Part 15
Chiamati dalla fama della vetustissima università, dotti e ignoranti traevano dalle più remote parti di Europa a Bologna; i primi per insegnare, i secondi per istruirsi; veruna terra meglio disposta di quella alla dialettica dacchè il giorno per la filosofia non era ancor sorto; mancava la favilla per appiccare lo incendio, e questa, non già favilla ma torcia, fu Giovanni Mollio di Montalcino minore osservante. Costui, dopo avere professato con molta rinomanza nelle più celebri università d'Italia, si ridusse a Bologna, dove subito gli mosse guerra l'astiosa dappocaggine del Cornelio metafisico; di qui una sfida a disputare in pubblico, dalla quale il Cornelio uscì spennacchiato; l'ira lo fece spia, e sta bene, perchè mediocre in lettere, moderato in politica e spia siano tre focacce levate dalla medesima pasta; sottoposto il povero frate al sindacato di quattro cardinali, ebbe un santo dalla sua, perchè buono non lo rinvennero, e tristo da buttarlo sul fuoco neppure; solo gl'interdissero la predica sopra l'epistole di san Paolo, ma parlarono a sordo; allora il cardinale Campeggio lo cacciò via dalla università; trovo anco scritto che certo Baldassare Altieri mandava avviso ad un suo amico tedesco come un gentiluomo di Bologna, quando si fosse dichiarata guerra al papa, stava pronto a concorrerci a sue spese con seimila fanti da lui arrolati e pagati: quantunque a me paia cotesta più che altro iattanza, pure, fatta la parte sua alla esagerazione, si ha da dire che molti e potenti vivessero in Bologna gli zelatori della Riforma. E giusto favellando della necessità di riformare i costumi chiesastici e della voglia che la curia romana aveva di farlo, merita essere da noi riportato un caso il quale da un lato dimostra il credito grande che si tiravano dietro le deliberazioni di cotesta città, e chiarisce dall'altro la fede pessima dei papi. Taluni Bolognesi avendo scritto a Giovanni Planitz ambasciatore dell'elettore di Sassonia in Italia circa la necessità di convocare il concilio, questa lettera mise tanto il campo a rumore che Paolo III per ischermirsi deputò tosto una commissione di quattro cardinali e di cinque prelati affinchè avvisassero sul da farsi; fra i cardinali il Caraffa. La commissione eseguì il cómpito con prestezza pari a lealtà; moltissime colpe accennò e molti rimedi propose; principalissima delle colpe da emendarsi dichiarò il cumulo degli uffici di cardinale e di vescovo; il rapporto della commissione si legge in parecchie raccolte ed ha per titolo: _De concilio de emendanda Ecclesia iussu Pauli Tertii_; fu stampato, pubblicato per comando del papa, ma nè papa nè cardinali lo mandarono nè manco per ombra ad esecuzione; dei cardinali che lo composero quelli che erano ad un punto vescovi continuarono a tenere mitra e cappello; il cardinale Polo avendo a scegliere tra cardinale e primate d'Inghilterra, conservò i due offici; e quel Caraffa così ferocemente rigido, diventato Paolo IV, condannò quanto aveva proposto cardinale teatino. Gran brava gente i preti! —
Non che la terra lombarda, pareva che san Pietro non potesse salvare dalla contaminazione nè manco quella terra che i preti chiamano _patrimonio_ di lui: e però la storia testimonia propense alla Riforma le città di Faenza e d'Imola; in quest'ultima narrasi che un predicatore affermando come veruno potesse acquistarsi il paradiso tranne che in virtù delle opere buone, certo giovane gli arguì contro gridando: «Bestemmia! La Scrittura dichiara Cristo avere conquistato il paradiso con la sua passione e morte, e a noi donarlo per effetto della sua misericordia.» Di qui s'impegnò la disputa, stando la gente in cerchio dintorno ad ascoltarli; il giovane, o perchè fosse bel parlatore, o perchè fastidissero il frate, sovente aveva plauso; di che stizzito il frate di un tratto proruppe: «Va via, grullo, tu non hai anco rasciutto il latte su le labbra, e ti attenti a ragionare di divinità, mentre altre barbe che la tua non è tacciono comprese dalla riverenza del mistero.» E il giovane al frate: «Di male in peggio; o non hai tu letto nel Vangelo che Dio deriva la sua gloria dalla bocca dei fanciulli?» Il frate scappò via scotendosi la polvere dei sandali, come se Gomorra o Sodoma abbandonasse.
