Vita di Guarino Veronese

Part 13

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351. Cominciamo da Verona, dove essi andavano frequentemente a curare gli interessi della famiglia o a villeggiare a Valpolicella. È certo poi che Leonello, Niccolò, Gregorio, Battista si stabilirono qualche tempo o a Verona o in villa. E ivi attendevano agli studi e corrispondevano col padre, specialmente Niccolò e Battista. Niccolò era già arrivato a conoscere il greco e per darne un saggio al padre gli scrisse nel 1450 una lettera greca: e il padre se ne congratulò, incoraggiandolo a continuare; nel 1452 egli carteggiava col padre per la compilazione della _Chrysolorina_ e per una curiosa lite che si dibatteva fra le città di Verona e di Brescia. Le due città vicine si disputavano la proprietà del lago di Garda. Guarino risponde al figlio, che la proprietà spettava a Verona, appoggiandosi all'autorità degli scrittori romani, quali Catullo, Plinio, Claudiano.

352. Battista prendeva già parte, come una volta il padre, ai pubblici affari di Verona; e nel gennaio del 1458 recitava il discorso di commiato al podestà Niccolò Marcello. Nello stesso anno diede un buon saggio dei suoi studi con la traduzione dell'_Agesilao_ di Senofonte, dedicata a Ermolao Barbaro, l'antico scolaro di suo padre, allora vescovo di Verona. L'anno dopo, 1459, pubblicò il _Libellus de ordine studendi ac docendi_, nel quale rivela ottimo senso didattico e mostra di avere in sè trasfuso il metodo paterno. Non bisogna dimenticare che da poco era tornato da Bologna, dove aveva insegnato per due anni.

353. Ma non c'era di bisogno della presenza dei figli in Verona, perchè Guarino mantenesse vivi e cordiali rapporti con la sua città nativa. Si è veduto che Verona non dimenticò mai il suo Guarino, la quale fece nel 1451 l'ultimo tentativo per riaverlo insegnante. Si davano poi circostanze in cui il Consiglio veronese dovea trattare qualche pubblico interesse col marchese di Ferrara e allora Guarino interponeva i suoi buoni uffici presso il principe. I suoi vecchi scolari lo ricordavano sempre, come l'Ottobelli, che gli cercava documenti per la _Chrysolorina_, e Silvestro Landi, che redigendo lo statuto della città di Verona fece nell'introduzione onorevole menzione del suo maestro. E non mancava colà chi volesse erigergli un piccolo monumento; e questi era il suo compare Damiano Borghi, che gli fece forse scolpire un busto, per tramandare immortale il nome di lui.

354. A Venezia si trovarono per qualche tempo i figli Niccolò e Gregorio. Niccolò accompagnava il marchese Carlo Gonzaga, di cui era segretario; Gregorio si era recato colà nel 1451 un po' a perfezionarsi nella medicina e un po' a conoscere quella città. Ma buon medico per gli altri e non per sè si lasciò ferire il cuore da una bella fanciulla, la quale gli rubava la pace e a cui desiderava dare la mano di sposo. La madre della fanciulla fece serie opposizioni, ma mercè l'interposizione di Francesco Barbaro le difficoltà furono appianate e Gregorio impalmò la sua Antonia.

355. Col mezzo di questi due figli le comunicazioni di Guarino col circolo veneziano erano tenute vive. Oltre che con Francesco Barbaro, egli corrispondeva col figlio di lui Zaccaria, con Bernardo Giustinian, col medico Niccolò Leonardi, con Marco Zane. In casa Barbaro ci fu nel gennaio 1453 una festa di famiglia per il matrimonio di Paola figlia di Francesco con Giacomo Balbi. Da Ferrara Guarino se ne congratulò per lettera e Giano Pannonio compose per quell'occasione un lungo panegirico di Francesco Barbaro. In quello stesso anno Giano andava a Venezia raccomandato da Guarino al Barbaro; probabilmente era quello il tempo in cui il Pannonio, lasciati gli studi letterari dell'università di Ferrara, si recava a frequentare il corso di giurisprudenza in quella di Padova. D'ora in poi i legami di Guarino col circolo veneziano si rallentano o si spezzano affatto, essendo morto nel principio del 1454 il Barbaro, che ne costituiva il nucleo.

