Vita di Guarino Veronese

Part 12

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319. Questa la studentesca. Un altro scolaro di Guarino ci guiderà per entro al circolo letterario ferrarese. Il circolo socratico, quale fu idealizzato nei dialoghi platonici e quale rivisse in Roma p. e. nei dialoghi di Cicerone e nelle _Notti attiche_ di A. Gellio, ebbe una larga rifioritura tra gli umanisti. Rifiorì a Ferrara per opera di Guarino, nel tempo specialmente del governo di Leonello d'Este, il quale ne era il centro e l'anima; il relatore fu Angelo Decembrio con la _Politia literaria_.

320. Angelo Decembrio, fratello di Pier Candido, dalla scuola del vecchio Barzizza, dove si trovò fanciulletto, era passato a quella di Guarino. Stava a Ferrara sino almeno dal 1438 e vi si trattenne per tutto il tempo che governò Leonello, morto il quale, si trasferì alla corte di Alfonso in Napoli e, morto anche Alfonso, a quella dei re di Spagna. Compose epistole, panegirici poetici, elogi funebri, opere grammaticali e la _Politia_, importantissima, perchè con essa diffuse e rese popolare l'insegnamento e il metodo guariniano.

321. Nel circolo ferrarese c'era l'elemento vecchio e l'elemento giovane. Fra i vecchi nominiamo anzitutto il maestro. Guarino. Gli altri erano Uguccione Contrari, uno dei più autorevoli consiglieri del marchese Niccolò, Giovanni Gualengo, i due cavalieri Feltrino Boiardo e Alberto Costabili; il Boiardo avea tradotto in volgare _l'Asino_ di Apuleio, il Gualengo si dilettava di fabbricare e in una sua villetta del suburbio aveva imitato quella di Plinio. Fra i giovani notiamo il principe Alberto Carpi, alto della persona ed eloquente, imparentato con gli Estensi, Carlo Nuvoloni, i fratelli Nicola e Tito Strozzi, Francesco Ariosto, Leonello Sardi e il cavalier Tommaso Morroni da Rieti, maestro dell'arte mnemonica.

322. Alle riunioni del circolo non mancavano di quando in quando gli interlocutori avventizi. Così vi faceva qualche comparsa il minorita Agostino, ferrarese, buon predicatore e rispettato da Leonello e dagli altri; ma non erano accettate le sue teorie sui danni che provenivano dalla lettura dei poeti antichi. Tito Strozzi su questo punto non voleva dar quartiere al monaco; Guarino, più moderato, lo confutava con buone ragioni, alle quali il monaco non avea che ribattere, ma faceva le sue riserve: «non c'è da fidarsi troppo con voi altri oratori, che mutate il nero in bianco». E la brigata rideva.

323. Peggio quando capitava nel circolo un pedagogo, come dicevano loro, o maestro di grammatichetta, come diciamo noi. Tito Strozzi lo prendeva a frustate, se lo lasciavano fare. Verso quella genìa perdeva la moderazione persin Guarino, il quale metteva in canzonatura le loro pedanterie. Uno di essi a Ferrara, un tal Palamede, si vantava di sapere a memoria tutto Vergilio e che, sentitone un verso da chiunque, avrebbe continuato col seguente. Tito lo incontra e gli recita il verso 19 dell'_Ecl. I_: _Urbem quam dicunt Romam Meliboee putavi_; Palamede senz'altro seguitò: _Stultus ego_. Tito non ne volle più: «te lo sei detto da te».

324. Ma comica sopra ogni altra fu la comparsa nel circolo di Ugolino Pisani. Si presentò nel suo consueto atteggiamento teatrale, con la capigliatura arruffata e lunga barba. Portava a leggere una delle sue commedie in prosa, nella quale gli interlocutori erano arnesi di cucina; gli astanti se la passavano di mano in mano, ridendo sotto i baffi e strizzando l'occhio. Però il volumetto era di una perfetta calligrafia e rilegato elegantemente. Quel povero Ugolino era mezzo pazzo e morì pazzo, appena quarantenne. Entusiasta di Plauto, scrisse commedie in prosa, imitandone lo stile. Per pochi versi ottenne nel 1432 l'alloro poetico dall'imperatore Sigismondo. Girò le corti italiane ed estere, facendo il giullare, recitando le sue commedie, prendendo parte alle mascherate ed eccitando la curiosità specialmente delle donne. Gli era stato affibbiato il nomignolo di scimia letterata.

