Vita di Guarino Veronese

Part 11

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290. L'anno dopo Guarino e il Trebisonda s'incontrarono a Ferrara, dove il Trebisonda si era recato al Concilio, essendo da poco entrato al servizio di Eugenio IV; e in quell'occasione Guarino gli fece capire che certe ragazzate non erano permesse ad uomini seri e che perciò bisognava por termine alla polemica.

291. Il Concilio portò nel 1438 un insolito movimento a Ferrara. In sul principio dell'anno arrivarono Eugenio IV con la sua corte da Bologna e l'imperatore Giovanni Paleologo col suo seguito da Costantinopoli. Quante vecchie conoscenze non rivide ora Guarino! il Poggio, il Traversari, il Mainenti, l'Aurispa, il Rustici, il Biondo, il Pisanello. E quante non ne strinse di nuove! quella di Leon Battista Alberti, del Porcelli, del melanconico Lapo da Castiglionchio, morto l'anno stesso; e fra i Greci del Bessarione, di Gemisto Pletone, di Niccolò Sagundino, senza contare i dignitari ecclesiastici che in tale occasione convennero a Ferrara. Ivi egli potè praticare da vicino Eugenio IV, a cui dedicò la versione di due omelie di S. Basilio; al Mainenti dedicò la versione della _Mosca_ di Luciano e scrisse un carme in lode del Pisanello, che gli donò un quadro di S. Girolamo fatto da lui e che allora appunto diede mano alle sue famose medaglie, aprendo la serie con quella dell'imperator greco. Guarino si chiama superbo di potere aver comune la patria con quel grande artista, il cui nome sarà immortale come sono immortali le sue figure, nelle quali sa infondere tanta vita.

292. Oltre a queste produzioni letterarie, a cui fornì pretesto la presenza della corte pontificia in Ferrara, Guarino ebbe anche noie dal Concilio, poichè dovette recitare un discorso di apertura e servire d'interprete fra i Latini e i i Greci e correr di qua e di là or per questa or per quella faccenda. Eppure a lui pareva di intorpidire e di batter la fiacca: «malattia del resto che gli aveva appiccicata il Concilio, che di tutto si occupava fuorchè di risolvere l'importante questione, per la quale era adunato, l'accordo cioè tra i Latini e i Greci, e che si cullava nella quiete e nei passatempi e la cui maggior sollecitudine era di liberarsi da ogni sollecitudine».

293. E così in effetto il Concilio poco o nulla conchiuse a Ferrara, donde levò, non appena terminato l'anno, le tende e le trasportò a Firenze: si avanzavano due grandi nemici, la pestilenza e la guerra. Dei due pericoli il più temuto era la guerra, che allora più che mai si combatteva accanita fra Venezia e Milano; ma questo pericolo fu dissimulato e venne messo invece in rilievo quello della pestilenza. Giusto il contrario di ciò che succedeva a Guarino, il quale della guerra non dovea preoccuparsi più che tanto, ma si preoccupava seriamente della pestilenza. Sin dagli ultimi di settembre egli pensava già alla fuga e aveva designato due luoghi: o Rovigo o Lendinara presso il conte Sambonifacio, al quale si era raccomandato per l'alloggio. In ultimo però preferì Rovigo, dove lo troviamo stabilito con la moglie e coi dodici figli già nel gennaio del 1439.

294. A Rovigo stette l'intero anno, poichè il 23 decembre non ne era ancora partito; e viene il dubbio se abbia colà tenuto scuola, come avvenne altra volta, che in tempi di pestilenza lo Studio fu trasportato per un anno da Ferrara a Rovigo; ma questo non pare sia stato il caso nel 1439. Ad ogni modo Guarino ebbe continua occasione di corrispondere con gli amici ferraresi, vuoi per congratulazione, siccome quando Giacomo della Torre fu creato vescovo di Reggio e quando a Soccino Benzi nacque un figlio, del quale egli era stato scelto a padrino; vuoi per condoglianza, siccome quando morì il figlio a Feltrino Boiardo. Altra luttuosa circostanza fu la morte di Margherita Gonzaga, moglie di Leonello da appena cinque anni, mancata ai vivi il 7 luglio e per la quale Guarino scrisse un'orazione.

