Vita di Guarino Veronese

Part 5

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127. Questo fu un altro piccolo trionfo per Guarino, come nel 1421: quantunque egli non avea bisogno di una simile soddisfazione, chè gliene era stata data una da fuori, la quale potea ben compensarlo delle misere invidie di qualche suo concittadino. Infatti nella prima metà di novembre gli venne un invito da Venezia e uno da Bologna. L'invito di Bologna «era più onorifico per l'antichità e la fama di quell'Ateneo», l'invito di Venezia «era più lucroso per le vecchie e rispettabili conoscenze» che vi avea Guarino. Egli stette in forse fra le due città, ma nel medesimo tempo interrogava gli amici di Verona per sentire gli umori del Consiglio; giacchè egli «preferiva un modesto collocamento in Verona a uno lauto altrove». Il partito degli onesti vinse e lo Zendrata esortò Guarino a ritornare in patria; ciò prova che la rielezione era assicurata.

128. L'appianamento di questa difficoltà fu coronato dal parto felice della moglie, la quale il 7 decembre a Trento, dove erano tornati da Pergine sin dal 21 novembre, diede in luce un maschio. Guarino e i parenti furono contenti del maschio e il padre gli mise nome Manuele per gratitudine verso il suo antico maestro e perchè il figlio avesse uno stimolo continuo a ben fare, se voleva rendersi degno del nome che portava. Così Guarino può pensare al ritorno. Intanto partì lui agli ultimi di decembre, lasciando a Trento la moglie e i bambini, per il ritorno dei quali si sarebbe atteso che fosse passato il crudo rigore invernale.

129. Era appena tornato Guarino, che il Consiglio nella seduta del 10 gennaio 1425 lo confermò per un altro quinquennio con le medesime condizioni del primo. Però nelle considerazioni che accompagnano la proposta ce n'è una nuova e che torna a lode di Guarino, dove si dice che il Consiglio, «avendo inteso dei molti onorifici inviti pervenuti a Guarino da altre città, reputava conveniente non lasciarsi sfuggire un personaggio che era di decoro e di utilità a Verona». La famiglia avrà forse aspettato la primavera; certo era di ritorno nel principio dell'aprile. Guarino pertanto riprese tranquillamente le sue occupazioni, intramezzate da qualche gita fuori. Così ne fece una nell'aprile a Vicenza a trovarvi il Barbaro e il Biondo, ne fece una nel luglio a Montorio e una terza a Venezia nel 16 ottobre per un pubblico incarico.

130. Ma la gita a Montorio fu per una funesta circostanza, la morte della suocera, che egli amava e apprezzava molto perchè virtuosa quant'altra donna mai. «Le faccende domestiche erano per essa un passatempo; avea senno e prontezza virile negli affari di maggior gravità; conosceva bene il mercato, ponderava le parole, nelle liti era rispettato il suo consiglio, in casa faceva ella da medico». Era morta di perniciosa sulla fine di giugno e Guarino sentì bisogno di un poco di pace campestre per mitigare il dolore della perdita. Nell'autunno non andò egli a Valpolicella, mandò invece la moglie a sorvegliare la vendemmia, poichè essa dopo la morte della madre «era diventata erede come delle sostanze così delle incombenze materne».

131. Intorno all'agosto incontriamo a Verona il Giuliani coi figli e con Filippo Camozzi, maestro di casa. Forse era venuto con qualche pubblico incarico del governo di Venezia. Con altri due amici veneziani si trovò Guarino agli ultimi di settembre: i due Ermolai, il Barbaro già suo scolaro e il Donati. Il Donati veniva da Vicenza, dove stava col podestà Francesco Barbaro, a visitare Verona che non aveva mai veduto. Guarino gli fece da guida.

132. Quest'anno abbandonarono la scuola di Guarino due dei suoi più famosi allievi: Martino Rizzoni veronese, più tardi maestro della Isotta Nogarola, il quale andò nel settembre a Venezia come institutore privato in casa Tegliacci; e Giovanni Lamola bolognese, che a un dipresso nel medesimo tempo si ritirò a Bologna, di dove lo ritroveremo nuovamente in corrispondenza con Guarino.

