Part 6
158. Della stima che godeva Guarino a Vicenza fa testimonianza l'invito venutogli di là nel 1420 ad occupare il posto di insegnante lasciato libero dal Filelfo. Il Filelfo insegnò a Vicenza per lo meno l'anno scolastico 1419-1420; nel marzo del 1420 partì da Vicenza per Venezia e di là per Costantinopoli. Guarino, già nominato a Verona, non potè accettare. Intanto facea pratiche presso quella comunità per succedere al Filelfo Giorgio da Trebisonda, aiutato in ciò dalle raccomandazioni di Francesco Barbaro e di Pietro Tommasi; anzi a questo scopo fece egli una corsa a Vicenza nel gennaio. Il Trebisonda riuscì nel suo intento e fu nominato professore a Vicenza.
159. Guarino e il Trebisonda si erano conosciuti a Venezia nel 1417-1418, dove per alcuni mesi il Trebisonda udì le lezioni di Guarino; ma non furono in buoni rapporti di vicinato quando insegnavano l'uno a Verona, l'altro a Vicenza. Il Trebisonda avea molta boria greca, congiunta a leggerezza giovanile, e non conosceva il latino che un po' grammaticalmente: tre circostanze che impedivano di renderlo simpatico a Guarino. Quando gli scolari di Guarino passavano da Verona a Vicenza, pare che il Trebisonda nell'accettarli alla sua scuola li sottoponesse a un esame troppo pedantescamente grammaticale; e Guarino, più stilista che grammatico e abituato ad elevarsi dalla parola al pensiero e al sentimento, doveva aver concepito un certo disprezzo per quell'uomo.
160. E a lui infatti allude con frasi coperte, ma molto acri, in una lettera del 1421. Ivi parla di certi mostri d'uomini, che «arrivati alle prime pagine della grammatica si dànno il pomposo nome di scienziati. Essendo soli essi ignoranti, si credono giusto appunto i soli sapienti e non par loro vero, quando si imbattono negli allievi altrui, di dimostrarne la ignoranza, interrogandoli su quelle pedanterie, che essi hanno imparato a furia di sgobbo e che sono indegne di un uomo e da lasciarsi ai ragazzetti, quali sono le figure, i casi, i gerundi e quisquiglie di simil genere. La sorte di gente di tal fatta è che gli scolari entrano da loro rape ed escono carote». Il Trebisonda rimase a Vicenza certo sino al termine del 1426, in ogni modo non molto dopo, perchè nel 1428 era tornato per qualche tempo in Grecia; e poi egli lasciò Vicenza, mentre Guarino stava ancora a Verona. Anzi, diceva lui, la dovette lasciare per le mene di Guarino, che era geloso del suo vicino collega; secondo invece una testimonianza più attendibile, la vera ragione era che egli con le sue fanfaronate avea nauseato i Vicentini.
161. Contemporaneamente al Trebisonda insegnò a Vicenza il vicentino Cristoforo Parma, ma come institutore privato. Cristoforo era prima a Venezia, ma i Vicentini fecero tante premure, che lo ottennero nel 1420, quantunque non deve aver molto incontrato. Qualche anno dopo lo ritroviamo a Venezia. Negli anni 1420-1421 era in Vicenza Pietro Tommasi, medico e letterato veneziano e vecchia conoscenza di Guarino. Saputo Guarino che il fratello, già morto, di Pietro aveva composto un trattato sulla povertà, gliene domanda un esemplare con uno dei suoi soliti giochi: «arricchiscimi, gli scrive, della tua povertà, perchè io possa conoscere sì grande virtù e imparare ad esercitarla di buon animo». Il Tommasi lo aveva incoraggiato a tradurre in latino una orazione greca di Manuele Crisolora, anche per rendere un tributo alla memoria dell'illustre maestro. Guarino non la tradusse, ma per compenso rispose al Tommasi affettuose parole in lode del Crisolora. A Vicenza Guarino aveva molti amici, quali il Francaciani, Matteo Bissaro, Niccolò Dotti, suo scolaro, e più di tutti Girolamo Gualdo, col quale teneva viva corrispondenza, scambiando codici, mandandogli i propri lavori, p. e. l'orazione funebre per il Loredan, e informandolo dello stato della sua famiglia. Girolamo era come uno di casa e Guarino volle perpetuare la loro scambievole amicizia mettendo il nome di Girolamo al suo primogenito. Nemmeno nel 1424 sulle montagne trentine Guarino si dimenticò di lui e da Pergine gli mandò le proprie notizie.