295. Con Leonello più volte ancora ebbe occasione di carteggio sia per commendatizie, sia per ammaestramenti, quale quello sul modo d'intestare le lettere. Qualche volta invece coglie il destro di dargli ammonimenti civili. Così nell'agosto Leonello andava a caccia e si credeva che arrivasse fino a Rovigo, ma tornò indietro, perchè non trovava selvaggina. «Eppure, gli scrive Guarino, qui ci sarebbe da far buona preda, non però di selvaggina, bensì di uomini, che val molto di più. Questa brava gente ha per te e per la tua dinastia profondo e sincero rispetto, pur non essendo tu mai stato in mezzo a loro; chissà quanto ti amerebbero vedendoti qui. È saggio consiglio che i governanti si mostrino di quando in quando ai loro sudditi, per dar loro una sensibile prova d'affetto e per accertarsi delle loro condizioni e dei loro veri bisogni».

296. Tal altra volta sono ammonimenti filosofici, che Guarino vuol dare al suo allievo, ma incorniciandoglieli con un bozzetto. Un giorno infatti di ottobre essendo Guarino uscito da Rovigo a passeggiare sull'argine dell'Adige, si incontrò in un solitario: aspetto severo, larghe spalle, lunga barba, fronte rugosa. All'abito lo riconobbe per greco. Doveva essere uno dei tanti venuti con l'imperatore al Concilio l'anno precedente. Scambiatisi il saluto, il Greco domanda a Guarino che facesse a Rovigo; a cui risponde, che era fuggito dalla pestilenza. Il Greco rimane scandalizzato di una simile pusillanimità in un uomo, che avendo tanto studiato i classici avrebbe dovuto imparare da essi il disprezzo della morte. Guarino da quell'animo schietto ed ingenuo che era gli rispose, non senza uno spruzzo d'ironia, che il disprezzo della morte in teoria lo insegnava anche lui, ma in pratica avea paura della morte, la quale priva l'uomo di tanti beni e lo getta a marcire in una fossa. Allora ripigliò il Greco, mostrando come la vita ha più guai che beni e che paventare la morte è pazzia, perchè il corpo quando è morto non ha più senso e l'anima immortale vola in cielo. E perchè non ti uccidi dunque? replica Guarino, anche questa volta un po' ironicamente. Il Greco gli oppose la massima, che della nostra vita non siamo padroni noi, ma Dio solo. — Tutto questo ragionamento filosofico tra il Greco e Guarino non è altro che la parafrasi di quanto è esposto nel _Somnium Scipionis_ di Cicerone.

297. Tutta la corrispondenza di Guarino in quest'anno si riduce al circolo ferrarese e al circolo veneto. Da Padova gli è venuta l'offerta di una nuova amicizia, del Baratella. Antonio Baratella nacque in Camposampiero nel Padovano, sulle rive del Musone, che egli celebrò nella sua Musonea. Abitava una villa detta Lauregia. Fu alunno del Barzizza e amico di Sicco Polenton e di Lodovico Sambonifacio, il compare di Guarino; morì nel 1448. Nel 1439 stava componendo l'_Antenoreis_, poemetto su Padova, quando gli venne tra mano l'_Astyanax_ del Vegio. Allora concepì l'idea di cantare anche Polidoro, un altro degli infelici troiani periti miseramente. E compose la _Polydoreis_, intitolandola e mandandola a Guarino con una prolissa accompagnatoria in versi. Guarino gli rispose anche in versi, ma secco secco, limitandosi a dirgli che i suoi poemi erano degni di Vergilio, ed eccitandolo a condurre a termine l'_Antenoreis_.

298. Del resto Guarino aveva ben altra voglia che di occuparsi di letteratura e di poesia. L'anno 1439 fu per lui uno dei più fortunosi. Ardeva la guerra micidiale di Venezia e Firenze contro il Visconti, nella quale il marchese di Ferrara avea preso parte in favor di Venezia, mandando nel campo veneto il conte Taddeo d'Este. Taddeo si era trovato alla difesa di Brescia nel famoso assedio del 1438, nel quale si immortalò Francesco Barbaro, allora governatore di quella città in nome della repubblica veneta. Condottiero in capo del Visconti era il Piccinino, il quale nella prima metà del 1439 fece scorrerie sul territorio veronese; e in quella occasione ebbe a soffrire gravi danni anche la villa di Valpolicella di Guarino. Glieli raccontò un Veronese venuto di là: «cacciati i contadini, calpestate le messi, spogliata la villa, gettati a terra i tegoli, scassinate le serrature; appena i muri si erano salvati».