Venezia faceva il commercio di eresia come gli ebrei soncinati di Bibbie; non che ella fosse priva di contaminazione, per dirla in istile di curia romana, chè anzi più delle altre città italiche se ne risentisse, ma in bell'armonia teneva unite borsa e coscienza; colà riparando gli eretici italiani dettavano o traducevano e stampavano opere che poi si esitavano con molto vantaggio e presto nella rimanente Italia; colà più di tutti diffondevano la luce e la semenza del Signore, per dirla in istile di Riforma, Pietro Carnesecchi e Baldo Lupetino, entrambi salutati martiri allora, adesso fanatici. Con questi si dava da fare un Baldassare Altieri di Aquila, a cui incolse bene perchè segretario dell'oratore inglese a Venezia: a ragione per tanto Lutero scrivendo a Giacomo Zeigler molto si rallegrava del profitto cavato da cotesta città; di vero i protestanti osarono qui quello che si erano peritati di tentare altrove, vogliamo dire, chiedere alla scoperta la facoltà di professare pubblicamente il culto luterano. — Da Venezia si riversavano simili umori nelle provincie di Bergamo, Verona, Brescia, Vicenza, Treviso; ed è da credersi che se in cotesti tempi un papa avventato avesse strinto troppo, gli si saria rotta la fune in mano: che se qualche volta pencolando il doge la dava vinta a Roma consegnandole taluno eretico, questo generava danno, ma poco, ed anzi la voglia di vendicarlo o di operare in guisa che non si rinnovasse rendeva vie più smaniosi i luterani a propagare le proprie dottrine. Verranno i tempi sinistri; per ora il vento soffia secondo nel gonfalone dell'eresia.
A veruna città seconda, a moltissime prima, Milano agitava irrequieta la cupidità di rompere l'odiato giogo di Roma; da lei fino nei remotissimi tempi apparve la voglia di opporsi al papato; e di lei forte si lagna Paolo III scrivendo al vescovo di Modena, accusandola di girsene dietro alla dottrina diabolica ed impura degli antichi eretici: stava proprio a Paolo III padre di Pier Luigi Farnese adoperare la parola impura; e' ci hanno vocaboli i quali scottano le labbra di cui li profferisce; i preti poi, per quello che ne appare, non temono scottature. Qui occorre, quanto più breve per me si potrà, esporre le vicende di Curio o Curione secondo; imperciocchè le opere sue molto potessero sopra gli animi dei Milanesi e dei Lucchesi. Egli nacque a Chieri, donde si fece il suo cognome Curione, primogenito di ventitrè fratelli; mandato a studio a Torino, quivi s'invaghì delle dottrine dei riformisti, per professare liberamente le quali s'indettò con certi amici suoi, passate le alpi, ridursi in Germania: presi in Aosta sono chiusi nel castello di Caprano; dopo due mesi a Curio concedono stanza nel monastero di San Benigno; colà gli prese il ticchio di aprire un reliquario e cavatene le ossa, metterci dentro una Bibbia e con questa leggenda: «Vedi l'arca dell'alleanza, la quale contiene i veri oracoli di Dio e le veraci ossa dei santi.» Scopertasi la beffe, chiamata a quei tempi sacrilegio, Curio, subodorando che i sospetti facevano capo a lui, se la svigna a Milano; colà condusse donna di casa Isacchi ed ottenne una cattedra dove si acquistò bellissima fama: costretto a uscire di Milano per causa dalla invasione spagnuola, recossi a Casale e quivi dimorò alquanti anni oscuro; la morte di tutti i suoi fratelli lo persuase a tornarsi in Piemonte per raccogliere il paterno retaggio; glielo serbava un cognato, a cui per averlo troppo lungamente custodito ora sembrava proprio che fosse suo, onde invece di rendergli il patrimonio gli fece il tiro di accusarlo di eresia; e Curio da capo a scappare con arguzia e celarsi in Savoia. Certo dì trovandosi ad ascoltare la predica di un frate domenicano a Castiglione, avvenne che costui, seguendo il vezzo antico nè fin qui smesso di malmenare con calunnie Lutero, affermava la sua dottrina allargarsi fra i Tedeschi lurchi, perchè tollerante ogni libito più reo; a cui, non si potendo più tenere, Curio contrappose a voce alta: «Tu menti» Visto e preso: ai preti parve toccare il cielo col dito; pregustavano l'onore e l'odore che sarebbe loro venuto dal leppo di un _atto di fede_ alla spagnuola, non meno che calcolavano i frutti del