162. Più attivi si fanno gli scambi di Guarino con Vicenza nel 1425, l'anno in cui vi andò podestà Francesco Barbaro. Era stato nominato a quel posto sin dal 1424, ma quello fu anno di gran peste a Vicenza e il Barbaro si trattenne a Venezia. Avea preso possesso della nuova carica certo al principio del 1425 e portò seco il Biondo, come segretario, e il nipote Ermolao; più tardi ci troviamo qualche altro della famiglia Barbaro ed Ermolao Donati. Ivi Francesco Barbaro rinnovò l'amicizia col Gualdo, che aveva conosciuto a Padova e a Venezia. Col Barbaro Guarino corrispose frequentemente, soprattutto per raccomandazioni spettanti al suo ufficio di podestà, sempre ben inteso con la clausola σὺν τιμῆ σου. Col Biondo era pure in frequente relazione ora per codici, come quello dell'Epistolario Pliniano, di cui l'arcivescovo Capra desiderava una copia, e delle opere retoriche di Cicerone; ora per affari di altro genere, come l'incarico dato dal Biondo a Guarino di cercargli dei cavalli e un cuoco.
163. La risposta di Guarino sul cuoco comincia con un saluto culinario. Indi segue dicendo che, voltate le spalle alla letteratura, si dedicò tutto al mestiere della cucina. «Ho raccolto intorno a me una assemblea di guatteri, vivandieri, parassiti e mangioni e ho messo loro innanzi il nome del cuoco vescovile, quale candidato al posto da te offerto. La candidatura fu accolta ad unanimità e con plauso. Quel cuoco netta così bene i piatti, che quando non gli basta lo strofinaccio, chiama in aiuto la lingua e anche i calzoni. È pure molto economico; così p. e. se qualche animaluccio gli cade dalla testa nelle pietanze, si fa uno scrupolo di levarnelo: sarebbe un assottigliare la porzione; parimenti si dica di qualche goccia che gli si stacchi dal naso. E misura il condimento, anzi per risparmiare il lardo adopera il sego. Uomo inoltre quietissimo, chè dorme giorno e notte per le gran sbornie che piglia. Lo chiamano Chichibio». È noto che Chichibio è il protagonista di una novella del _Decamerone_.
164. Il Biondo aveva con sè la moglie e doveva far con essa una gita a Verona, la quale sarebbe riuscita graditissima a Guarino, perchè così le loro donne avrebbero avuto occasione di conoscersi. Ma il Biondo non potè. Guarino in compenso gli mandò per qualche tempo a Vicenza il piccolo Girolamo. Andò poi egli due volte a Vicenza: la prima nell'aprile, la seconda nel giugno. Nella prima Guarino vide Giovanni da Castelnuovo, maestro di retorica, che stava allora a Vicenza. La visita gli fu restituita per parte degli amici di casa Barbaro dai due Ermolai, il Barbaro e il Donati. Nella funesta occasione della morte della suocera Guarino ricevette parole di sincera condoglianza e di conforto dal giovinetto Ermolao Barbaro e dal Gualdo. Il Gualdo in quel tempo partiva per Firenze, dove aveva ottenuto una magistratura, con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino.
165. Da Vicenza partì più tardi, nell'ottobre, anche il Biondo per andare a Padova come segretario di Francesco Barbarigo, nominato di fresco capitano di quella città. Quel posto fu ottenuto dal Biondo per mezzo dei buoni uffici di Guarino e del Barbaro. Il Barbaro si trattenne molto ancora a Vicenza, sino cioè al principio dell'anno seguente 1426, perchè attendeva alla compilazione e pubblicazione degli statuti della città: lavoro poderoso e grandemente meritorio, che immortalò la pretura vicentina del Barbaro. Alla fine del 1425 era ultimato e Guarino, pregato dai Vicentini e dal suo diletto scolaro, gli premise l'introduzione.