133. Nel giugno dell'anno seguente 1426 ci fu l'arrivo in Verona dei figli Paolo e Bonaventura di Giacomo Zilioli consigliere del marchese di Ferrara; essi venivano alla scuola di Guarino e con ciò si rendevano più intimi i legami d'affetto della famiglia Guarini con la corte di Ferrara.

134. Ma nello stesso mese un avvenimento triste conturbò l'animo di Guarino: la morte di Giannicola Salerno, rapito nella età di soli 47 anni agli amici e alla patria, l'amico d'infanzia e il condiscepolo di Guarino e più tardi il suo rispettoso e amorevole scolaro. Incontrandolo poco innanzi un suo conoscente mentre andava a scuola da Guarino: «Cavalier Nicola, gli disse, che vai a fare a scuola a codesta età»? A cui Nicola: «A viver la vera vita, la vita dello spirito». «E quando finirai»? «Quando sarò stanco di diventar più dotto e più virtuoso». Guarino più che per i suoi meriti come magistrato, lo ammirava per la sua grande virtù. Sono singolari i giudizi che del Salerno hanno dato Lorenzo Giustinian e Bernardino da Siena: due monaci che la chiesa ha beatificati. Il Giustinian diceva che chi amava Dio non poteva esimersi dal venerare il Salerno. Bernardino poi dopo aver avuto un colloquio col Salerno, nel partirsi da lui si battè il petto esclamando: Povero me, che mi credevo che la virtù albergasse sotto la cappa del monaco; sotto la cappa di quel cavaliere ce n'è tanta da farmi arrossire. Quando morì era uno degli amministratori per la guerra di Venezia col Visconti e nella carestia che in quel tempo travagliava Verona egli si adoperò assai a provvedere di grano i suoi concittadini. Guarino gli elevò un perenne monumento d'affetto in una delle sue più belle orazioni, che egli recitò pubblicamente: «piangeva egli e piangeva il pubblico che lo ascoltava». Indi la mandò al Rizzoni a Venezia, perchè la diffondesse tra i comuni amici dell'estinto, quali i Giustinian e i Barbaro.

135. L'autunno di quest'anno toccò a Guarino andare a Valpolicella a sorvegliare la vendemmia. La moglie dovette stare a Verona per il parto e l'11 ottobre diede in luce il quarto figlio, Gregorio. Nè «tra lo spumar dei tini» dimenticò gli studi, chè tradusse in quei giorni il Filopemene di Plutarco e lo dedicò al Maggi. E nemmeno mancarono le riunioni geniali degli amici, che andavano a Valpolicella a passare un paio di giornate. Anzi in una di quelle occasioni, dopo pranzo, Guarino comunicò «per frutta», egli dice, una lettera da Firenze di Mariotto Nori. Erano presenti il Lavagnola, il Genovesi, il Brugnara, il Faella, il Maggi e altri. A Firenze per opera di un «uomo di vetro», di un «fanfarone» era successo un piccolo scandalo alle spalle di Guarino; e il Nori gliene dava partecipazione. Guarino ben lontano dall'adontarsene, lesse in crocchio e commentò la lettera, ridendo egli il primo ed eccitando le risate dell'uditorio.

136. Nel 1427 Guarino fabbricò. I figli gli crescevano, egli dice, e la casa doveva essere allargata. In effetto i figli crescevano, perchè dal 1421 al 1426 gliene nacquero quattro e presentemente la moglie era incinta del quinto, che nacque tra l'ottobre e il novembre e fu anch'esso maschio, Niccolò. Guarino non sospettava certo che il numero avrebbe continuato a salire fino ad arrivare nel 1441 a tredici: e tutti vivi! Per un uomo che aveva preso moglie a 45 anni non c'era male. I lavori della fabbrica lo importunarono alquanto. «Non mi chieder lettere, scrive al Rizzoni, perchè le riceveresti piene di polvere e di arena. Mattoni, cementi, calcinacci mi rintronano le orecchie, mi offendono le narici; non prendo più libri in mano e son quasi diventato muratore anch'io, sporcandomi tra i ferramenti e la calce. Non vedo l'ora di uscirne».