terrore; il diacono dell'arcivescovo di Torino si affretta a Roma per sollecitare la condanna; intanto, per assicurarsi che non gli scappi, lo consegna al fratello del cardinale Cibo, il quale da pari cura agitato te lo ficca in prigione coi ceppi ai piedi; ora ecco, mentre pareva per lui perduta ogni via di salvezza, sovvenirlo la fortuna: gli si gonfia una gamba tanto che il carceriere, giovane epperò non affatto tristo, ci ravvisa la necessità di liberarlo dal ceppo pesantissimo di legno: di che aveva a temere egli? Non restava preso con quell'altro piede? E poi come fuggirà il prigioniero? La sua carcere sta in mezzo a tre altre stanze di cui una abita il custode, nell'altra albergano le guardie, nella terza convengono tutti e mangiano. Vista l'arrendevolezza, se pietà non la vogliamo chiamare, del giovane carceriere, il Curione pensa nuova malizia; si finge infermo; una calza empie con la camicia ed altre ciarpe, e il tutto attorce e comprime intorno ad un bastone che a sorte trova nella prigione appresso al letto: ciò fatto, si ripiega quanto può sotto la coscia la vera gamba, adattando al ginocchio la gamba finta così che questa paia quella: poi sul bruzzo rompe in gemiti. Il carceriere accorre profferendosi sollevarlo, e quegli lo prega gli muti il ceppo dal sinistro al destro piede tanto che gli dia tregua lo spasimo che lo trafigge; e il carceriere lo appaga; parendogli poi quasi ridotto agli estremi, molto compassionandolo, lo lascia solo; quando il sonno tenne custode e guardie, Curione pian piano abbigliatosi va ad origliare alla porta della stanza; dormivano tutti, e mentre tenta cauto la porta per somma ventura ella cede al suo tocco, avendola lasciata socchiusa il carceriere o per oblio o piuttosto per soccorrerlo caso mai ne avesse sentito il lamento; entra nel tinello, dal tinello a tastone trova la scala, e giù per essa come se avesse l'ale. Ma in fondo alla scala non era aperta la porta, bensì sbarrata da enormi catenacci; risalì il misero la scala notando sottilmente ogni cosa, come avviene a cui prema di salvare il collo dal capestro: a mezza scala rinvenne una finestra; non correva tempo per conoscere di quanto ella stesse sopra il terreno; profondo il buio, ogni arnese mancava; avanti a sè gettò la cappa per ammortire la caduta, poi quanto più può si spenzola fuori e all'ultimo si lascia andare; senza danno cadde nel cortile; va difilato alla porta di mezzo, sperandola chiusa unicamente per via di stanga a traverso, e s'inganna, era serrata a catenaccio; allora si aggira intorno tastando i muri, e trovatili lisci, sgomento e stanco si abbandona. In questa ecco comincia a splendere in cielo un fuoco tramandante luce, la quale quella della luna non appaiava, ma l'altra delle stelle vinceva; forse erano stelle cadenti, o meteora altra cotale; fatto sta che per essa potè speculare meglio le pareti e vedere nei canti come il muro nuovo tirato su al lato il vecchio lasciasse certa crepatura dove non era disperazione arrampicarsi con le mani e co' piedi; e questo tentò, ma levato alquanto da terra il sasso a cui con le mani si aggrappa, cede, ed egli giù a gambe levate, e il sasso sopra con grande fracasso. Palpitante di terrore colà rimase un pezzo, temendo che allo strepito del tracollo svegliate le guardie non gli riponessero le mani al petto; di ciò fu niente; ripreso animo torna ad arrampicarsi, scavalca il muro e, in casa di tale che egli nomina Filosseno Nucca ricoverandosi, scampa la vita. Questo caso accadde senza intervento di angioli nè di demoni; altri non crede che passasse a quel modo liscia e suppone corrotti custode e guardie; poteva anco darsi, ma quando ci afferma proprio lo stesso Curio che l'andò come la contano, non si sa perchè non gli si deva credere, conoscendo fughe accadute tanto nei moderni che negli antichi tempi troppo più di questa maravigliose e stupende: egli poi narrando la propria storia, ne attribuisce il merito a Dio, e ciò stà bene; dice che non fece voti, non imprese pellegrinaggi, in somma nulla eccetto votarsi a Cristo supplicandolo che lo sovvenisse a sostenere la guerra contro le passioni, col suo spirito lo trasse a sè, lui adoperasse come il vasaio costuma della creta.