299. E questo fu nulla a petto di un altro dispiacere, che afflisse Guarino in quell'anno malaugurato. Correva da qualche tempo per le bocche di tutti un distico latino oltraggioso alla repubblica veneta. Di quel distico fu da taluno designato come autore Guarino, il quale quando gli fu riferita quella voce stava a letto malato di febbre con due figliuoli. Lo assalse un indicibile dolore e uno sconforto disperato, che trasfuse in un'angosciosissima lettera al Giuliani e al Giustinian, ai quali protesta solennemente essere quella una nera e vile calunnia e li scongiura di difendere presso il senato veneto la sua innocenza. Naturalmente il Giustinian gli rispose, che non se ne desse pensiero, perchè tutti a Venezia conoscevano la devozione e i meriti di Guarino verso la repubblica; che del resto quel distico era noto da un gran pezzo prima.

300. Ma intanto la pestilenza, la guerra, la febbre, il distico finirono con lo stordire il povero Guarino, «come quel tale che ricevuto un colpo nella testa da dotto che era diventò stupido e perdette la memoria». A farlo risensare molto giovarono le lettere dei suoi amici veneti, dopo che era tornato in Ferrara nel gennaio del 1440, quali Gabriele Tegliacci e Leonardo Giustinian, ma soprattutto quest'ultimo, a cui rende grazie entusiastiche di essere stato prosciolto dalla calunnia del distico. Nell'occasione che Guarino scriveva al Giustinian, Girolamo suo figlio scriveva al figlio del Giustinian, Bernardo, accludendogli nella lettera alcuni versi. Bernardo rispose molto affettuosamente a Girolamo, congratulandosi dei progressi che faceva negli studi e ricordando con vera compiacenza i tempi, in cui essi erano stati insieme a Verona scolari del padre Guarino.

301. Un altro Giustinian, il cavaliere Orsato, mandava a Guarino i saluti del Barbaro, reduce a Venezia dalla guerra; ed ecco Guarino congratularsi con l'illustre patrizio della gloria immortale acquistatasi nella difesa di Brescia. «Non era più solo ormai Archimede che obbligò Marcello, fino allora invincibile, a levar l'assedio di Siracusa; anche il Barbaro insegnò al Piccinino, tante volte vincitore, ad esser vinto, obbligandolo a levar l'assedio di Brescia. E tutto ciò non tanto con la forza e la violenza, quanto con l'astuzia e l'ingegno, con la mansuetudine e con l'affabilità, trattandosi dall'una parte di respingere gli assalti degli assedianti e dall'altra di mantener l'ordine e la perseveranza negli assediati. Meritata fu dunque l'accoglienza trionfale che gli fecero i Veneziani».

302. Di qui ognun vede che Guarino, diversamente da altri umanisti, non perdeva mai d'occhio tra le cure degli studi gli avvenimenti politici del suo tempo. Ma nessuna guerra attirò tanto la sua attenzione e gli tenne l'animo sospeso e angustiato, quanto quella dei collegati contro il Visconti. E veramente delle guerre italiane che egli potè vedere fu la più accanita e la più grave. Era però giusto che, come ne seguì con ansia le varie vicende, così ne salutasse con gioia la fine, specialmente quando la pace gli parve per sempre assicurata con l'adempimento di una promessa, tante volte lasciata balenare e tante volte delusa, del matrimonio cioè di Bianca Visconti col conte Francesco Sforza. E nell'ottobre del 1441 finalmente si celebrò il sospirato matrimonio, «che sarebbe stato all'Italia intera pegno di perenne pace e di tranquillità dopo i miserandi disastri della guerra. Si levi dunque giulivo l'inno nuziale ai ben augurati sposi: allo Sforza, il sapiente reggitore del Piceno, il ristoratore della potenza pontificia, fiorentina e veneta, il condottiero glorioso che tiene in pugno tutta l'Italia; a Bianca, la candida stella nunzia di prosperità all'uman genere, delicato rampollo della magnanima stirpe, che generò Galeazzo, Bernabò, Giovanni, Filippo Maria; la novella sposa sabina, che riconcilia i genitori coi mariti, la novella Giulia, che riconcilia i suoceri coi generi».