356. Anche nelle relazioni di Guarino con la corte di Rimini incontriamo un figlio suo, Girolamo, che nel 1448 dedicò a Gismondo Malatesta una _Vita di Senofonte_. Guarino aveva avuto occasione di conoscere personalmente Gismondo nel 1444, quando esso venne a Ferrara ad assistere alle nozze di Leonello. Più frequenti diventarono le corrispondenze tra Guarino e Rimini allorchè si recarono a quella corte due suoi illustri scolari, Tobia Borghi e il Basini, stato allievo quest'ultimo anche di Vittorino e del Gaza. A Rimini il Basini si trovò in lotta con due rivali, il Porcelli napoletano e Tommaso Seneca da Camerino, contro le cui maligne suggestioni egli dovea disputarsi la grazia del principe, il quale alla sua volta prendeva diletto di quelle guerricciole. Guarino era informato di tutto dal Basini.

357. Il Basini conosceva, come allievo delle scuole di Mantova e di Ferrara, il greco, del quale erano digiuni il Porcelli e il Seneca. Costoro due cercarono di mettere in cattivo occhio presso il principe il loro rivale col pretesto che egli disprezzasse i Latini in confronto dei Greci; il Basini rispose vittoriosamente, mostrando la loro ignoranza e tessendo l'apologia degli studi greci. Qui scorgiamo un'altra prova della superiorità della scuola guariniana e un nuovo sintomo della guerra fra Greci e Latini. L'altro scolaro di Guarino, Tobia Borghi, fu in Rimini storiografo di corte; infatti scrisse la vita di Gismondo, specialmente per eccitamento di Guarino, che gli delineò anche le principali norme per scrivere la storia, desumendole da Luciano.

358. Fra i principi convenuti a Ferrara nel 1444 alle nozze di Leonello ci fu Rodolfo di Camerino, fratello della famosa Costanza Varano, una delle umaniste del secolo XV. Certamente Guarino ebbe occasione di parlar di lei col fratello Rodolfo, quantunque egli già la conoscesse per fama e per aver letto i suoi scritti. Avea levato gran rumore la sua orazione recitata al conte Francesco Sforza e alla sua sposa novella Bianca Visconti, quando nel 1442 andarono a prender possesso della loro signoria delle Marche. Da allora in poi la Costanza incoraggiata si mise in corrispondenza con principi, umanisti e umaniste, come il duca Filippo Maria Visconti, Guiniforte Barzizza e l'Isotta Nogarola. Guarino, che aveva ott'anni innanzi tributato il suo omaggio alla Nogarola, non si lasciò sfuggire ora (1444) l'opportunità di tributarlo con una lettera anche alla Varano, adoperando quasi le stesse frasi e le stesse lodi e mostrandosi in certo modo mortificato di presentarsele così da sè, senza averla conosciuta prima; che però non ce n'era di bisogno, perchè egli era stato ammiratore dei suoi scritti, dai quali l'aveva imparata a conoscere molto bene. Il pretesto di scriverle gli fu fornito da un codice degli scolii di Cornuto a Giovenale, che esisteva in Camerino e di cui le chiedeva una copia.

359. Con la corte di Urbino troviamo in relazione Guarino e il figlio Battista. Duca di Urbino era Federico di Montefeltro, non letterato ma protettore dei letterati, col quale Guarino carteggiava sin dal 1451. Ebbe poi occasione di conoscerlo personalmente nel 1457, quando Federico e Gismondo Malatesta si abboccarono a Ferrara con Borso d'Este, che essi aveano scelto per paciere; ma la pace non fu ottenuta. Al duca Federico si accompagnava anche Ottaviano Ubaldini, entrambi cresciuti in corte come fratelli. Ottaviano era letterato, fu allievo di Vittorino da Feltre e si occupava di studi latini e italiani; corrispondeva p. e. col Prendilacqua, col Filelfo e con Guarino; quest'ultimo anzi gli mandò come institutore uno dei suoi scolari, Marino Filetico. Battista Guarino si era incontrato con Ottaviano nel 1456, probabilmente in Bologna, e in quell'anno stesso gli emendò un Catullo.