325. Il circolo si raccoglieva di solito nell'appartamento di Leonello, dopo il pranzo; qualche volta anche inter pocula. Altre volte invece la brigata si recava a caccia o faceva una gita nella villa di uno degli amici o al palazzo suburbano di Belfiore o al castello di Bellosguardo; e ivi o sotto un portico o all'ombra delle piante si intrattenevano in amichevoli discussioni letterarie.

326. Le discussioni versavano su argomenti di vario genere. Erano preferiti gli argomenti di letteratura romana e in specie la letteratura poetica. I due grandi poeti di Guarino erano Terenzio e Vergilio; da essi citava continuamente e su di essi fondava la prima educazione dei suoi allievi. E per riverbero l'attenzione sua si fermava molto anche sui commentatori di quei due poeti, cioè Donato e Servio. Nè solo studiava Vergilio in sè, ma pure nelle sue attinenze con gli autori che lo precedettero e che lo seguirono, specialmente con gli storici, mettendo a raffronto tanto la materia quanto lo stile. Se dovea spiegare agli amici la teoria degli omonimi, egli traeva ricca messe di esempi da Vergilio. Se poi voleva proporre un maestro di moralità, designava Terenzio.

327. Nel circolo venivano trattate importanti questioni estetiche, come quella dei rapporti tra il sostantivo e l'aggettivo nel verso e l'altra della vera natura della brevità sallustiana. Faceano argomento di discussione anche la proprietà dei vocaboli, l'ortografia, i dittonghi; qualche volta il tema era archeologico, come sulle corone, sui pesi, sulle sigle, sui monumenti. Le interpretazioni si discutevano con la massima minuziosità.

328. Frequenti erano le questioni critiche: anzitutto sull'autenticità dei testi. Non è di Cicerone la _Rhetorica ad Herennium_ e il libercolo sui sinonimi, non di Ovidio il carme _De Vetula_, non di Giovenale la satira XVI, non di Seneca le lettere a S. Paolo, non di Catone i distici morali, non di Cesare il _Bellum Alexandrinum_. Dopo l'autenticità, l'emendazione dei testi. Molto lavorò Guarino per colmare le lacune dei passi greci, particolarmente in Macrobio, Gellio, Quintiliano, i due Plini. Egli ha un concetto assai chiaro dell'opera dei copisti, i quali scambiano le parole l'una per l'altra (_iuvenis_ con _veniens_) o le mutano di posto, introducono nel testo le glosse marginali o lo alterano con le proprie interpolazioni. E qui Guarino si mette in cerca di codici, esercitando, fin dove può, coscienziosamente la critica diplomatica; ma dove i codici gli vengono meno, ricorre alla critica congetturale, chiamando in soccorso il nesso dei pensieri, i principii estetici, l'uso peculiare dello scrittore.

329. Fornivano materia a quei discorsi anche gli autori contemporanei e del secolo precedente. Il Valla era molto stimato a Ferrara e molto studiato e i suoi principii grammaticali e stilistici facevano ivi legge. Poca stima si aveva invece dei tempi, a cui appartennero il Petrarca, il Boccaccio, il Salutati: tempi d'ignoranza e di lingua barbara. Gli scrittori in volgare non erano apprezzati o tutt'al più riservati da leggersi ai nonni e ai bimbi d'inverno sotto il camino. A Dante poi non sapea Guarino perdonare la prolissità della _Commedia_ e l'avere nel noto verso vergiliano _Quid non mortalia_ inteso _quid_ per _cur_.

330. Ferrara nel 1447 ebbe una seconda visita di frate Alberto da Sarteano, che vi predicò il quaresimale e l'ottavario dell'Ascensione. Guarino non mancò di andare a sentire «la cignea voce di quel celeste usignolo», il quale «quando inveiva contro i vizi diventava tromba, anzi tuono». Il 7 maggio frate Alberto aprì l'ottavario con un discorso sulla dottrina teologica. Passò in rassegna tutte le discipline antiche e moderne, sacre e profane, mostrando la loro utilità e il diletto che se ne ritrae sì per lo spirito che per il corpo e proclamando regina di tutte la teologia. «Che profondità e vastità di erudizione in quel discorso, che acutezza di giudizio, che fiume di eloquenza! pareva il Po quando straripa; e parlò conservando sempre il suo timbro di voce per quattr'ore di seguito e nessuno se ne accorse più che se avesse parlato una sola ora».