303. Nel 1441 Guarino fu colpito da due disgrazie di famiglia. A Verona gli morì più che sessagenario Battista Zendrata, cugino di sua moglie e padre di Lodovico, suo scolare, il quale in questo tempo avea già lasciato Ferrara ed era ritornato a Verona. Battista era stato molto affezionato alla famiglia di Guarino, al quale avea reso in ogni tempo, e specialmente nelle calamità, preziosi servigi e di cui fu sempre l'intimo confidente e lo schietto consigliere. Anche Girolamo Guarini lo amava molto e nella consolatoria che scrisse al figlio Lodovico mostra profondo rammarico per la perdita del brav'uomo, di cui con compiacenza ricorda le carezze ricevute quand'era piccino a Verona e che ardeva dal desiderio di rivedere, desiderio ahi! bruscamente deluso: «Dio ce l'ha dato, Dio ce l'ha tolto, sia fatta la sua volontà». La lettera spira tutta la rassegnazione che noi siamo usi di sentire nelle consolatorie di suo padre. Nè Guarino lasciò Lodovico senza conforto e gli scrisse ricordandogli come oltre al diritto di succedere nelle sostanze del padre, avea pure il dovere di succedergli nelle virtù. E in effetto Lodovico fece onore alla memoria paterna e come magistrato e come letterato.

304. L'altra disgrazia toccata a Guarino fu la morte di una bambina. Era l'ultima di tredici figli, natagli da poco. Morì mentre egli villeggiava nel tempo delle vacanze estive. Agli amici che gli recarono la triste novella rispose da vero stoico: «Se fosse vissuta, l'avrei avuta cara tra la corona degli altri figli, ma sia fatta la volontà di Dio. I beni terreni devono considerarsi come le rose; finchè ci sono, prendiamo pure diletto della loro presenza; quando sono scomparse, a che pro' crucciarsi più di quando non esistevano ancora? Ringraziamo intanto Iddio, che la puerpera abbia avuto un parto felice».

Guarino a Ferrara

ULTIMO VENTENNIO

(1440-1460)

305. Nel maggio del 1441 Guarino venne confermato professore in Ferrara per un secondo quinquennio. Fu questo l'ultimo anno che servì sotto il dominio del marchese Niccolò, il quale morì nel 26 decembre del 1441. Morì a Milano, donde fu trasportato il 28 dello stesso mese a Ferrara e quivi seppellito nella chiesa di S. Maria di Belfiore da lui edificata.

306. Pochi giorni dopo, nel 6 gennaio 1442, Guarino ne scrisse la commemorazione in forma di lettera a Leonello. «La piena del dolore mi ha fin qui tolta la facoltà di parlare e scrivere; ora dopo i primi sfoghi, rimessomi dalla commozione, posso darti quei conforti, dei quali io stesso avevo bisogno quando il colpo era troppo recente». E gli fa un quadro lusinghiero delle virtù paterne. «Fu prudente nel saper mantenere l'integrità del suo piccolo Stato in mezzo a Stati potenti e ambiziosi e fra tante guerre, che gli romoreggiavano intorno. Fu benigno e le porte del suo palazzo erano aperte a tutti i cittadini che ricorrevano a lui. Fu mite nelle pene ed è notevole quella sua risposta: che un regnante non deve mai esercitare la crudeltà, qualche volta la severità, sempre la clemenza. Fu liberale e arricchì molti dei suoi sudditi; soleva dire che la ricchezza dei re è costituita dalla ricchezza dei cittadini. Fu grandioso e lo provano i monumenti che egli seminò come gemme in città e nel territorio. Fu forte nelle fatiche e lo attestano le guerre da lui sostenute nel primo periodo del suo governo, mentre nel secondo periodo egli attese alle arti della pace, acquistandosi anzi grandi meriti come moderatore e arbitro nelle contese altrui».

307. Guarino qui è panegirista e perciò mette in rilievo le parti buone e lascia nell'ombra le meno buone. Comunque, se p. e. sulla mitezza e sulla benignità di Niccolò lo storico fa le sue riserve, un merito incontestabile egli ebbe, quello di essersi costituito moderatore nelle controversie degli altri principati italiani; e a quell'arte egli va debitore dell'incolumità del suo Stato e della fama di principe scaltro.