360. Dico in Bologna, perchè Battista insegnò in quell'università due anni, 1455-1456, 1456-1457. Fu onore non ordinario per un giovanotto appena forse ventenne esser chiamato a dettar lezione in quell'illustre ateneo. Il discorso inaugurale del decembre 1455 fu un trionfo per Battista. L'uditorio era affollatissimo; vi si notavano i rettori e ragguardevoli personaggi fra i quali il cardinal legato. Il vecchio Guarino, quando ne udì la relazione in piazza a Ferrara da uno che veniva da Bologna, non potè trattenere dalla consolazione le lagrime.

361. In Bologna c'era giusto in quegli stessi anni un altro figlio di Guarino, il canonico Manuele, che avea l'ufficio di segretario presso il cardinal legato. Per mezzo di questi due figli Guarino tenea viva corrispondenza col circolo bolognese. Senza di che egli carteggiava con la famiglia Bentivoglio e col cardinal Bessarione, che fu legato in Bologna dal 1450 al principio del 1455. Essendosi recato a Bologna il suo scolaro Marco Aurelio, gli portò nel ritorno i _Ricordi di Socrate_ di Senofonte tradotti dal Bessarione; con ciò fu offerta a Guarino l'occasione di tributar meritate lodi al dotto Greco e di rinnovare l'amicizia stretta in Ferrara nel 1438 al tempo del Concilio. A Bologna predicavano di quando in quando due monaci veronesi di quel tempo, fra' Timoteo e fra' Matteo Bossi. Timoteo trovò in una di quelle circostanze, sembra, a Bologna la vita di S. Guarino, che fu trasmessa a Guarino da un monaco bolognese, fra' Cipriano. Fu un'immensa esultanza per Guarino l'aver trovato il suo santo omonimo e fu fortuna per noi, poichè nel ringraziare Cipriano egli dà preziose notizie intorno ai suoi primi anni.

362. Quel Timoteo era uomo istruito e abbastanza spregiudicato, perchè scrisse un libro, la _Sacra rusticitas_, dove dimostra che lo studio delle lettere non nuoce alla pietà cristiana. Anche lui però, come tutti i minoriti, faceva la sua crociata contro il lusso, che allora cominciava a diventare una vera piaga sociale. E predicò contro il lusso nella quaresima del 1454 a Bologna, dove ebbe buon gioco, avendogli prestato mano forte il Bessarione, che già tre anni innanzi avea pubblicato ivi stesso un editto contro il lusso. Però gli attacchi di fra' Timoteo erano specialmente rivolti contro le donne. Ciò parve poco cavalleresco a taluno, che confutò il monaco, e a Guarino stesso, il quale spezzò la sua lancia in favor delle donne.

363. Egli infatti ne scrisse a Santi Bentivoglio, capo partito a Bologna, censurando l'eccessiva severità dei monaci, i quali parlavano astrattamente, anzichè tener d'occhio le condizioni della vita pratica, e notando che mentre gli uomini hanno mille mezzi per mettere in vista i propri meriti, alle donne non è riservato altro mezzo che l'ornamento. Due anni più tardi fra' Matteo Bossi rimproverò a Guarino l'acrimonia di quella critica, ma Guarino gli rispose protestandogli che la sua stima e il suo affetto verso fra' Timoteo non gli venne mai meno e tutto finì lì.

364. Un altro figlio di Guarino, Girolamo, praticò la corte di Napoli. Alfonso d'Aragona dopo sette anni di guerra riusciva finalmente vittorioso del suo avversario Renato e nel febbraio del 1443 faceva il suo ingresso trionfale in Napoli. Guarino sapeva che Alfonso era re magnanimo e liberale, sapeva che egli proteggeva le lettere e i letterati, sapeva che il Panormita e il Valla, suoi antichi amici, stavano da parecchio tempo alla corte di lui e vide perciò che gli sarebbe stato utile collocare a Napoli il proprio figlio Girolamo. Ma tastò prima il terreno; infatti nell'ottobre 1442 scrisse al re Alfonso esaltando le sue imprese guerresche, ma dando maggior rilievo alle virtù dell'animo, come la fede, la religiosità, la giustizia, la liberalità, la magnanimità e simili, e dimostrando che egli non era, siccome volevano far credere, straniero nel regno di Napoli, che la Spagna fu colonizzata dai Romani e diede poi a Roma gli imperatori Adriano, Teodosio e Marco Antonio Vero. In un'altra lettera Guarino concentra le sue lodi sulla protezione che Alfonso accordava agli studi; e così si aperse la via a presentargli il proprio figlio Girolamo, il quale partì per Napoli nell'ottobre del 1443 con una lettera di raccomandazione del padre al Panormita e con una dell'Aurispa al Valla.