166. Nel 1426 il Gualdo tornò dalla magistratura di Firenze, portando notizie di quella città. Nell'agosto del 1427 prese moglie. Alle nozze era stato invitato anche Guarino, ma non potè andare. «Del resto, gli scrive, non hai perduto nulla, perchè ad aprir certe brecce in certi castelli ci vuole la tattica nuova di voi altri giovanotti; noi veterani del secolo passato abbiamo una tattica ormai antiquata e che adesso non serve più». E ritorna poi su queste allusioni scherzose e un po' ardite: «Quanto sei valoroso patrono per i tuoi clienti, altrettanto devi essere robusto guerriero con la tua Penelope; _decet enim hisce primis congressibus ut quantum te lectio singularem, tantum te lectus pluralem cognoscat. Qua in re culare, hui! curare volui dicere, debebis, ut non solum tu uxorem duxeris, ut scribis, sed et te uxor ducat, ut mutua sit vicissitudo_». Nel giugno 1428, quando il Gualdo per la peste si era da Vicenza ricoverato a Sarego, Guarino gli mandò in dono il suo S. Agostino, postillato da lui quando era in Tirolo, perchè con quella lettura ingannasse le lunghe ore d'ozio, traendone insieme frutti di pietà cristiana.
167. Non meno che tra Guarino e Vicenza, il Gualdo servì di anello di congiungimento tra Guarino e Firenze. Egli andò due volte a Firenze. La prima nel 1420 e fu una gita di piacere. In quell'occasione il Gualdo conobbe personalmente fra gli altri il Niccoli e il Traversari, coi quali parlò a lungo di Guarino. A Firenze aveano concepite speranze di riaverlo, ma erano illusorie; Guarino «a niun costo sarebbe più tornato a Firenze». Si parlò anche delle invettive pubblicate in quell'anno contro il Niccoli da due suoi nemici, l'uno dei quali il Benvenuti, quegli stessi che non avevano risparmiato nemmeno Guarino quand'era in Firenze. Egli era già stato informato di tutto dal Niccoli e dal Traversari, ma ora che il Gualdo di ritorno da Firenze gli fornì notizie più minute, si sente oltre ogni credere nauseato.
168. La seconda volta che il Gualdo andò a Firenze fu nel 1425, quando ottenne per mezzo dei buoni uffici di Francesco Barbaro la magistratura della mercanzia in quella città; partì nell'agosto con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino. Così Guarino ebbe occasione di rinfrescar la memoria con gli amici fiorentini. Tornato il Gualdo nel 1426, gli scrisse di un certo scalpore sollevato da un tale a Firenze contro Guarino, su di che dava maggiori ragguagli una lettera da Firenze di Mariotto Nori.
169. Nè fu questo il solo screzio che ebbe Guarino nelle sue relazioni con Firenze. Ce ne fu un altro, e quello veramente dispiacevole. Si trattava del Bruni. Era stato riferito da persone autorevoli, ma pare malignamente, che il Bruni a Firenze in presenza dei Medici e di altri avea sparlato di Guarino in modo da ledergli l'onore. Del che egli sdegnato scrisse, non al Bruni direttamente, e in ciò fece male come egli stesso confessa, ma ad amici comuni, lagnandosi dell'offesa in modo molto vivace e risentito. Per tal guisa l'incidente, che doveva esser leggero, ingrossò e già si minacciava una rottura fra i due vecchi e provati amici. Il Bruni pare sia stato il primo a muovere i passi per toglier l'equivoco e scrisse, verso il febbraio del 1421, al Salerno allora podestà a Siena. Il Salerno si interpose subito tra i due contendenti e con buon esito, poichè Guarino rispose a lui, che il malinteso era cessato e scrisse nel medesimo tenore al Bruni. Il Bruni non rispose, ma non ce ne era bisogno: tutto era appianato di tacito accordo; dall'altra parte stuzzicare certe ferite ancor fresche, sia pure con retta intenzione, è sempre pericoloso; il silenzio è il miglior partito. Del resto Guarino non mancò mai, scrivendo agli amici di Firenze, di mettere i saluti per il Bruni. Quando poi si presentò una favorevole occasione, la nomina del Bruni a cancelliere della repubblica fiorentina nel 1427, allora Guarino se ne congratulò con lui per lettera. E il Bruni rispose in guisa da dare ampia soddisfazione al vecchio amico, toccandogli delicatamente dell'antico litigio e ringraziandolo delle congratulazioni.