137. Questo scriveva nell'agosto; nel settembre era a Valpolicella. Ma nemmeno in villa gli die' pace la fabbrica; c'erano sempre dei residui da ultimare, per i quali si serviva della cooperazione dell'amico Benedetto Cremonese, maestro privato. Benedetto era amico della famiglia Guarini e anche della gazza che formava la delizia del piccolo Girolamo; anzi gliela mandò a salutare. Girolamo fu molto soddisfatto dell'attenzione. Il secondogenito Esopo Agostino, che, come il suo omonimo favolista greco, «si dilettava di fiabe e di apologhi rusticani», andò in campagna a S. Floriano a trovare la sua balia, ma ivi ammalò; poco dopo però era fuori di pericolo.

138. Da Valpolicella avea Guarino progettato un'altra gita, come quella del 1419, al lago di Garda col Brenzoni, ma non si potè muovere, un po' perchè avea continue visite di amici veronesi, un po' perchè il numero dei convittori che portava con sè era tanto grande, che quando uscivano «pareano uno stormo di uccelli o di locuste: dove trovar mezzi di trasporto e alloggio per tanta gente?» La sera del 13 ottobre vide dalla villa un gran splendore di fiaccole a Verona. Egli non ne indovinava il motivo; seppe dipoi che si festeggiava la battaglia di Maclodio, vinta il giorno avanti (12 ottobre) dal conte di Carmagnola, condottiere al soldo della repubblica veneta, contro il Piccinino, condottiere al soldo del Visconti.

139. Quel fatto d'arme levò gran rumore allora e commosse l'animo anche del nostro Guarino, che ideò un'orazione in lode del vittorioso condottiero. Intorno all'orazione lavorava nel principio del 1428; nel febbraio era già compiuta. Dopo di aver detto nell'esordio che anche il tempo presente non difetta di uomini illustri e che è giusto rendere il dovuto omaggio alla grandezza del Carmagnola, Guarino divide il discorso in due parti. Nella prima parte espone la vita del condottiero, nella seconda ragiona delle sue virtù militari e civili. Le virtù militari vengono messe in luce specialmente con la vittoria sul Malatesta a Brescia (del 1421) e con la vittoria di Maclodio (del 1427); le virtù civili col governo di Genova affidatogli dal Visconti. Termina Guarino col celebrare la repubblica veneta, che seppe comprendere e apprezzare i meriti del valoroso condottiero, quando appunto egli era fatto segno all'invidia e alla calunnia.

140. La prima metà dell'anno 1428 corse tranquilla. Ma tra la fine di giugno e il principio di luglio si manifestarono dei sintomi di peste a Verona. I cittadini cominciarono a mettersi in salvo e gli scolari disertarono le lezioni; allora anche Guarino provvide ai casi suoi e si ricoverò a Valpolicella sulla fine di luglio. Ivi stette almeno un tre mesi, attendendo sempre allo studio con gli allievi convittori, e quando si assicurò che il pericolo era cessato, tornò in città. Nel decembre i timori si rinnovarono e già erano corse pratiche tra Guarino e lo Zilioli per cercare un rifugio in Ferrara.

141. Sui primi del 1429 abbiamo una sosta. Però nel marzo si riaffaccia il pericolo: ci furono alcuni casi di morte. Che si farà? giacchè Guarino sente che anche Ferrara è minacciata. Negli ultimi di marzo le morti aumentano e Guarino ha ricevuto un nuovo invito di recarsi a Ferrara. Questa volta alle premure dello Zilioli si sono unite quelle del marchese; Guarino non può rifiutare e ringrazia. Ma come staccarsi dai suoi Veronesi, che gli vollero tanto bene? Gli bisogna tempo: «non uno strappo vuol essere, ma una scucitura»; aspettino almeno tutta l'estate che egli possa accomodare le sue faccende.

142. Se non che il morbo incalza e il tre d'aprile Guarino si decide alla partenza, domandando al marchese la lettera di passo per i suoi stati; chiede al Consiglio di Verona la licenza di assentarsi con la famiglia e gli viene concessa con deliberazione del 7 aprile. Qualche giorno dopo imbarcò la famiglia e poche masserizie e per l'Adige prese la via di Ferrara, dove lo troviamo già il 23 d'aprile.

143. Guarino in Verona insieme con le funzioni di maestro esercitò anche quelle di cittadino. Non passò anno dal 1420 al 1428, in cui egli non avesse un posto nelle pubbliche amministrazioni della sua città. Fu dei 72 deputati _totius anni_ nel 1421. Fu consigliere aggiunto nel 1422, consigliere effettivo dei 50 nel 1423, 1425, 1427, 1428; consigliere dei 12 nel 1424, 1426. Nel 1425 fu della commissione per il riordinamento dello spedale di S. Giacomo e Lazzaro.