308. Il passaggio dall'un governo all'altro avvenne in Ferrara senza scosse, tanto che Leonello non sentì nemmeno il bisogno di circondare il proprio palazzo di guardie: «la guardia la faceva l'affetto dei cittadini». Già prima della morte del padre era Leonello stato da lui assunto collega nell'amministrazione e avea perciò avuto occasione di mostrare le sue buone qualità, per cui era ben voluto dal pubblico. «La sua faccia bella, la fronte aperta, gli occhi sereni, la statura alta, la capigliatura bionda gli conciliavano la simpatia della gente. Inoltre di belle doti morali, come la religiosità, il sentimento della giustizia, l'accorgimento nella scelta dei propri consiglieri, avea già dato prima luminose prove; e ciò era sicuro pegno e buon augurio che egli si sarebbe dimostrato degno successore del padre».

309. Le previsioni si avverarono; anzi egli fu migliore del padre, se non nella politica, certo in tutte le altre virtù e specialmente nella protezione delle arti e delle lettere. E cominciò senz'altro dal riformare l'università, chiamando da ogni dove illustri insegnanti; basti notare tra i principali acquisti Teodoro Gaza, venutovi nel 1444. La solenne inaugurazione del nuovo istituto fu fatta da Guarino nel 1442 il 18 ottobre, festa di S. Luca, che era il giorno consacrato all'apertura delle scuole. L'oratore assunse di dimostrare che Ferrara per opera di Leonello era diventata la vera sede degli studi; e passando in rassegna le discipline, che erano rappresentate nell'università ferrarese, cioè la grammatica, la dialettica, la retorica, la fisica, la filosofia, la medicina, il diritto civile e il diritto canonico, mise in rilievo i pregi di esse e la loro reciproca connessione.

310. Guarino faceva doppia scuola: pubblica e privata. Alla pubblica dedicava il giorno, alla privata la sera. La lezione pubblica era doppia, nella mattina spiegava un poeta e un prosatore latino, nel pomeriggio leggeva ordinariamente greco. La sera e la notte erano dedicate ai convittori, che egli teneva in casa; essi lavoravano sotto i suoi occhi e l'avevano sempre lì presente e pronto a rispondere a tutte le difficoltà che incontrassero.

311. Uno dei convittori più famosi e che merita di esser conosciuto un po' da vicino fu Giano Pannonio. Il suo nome era Giovanni, ma egli se lo latinizzò; il cognome Cesinge, con cui è comunemente chiamato, è storpiatura di Csezmicze; era di origine ungherese e perciò assunse il soprannome di _Pannonius_. Era nipote di Giovanni Vitez, che fu cancelliere nella reggia ungherese, vescovo di Waradino, arcivescovo di Gran e da ultimo, nel 1471, cardinale. Fu mandato dallo zio a studiare sotto Guarino a Ferrara. Quando arrivò nel 1447 a Ferrara aveva un dodici anni e in breve tempo diede prova d'ingegno vivacissimo e di memoria straordinaria; s'impadronì ben presto del latino e del greco e cominciò a pubblicare saggi poetici, che riscotevano il plauso universale.

312. Giano aveva per il suo maestro un vero culto, come dimostra il _Panegyricus_ composto in lode di lui, bellissimo monumento di ammirazione, di riconoscenza e di amore. E non solo a lui, ma alla sua famiglia egli nutrì schietta affezione. Così tanto nei fausti quanto negli infausti eventi di casa Guarini sapeva trovare una parola sincera di congratulazione o di condoglianza. Per la morte della Taddea compose l'epitafio; per le nozze delle due figlie Fiordimiglia e Libera compose l'epitalamio: Fiordimiglia sposò Guglielmo Calefini e Libera Salomone Sacrati, entrambi cittadini ferraresi. Maggiore dimestichezza strinse Giano coi figli maschi di Guarino e specialmente con Battista, che era press'a poco della sua età, anch'egli ingegno svegliato e precoce, e col quale «ebbe comuni gli studi, il tetto, la cella, il maestro».