Nè finirono qui le sue vicende: dopo breve soggiorno a Salò fra i suoi, si recava a Pavia, dove fu professore tre anni: ma alfine ebbe a cedere allo sforzo del papa, che lo aveva tolto a bersaglio; riparò prima a Venezia, poi a Ferrara, dove la duchessa Renata lo munì di lettere commendatizie per Lucca, le quali accolte con favore, lui promossero i cittadini professore nello studio. Nè qui trovò requie; il papa sempre addosso, ond'ei l'ebbe a segnare col carbon bianco se gli riuscì ricoverarsi prima a Losanna, poi a Basilea; una volta si attentò tornarsene a Lucca per pigliarvi la moglie e i figliuoli, ma gli sbirri della Inquisizione, che stavano su le intese, lo sorpresero a Pescia mentre mangiava: vinto dalla paura alla vista di loro, si leva in piede di scatto ed impugnato il coltello, spaventato, spaventava i sbirri, i quali l'uno su l'altro aggomitolandosi, egli passa di mezzo a loro, ed essi lo lasciano ire con Dio. Molte opere egli scrisse e molto predicò; i riformati lo levano a cielo, i cattolici lo denigrano fino allo inferno: uomo fu come gli altri, ma certo operaio indefesso e di profitto grande da per tutto dove egli insegnò, massime a Lucca.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
VITA DI FRANCESCO BURLAMACCHI
DI F. D. GUERRAZZI
VOLUME SECONDO
MILANO CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI 1868
_Proprietà letteraria_. Tip. Guigoni.
CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.
Da tempo remoto, e lo accennammo di già, travagliava Napoli il seme della eresia; ai Vadesi si aggiunsero i Tedeschi, venuti in Italia ai danni di Roma, ma poi voltati contro la Repubblica di Firenze e contro ogni cosa che in Italia sapesse di libertà, perchè papa e re bisogna ch'e' s'intendano; l'un regge l'altro; s'ei si accapigliano, durano finchè non si svapora nell'uno o nell'altro il vino dell'orgoglio; rinsaniti, si rifanno su i popoli. Ai Vadesi ed ai Tedeschi successe lo spagnuolo Valdes temuto per la bontà sua, lo ingegno, lo zelo indefesso e sopra tutto per la efficace modestia, in virtù della quale egli, pago che i suoi concetti si avvantaggiassero, si celava ed altri a farsi chiaro sovveniva. Egli diè il tratto alla esistenza del frate Ochino staccandolo dalla chiesa romana e di valorosissimo amico lo rese nemico capitale; a molte chiese appartiene la storia di lui del pari che quella di quasi tutti i compagni suoi, ma qui io la riporterò sempre succinto, però che il Valdes lo levasse dalle dannose dimore. Siena è la città dei santi; ma siccome non ci ha diritto senza rovescio, così del pari è la città degli eretici. L'Ochino nacque da Domenico Tommasini di Siena nella contrada dell'Oca, dove pure sortì i natali Caterina da Siena, esaltata santa; di qui il soprannome di Ochino. Ai giorni nostri avvertirono come la bandiera di cotesta contrada porti i tre colori precisi della odierna italiana; Ochino e Caterina derivano da parenti oscuri; padre di questa un tintore, falegname quello dell'altro: giovine e propenso a malinconia Ochino si rese frate minore, non rinvenendo regola più di questa severa; ci stette poco, chè recatosi a Perugia, vi studiò medicina. In quel torno istituirono i cappuccini, e poichè questi gli parvero più conformi alla sua rigida indole, così volle vestirne l'abito; di qui in breve (tanto fece profitto nello studio della divinità, e tanto lo sovvenne natura) usciva atleta di Cristo acquistandosi fama di supremo oratore, anzi divino. Carlo V dopo averlo udito proclamava ch'egli avria fatto piagnere i sassi; lasciamo i sassi al suo posto, il Sadoleto e il vescovo di Fossombrone non dubitarono metterlo a canto ai più famosi