170. Del rimanente, tolti questi due screzi, le relazioni di Guarino con Firenze furono sempre cordiali, soprattutto col Niccoli, col Traversari, con Angelo Corbinelli, con Giovanni Boscoli e, meno il piccolo incidente, col Bruni. Nel 1422 Ermolao Barbaro, suo alunno, dedicò al Traversari la versione latina di Esopo. Nel febbraio del 1424 capitò a Firenze dal Traversari frate Alberto da Sarteano, che gli parlò piacevolmente di Guarino. Nel 1423 andò a Verona a studiare con Guarino Mariotto Nori, un raccomandato del Traversari. Il Nori era stato qualche tempo prima commesso d'affari a Venezia di Palla Strozzi; venuto a Verona, vi si trattenne un paio d'anni; indi passò alcuni mesi a Mantova a copiar codici per i principi Gonzaga; tornò a Verona e di là nel 1426 rimpatriò a Firenze.
171. Aveva una bella calligrafia, specialmente nella scrittura che allora chiamavano «antica». Guarino andava in visibilio quando ne parlava e gli fece copiare un Giustino. Era un bravo giovinotto, di buona famiglia, ma aveva un difetto: l'instabilità congiunta a un po' di vanità. Guarino lo chiamava figlio di Eolo sia perchè mobile, sia perchè borioso; quando p. e. parlava de' suoi antenati, contava miracoli e le sparava grosse quanto mai. Ma saputo pigliare per il suo verso, gli si faceva fare quel che si voleva. Nel rimpatriare si fermò a Ferrara, dove conobbe lo Zilioli, che gli propose la trascrizione di un Servio antico e difficilmente decifrabile. Le pratiche durarono a lungo in mezzo a molte incertezze, ma finalmente dopo più di un anno la copia fu compiuta e l'eleganza e l'esattezza dell'esemplare soddisfecero Guarino e lo Zilioli, compensandoli così del patito ritardo.
172. Il numero degli amici di Guarino a Firenze è cresciuto negli ultimi mesi del 1425 con l'arrivo dell'Aurispa, che fu nominato professore di quello studio. Nel 1427 partiva da Verona alla volta di Roma Marco Campesano; nel passaggio per Ferrara fu da Guarino raccomandato allo Zilioli e nel passaggio per Firenze al Nori, al Niccoli, al Boscoli.
173. Non molto intimi nè molto frequenti sono i rapporti di Guarino con Roma, dove non c'è che il Poggio, che lo tenga in una certa corrispondenza con la curia pontificia. E nelle sue lettere a Guarino il Poggio non si dimentica del Barbaro, il quale del resto si trovò con lui due volte a Roma: nel 1426 e nel 1428. Tutte e due le volte ci andò come ambasciatore; nel 1426 di ritorno passando da Firenze riconciliò il Niccoli col Bruni. Non mancavano poi Veronesi che andassero a Roma; così nel 1421 ci fu il Salerno a prendere possesso della dignità senatoria e a recitarvi il discorso di ringraziamento innanzi al papa; nel 1425 c'era il canonico Filippo Regini, alunno di Guarino, nel 1426 un prete Alessandro che dava un po' da dire sulla sua condotta, e non so in quale anno un altro prete, Antonio Malespina vicario del vescovo. A Roma si recò, per non poter reggere al peso delle imposte, nel 1425 un amico del circolo fiorentino, Antonio Corbinelli, e in quell'anno stesso vi morì, con gravissimo dolore e lutto di Guarino, che era stato da lui ospitato in casa propria a Firenze e che l'amava come un fratello. La triste notizia fu partecipata a Guarino dal canonico Filippo e da Guarino al Barbaro, che parimenti stimava ed amava l'estinto.
174. Guarino fece una gita a Mantova, che gli lasciò poco gradita impressione, perchè in tre giorni che vi stette non seppe ben distinguere se era giorno o notte. «Ivi non si vede che acqua e non si odono che rane. Le case sono in maggior numero che gli abitanti; nelle piazze si trovano le alghe e per le strade si inciampa nei porci». Quando vi andò c'era il Giuliani, probabilmente con qualche pubblico ufficio. A Mantova Guarino conosceva il vescovo. Nel 1425 eravi vicepodestà un veronese, Galesio della Nichesola, al quale Guarino scrisse una lettera, perchè rintracciasse una orazione di Cicerone trovata in Verona e migrata colà.
