Part 10
261. La lettera di Guarino fu intitolata a Leonello, l'ammiratore di Cesare; e fu certo per deferenza a lui, se mise tanto calore e, diciamolo, acrimonia nella confutazione del Poggio. Il Poggio replicò indirizzando la lettera al Barbaro, da lui scelto arbitro della contesa. Nel preambolo egli confessa di non sapersi persuadere come mai Guarino abbia preso in sul serio una questione accademica, trattata unicamente per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiata tanta acrimonia; egli non trova altra ragione di tanto accanimento se non il supporre che c'entrasse di mezzo Leonello: e non s'ingannava.
262. La replica del Poggio è molto moderata. Egli ribatte uno per uno tutti gli argomenti di Guarino. Cicerone, Vergilio, Sallustio, Orazio vissero sotto Cesare, ma nacquero e furono educati al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi pure dei filosofi, dei giureconsulti. Da ultimo il Poggio con una lunga serie di testimonianze antiche dimostra l'assurdità della tesi di Guarino, che Cesare cioè non abbia distrutta la libertà di Roma, anzi la abbia promossa.
263. Quest'ostilità terminò meno d'un anno dopo con l'interposizione di Francesco Barbaro. La personalità era assolutamente esclusa dalla disputa e l'amicizia tra Guarino e il Poggio fu delle poche veramente costanti e sincere di quel tempo; fu quindi facilissimo il riavvicinamento.
264. L'altra questione, non oziosa e accademica, almeno per noi, come la prima, ma vitale e di un grandissimo valore storico, si aggirava sulla natura della lingua latina. Ecco come è nata. Nel marzo 1435 in Firenze nell'anticamera del palazzo dove alloggiava il papa si trovavano il Biondo, il Loschi, il Poggio, il Rustici, Andrea Fiocchi. Discutevano sulla lingua latina e sulla sua natura, se cioè al tempo di Roma antica gli illetterati e i letterati parlassero la medesima lingua. In mezzo alla discussione comparì nell'anticamera il Bruni, mandato a chiamare dal papa. Subito colleghi ed amici si rivolsero a lui per sentire la sua autorevole parola. Fu allora che il Bruni lanciò quel suo audace e famoso giudizio: il volgo romano antico parlava il medesimo linguaggio delle nostre plebi presenti. La parola del Bruni divise senza altro il campo in due partiti; stettero con lui il Loschi e il Rustici, gli si dichiararono contrari il Biondo, il Poggio, il Fiocchi. Più tardi si schierarono contro il Bruni anche Carlo Marsuppini e Leon Battista Alberti. Ma intanto il Bruni dovette entrare dal papa e la discussione rimase interrotta.
265. Portavoce del partito contrario al Bruni si fece il Biondo, il quale tornato a casa pensò di ordinare e raccogliere le proprie idee e quelle degli amici e dare ad esse forma di dissertazione. La dissertazione uscì il primo aprile 1435 intitolata al Bruni.
266. Il Biondo pone la questione nei suoi veri termini; indi ribatte gli argomenti addotti dal Loschi, dal Rustici, dal Bruni nella prima discussione; da ultimo entra nel tema e sostiene la propria tesi, appoggiandosi alle testimonianze di Cicerone. Egli ammette una differenza di grado tra la lingua della classe colta e quella della classe incolta. Quella differenza è dovuta in parte allo studio, in parte al contatto con la migliore società. Ma tutti i Romani parlavano il latino grammaticale, perchè così lo aveano da natura. La moltitudine intendeva non solo ma sapeva anche apprezzare tanto le orazioni del Foro quanto le rappresentazioni del teatro. Del resto non fa bisogno per capire aver la cultura di chi parla: altro è parlare, altro intendere.
267. Il Bruni rispose al Biondo in data 7 maggio. Ribattè l'argomento degli oratori, dicendo che in senato e nei tribunali il pubblico era di gente colta e che perciò parlava il latino letterario; il pubblico del Foro era misto e quelli che capivano erano colti; del resto non doversi dimenticare che gli oratori parlavano un linguaggio volgare, che poi traducevano in linguaggio letterato per la pubblicazione. Ribattè l'argomento del teatro, cercando di mostrare che il pubblico non vi andava tanto a sentire la recitazione, quanto a vedere l'apparato scenico e la mimica. La confutazione specialmente di questo secondo punto è addirittura puerile. Però non manca una certa felice intuizione. Il Bruni con tatto fine distingue, sulla scorta di Cicerone e di Varrone, le forme volgari Bellius vella vellatura dalle letterate _Duellius villa vectura_, ma è troppo poco.
