale e Feltrino Boiardo, Ugolino Elia, Niccolò Pirondoli, col quale ultimo scambiava semi di ortaglia e di piante. «Desidero come pegno di amicizia che le tue piante allignino qui da me, in modo che col loro fiorire e crescere fiorisca e cresca l'amor nostro e invecchiando verdeggi e verdeggiando invecchi. Consegnerai al latore della presente alcuni noccioli di pesche duracine, ma badiamo bene! di razza genuina e degni del donatore. Me li hai promessi e so dall'altra parte che sei esperto coltivatore. È giusto poi che come dai miei orti sono partiti semi e piante a colonizzare i tuoi, così ne partano dai tuoi a colonizzare i miei. In tal guisa le pesche venute qui dal suolo ferrarese potranno ripetere quella sentenza platonica (riferita da Cicerone): noi non siamo nate solo per noi, ma anche per la patria e per gli amici. E poichè tu sai ben coltivare i campi, devi anche imitarli (come dice nuovamente Cicerone) nel rendere che essi fanno il cento per uno. Vi aggiungerai anche dei semi di finocchio». Come si vede, due citazioni ciceroniane in proposito di semi.
195. Fra tutti i Ferraresi i più assidui corrispondenti sono Ugo Mazzolati e lo Zilioli. Il Mazzolati era intimo di Guarino sin da Venezia; ora le relazioni diventano più cordiali e il Mazzolati tiene informato il suo illustre amico veronese di ciò che avviene a Ferrara, come della nomina dello Zilioli a consigliere del principe e degli scandali a corte, p. e. la decapitazione della Parisina e la fuga di Meliaduce, figlio del marchese; lo mette in relazione coi letterati che capitano a Ferrara, come col Biondo, che alla fine del 1422 mandava per mezzo di lui a Verona il _Brutus_ di Cicerone; gli invia qualche codice da emendare, come un Gellio, uno Svetonio; gli regala delle penne d'oca, di cui andava rinomata Ferrara, non fosse altro per indurlo a scrivere più spesso; gli fa presente di pesci delle paludi ferraresi per la quaresima. «I tuoi pesci, gli risponde Guarino, mi sono arrivati quali messaggeri della imminente quaresima e mi hanno avvertito che purtroppo i giorni della baldoria sono finiti e che bisogna mutar dieta e sistema di vita, pensando un poco anche all'anima e tenendosi a stecchetto col mangiare. Anzi a rendere gli onori di casa ai tuoi illustri messaggeri ho destinato della gente non meno illustre, p. e. un Cicerone, un Fabio, un Lucio, un Lentulo, un Macrobio, un Cornificio, così saranno in buona compagnia».
196. Ma venne il giorno funesto che troncò questo legame di gaia e schietta amicizia: nella prima metà del 1427 il Mazzolati morì. «Perdita per me gravissima, chè era egli onest'uomo e fedelissimo amico, il quale in me amava un figliolo, venerava un padre, rispettava un maestro e io ho perduto in lui un padre, un figlio, un discepolo. Mi conforta però che egli tal morì qual visse. E chi infatti visse, più retto, più liberale, più fedele del mio Ugo? Ci è da trarre un ammaestramento da questa morte: che noi dobbiamo trovarci pronti al fatal passo, poichè da un momento all'altro siamo esposti a perire. Il mio Ugo io lo amai vivo e lo amo morto».
197. L'altro grande amico ferrarese di Guarino era lo Zilioli, consigliere intimo del marchese d'Este fin dal 1422. Egli era sempre a fianco del signore, di cui Guarino lo chiama «il fido Acate». Nel 1426 mandò a scuola a Verona i due figli minori Paolo e Bonaventura. Il figlio maggiore Ziliolo studiava a Ferrara, dove si dottorò in legge nel 1427 insieme col suo fedel compagno Ugolino Elia, altro corrispondente di Guarino. I due figli minori arrivarono a Verona nel 1426. Fu loro dato per aio un Antonio da Orzinovi, chiamato il Bresciano, che prima era stato copista a Padova e di là nel 1424 andò a Verona da Guarino. Furono poi raccomandati specialmente alle cure della Taddea, e in tal modo fra la Taddea e le donne di casa Zilioli si strinsero legami d'affetto; e le Zilioli mandavano spesso regali alla famiglia Guarino. «Abbiamo per legge d'amicizia, scrive egli allo Zilioli, tutto in comune fra noi; mancava che mettessimo in comune i figli, che come per nascita sono tuoi, così per adozione saranno miei. Io li abituerò a vivere socraticamente, cioè con poco cibo e alla buona. Ma il meno che darò loro in cibo lo compenserò in tanta maggiore istruzione e dottrina, acciocchè te li restituisca più buoni e più dotti di quando me li hai affidati».