oratori dell'antichità. Del vecchio peccatore cardinale Bembo non importa rammemorare le smancerie; lui con ressa infinita egli ottiene da Vittoria Colonna predicatore a Venezia, di lui e della sua eloquenza s'innamora, della salute si piglia smaniosa cura fino a raccomandarsi che dove occorra sforzino il suo Bernardine a cibare carni in quaresima, altrimenti non potrà reggere alle fatiche apostoliche. Forte percotevano la mente dei popoli la sua barba bianca, il volto emunto, gli occhi incavati e fiammeggianti, le vesti squallide, il costume rigido; camminava per colli e per pianure a piedi ignudi; il capo ad ogni più rea stagione scoperto sempre; andava di porta in porta accattando la vita; suo letto la terra, cortinaggio le frondi degli alberi: tutti lo riverivano e levavano a cielo; per poco stette che vivo non lo santificassero: dal comune andazzo si lasciò trarre fino Pietro Aretino, il quale, con modo in cui traspare la schernitrice perversità sua, scriveva al papa credere che non senza consiglio della provvidenza tanto peccatore egli fosse scrivendo ovvero operando, imperciocchè altrimenti l'Ochino non avrebbe ottenuto la gloria imperitura di ridurlo ad abiurare i suoi tanti peccati. L'Ochino, in virtù del credito grande che aveva, la cella concessagli per abitare a Venezia convertì in convento dei cappuccini; ed all'Ochino eretico vanno debitori i pii cattolici della devozione delle Quarantore, la quale tuttavia si pratica con tanti benefizi dell'anima e del corpo che ogni uomo li può vedere. Il papa gli aveva posto un bene pazzo, ed a ragione; imperciocchè quale vendemmiatore più potente di lui nella vigna di Cristo? La elemosina raccolta nella città di Napoli in una sola predica toccò niente meno che i cinquemila zecchini. Ma l'Ochino aveva già dato la balta; egli stesso scrivendo al Muzio lo informa che, meditando, digiunando e in tutte le altre guise mortificandosi, era giunto a scoprire tre cose: la prima, che, Gesù Cristo avendo saldato col suo sangue ogni conto vecchio della umanità, bisognava reputare eresia pretta la dottrina che dopo cotesto caposaldo gli uomini avessero a faticare di nuovo per salvarsi con le opere: e veramente starebbe così; ma ciò non torna a Roma, perchè se le opere non sono più necessarie alla salute dell'anima, ella potrebbe chiudere bottega; e dall'altra parte appaga più la ragione il concetto che ognuno debba essere giudicato alla stregua del merito; di ciò colpa la proterva intemperanza dei preti, i quali, volendo arare sempre coll'asino e col bue, misero insieme cose fra loro contrarie deliberati di saldarle insieme con la fede: sicuro! non fa mestieri travagliarci troppo a cercare la razionalità delle proposte quando tu possa concludere: O credi o t'impicco. La seconda delle cose scoperte dall'Ochino fu che i voti frateschi, siccome empi, non tengono, e non ci ebbe a durare fatica; la terza, che la chiesa romana è vituperio di Dio, ed anco qui fu facile trovato. Se ne accorsero subito ch'ei balenava; dicono lo aizzasse il Valdes a Napoli col mostrargli che nonostante le belle parole a Roma lo avessero in conto del somaro che porta vino e beve l'acqua; nè manco il cappello rosso gli avevano dato! Le sono novelle, però anco sotto la tonaca del capuccino, come sotto il mantello di Diogene, talora la superbia si rannicchia. Per tanto prese a fastidire e messa e coro e orazioni; anzi a certo frate che, avendo notato com'ei si astenesse dalla preghiera, gli disse: «Andando ad amministrare la religione senza preci tu mi pari un cavaliere che vada senza staffe; bada alla cascata», l'Ochino rispose: «Chi fa bene prega», sentenza da legarsi