268. Il vero argomento del Bruni è un sentimento soggettivo. Egli non può nè persuadersi nè credere che altri, specialmente se istruito, si persuada, che una donnicciola romana sapesse p. e. distinguere _filiis_ da _filiabus_, _c[=eci]di_ da _cecidi_ e parlasse il latino di Terenzio e di Cicerone senza averlo studiato. Quel latino lo sapeva ben lui quanta fatica gli era costato e non si rassegnava che a Roma si avesse a così buon prezzo.
269. A Ferrara la questione si era pure agitata e Guarino ne parlò spesso con Leonello, con Angelo Decembrio, col Boiardo e col Pirondoli. Questi due ultimi pareva che stessero dalla parte del Bruni; risolutamente col Bruni stavano Leonello e il Decembrio, i quali notavano che in Roma c'erano scuole e maestri e che perciò la lingua si doveva impararla; se il volgo la avesse posseduta per natura, erano inutili i maestri e le scuole. Guarino invece si mise dalla parte del Biondo. Egli ripiglia i due argomenti tratti dal Foro e dal teatro, aggiungendo nuove citazioni e nuovi schiarimenti. Soprattutto riguardo al Foro insiste sull'esistenza degli stenografi anche in antico e ritiene perciò che noi abbiamo le orazioni quali venivano recitate. Si indugia a lungo a dimostrare, con l'autorità specialmente di Cicerone, che la latinità in Roma non si imparava, come sostiene il Bruni, ma ciascuno la portava con sè nel sangue per eredità.
270. Distingue però i tempi primitivi nei quali la latinità si parlava incoscientemente, dai tempi recenti, nei quali la si parlava coscientemente cioè studiandola. I periodi della lingua latina secondo Guarino sono quattro: il periodo di Giano, il periodo di Latino, il periodo dei monumenti letterari e il periodo della decadenza. Nei tre primi il latino è _litteralis_ e va man mano perfezionandosi, nel quarto per influenza dei barbari si imbastardisce, perde la propria fisonomia, si snatura e diventa _vulgaricus_. Solo qua e là nelle provincie si incontrano ancor tracce dell'antica fisonomia _litteralis_ e in questo proposito Guarino cita alcuni esempi dallo spagnolo. Dichiara da ultimo, che vi doveva essere una differenza tra la lingua del volgo e quella dei dotti, il latino dei quali possedeva vocaboli di una _secretior quaedam intelligentia_.
271. Su questa differenza, già notata dal Biondo, ritorna il Filelfo, il quale ha trattato la questione in due lettere, schierandosi contro il Bruni. Il Filelfo distingue in Roma un _sermo litteralis grammaticus_ e un _sermo vulgaris latinus forensis_. Il _sermo litteralis_ appartiene allo stile elevato, p. e. alla filosofia ed alla poesia epica; così Cicerone adopera _calliditas_ per indicare una facoltà intellettuale, dove che il popolo prendeva la parola in ben altro senso; così Vergilio adopera _olli_ invece di _illi_. Il _sermo vulgaris_ era la lingua usuale del senato, dei tribunali, del foro, dei teatri, del parlar domestico; il _sermo vulgaris_ contiene naturalmente delle sgrammaticature; p. e. Terenzio adopera _emoriri_ per _emori_. Ma la differenza fra l'uno e l'altro _sermo_ è _admodum parva_; esempi di _sermo vulgaris_ rispetto al _litteralis_ sono i genitivi _ornati_ _tumulti_ _senati_ _victi_ rispetto ai genitivi _ornatus_ _tumultus_ _senatus_ _victus_, le forme _barbaries_ _barbariei_ rispetto a _barbaria_ _barbariae_. Così i grammatici non ammettono il nominativo _nex_, che si può adoperare nel _sermo vulgaris_; non ammettono che il solo ablativo _sponte_, dove che Cornelio Celso ha _suae spontis_.