331. Quale differenza tra questo monaco e Giovanni da Prato, che andò a predicare a Ferrara la quaresima tre anni dopo, nel 1450. In quella stagione Guarino leggeva Terenzio nella sua scuola. Non l'avesse mai fatto! Il monaco furibondo lanciò dal pulpito i suoi fulmini contro i poeti classici e chi li leggeva, li copiava, li spiegava nelle scuole, li conservava in casa, prendendo soprattutto di mira Terenzio. La questione sul poter leggere o no i poeti pagani non era sorta allora, nè finì allora; ma la maniera come la risolse Guarino ha la sua importanza, poichè egli riteneva che la lettura dei poeti classici fosse non solo innocua, ma anzi scuola di morale.

332. Il monaco zelante dopo la predica scrisse una lettera a Guarino, cercando di condurlo sulla buona via e insinuandosi nel suo animo col protestargli quanto lo stimasse per il bene che gliene avea detto Alberto da Sarteano. Guarino gli rispose rispettosamente, pigliando le mosse giusto dall'argomento che da frate Alberto era stato trattato tre anni innanzi. Alberto avea dimostrato che la teologia è la regina di tutte le altre discipline, le quali la servono come ancelle. «Or dunque, ragiona Guarino, se sono ad essa ancelle, bisogna bene studiarle per conoscer meglio la teologia; ed è così che lo studio dei classici ridonda a profitto della religione. Altrimenti incoglierà ai ministri del culto ciò che incolse a quel tal prete, che io ho inteso qualche anno fa, il quale predicando disse che gli _etnici_ si chiamavano così perchè venivano dal monte _Etna_ e volendo nominare _Cadmo_ ripetè più volte _Cadino_, suscitando le risate del pubblico».

333. La lettera è molto lunga e Guarino difende la sua tesi tenendosi sempre nel campo dell'avversario e traendo perciò gli esempi dalla storia ecclesiastica. Egli ricorda anzitutto come Mosè e Daniele prima di comporre libri sacri si iniziarono alle scienze degli Assiri e Caldei. Ma il perno della discussione si aggira su tre grandi padri della chiesa, Basilio, Girolamo e Agostino, i quali, e sopra tutti Girolamo, si avviarono agli studi teologici per mezzo degli studi profani e mostrano nei loro libri continue reminiscenze di autori classici. Girolamo poi giova alla causa di Guarino anche per l'alto concetto in che teneva Terenzio, l'autore che è specialmente preso di mira dal monaco. Guai a toccare Terenzio a Guarino, il suo prediletto poeta, quello che prima di ogni altro egli leggeva e spiegava ai suoi scolari. Terenzio era per lui il modello dello stilista elegante, dell'oratore perfetto, dello squisito educatore. «Se i suoi personaggi parlano e operano male, così richiede il loro carattere e non è da imputarsi a lui. Bruceremo forse l'evangelista, perchè ci rappresenta Giuda traditore di Gesù?»

334. Il monaco abbozzò una risposta, nella quale confuta punto per punto le argomentazioni di Guarino, citando alla rinfusa autori contemporanei, santi padri e filosofi pagani. Conchiude che, ammesso pure che sia battuto lui, la causa rimane salva.

335. Del suo allievo Leonello, anche ora che è diventato principe, non si dimentica Guarino e gli dedica pur sempre qualche lavoro, p. e. nel 1444 la traduzione dell'opuscolo di Plutarco _Sulla differenzia tra l'amico e l'adulatore_, nel 1449 il trattatello sulla antica lingua latina, nel 1447 uno schizzo sul modo di dipingere le muse. Leonello era appassionato dell'arte e volle in quell'anno adornare dei ritratti delle nove muse il suo studio di Belfiore. Per le pitture si servì del Maccagnino, Guarino suggerì gli atteggiamenti e l'abito delle singole figure, dettando per ciascuna un verso da scriversi sotto. Il pittore seguì in parte i consigli di Guarino, in parte, come è ben naturale, si attenne al proprio gusto. Quelle pitture furono vedute e descritte da Ciriaco d'Ancona che si era, in uno dei tanti suoi viaggi, fermato a Ferrara nel 1449.