144. Fece parte di parecchie ambasciate: di una a Vicenza nel 1425 per una questione di acque che danneggiavano il territorio veronese; di una a Venezia nel 1424 per una questione che aveva il comune di Verona col clero riguardo alle collette. È questa probabilmente l'ambasceria, nella quale Guarino «mise in opera tutta la propria energia, affrontando anche coraggiosamente le suggestioni degli avversari». Per la medesima questione tornò a Venezia nel 1425. Ambasciatore a Venezia lo incontriamo anche nel 1428 per ottenere l'allontanamento di alcune bande armate, che infestavano le campagne del Veronese. Quando non poteva andare egli in persona, scriveva. Così scrisse a Francesco Barbaro raccomandandogli l'interesse di alcuni Veronesi; scrisse a Daniele Vettori parole forti e infiammate per muovere il governo della Serenissima a mettere un riparo alle continue sollevazioni dei contadini delle campagne veronesi; scrisse a Lodovico principe di Fermo nel suo passaggio per il territorio di Verona pregandolo di risparmiare i contadini.

145. Nelle occasioni solenni la parola dotta ed elegante di Guarino si faceva interprete dei sentimenti universali della città, come nel 1423 per l'elezione del doge Francesco Foscari, nel 1424 per la venuta in Verona dell'imperatore di Costantinopoli. Ogni anno poi all'entrare o all'uscir di carica dei podestà e capitani, che la Serenissima mandava a Verona, Guarino componeva quei discorsi d'uso, ai quali sapeva sempre dare un certo carattere di originalità. Essi ci sono rimasti tutti; e quanto piacessero allora, è dimostrato dal gran numero di esemplari che ne furono tratti. Guarino faceva anche il consulente gratuito, soprattutto quando era chiamato in lite qualche povero, che non aveva i mezzi e tanto meno il coraggio di tener testa alle prepotenze di qualche insolente.

146. Questo il quadro della vita e dell'operosità di Guarino negli anni che dimorò a Verona. Ma Guarino non visse solo per Verona e per i Veronesi, sibbene anche per gli amici e colleghi che avea di fuori; anzi per un umanista la vita consiste più, si può dire, nel commercio epistolare con gli amici di fuori, che negli avvenimenti del luogo dove egli insegna. E noi infatti vedremo che una vasta e molteplice rete di relazioni congiunge Guarino con un gran numero di città e di circoli letterari, i quali saranno ora passati brevemente in rassegna. Così avremo la seconda parte e il compimento del quadro.

147. Per cominciare dalle città della Serenissima repubblica veneta e dall'estremo settentrione, incontriamo a Cividale nel Friuli un gruppo d'amici, anzi di parenti di Guarino per parte di sua moglie: i Gioseppi, famiglia oriunda di Verona, della quale vivevano due fratelli Pietrobono e Costantino; aveano una nipote Bartolomea, cugina per parte di madre di Taddea, moglie di Guarino. Era allora in Verona Lodovico Ferrari, figlio di Cecilia, un giovinetto che studiava con Guarino, cugino egli pure per parte di madre di Taddea e di Bartolomea. Le relazioni tra i parenti di Verona e di Cividale erano cordiali, perchè alla fine del 1423 Guarino avea ideato di rifugiarsi a Cividale per la pestilenza. I Gioseppi avevano interessi a Verona, pei quali si pigliava cura Guarino, che alla sua volta li teneva informati delle proprie notizie, p. e. della morte della suocera, del numero dei figliuoli, della salute della moglie. Nel 1428 la Bartolomea si sposò a Giovanni da Spilimbergo, buon maestro di retorica, che insegnò a Cividale e ad Udine; e da allora in poi si strinsero intimi legami di amicizia tra Guarino e il maestro Giovanni. L'annunzio del matrimonio fu dato da Giovanni stesso a Guarino, il quale rispose congratulandosi e accettando la sua amicizia. Lettere di congratulazione scrisse anche il piccolo Lodovico Ferrari.