272. Una obbiezione muove il Filelfo al Bruni sull'esistenza del volgare italiano nei tempi di Roma antica, che cioè di esso non c'è rimasto nessun monumento. Inoltre Guarino e il Filelfo, per mostrare l'assurdità della ripugnanza che aveva espresso il Bruni ad ammettere la grammaticalità del volgare romano, citano un fatto del quale essi furono testimoni. Entrambi erano stati a Costantinopoli, Guarino nel 1403, il Filelfo nel 1427, e ivi aveano notato che il volgo parlava il greco grammaticalmente, conservando cioè le terminazioni dei casi, dei numeri, dei tempi, come si riscontra negli antichi autori greci.
Guarino a Ferrara
SECONDO QUINQUENNIO
(1436-1440)
273. Col 1435 Leonello esce dalla tutela pedagogica di Guarino, quantunque il suo maestro non lo abbandonò mai anche dopo, soccorrendolo sempre dei suoi consigli negli studi. Terminata così la condotta, per la quale Guarino era stato invitato alla corte degli Estensi, un'altra e non meno onorifica gliene offerse la città.
274. Con un primo decreto in data 29 marzo 1436 il Consiglio gli assegnava di stipendio 150 ducati, non compresa la pigione di casa, per la quale gli venivano pagate 100 lire marchesane. Naturalmente Guarino fece delle rimostranze sullo stipendio, poichè egli come institutore privato di Leonello riscoteva 350 ducati e ora come pubblico insegnante ne avrebbe riscossi meno della metà. In un seconda deliberazione del 30 aprile il Consiglio gli assegnava per lo stipendio 400 lire marchesane e gli lasciava le 100 per la pigione; così su per giù si arrivava a 300 ducati e Guarino potè accettare. La nomina valeva per un quinquennio dal giorno in cui egli cominciava il corso. Le condizioni erano: due lezioni nei giorni feriali, una nei giorni festivi e che il corso fosse gratuito.
275. Guarino inaugurò il corso il 1.º maggio, ma fu corso breve; e per giunta a S. Luca non si potè ripigliare, perchè Guarino era fuori di Ferrara a cagione della peste. Nel decreto di nomina c'era la clausola che in caso d'assenza per motivo di epidemia gli si sarebbe pagato solo metà dello stipendio. Ciò prova che il morbo doveva già serpeggiare nell'aprile. Nell'agosto Guarino si risolse a partire. Sul principio di settembre avea mandato innanzi il figlio Girolamo ed egli si apparecchiava al viaggio col rimanente della famiglia. Per luogo di rifugio fu scelta la sua villa di Valpolicella. Ivi avrebbe riprese per un momento le antiche abitudini, sarebbe tornato alle gradite occupazioni della vendemmia, avrebbe riveduti i vecchi amici.
276. Quale delusione! gli parve di andare in paese nuovo, le vecchie conoscenze non c'erano più, procacciarsene di nuove non era il caso; laonde egli senza volerlo si sente trasportare col pensiero alla nuova patria, «che gli è nutrice anzi madre adottiva», al suo Leonello, che egli ama tanto e dal quale dovrà con suo rammarico star lontano per più mesi. Come ingannare il tempo dell'assenza? con la corrispondenza epistolare. Ma egli, Guarino, non vuol presentarsi con le mani vuote; invierà dei frutti del suolo veronese, non però di quelli che pascano il corpo, bensì che siano cibo allo spirito. E i frutti sono usciti dall'intelletto di due vergini veronesi, le sorelle Nogarola, Isotta e Ginevra.
277. Queste due donne sono fra le produzioni più caratteristiche del periodo del rinascimento. In esse per la prima volta l'umanismo si sposa alla gentilezza femminile, specialmente nella Isotta, che rimase per questo riguardo insuperata; e con esse l'indirizzo Guariniano toccò in Verona il suo apice. Non è solo ora che la nobile famiglia veronese dei Nogarola fa la sua comparsa nella letteratura; già prima l'Angela e Giovanni, il poeta petrarchesco, aveano levata fama di sè, ma vere umaniste non sono che le due sorelle. Noi le possiamo dire uscite dalla scuola di Guarino, quantunque non sia stato egli il loro maestro; ma quei due fiori gentili sbocciarono sul suolo che egli aveva fecondato e loro maestro fu un suo scolaro, Martino Rizzoni.