365. Alla prima lettera che Girolamo scrisse da Napoli al padre questi rispose tracciandogli le principali linee della sua condotta in corte. «Dopo Dio viene il re, indi il suo segretario; i voleri del re devono essere tutti sacri per chi vive in corte. I cortigiani vanno trattati con urbanità e in modo da non suscitare la loro gelosia». Caratteristiche sono le regole che gli dà sul contegno da osservare nelle conversazioni: «più che parlare ascolta; ma non avviare mai o non secondare la maldicenza a carico degli assenti; mostra di fare gran caso di ciò che dicono i presenti e non vantar mai la tua professione in confronto dell'altrui; sappi essere ora serio, ora gaio, ma senza trascendere in volgarità, e fa conto soprattutto che ogni tua parola debba giungere agli orecchi del re». Gli raccomanda da ultimo di fuggir l'ira e l'avidità del guadagno e di mantenere scrupolosamente la segretezza.

366. I consigli del padre non caddero a vuoto e Girolamo seppe ben presto acquistare la fiducia del re che lo creò suo consigliere e segretario. Nè Girolamo si mostrò ingrato verso il suo protettore e non trascurava occasione di manifestargli la sua riconoscenza; come nel 1444 quando partiva da Napoli Maria per andare a Ferrara sposa di Leonello, e nel 1447 che compose un carme in lode del suo re per la riedificazione di Vibona (Monte Leone), alla quale aveva dato il nome di Alfonsina. Di questo carme Girolamo mandò copia al padre, che ne tolse pretesto per scrivere al re, congratulandosi di così bella azione e discorrendogli a lungo intorno alla superiorità delle arti della pace sulle arti della guerra, e trovando da ultimo il modo di lodarlo non solo come mecenate ma anche come cultore degli studi e di raccomandargli il figlio Girolamo.

367. Allorchè nell'ottobre del 1443 Girolamo era giunto a Napoli con la commendatizia dell'Aurispa al Valla, quest'ultimo si affrettò a scrivere a Guarino dell'ottima impressione che gli aveva fatta il figlio, «il quale riproduceva esattamente il padre tanto nelle doti fisiche quanto nelle morali». Nel medesimo tempo gli chiedeva una copia del _Panegyricus_ di Plinio, offrendogli in ricambio il proprio opuscolo _Sulla falsa donazione di Costantino_, il lavoro più oratorio che egli avesse mai, a suo stesso giudizio, potuto scrivere. E fu in verità ardimento degno dell'ingegno superiore del Valla e consentito solamente a Napoli, dove il governo di re Alfonso lasciava libertà di parola e proteggeva gli umanisti perseguitati dall'inquisizione ecclesiastica. Quanta attività non aveva spiegata il Valla in quei pochi anni dacchè stava alla corte di Alfonso! Oltre all'opuscolo sulla _Donazione_, avea terminati i sei libri delle _Eleganze_ e i tre della _Dialettica_, aveva preparato il libro delle _Adnotationes_ contro Antonio da Rho, avea composti otto libri di confronti tra il testo greco e il testo latino del _Nuovo testamento_, avea tradotto in prosa latina i primi sedici libri dell'_Iliade_ e attendeva all'emendazione del testo di Quintiliano.

368. Nel principio del 1447 re Alfonso stava attendato a Tivoli, donde nel corso dell'anno intraprese la sua campagna contro i Fiorentini. Nel campo si trovavano anche il Valla e Girolamo Guarini. Venuta la stagione delle pioggie autunnali, i due umanisti pensarono di ritornare a Napoli e presero la via di Siena. Ma s'imbatterono in una schiera di briganti, dai quali il Valla potè scampare a stento, mentre il Guarini fu catturato e maltrattato; poco dopo però si rincontrarono entrambi incolumi a Napoli.