198. Fra gli amici di Guarino, che in questo periodo di tempo andarono a Ferrara o vi passarono, notiamo il bolognese Zancari e il Panormita, che visitarono Ferrara, questi nel principio del 1427, raccomandato e presentato da Guarino, quegli nel principio del 1428. Vi passò Mariotto Nori quando tornava nel 1426 a Firenze; vi passò il Filelfo nel febbraio del 1428, diretto a Bologna. Il Biondo vi passò almeno due volte: la prima nel decembre del 1422, la seconda nel principio del 1428. La seconda volta egli avea con sè la famiglia; pare perciò che vi si sia trattenuto a lungo. In questa occasione tanto il Biondo quanto lo Zilioli trattavano con Guarino per trovare un maestro a Meliaduce figlio del marchese. Lo Zilioli aveva suggerito una persona, ma Guarino ne lo sconsiglia con frasi risolute; non sappiamo a chi si alludesse. Piuttosto credo che Guarino abbia messo innanzi il nome dell'Aurispa e si combina infatti che l'Aurispa si stabilì in quel tempo a Ferrara e che appunto poco dopo fu nominato maestro di Meliaduce.
199. Tutta questa intimità e questi vincoli con Ferrara contribuirono non poco a trarvi colà Guarino. Mancava solo una occasione ed essa venne con la pestilenza. Guarino cercava un rifugio e gli fu offerto a Ferrara. Egli accettò; ma c'era in lui l'intenzione di abbandonare Verona? Probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui stesso. Di Verona egli non si poteva lagnare; vi era anzi amato e gli dispiaceva staccarsene. Senonchè una volta messo il piede in Ferrara, si trovò quasi senza volerlo attratto nell'orbita di quell'astro maggiore; e Verona rivide il suo Guarino come cittadino e come amico, non lo riebbe più come insegnante.
Guarino a Ferrara
PRIMO QUINQUENNIO
(1430-1435)
200. Guarino giunse a Ferrara nell'aprile del 1429 e appena giunto meditava di ripartirne, perchè anche ivi si era manifestata la peste. Si rifugiò in un paese vicino, ad Argenta, nella casa di Luigi Morelli, insieme coi figlioletti dello Zilioli, col loro institutore Antonio Bresciano e con alcuni amici ferraresi. Nei primi giorni tutto camminò bene; ma verso la metà di giugno Argenta fu invasa con violenza dall'epidemia. Guarino senza indugio sparpagliò parecchi dei suoi domestici, mandandoli chi qua, chi là, ma non potè evitare che tre della sua casa fossero attaccati: il suo parente Giovanni d'Este, Paolo Zilioli e l'institutore Antonio. Antonio si salvò, ma Giovanni e Paolo rimasero vittime. Lo Zilioli ritirò subito in casa l'altro figlio, Bonaventura.
201. La morte di Paolo fu un grave colpo a Guarino, ai genitori, ad Antonio Bresciano, il quale fece di tutto per salvarlo e non se ne potea dar pace. Il più forte fu il padre; la madre ne rimase tanto desolata, che solo al veder persone che glie lo rammentassero dava in smanie. Così l'11 novembre Guarino andò a Porto, su quel di Ferrara, dove villeggiavano gli Zilioli per tenersi lontani dalla peste; procurò bensì di nascondere la sua venuta, ma ciononostante donna Zilioli lo seppe e questo bastò per rinnovarle l'acerba ferita. Il povero Guarino sentì profondo dolore di quella perdita. Lo chiamava il «suo Paolo». «Giovinetto di buona indole, d'ingegno, modesto, studioso e che facea concepire di sè le più belle speranze. Oh quanto giovamento mi aspettavo da lui per i miei figli!» Morì munito di tutti i conforti della religione ed ebbe un accompagnamento se non pomposo, che non lo permetteano le condizioni sanitarie, certo affettuoso.
202. Dopo la disgrazia di Paolo, Guarino cambiò di alloggio, andando ad abitare nella casa di Giacomo del Bando. Nella casa di Luigi Morelli, che fu chiusa, lasciò una parte delle masserizie e supellettili, le quali più tardi, nell'agosto, gli furono rubate da un monaco, che vi si era introdotto nonostante che fosse luogo infetto. _Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames_, esclama Guarino nel raccontare le prodezze del frate, _homo religiosus, paupertatis professor!_
203. In sul principio di luglio si diffuse la falsa notizia della morte di Guarino. La notizia giunse anche a Pavia, dove la udì il Panormita da un prete venuto da Venezia, il quale l'aveva intesa colà da certi veronesi. Il Panormita non si può trattenere dallo scriverne all'Aurispa, che era in quel tempo a Ferrara, sfogando il proprio cordoglio per sì grave perdita e tessendo sincere e magnifiche lodi di Guarino, di cui esalta specialmente la modestia, i meriti letterari e la bella abitudine che aveva d'incoraggiare gli studiosi e gli amici. Conchiude eccitando l'Aurispa a comporre lui più degnamente l'elogio dell'illustre defunto.