278. Martino Rizzoni, prediletto alunno di Guarino, fu alla sua scuola di Verona sino al 1425, nel settembre del quale anno passò a Venezia, dove si collocò come institutore privato nella famiglia dei Tegliacci. Con essi era stato a Bologna negli anni 1427-1428; di là si trasferirono a Firenze, finalmente verso il 1430 il Rizzoni tornò in patria e ivi aperse scuola pubblica, che fu frequentata dalle sorelle Nogarola. Un esame accurato delle lettere delle Nogarola e specialmente della Isotta mostra evidenti le tracce dell'influenza Guariniana: la stessa verbosità, gli stessi sentimenti, le stesse frasi, le stesse reminiscenze poetiche innestate continuamente nella prosa. Però se nella educazione delle due sorelle Guarino ebbe solo parte indiretta, l'ebbe invece diretta nell'introdurle e presentarle ai circoli umanistici del suo tempo.
279. Coi letterati veronesi le Nogarola si erano già messe in corrispondenza, come con Giacomo Lavagnola, alunno di Guarino, che sposò la loro sorella Bartolomea, con Damiano ed Eusebio Borghi padre e figlio, con Giorgio Bevilacqua, che era andato a studiare giurisprudenza prima a Padova, indi a Bologna e che non si potea dimenticare di quella bellissima partita di caccia fatta insieme con le Nogarola a Verona, nella quale «la più bella preda che egli riportò fu la loro amicizia». Erano in relazione anche con Venezia, dove aveano dei parenti, p. e. Antonio Borromeo, e con Vicenza, dove il maestro Ogniben Leoniceno tradusse per loro un opuscolo di Grisostomo. Molto giovò alla diffusione del loro nome la presenza di Francesco Barbaro, che si trovò a Verona come podestà dall'ottobre 1434 all'ottobre 1435, e al quale le due sorelle scrissero poi lettere. Quelle lettere si leggevano avidamente in pubblico con gran plauso di tutti, i quali proclamavano le Nogarola degne di esser figlie di Cornelia; Giorgio Bevilacqua aggiungeva che la miglior gloria di Verona era stata sino allora Guarino, ma che le due sorelle lo avevano oscurato. Per mezzo del Barbaro esse fecero conoscenza col nipote di lui, il protonotario Ermolao, e con Giacomo Foscari, figlio del doge Francesco; e scrissero all'uno e all'altro. Ma più fortunate senza confronto furono le lettere scritte al Foscari, perchè capitarono in mano di Guarino.
280. Le due lettere al Foscari sono dell'ottobre 1435 e ci rappresentano forse i primi saggi letterari, coi quali le due sorelle entrarono nel consorzio degli umanisti. Quelle due lettere furono trasmesse l'anno di poi (1436) dal Foscari a Guarino, che allora villeggiava a Valpolicella. Guarino ne rimase entusiasticamente ammirato e rispondendo al Foscari esaltò l'eleganza e l'erudizione delle Nogarola, chiamandole le «mosche bianche» di quel secolo, a petto delle quali perdono e Penelope e Aracne e Camilla e Pentesilea. «Sogliono i Veronesi lodare chi le nostre biade, chi le nostre frutta, i nostri vini e i nostri olii, chi l'aria delle nostre campagne e dei nostri colli; ma pare non si siano accorti di queste due fanciulle, che sono il più bel frutto di cui possa andare orgoglioso il nostro suolo. O giovani, state ora attenti a non lasciarvi passare innanzi da queste due fanciulle, altrimenti si ripeterà a voi il motto antico: le donne sono uomini e gli uomini sono donne».
281. Guarino mandò copia delle due lettere al suo Leonello, il quale fu ad esse largo di altrettante lodi. Non è a dubitare che il Foscari appena ricevuta la risposta di Guarino la trasmise all'Isotta, la quale di quegli elogi si sentì profondamente tocca e solleticata e ne prese ardimento a scrivere a Guarino. Ma come fare a indirizzarsi a un tant'uomo, essa per la prima, appena iniziata negli studi letterari e per di più donna? Nella lotta tra il pudore e la gratitudine vinse la gratitudine ed ecco l'Isotta ringraziare Guarino delle lodi che egli si degnò di prodigarle e che la tramanderanno ai posteri immortale congiunta col nome di lui. Questa lettera è la più caratteristica, la più elegante, la più erudita di quante ne scrisse l'Isotta. Vi sono citati autori greci e latini, antichi e moderni, non escluso lo stesso Guarino; il discorso è infiorato di aneddoti classici e di versi latini. L'elogio che ella fa di Guarino supera in entusiasmo quello che egli fece di lei; e compiange Verona che si lasciò sfuggire un così illustre personaggio, l'onor degli studi e il più gran vanto d'Italia, e chiama felice Ferrara e accorto Leonello d'Este, che se lo seppero acquistare.