369. Il Valla nell'anno seguente, 1448, lasciò per sempre Napoli e si stabilì a Roma, dove il regno di papa Niccolò V gli accordava quell'ospitalità, che gli sarebbe stata negata da Eugenio IV. Girolamo Guarini in quello stesso anno partì da Napoli, lasciando l'incarico di spedirgli le valigie a Bartolomeo Faccio. Pare che se ne sia tornato in condizioni non troppo floride, perchè il padre per fargli pagare lo stipendio ha dovuto presentare una supplica al re. Nel 1450 Girolamo aveva trovato un altro posto nella cancelleria di Modena. Il Faccio per avere avuto in consegna le valigie di Girolamo ebbe frequenti occasioni di scrivere al suo antico maestro Guarino, che egli amava e stimava sempre e al cui giudizio sottoponeva i propri lavori. Un bel giorno poi del 1451 le lettere del Faccio arrivarono non per mezzo del solito messaggiero; il messaggiero era nientemeno che il Panormita in persona: «a lui potrai chiedere, o Guarino, tutte le notizie che desideri di me; io non ho segreti per lui». E Guarino abbracciò con effusione il grande e stimato amico suo, che allora per la prima volta imparava a conoscere personalmente. Il Panormita passava da Ferrara diretto a Venezia, dove si recava ambasciatore del suo re. Lo accompagnavano Luigi Puggi e il venticinquenne Gioviano Pontano.

370. Parimenti a Roma troviamo un figliolo di Guarino, Manuele, che vi si stabilì per alcuni anni a perfezionarvi i suoi studi ecclesiastici; oltre di che da Ferrara a Roma andava e veniva ogni anno l'Aurispa. Manuele e l'altro figlio Girolamo furono da Guarino con special cura raccomandati a Niccolò V nella lettera congratulatoria che gli scrisse per la sua assunzione al papato.

371. La lettera ha un poco l'intonazione retorica di un'orazione, ma essa esprime perfettamente i sentimenti suscitati in tutta l'Italia dall'inaspettata elezione di Tommaso Parentucelli. Ognuno infatti ammirava l'umile e povero figlio dei medico di Sarzana elevato al massimo onore della chiesa, ognuno esaltava la sua pratica negli affari, ognuno scorgeva in lui il rimuneratore del vero merito e il dispregiatore del danaro, ognuno salutava in lui l'inauguratore di un periodo di pace, ognuno encomiava la sua estesa e molteplice dottrina. Questi sono i cinque grandi titoli, che la pubblica opinione riconosceva al nuovo papa e questi sono i titoli messi in rilievo da Guarino. Però mentre il ceto degli umanisti concepì larghe speranze del nuovo papa per l'incremento della cultura, Guarino sembra di tali speranze non aver sentore.

372. Se ne accorse invece più tardi, quando anch'egli divenne uno dei tanti collaboratori del vasto piano di Niccolò V, di fondare una grande biblioteca di traduzioni dal greco. E nella dedica a Niccolò V della traduzione della _Geografia_ Straboniana Guarino mette in vista questo merito del papa; ma non dimentica anche una particolare circostanza, ossia che il papa con la traduzione avea di mira gli interessi della religione, in quanto che badava soprattutto alla traduzione dei testi sacri; e in ciò Guarino lo paragonava a Tolomeo Filadelfo, che fece tradurre la bibbia dai settanta. Sicchè anche la _Geografia_ di Strabone avrebbe dovuto servire agli interessi della chiesa. «Senza dubbio; perchè la gente poteva vedere su quanta estensione di regioni imperasse la chiesa, la quale in tal modo veniva ad aumentare il suo prestigio». C'è veramente molta stiracchiatura, ma Guarino doveva aver capito che al papa premeva di far credere così.

373. A Guarino dunque venne da Niccolò V assegnata la traduzione di Strabone da nessuno prima tradotto. Sin dal 1448 Guarino domandava uno Strabone al Filelfo; ma non pare che sin da allora avesse ricevuto l'incarico dal papa; lo cercava forse per proprio uso. Non so se l'abbia trovato subito; certo lo possedeva nel 1451. L'incarico gli fu dato probabilmente nel 1452, perchè nel principio del 1453 la traduzione era alquanto inoltrata. L'idea di quella traduzione nacque in Niccolò V dall'aver egli saputo che si trovava in Roma uno Strabone in possesso del cardinal Ruteno Isidoro. Ma siccome Isidoro nel maggio 1452 era partito con una missione per Costantinopoli, così avrà fatto intanto cominciare a Guarino la traduzione sul proprio esemplare, il quale era molto guasto: poi gli si sarebbe mandato l'altro da Roma, come fu in effetto. Nel marzo del 1453 Guarino mandava a Giovanni Tortelli alcuni saggi della traduzione; altri ne mandava nel settembre dell'anno stesso; allora aveva quasi finito il libro quarto. Nuovi saggi manda nel 1454, mentre annunzia che lavorava intorno al libro sesto. Nel medesimo tempo Guarino chiedeva danaro. Gli pesava sulle spalle una famiglia molto numerosa e per attendere alla traduzione avea dovuto trascurare i propri interessi e lasciare alcune lezioni private.