313. Dopo di Giano altri ungheresi vennero a Ferrara, p. e. un Simone, un Czepes, un Policarpo, che poi fu arcivescovo: una piccola colonia, come si vede. Fra i condiscepoli di Giano e di Battista c'erano a Ferrara p. e. Roberto degli Orsi di Rimini, Basinio da Parma, Galeotto Marzio di Narni, i quali diventarono poi famosi.

314. Nei cinque o sei anni che Giano fu a Ferrara noi possiamo, guidati dai suoi versi, gettar lo sguardo entro la vita e i costumi della scolaresca Guariniana. Ivi si studiava con vera passione: «Noi che dormivamo, dice Giano a Galeotto, sempre nella medesima stanza e mangiavamo alla medesima mensa, quante volte non vegliammo insieme fino alla mezzanotte, facendo violenza ai nostri occhi; quante volte non ci alzammo tre ore avanti giorno, lasciando il dolce tepore del letto». Vero è che capitava pure il caso (e quale studente potrebbe in ciò scagliare la prima pietra?), nel quale i libri passavano dal tavolo di studio alla bottega di un rigattiere ebreo; sorte toccata una volta a un Lucano, a un Ovidio, a un Vergilio, ai quali Giano avea chiesto inutilmente dieci scudi in prestito.

315. I convittori costituivano proprio una famiglia e Guarino facea da padre, con la sua bonaria severità, lasciandoli liberi nei loro leciti passatempi. Un giorno una brigatella di essi con a capo Giano combinarono una refezione, alla quale invitarono anche Guarino. Ma egli rispose che i giovanetti non dovevano essere turbati nella loro baldoria chiassosa dalla musoneria di un vecchio; e Giano a replicare: che la sua presenza, oltre all'essere l'onor della tavola, sarebbe stata un freno a qualche trasmodamento dei commensali; che del resto la sua burletta poteva dirla anche lui, quantunque vecchio, e che essi aveano imparato giusto da lui come Tullio, Socrate, Catone con tutta la loro serietà si permettessero di quando in quando lo scherzo.

316. Però i suoi giovanetti egli li teneva sempre d'occhio; e Giano in una occasione che fu dai compagni portato, senza saperlo, in un cattivo ridotto, minacciò di denunziarli a Guarino. Ma non sempre il buon vecchio riusciva a evitare le scappatelle dei suoi scolari e talvolta gliele facevano i propri figli e sotto gli occhi, in casa, come quando uno di loro si prese troppa confidenza con la domestica; e Giano a cantargli: «La tua indulgenza ti fa torto, o Guarino, e intanto sei la favola della città; uno dei tuoi figli ti ha reso suocero della tua fantesca e nonno; pensa che hai in casa delle figliuole da marito e apri gli occhi».

317. Fra quegli scapatacci non mancava certo la satira, la quale diventava anche impertinente, come quando Giano si prendea gioco del suo confessore Lino, un frate francescano, o consigliava Rinuccio di portar fuori le sue figliole, p. e. alle prediche di padre Roberto o ai balli in piazza, se voleva maritarle. Talora la satira era di buona lega. Con Lodovico Carbone, alunno di Guarino, Giano non se la dicea troppo: «prima eri bragia, ora sei carbone, tra poco diventerai cenere». Paolo poi gli dava a correggere i suoi versi, che egli rimandava senza nemmeno un segno: «sfido! bisognerebbe segnarli tutti; del resto tu non sai pronunziar bene il tuo nome, la prima lettera devi aspirarla» (_paulus_ φαῦλος).

318. E si fossero fermati alla satira! C'era dell'altro. Molestavano le donne maritate e davano la caccia alle facili donzelle. Quella Tecla, che «quando cammina per le strade ha l'aria di una aitante matrona, dove che in casa pare una civetta spennacchiata», quella Silvia, che «va cercando in ogni studente il padre del proprio frutto», sono fino a un certo punto macchiette che possono correre. Ma quando discendiamo alle Lelie, alle Orsole, alle Lucie, allora il colorito degli epigrammi di Giano diventa marzialesco, anzi addirittura priapeo, tanto che certi vocaboli osceni egli non ha il coraggio di scriverli in latino e li scrive in ungherese. Incliniamo del resto a credere che fossero più parole che fatti, più imitazione classica che realtà, come era il caso _dell'Ermafrodito_ di Antonio Beccadelli.