282. Guarino sul finire dell'anno (1436) ritornò da Valpolicella a Ferrara, fermandosi a passare il Natale a Verona. Vuoi per le noie della partenza e dell'arrivo, vuoi per le occupazioni che lo sopraffecero nei preparativi del nuovo corso, egli non pensò nemmeno che dovea rispondere alla Nogarola. Ma ci pensò ben ella, che di quel ritardo ebbe a soffrire tristi conseguenze. Tutti a Verona sapevano che ella avea scritto per la prima a Guarino. Gli uomini probabilmente non ci avran fatto caso, ma le donne sì. L'invidia è soprattutto una passione femminile; e chissà come le Veronesi doveano sentirsi crucciare di quella fanciulla, che si era tanto sollevata al disopra del suo sesso e che riceveva tributo di lodi da ogni parte. La Isotta visse e morì vergine e nessuno può osare in sul serio di gettare anche l'ombra del sospetto sulla condotta di lei. Ma le donne che emergono fra le altre offrono purtroppo il fianco alla malignità; è la sorte toccata a Saffo. Se pertanto le donne veronesi aveano malignato sull'ardire, che esse chiamavano spudoratezza, della Nogarola nello scrivere per la prima a Guarino, ora che Guarino non rispondeva, esse si sentivano vendicate. Anche Guarino col suo silenzio dava ragione a loro ed esse erano bene nel diritto di insultare la sfacciata: e la insultavano veramente.
283. La povera Isotta si vide perduta e scrisse novellamente a Guarino, mendicandogli una risposta, ma nel medesimo tempo accusandolo di poca generosità, perchè egli, uomo, avea permesso col suo silenzio che si recasse onta a una donna. La risposta di Guarino questa volta non potea farsi aspettare e infatti partì il giorno stesso che egli ricevette la lettera della Nogarola. Le scuse del ritardo venivano da sè: le innumerevoli occupazioni scolastiche e domestiche. Le muove affettuoso rimprovero d'essersi lasciata vincere dallo sconforto, dove che ella col suo ingegno e con la sua dottrina aveva il dovere di mostrarsi superiore al suo sesso oltre che nella cultura anche nella forza del carattere. Le dà poi piena soddisfazione, confermando il proprio giudizio favorevolissimo sui meriti letterari di essa e accordandole la facoltà di servirsi della sua risposta per mettere a tacere i malevoli e gl'invidiosi.
284. La parsimonia epistolare di Guarino verso la Nogarola fu largamente compensata dai suoi scolari veronesi che studiavano con lui a Ferrara, e in particolar modo da suo figlio Girolamo, da Luigi Zendrata, da Tobia Borghi. Tutti tre questi giovanottini fecero le loro prime prove nel campo letterario scrivendo ciascuno la sua brava epistola alle Nogarola, sfoggiando la loro recente erudizione classica e citando versi e bruciando un grano d'incenso all'ingegno e alla fama delle due straordinarie fanciulle. E la Isotta, puntuale rispondeva a uno per uno, ringraziando, lodando, incoraggiando. Il Borghi per le nozze di Ginevra nel principio del 1438 compose un'egloga, della quale mandò una copia alle due sorelle e a qualche altro amico di Verona, come Galasio Avogari, che cominciava allora ad entrare nella repubblica letteraria. L'Avogari studiava di preferenza Plauto e nei dubbi ricorreva per consigli a Guarino. Il Borghi lodava molto lo stile di lui. Apparteneva al circolo veronese degli Ottobelli, del Fano, degli Zendrata, del Rizzoni, dei Mercanti, di Asino «il quale di asino non ha che il nome e beati gli altri asini che fossero asini siccome lui».