374. Nel febbraio 1455 il lavoro avanza con gran lena; ma come dovette essere rimasto il povero Guarino quando nel marzo intese la morte del papa! Per la parte tradotta gli erano stati pagati mille scudi; e per il rimanente che fare? Gli sapeva male troncare a mezzo un lavoro così poderoso; onde si risolse a continuarlo e terminarlo per conto proprio; avrebbe poi trovato il mecenate che lo pagherebbe. Terminò la traduzione nel luglio del 1458. Cercò un mecenate a Firenze, forse tra i Medici, a cui offrirlo, ma l'offerta non fu accettata. L'accettò l'illustre patrizio veneto Giacomo Antonio Marcello, dei cui meriti, specialmente militari, fa ampio elogio nella dedica. Il Marcello alla sua volta dedicò l'opera a Renato di Angiò. Questo fu, dopo la restituzione dei passi greci al commento vergiliano di Servio, l'ultimo grande lavoro di Guarino.

375. Morto Niccolò V, col suo successore Calisto III, indifferente o meglio contrario all'umanismo, Guarino non se la poteva intendere e così si rallentarono i suoi legami con Roma. Già sin dai tempi dello stesso Niccolò V degli umanisti amici di Guarino soli il Tortelli e il Poggio aveano mantenuto regolare carteggio con lui.

376. Le sue relazioni col Poggio non hanno mai perduto della usata frequenza e intimità. Nel 1447 il Poggio pubblicò la traduzione della _Ciropedia_ di Senofonte. Ebbene, Guarino scrivendo al re Alfonso per tutt'altro trovò il modo di nominare il Poggio e la sua _Ciropedia_, per dirgli che quell'umanista in tarda età (67 anni) aveva, come a Roma Catone, dato opera a studiare il greco e l'aveva imparato prima che si venisse a sapere che egli lo studiava. La stessa lode fece Guarino del Poggio al giureconsulto Francesco Accolti, che allora professava a Ferrara, e la stessa lode ripetè poi direttamente al Poggio, aggiungendogli esser tanto elegante e disinvolta la traduzione, da sembrar proprio opera originale. Nel 1451 vide di mal occhio la polemica tra il Valla e il Poggio, suoi amici, e unì la sua voce a quella di Pietro Tommasi per riconciliarli, se non che furono sforzi inutili i suoi, quelli del Tommasi, del Barbaro e del Filelfo; la guerra finì soltanto con la partenza del Poggio da Roma.

377. Il Poggio lasciò Roma nel 1453, nel quale anno fu chiamato a reggere la cancelleria fiorentina in sostituzione del morto Marsuppini. E da Firenze non interruppe mai la sua corrispondenza amichevole con Guarino, a cui chiedeva saggio della traduzione di Strabone e gli mandava libri per il figlio Battista. Ci fu una piccola nube per una falsa voce giunta all'orecchio del Poggio sul conto di Guarino e del Perotti; ma fu tosto dissipata. «Scusami, o Guarino, se per poco ho alimentato quel sospetto contro di te; la tua lealtà m'era ben nota». E non diceva per complimento, giacchè nel 1456 trattava con lui per mandare alla sua scuola in Ferrara i propri figli; «qui a Firenze, caro Guarino, i figli non li può mandare a scuola chi vuol farli educare a principii di sana moralità; perciò li affido a te». Stupenda invidiabile gloriosa testimonianza di fiducia e di affetto, la quale compendia tutto un mezzo secolo di una operosità didattica mai venuta meno allo scopo, e di una amicizia che non ha riscontri in quell'età.