175. Guarino godeva molta stima presso i signori Gonzaga, che lo invitarono alla loro corte come institutore. Non accettò e poco dopo fu invitato Vittorino da Feltre, suo alunno a Venezia, che nutriva sempre amore e rispetto per il suo maestro. I buoni frutti della scuola di Vittorino si videro ben tosto in una lettera che il principino Lodovico, decenne appena, scrisse nel 1424 a Guarino. Guarino rispose compiacendosi dei felici risultati e congratulandosi che dal maestro inetto, che avea prima, fosse passato sotto la disciplina di Vittorino, che egli chiama _optimus vir_ e _doctissimus magister_ e dal quale gode di sentirsi lodato. «Del resto se mi chiama suo precettore, più che merito mio, è bontà e gratitudine sua, il quale ottimo com'è mi decanta quale desidererebbe che io fossi. E quel poco che io gli insegnai, e quanto poco sia stato lo so io, egli lo esagera al punto da far di una pulce un elefante. Prendilo pertanto, se hai fede in me, a guida nella vita e nello studio e imita costantemente il suo esempio ed egli diventerà per te quello che dice Omero di Fenice per Achille: eccellente maestro di ben dire e di ben operare». Il principino gli domandava una redazione corretta dell'_Orator_ di Cicerone e Guarino gliela promette, appena avrà il modo e l'opportunità.
176. Anche a Brescia troviamo un piccolo nucleo di amici di Guarino; ma è costituito non di elementi stabili, sibbene raccogliticci, ed ha breve vita, dal 1427 al 1428; gli elementi appartengono al gruppo veneziano. È il caso a un dipresso di Treviso nel 1423. Brescia fu, si può dire, il perno delle operazioni strategiche della guerra combattuta negli anni 1426-1428 tra Milano e Venezia. La Serenissima mandò a Brescia in qualità di capitano Niccolò Malipiero, in qualità di podestà Pietro Loredan. Il Loredan si portò come cancelliere il Biondo.
177. Il Biondo pertanto era stato nel 1425-1426 a Padova col Barbarigo e ora nel 1426-1427 accompagnava il Loredan a Brescia. Ma in quest'anno lasciò il servizio della repubblica veneta. Forlì dopo un triennio di occupazione viscontea era stata sgombrata e consegnata in potere del papa Martino V, che vi mandò a governarla Domenico Capranica. Il Biondo così era libero di rimpatriare, anzi ottenne un posto presso il Capranica e intanto avea fatto partire per Forlì la famiglia; egli vi andò nell'agosto 1427. Guarino fu in frequente carteggio col Biondo a Brescia, a cui si raccomandava ora perchè gli trovasse una serva, ora perchè gli narrasse gli avvenimenti della guerra. Ma sugli avvenimenti della guerra poteva informarlo meglio Battista Bevilacqua, che aveva un comando nell'esercito sotto la condotta suprema del conte di Carmagnola. E in effetto gli descrisse minutamente la giornata di Maclodio; e della descrizione si giovò Guarino nel comporre l'elogio del Carmagnola, del quale mandò copia al Bevilacqua perchè lo diffondesse. Guarino avea progettato nel maggio di quell'anno, 1427, una gita a Brescia a trovarvi il Biondo, ma non la fece. Non ne dovette smettere del tutto l'idea, perchè in quel torno trattava col Capra, arcivescovo di Milano, un abboccamento a Brescia, quantunque nemmeno questa volta ci andò.