204. Effettivamente la notizia si era sparsa in Verona, dove e amici e cittadini tutti lo piansero morto, esaltandone le virtù e i meriti. Quando lo Zendrata si accertò della falsità di quella voce, ne scrisse a Guarino, esponendogli quanto lutto avesse destato in Verona il triste annunzio e congratulandosi, perchè annunzio di morte falsa è presagio di vita lunga. Guarino lo ringraziò chiamandosi fortunato che a lui vivo fosse toccato di sentire le lodi che gli sarebbero state tributate dopo morto. Coglie nel medesimo tempo occasione di dire quant'egli ami la sua città nativa, con la quale, anche peregrinante per diverse terre in cerca di aria salubre, mantiene pur sempre affettuosa corrispondenza.
205. Così egli si ricorda al compare Damiano Borghi, ad Agostino Montagna, a Bartolomeo Brenzoni, al Maggi, agli Ottobelli, ai Fano. A Verona si erano ricoverati anche alcuni amici di fuori, quali Stefano Tedeschi e Tommaso Cambiatore, che stava allora traducendo in ottava rima l'_Eneide_.
206. Lo Zendrata visitò Guarino ad Argenta, di dove passò nell'agosto diretto a Forlì. Per mezzo di lui Guarino affittò la propria casa di Verona. Ivi abitava la madre e per la madre sola era troppo vasta. «Sarebbe opportuno prendere a pigione per lei la casetta di Antonio Verità, che stava di faccia; la sua si poteva affittare per un paio d'anni, chè tanti egli contava di rimaner fuori: così se ne sarebbe cavato un certo profitto». Raccomandava però allo Zendrata di trattar la faccenda con la madre molto delicatamente, sia per l'affetto che ella portava a quella casa, sia perchè le rincrescesse l'assenza del figlio da Verona.
207. Quando nemmeno ad Argenta si sentiva più sicuro per il diffondersi del contagio, pensò Guarino di mutar paese e si recò nel 27 settembre a S. Biagio a cercarvi un'abitazione e scelse quella di Paolo Rasponi; poscia vi andò con la famiglia. Ivi rimase sino al 21 decembre, nel qual giorno ritornò a Ferrara.
208. La vita di Guarino in questi ultimi mesi di fuga fu molto angustiata. In famiglia continue malattie e morti: morti di amici e malattie delle fantesche e dei bambini. Niccolò, l'ultimo nato, ammalò di vermi e poi di febbre per la dentizione, Agostino e Gregorio di febbre, Manuele di una caduta, poichè vivace com'era giocando cadde e si ruppe la nuca. A Guarino toccava far da balia. L'abitazione era ristrettissima. «Una sola camera serve da dormitorio, da cucina, da granaio, da portico, proprio come la povera gente che del medesimo abito si fa ora mantello, ora camicia, ora lenzuolo. Spesso i bicchieri, le pentole, i piatti, i codici si disputano il posto. Mi accade di stender la penna verso il calamaio e la intingo nella saliera, intanto che i ragazzi mi fanno intorno uno strepito d'inferno».
209. Uno dei pensieri che più affannavano Guarino era quello dell'imminente parto della moglie; ma s'ingannò nei calcoli, perchè il 9 ottobre comincia a vedere i segni del prossimo parto e nel 30 decembre la moglie non aveva ancora partorito. Come trovare la levatrice? A S. Biagio ce n'era una abbastanza brava, ma nemica giurata dell'acqua e troppo devota di S. Martino. E il giorno del parto che sarà di lui? Avrebbe dovuto abbandonare il letto, nè solo il letto, ma anche la stanza, poichè un'unica stanza avevano. Dove andare a dormire, se nel paese non c'erano alberghi? alcuni lo consigliavano a rifugiarsi in una stalla, che là starebbe caldo; egli invece preferiva di farsi amico l'oste, affinchè la notte del parto gli desse alloggio. Oh perchè non sono ostetrico io! esclama Guarino. Però, aggiunge, la moglie ha fatto un patto con me, di partorire di giorno, così i miei sonni non saranno turbati.