285. Del resto il quinquennio 1435-1440 fu il periodo veramente fecondo, veramente umanistico delle due Nogarola o meglio dell'Isotta, perchè Ginevra nel 1438 pigliato marito, disse addio agli studi. Nel 1438 stesso l'Isotta con la famiglia si trasferì a Venezia, per sottrarsi ai pericoli della guerra che allora infieriva tra i Veneti e i Milanesi. In Venezia potè conoscere da vicino i letterati di quel circolo; con Verona si mantenne in relazione per mezzo di Damiano Borghi; ma quando nel 1441 rimpatriò, essa era mutata di molto. Avea sorpassata la trentina; si trovò sola senza la sorella, la sua compagna di studio; a prender marito non volle pensare e così si abbandonò interamente alle proprie tendenze ascetiche, che già fanno capolino qua e là nelle lettere del periodo anteriore. L'ascetismo soffocò in lei l'umanismo; il fenomeno non era isolato; un decennio prima Gregorio Correr veneziano disertava gli studi e i circoli umanistici per consacrarsi al culto di Dio.
286. Nell'aprile del 1437 Guarino ebbe una doppia prova di stima e di affetto dal marchese, che lo fece cittadino di Ferrara e gli pagò la casa allora comprata dagli eredi Boiardi. In riconoscenza di tale generosità Guarino dedicò a Leonello la traduzione delle _Vite di Pelopida e Marcello_ di Plutarco. E oltre che dal principe, egli riceveva testimonianze di vero affetto e di stima dai suoi scolari, tra i quali pubblica e clamorosa prova, che costò poi parecchie noie a Guarino, glie ne dette un Andrea Agasone.
287. Costui nel marzo 1437 era andato per alcune faccende da Ferrara a Venezia. Ivi, alunno come era di Guarino, nelle ore libere cercava libri e ragionava di studi e del suo maestro, che era tanto amato a Venezia. Fra le novità letterarie gli capitò in mano la _Retorica_ di Giorgio da Trebisonda, che era stata composta verso il 1435. La percorse e con sua sorpresa si imbattè in quel passo, dove il Trebisonda fa la critica stilistica della orazione di Guarino in lode del Carmagnola. Si accorse che in quella critica c'era dell'acrimonia. Nè vide male.
288. Il Trebisonda sin dal tempo che insegnava a Vicenza avea concepito gelosia di Guarino, che allora insegnava a Verona; egli anzi credette che il licenziamento da Vicenza fosse dovuto alle mene di Guarino. Passato a Venezia, trovò occasione di dir male di lui, specialmente quando gli fu mostrato l'elogio funebre per Teodora Zilioli, il quale egli giudicò assai sfavorevolmente, non fosse altro perchè colui che glielo mostrò proclamava Guarino il primo oratore d'Italia. Non gli parve quindi vero di cogliere un'occasione qual si fosse per sfogare il suo malanimo contro il grande oratore e l'occasione gli si offerse nello scrivere la _Retorica_, dove criticò la più famosa delle orazioni di Guarino, quella in lode del Carmagnola.
289. Andrea Agasone non potè trattenere lo sdegno e scrisse a un condiscepolo di Ferrara, Paolo Regini, denunziando al pubblico lo scandalo, inveendo contro «il vile calunniatore» ed eccitando la scolaresca ferrarese a vendicare solennemente l'onore di Guarino. Non è a dubitare che la lettera di Andrea andò in mano anche di Guarino e che egli vietò a chiunque di immischiarsi nella faccenda, come non se ne immischiò egli stesso. Ma se ne occupò bene per proprio conto il Trebisonda, il quale buttò giù contro Guarino un'invettiva ignobile e piena di insolenze e per giunta la dedicò a Leonello, quasi volesse mostrargli quanto torto avesse avuto a concepire sì grande stima di Guarino. Veramente il Trebisonda non potea scegliere più infelicemente la persona, a cui confidare gli sfoghi della sua invidia, poichè è tutta invidia quella che schizza dalla lettera. Si fece però forte di un pretesto; infatti egli credette o finse di credere che Andrea Agasone fosse Guarino stesso, il quale avesse per viltà cercato di nascondersi sotto la maschera di un pseudonimo. Il cognome _Agasone_ potrebbe essere un pseudonimo, perchè in latino significa _mozzo_ ma non era pseudonimo il nome: in ogni modo non certo pseudonimo di Guarino.