178. Col Capra entriamo nel circolo milanese. Il Capra fu fatto arcivescovo di Milano nel 1414, ma non entrò in stabile possesso della sua residenza che nel 1422. Prima di quel tempo avea preso parte attiva al Concilio di Costanza, dove si trovò presente per la elezione di Martino V. Indi fu incaricato di alcune ambasciate alle corti europee, p. e. in Germania, donde tornava nel 1422 e fu allora che fece l'ingresso a Milano. Nel principio del 1428 passò governatore a Genova, dove stette circa un quinquennio; e poi prese parte al Concilio di Basilea, ma per poco tempo, chè morì colà nel 1433. Fu uomo illuminato, promotore degli studi, ricercatore di codici e perciò lo vediamo in intimo e frequente commercio con gli umanisti. Guarino e il Capra erano vecchi conoscenti, ma da molti anni non si scrivevano; solo nel 1425 rinnovarono l'amicizia. In quell'anno il Capra, saputo che Guarino aveva scoperto e divulgato il nuovo codice dell'Epistolario di Plinio, gli scrisse pregandolo di allestirgliene una copia. Guarino lo soddisfece servendosi dell'opera del Biondo. Nel 1427 andarono a Milano Francesco Brenzoni e Filippo Regini canonico, veronesi; e in quell'occasione ci fu scambio di lettere affettuose tra Guarino e il Capra.
179. Guarino allora interpose l'arcivescovo perchè gli ottenesse da Giovanni Corvini un Macrobio; ma l'interposizione non giovò a nulla; il Corvini era stato battezzato dal Capra per un'arpia, poichè accumulava codici senza farne parte agli amici. Nè era stato quello il primo tentativo di Guarino per aver codici dal Corvini, specialmente un Gellio e un Macrobio, ai quali fece l'amore parecchio tempo. Avea già interposto il Casati, un milanese, conosciuto nel 1419 per mezzo del Maggi, avea interposto lo Zilioli, ma sempre inutilmente. Da ultimo Guarino cercò di mettersi in corrispondenza diretta col Corvini e ciò fece nel principio del 1428, prestandogli un proprio codice. Ma il Corvini anche questa volta duro; sicchè Guarino ebbe ragione di risentirsene e dargli dello scortese, giurando che non gli presterebbe più codici.
180. Giovanni Corvini era nativo di Arezzo, donde partì presto per Milano e ivi entrò al servizio del Visconti come segretario. Morì nel 1438. Aveva buoni rapporti con gli umanisti fiorentini, quali il Niccoli, il Traversari, e coi milanesi, soprattutto col Barzizza, che fu institutore di uno dei suoi figliuoli. La passione predominante del Corvini era raccoglier codici, dei quali possedeva già una rilevante collezione sin dal 1412, p. e. un Epistolario ad Attico, una commedia latina a noi ignota e quel Gellio e quel Macrobio, a cui dava la caccia Guarino.
181. A Milano in quel tempo veniva su un forte ingegno, che spiegò grande operosità nel campo politico e nel campo letterario: Pier Candido Decembrio, nato nel 1399 a Pavia. Ivi bambino dai tre ai quattro anni aveva ricevuto le carezze di Manuele Crisolora, che insegnava a Pavia nel 1400-1403. Nel 1413 il padre Uberto faceva pratiche per collocarlo presso la curia pontificia, ma preferì poi di metterlo al servizio del duca Filippo Maria Visconti; morto il Visconti, il Decembrio passò nella curia. Negli anni 1420-1430 le relazioni del Decembrio si fecero estesissime. Corrispondeva con Ogniben Scola, che stava a Pinerolo, con Gerardo Landriani vescovo di Lodi, coi Bossi di Como, con Feltrino Boiardo di Ferrara, col Loschi a Roma, con Galasso Correggio e Tommaso Cambiatore a Reggio, con Carlo Fieschi e Giovanni Stella a Genova e col De Marinis arcivescovo di quella città, coi Medici, col Niccoli e col Bruni a Firenze. Non parliamo dei letterati e uomini di stato del circolo milanese, come Zanino Ricci, Guarnerio Castiglioni, il Becchetti, Cambio Zambeccari, Antonio da Rho, il Capra, il Barzizza.
182. Nel 1425 strinse rapporti anche con Francesco Barbaro e con Guarino. Nell'ottobre di quell'anno il Decembrio andò a Venezia, a trattare con la Serenissima un acquisto di vettovaglie per Milano. Contava egli di visitare a Vicenza il Barbaro e a Verona Guarino; ma la partenza da Venezia fu affrettata e le due visite non furono fatte. Ciò non tolse al Decembrio, tornato che fu a Milano, di scrivere all'uno e all'altro e stringere per lettera quell'amicizia, che non aveva potuto personalmente. Guarino corrispose volentieri all'invito e da buon maestro correggeva gli errori di greco delle lettere del Decembrio, il quale allora moveva i primi passi nella conoscenza di quella lingua.