336. Grande allegria ci fu a Ferrara nei mesi di aprile e maggio del 1444 per le seconde nozze di Leonello con Maria, figlia naturale di re Alfonso d'Aragona, nozze veramente illustri che legavano in parentela la casa d'Este col più potente degli Stati italiani; onde ben a ragione Ferrara assistette in quei giorni a spettacoli di ogni genere e vide d'ogni parte d'Italia accorrer moltitudine e personaggi principeschi a rendere omaggio ai due sposi. Fra i principi convenuti colà vanno nominati Oddantonio di Urbino, Gismondo Malatesta di Rimini, il Malatesta di Cesena, Guidantonio di Faenza, Carlo Gonzaga di Mantova, Rodolfo di Camerino. Andò a prendere la sposa Borso, fratello di Leonello, imbarcandosi a Venezia su navi venete e sbarcando ad Ortona, donde fece la via di terra fino a Napoli. Da Napoli partì Maria d'Aragona ai primi d'aprile, scortata dal principe di Salerno e salutata da un epitalamio di Girolamo Guarini, che allora era alla corte di Alfonso.

337. Il 24 d'aprile giunsero a Ferrara e il giorno dopo nel castello del marchese si compì la cerimonia nuziale, che fu presieduta da Guarino. Egli domandò agli sposi se erano contenti di diventar marito e moglie; indi Leonello pose l'anello matrimoniale in dito a Maria, e Guarino recitò l'epitalamio d'occasione. L'ultimo d'aprile poi si celebrò un altro matrimonio, di Isotta sorella di Leonello con Oddantonio d'Urbino e anche questa volta Guarino recitò l'epitalamio.

338. Ma venne purtroppo il giorno del lutto, il giorno che Guarino dovè intonare al suo illustre allievo il canto funebre. Leonello ammalò gravemente nei primi di settembre del 1450. La città fu tutta in costernazione e il vescovo ordinò pubbliche preghiere in ogni cappella, in ogni chiesa, in ogni monastero. L'infermo era assistito dal marchese di Mantova. Niccolò, il piccolo e unico figlio di Leonello, dodicenne, era compreso anch'egli di tristezza per l'imminente pericolo e avea fatto voto di dieci scudi al beato Bernardino da Siena, da pochi mesi canonizzato, se il padre fosse guarito. «Dove li trovi i dieci scudi?» gli domandava Guarino che lo teneva in custodia. E Niccolò: «li chiederò a qualche amico di papà». La malattia fortunatamente prese una buona piega e Leonello fu fuori di pericolo. Allora scoppiò generale il giubilo dei cittadini e Guarino nel congratularsi con Leonello della ricuperata salute propose di collocare tra i fasti, da solennizzarsi ogni anno, l'8 settembre, il dì della guarigione. Ma fu gioia passeggera. Altri pochi giorni furono aggiunti alla vita di Leonello, il quale morì il 1.º ottobre dell'anno stesso, e a Guarino non restò che recitargli l'elogio funebre.

339. La morte di Leonello sconcertò senza dubbio la posizione di Guarino a Ferrara e i Veronesi ne approfittarono, per appagare un loro voto, carezzato da tanto tempo, di riavere in patria l'illustre concittadino. Anche questa volta, come nel 1432, ci furono le premure private degli amici, le pratiche ufficiali del Consiglio veronese e l'elegia di Verona, che invitava nel suo seno affettuoso il figlio da tanti anni lontano. Guarino secondò quelle pratiche e ottenne che lo stipendio gli fosse portato da 150 scudi a 200 e stava preparato alla partenza; mancava solo la licenza del marchese. Ma la licenza non fu accordata e Guarino fu riconfermato a Ferrara, donde ormai non contava di muoversi più, avuto riguardo specialmente all'età avanzata.

340. Borso se non nella cultura, certo nell'amor delle arti belle eguagliò il fratello; lo superò nella liberalità e nel lusso e magnificenza dei ricevimenti. Basti ricordare le feste per l'arrivo a Ferrara dell'imperatore Federico III nel 1452, di papa Pio II nel 1459 e per il matrimonio di Beatrice d'Este con Tristano Sforza.