148. Con Padova Guarino mantenne rapporti negli anni 1419-1420, finchè ci si trovarono il Gualdo ed il Barzizza, al quale ultimo domandò sulla fine del 1419 Quintiliano e Asconio Pediano, per cominciare il suo corso di retorica a Verona. Ma quando il Gualdo si stabilì definitivamente in Vicenza, sua patria, e il Barzizza nel 1420 si trasferì a Milano, invitato dal Visconti ad insegnare colà, vennero a mancare i principali vincoli che tenevano congiunto Guarino a Padova, se si eccettui il breve tempo nell'estate del 1421, in cui ci soggiornò il Barbaro, che era fuggito da Venezia per la pestilenza.

149. Vivissime sono invece le relazioni con Venezia. Di là giunse nel 1419 la triste notizia della morte di Giona Resti, vittima della pestilenza. Nel 1420 l'amico Cristoforo Parma, il maestro vagante, lasciò Venezia e andò a insegnare a Vicenza, sua patria, chiamatovi dalle continue insistenze dei concittadini, con gran dispiacere di Leonardo Giustinian, il quale aveva affidato alla sua cura il piccolo Bernardo. Il Giustinian quando dava a Guarino questa notizia, stava a Murano, dove trascorreva tranquillamente i mesi del calore estivo, riposandosi dalle fatiche dei pubblici uffici e cominciando ad esercitarsi nel canto, che egli poi adattò alle _Laudi_, delle quali divenne in seguito autore fecondo e famoso.

150. A Venezia il Barbaro, che non aveva ancora principiato la sua carriera diplomatica e amministrativa, continuava a studiare e a ricorrere a Guarino per lumi. Era anch'egli ammogliato e la sua Maria già era diventata amica della Taddea di Guarino. E amici comuni erano molti Veronesi, quali il Maggi, il Pellegrini, il Brenzoni, i Verità. Nel 1421 il Barbaro peregrinò alcuni mesi a cagione della pestilenza che infestava Venezia e si incontrò con Guarino nel 1 ottobre a Montagnana. In quest'anno Guarino compose l'orazione funebre per Giorgio Loredan. L'anno seguente un'altra morte di persona veneziana lo rattristò, la morte di Bianca, modello delle madri di famiglia, figliuola di Francesco Pisani allora podestà di Verona.

151. La venuta di Ermolao Barbaro a Verona avea resi più intimi i vincoli di Guarino con la famiglia Barbaro. Era stata anzi progettata una gita di Guarino a Venezia; ma siccome era d'inverno e tempo piovoso, egli preferì, diceva, di andarci «con la penna piuttosto che coi piedi». Del resto il Barbaro stava sulle mosse per recarsi a Treviso ad assumere la pretura di quella città, che fu il primo suo passo nella carriera pubblica. Entrò in carica agli ultimi di decembre 1422 e la depose nel decembre dell'anno seguente.

152. In quell'anno (1423) Treviso diventò un piccolo centro umanistico; bastava il Barbaro per dar vita a un circolo letterario, ma ci capitò anche il Giustinian. Vi andarono pure i due famosi minoriti, Alberto da Sarteano, uscito allora dalla scuola di Guarino, e Bernardino da Siena, che dopo aver predicato a Treviso passò nel settembre a Feltre e indi a Belluno. Guarino invidiava al Barbaro e al Giustinian i colloqui coi due monaci; e realmente i due patrizi veneti e Guarino appartenevano a quella categoria di umanisti, che conciliavano la cultura pagana con un sincero sentimento cristiano. Il Barbaro di natura sua tendeva all'ascetismo e agli studi sacri; anzi dopo l'incontro con fra' Bernardino prese l'abitudine di intestare le lettere da Gesù, di che più tardi lo canzonava il Poggio; il Giustinian fu cantore di Laudi ed ebbe un fratello beatificato, Lorenzo; Guarino era studiosissimo dei testi sacri ed ebbe in casa un figlio sacerdote, Manuele.

153. A questa piccola ma eletta schiera si aggiunse Flavio Biondo, che giunse a Treviso nella seconda metà inoltrata dell'anno stesso 1423. Il Biondo era andato nel 1422 da Forlì sua patria a Milano a trattare in nome della sua città qualche pubblico interesse. Arrivò a Milano appunto nel tempo che il Barzizza era occupato a decifrare il codice Lodigiano delle opere retoriche di Cicerone. E approfittò dell'occasione per trarsi copia del _Brutus_, che mandò al Giustinian a Venezia e a Guarino a Verona. Così si mise in relazione con gli umanisti veneti. Nel ritorno in patria si fermò a Ferrara, dove conobbe quei letterati, tra cui il Mazzolati; e fu anzi col mezzo di lui che fece recapitare il _Brutus_ a Guarino. Arrivò in Forlì al principio del 1423, quando già si preparava la sommossa contro gli Ordelaffi, alla quale prese parte anch'egli. La sommossa scoppiò nel maggio, ma ebbe infelice esito, perchè la città fu occupata dal Visconti. Il Biondo con tutti gli altri complici dovette esulare. Errò in qua e in là; nel luglio ci comparisce a Verona, più tardi lo rivediamo a Ferrara, ad Imola; finalmente fu invitato a Treviso dal Barbaro, che lo prese come proprio segretario. E così il Biondo trovò per qualche tempo una posizione onorevole presso la repubblica di Venezia, di cui fu poi fatto cittadino.

154. Saputo Guarino dal Casalorsi che il Biondo era tornato col Barbaro da Treviso a Venezia, gli scrive per alcuni codici, che lo prega di fargli avere da Pietro Tommasi. Il Biondo e il Tommasi dunque si erano conosciuti. Nel gennaio e febbraio di quell'anno, 1424, i Veneziani ospitarono l'imperatore di Costantinopoli, e il Barbaro e il Giustinian lo accolsero con un discorso greco; il che tornò a lode del loro maestro Guarino, il quale pochi giorni dopo vide parimenti l'imperatore a Verona. Alla metà di aprile Guarino per un'ambasceria andò a Venezia e rivide gli amici. Troviamo quest'anno alla sua scuola a Verona Bernardo Giustinian insieme con Ermolao Barbaro, ma le lezioni furono interrotte dalla pestilenza. I due allievi al primo affacciarsi del pericolo si rifugiarono a Venezia, dove contava di recarsi pure Guarino.

155. E ci andò infatti alla fine di luglio per apparecchiare il posto alla famiglia, ma tornato a Verona dovette mutar direzione, perchè Venezia chiuse i passi ai provenienti da luoghi infetti. Quando gli amici di Venezia seppero del dispiacevole contrattempo e che Guarino era confinato sulle montagne tirolesi, tutti unanimi, il Parma, il Barbaro, il Giuliani, i Giustinian, sin dal principio di settembre fecero pratiche presso Guarino per trarlo fuori di là in luogo migliore e gli offrirono intanto Murano, finchè si fosse tolto il divieto. Non accettò, forse perchè a Pergine si era accomodato abbastanza bene. Qualche mese dopo Venezia offriva a Guarino un nuovo collocamento come professore; la proposta partì dal Barbaro, dal Giustinian e dal Giuliani. Guarino stette un po' in dubbio ma poi rifiutò, perchè riconfermato a Verona.

156. Del 1425 andò a stabilirsi in Venezia il suo scolaro Martino Rizzoni in qualità di institutore privato in casa Tegliacci. Guarino lo mise subito in relazione coi principali suoi amici veneziani e corrispondeva frequentemente con lui per sorreggerlo coi suoi amorevoli e savi ammonimenti nei primi passi della nuova carriera e animarlo nei primi scoraggiamenti. Infatti non tutti i figli del Tegliacci corrispondevano alle cure del Rizzoni; ma il vecchio maestro gli ripeteva di lasciar correre l'acqua per la china, inculcandogli l'uti foro di Terenzio. A suo tempo poi interpose i propri buoni uffici presso il Tegliacci per fargli ottenere un aumento di onorario. Nel 1426 Guarino si servì del Rizzoni per diffondere a Venezia l'elogio funebre del Salerno. Così l'ebbero il Giustinian e il Barbaro. Il Barbaro nella metà di quell'anno era stato ambasciatore a Roma e nel ritorno a Venezia diede relazione a Guarino di una gita a Genzano e dei codici greci che vide nel chiostro di quel paese. Di un'altra ambasceria a Roma fu incaricato il Barbaro due anni dopo, nel 1428, e in quell'occasione portò con sè il nipote Ermolao.

157. Nel 1427 ritornava da Costantinopoli a Venezia Francesco Filelfo, il quale avviò pratiche con Bologna per ottenervi un posto di professore. L'intermediario di queste pratiche fu Guarino.