341. Federico III nel 1452 fece il suo famoso viaggio a Roma e a Napoli per ricevere dal papa la corona imperiale e per sposare donna Leonora, figlia del re di Portogallo. Nell'andata giunse a Ferrara di gennaio e tra le meraviglie che sorpresero gli astanti fu non ultima l'orazione che recitò all'imperatore il piccolo Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca Francesco, fanciullo di otto anni. L'orazione gli era stata scritta dal Filelfo. Di Guarino non sappiamo se abbia per l'occasione fatto nulla, ma difficilmente un suo discorso sarà mancato. Non mancò ad ogni modo un lungo carme latino del suo scolaro Giano Pannonio, il quale con versi rimbombanti, con stile declamatorio e con immagini esagerate tratteggia un quadro desolante delle condizioni d'Italia, esprimendo le grandi speranze concepite per la venuta dell'imperatore, dal quale si attendeva una nuova era di pace. Il discorso è messo in bocca all'Italia, «che si prostra ai piedi dell'imperatore in atteggiamento di nobile matrona, cinta di una corona di torri, vestita a lutto, con le chiome sparse, battendosi il petto e piangendo e singhiozzando».

342. Nel ritorno da Roma Federico III ripassò da Ferrara di maggio. In questa seconda fermata Borso fu creato duca di Modena e Reggio e Battista Guarini recitò davanti all'imperatore l'epitalamio per le nozze di Bartolomeo Pendaglia con Margherita Costabili.

343. Non clamorosa come quella fatta all'imperatore, ma pur sempre splendida fu l'accoglienza che ricevette Pio II, quando passò da Ferrara del 1459 nel suo viaggio a Mantova, dove era intimato il gran congresso per la crociata contro il Turco. Arrivò il 19 maggio e ne ripartì il 25. Guarino salutò con un'orazione l'illustre pontefice «pio di nome e di fatto, il ripristinatore dell'età dell'oro, il ristoratore della cultura, il vero estimatore della virtù e del merito». Suo figlio Manuele accompagnò i! papa al congresso di Mantova.

344. Parimenti sontuose furono le feste per il matrimonio di Beatrice d'Este sorella di Borso con Tristano Sforza nell'aprile del 1455. Lo sposo era figlio di Francesco duca di Milano, il quale mandò il Filelfo a tenere il discorso d'occasione. Per il marchese compose l'epitalamio Guarino, il quale fa una particolare allusione al nome cavalleresco dello sposo; ciò che prova come egli stesso leggesse i romanzi cavallereschi, molto in voga del resto alla corte di Ferrara.

345. Gli epitalami di Guarino e del Filelfo furono cagione di un pettegolezzo tra i due umanisti. Fra essi non c'era grande intimità, ma nemmeno ebbero mai a venire in discordia. Ora i maligni aveano notato che all'epitalamio del Filelfo il marchese Borso era stato largo di sole lodi, ma nessun regalo. In un crocchio di persone a Ferrara, dove si commentava l'accaduto, a Guarino scappò detto che Borso si era piccato, che il Filelfo avesse fatto il panegirico della famiglia dello sposo, scarseggiando molto nelle lodi della famiglia della sposa. Ci fu chi si prese la briga di riferire le parole di Guarino al Filelfo, il quale sentitosi offeso nel suo orgoglio scrisse a Lodovico Casella una lettera piena di insolenze contro Guarino. Egli poneva, come al suo solito, la questione addirittura tragicamente: «che forse Guarino si crede superiore a me?» Si capisce bene che Guarino non se ne diede per inteso e il Filelfo dovette restare col suo groppo in gola.

346. Appena riebbe Guarino da Borso la primiera posizione che aveva goduto sotto Leonello e potè riprendere le sue antiche abitudini, pensò il vecchio umanista di pagare un tributo di riconoscenza al suo illustre maestro Manuele Crisolora. Quel tributo parea dovessegli pesar sulla coscienza come un obbligo sacro da soddisfare, essendo che di tanti beneficati dal Crisolora nessuno gli aveva innalzato un monumento letterario degno di lui. Ora più che mai la sua fantasia rievocava la cara immagine del Greco, trasfigurata attraverso ai quarant'anni trascorsi dall'ultima volta che lo aveva veduto vivo. Se lo rivedeva risorgere dinanzi «bello della persona, le membra ben misurate e proporzionate, il volto rubicondo e la bionda barba che accresceva dignità all'aspetto»; e dalla faccia serena partiva ancora quel sorriso intelligente e si sentiva tuttavia carezzato dall'affabilità delle sue parole e dalla grazia dei suoi modi. Come si ingigantivano i suoi meriti letterari! «Prima del Crisolora l'Italia era sepolta nell'ignoranza, spezzato il filo della tradizione ciceroniana, barbaro lo stile: il Crisolora aprì una nuova via agli studi, con lui comincia il rinascimento della civiltà antica».

347. Preoccupato da questa idea Guarino si dà a raccogliere gli scritti del Crisolora e le lettere indirizzate a lui o quelle che parlano di lui, e si rivolge agli amici, come all'Ottobelli in Verona, al Poggio in Firenze, pregandoli di cercargli e mandargli scritture in lode del Crisolora. Così mise insieme l'orazione funebre del Giuliani, alcune lettere sue e d'altri dirette al Crisolora o che trattavano di lui. Si rivolse quindi ai propri figli, eccitandoli a scrivere commemorazioni e panegirici del Crisolora; ed essi corrisposero subito ai desideri del padre, poichè Niccolò, Battista, Girolamo, Manuele gli indirizzarono affettuose lettere commemorative. A tutta questa collezione, della quale ci arrivarono parecchi saggi, diede il titolo di Chrysolorina.

348. Nella _Chrysolorina_ dunque, intorno alla quale attese negli anni 1452-1455, Guarino ebbe collaboratori i propri figli, come li aveva collaboratori nell'insegnamento all'università. Infatti Girolamo fece un corso suo proprio, parallelo a quello del padre, sulla terza deca di Livio. In nome del padre recitò Manuele l'orazione inaugurale nel 1444; nel 1453 la recitò Battista, «il quale tra i figli di Guarino brilla come Sirio e Boote fra gli astri minori. Egli già (nel 1453) monta la cattedra come insegnante, parla nelle adunanze pubbliche come oratore e affascina l'uditorio, e le aule e le chiese echeggiano dei suoi plausi, intanto che il padre ne piange di gioia».

349. In ciò riconosciamo una tra le principali e più originali caratteristiche del metodo di Guarino, quella di associarsi nel lavoro i suoi discepoli e i figlioli, moltiplicando così la propria operosità e rendendola più feconda e in certo qual modo perpetuandola dopo la sua morte, poichè essi ne sarebbero stati gli eredi e i continuatori. È questo il suo gran principio, che egli inculca e ripete ad ogni momento nelle lettere, che i figli sono i legittimi eredi non tanto delle sostanze paterne quanto delle amicizie e delle virtù. E infatti uno dei suoi maggiori meriti fu l'essersi preparato un degno successore nel figlio Battista, il quale dopo morto il padre occupò la cattedra di lui, riempiendo del proprio nome e della propria operosità tutta la seconda metà del secolo XV. Però dei figli di Guarino il solo Battista fu vero umanista come il padre. Degli altri sei maschi Girolamo si accosta più a Battista per carattere umanistico, quantunque più tardi siasi dato alla carriera diplomatica. Anche Niccolò coltivò gli studi, ma nulla produsse in quelli. I quattro rimanenti percorsero carriere, le quali stavano in antitesi con l'umanismo, poichè Manuele si fece prete, Gregorio medico, Leonello e Agostino notai. Agostino si applicò alla mercatura ed ebbe il posto di maggiordomo presso il marchese di Ferrara.

350. I figli di Guarino furono tutti educati sotto la sorveglianza paterna, ma poi uscirono di Ferrara e andarono altrove chi a perfezionarsi negli studi, chi a cercarvi una collocazione. Per tal modo essi contribuirono non poco a rendere più vive le relazioni del padre con gli altri centri letterari e con le varie città italiane. E nell'esame infatti di quelle relazioni, le quali ora esporrò brevemente, ci si presenterà spesso or l'uno or l'altro dei figli di Guarino.