in oro. Chiamato a Roma, pei conforti del Vermigli, non tiene lo invito, al contrario, gittata la tonaca alle ortiche, si rifugge a Ginevra; lo accolse esultante Calvino; ne dolse amaramente a Roma, la quale gli spedì su le calcagna per ricondurlo, ma indarno; intanto si pose mano a spegnerne gli alunni; dannato a morte un fra Bartolomeo da Cuneo; tutta la religione dei cappuccini subito cernita per isceverarne il grano dal loglio; per poco il papa non la soppresse affatto; le querimonie della sua fuga andarono a cielo; gli scrisse il Muzio e il Caraffa, prima cardinale, poi papa, ed è sollazzevole udire come questi lo vezzeggiasse col nome di cerbiatto e lo allettasse al ritorno sul colle degli aromi, il quale nel vocabolario della santa madre Chiesa significa catasta di legna; poi séguita coll'imprecare ai vitelli di oro e al culto degli alti luoghi; pesta mani e piedi perchè da ora innanzi non ci abbiano più ad essere Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria, ma sì un solo ovile ed un solo pastore; ragioni tutte, come ognuno vede, una meglio dell'altra per persuadere i più tenaci. In Ginevra l'Ochino fondò la chiesa riformata italiana; quivi scrisse e stampò varie opere, tra le quali si ricordano i _Cento apologhi_, cui caninamente mordono i preti perchè li scottano; peggio conciò Paolo III in certa lettera la quale conservasi nella Laurenziana; lui matricida, lui rotto ad ogni infame libidine, assassino e traditore dei complici assassini, delle immanità del figliuolo Pierluigi Farnese partecipe: della esagerazione in cotesti improperii ce n'è e di molta, perchè preti e frati erano tutti spretati e sfratati o no, i quali se abbiano avuto od abbiano fede non so; questo so, che carità non conobbero mai.
A Pisa città prossimissima a Lucca gli eretici si adunarono apertamente in chiesa e vi celebrarono la messa; come argomentasse Mantova si ricava dal breve mandato da Paolo III al cardinale Gonzaga col quale lo ammoniva essere venuto a notizia come costà chierici e laici si attentassero disputare su materie di religione intorno a cui ognuno doveva tacere, imperciocchè egli e solo egli avesse ricevuto commissione di ragionare per tutti. La eresia, ovvero la luce del vero evangelico secondo gli umori diversi degli uomini, s'insinuò anco a Locarno; dapprima scarsa, ma non per questo sgomentaronsi gli apostoli, assai facendo capitale sopra gli esempi biblici, massime su quello di Gedeone, il quale con iscarsa mano di forti abbattè Madian; linguaggio consueto ai fanatici e dai religiosi passato ai politici per mala sorte e con peggiore consiglio, perchè nelle faccende religiose il poco apostolato opera come il molto, se non nella estensione, almeno nel concetto, mentre nelle politiche quello che non basta gli è come non fosse: colà si tratta di persuasione, qua di forza. Le città che si sfasciano a suono di tromba occorrono unicamente nella Sacra Scrittura; e ai tempi che corrono pochi e male armati e peggio nudriti Leonidi soccomberanno davanti a molti bene ordinati, provvisti dei migliori arnesi guerreschi ed ottimamente pasciuti; se ne vogliano rammentare i volontari che corrono alla impazzata lasciando noi in dubbio se li spinga generosità o piuttosto follia; dove poi li meni tedio di vita, e' possono ammazzarsi a loro bell'agio a casa. A Locarno impertanto i luterani crebbero e moltiplicarono; a maestri ebbero un Fontana, un Benedetto da cotesto luogo, un Varnerio Castiglione, un Ludovico Runco ed altri dei quali la fama vinse un Beccaria; dalla prossima Chiavenna vi scesero a storme pastori; insomma Locarno, più che disposto a seguitare il moto, ordinato ad imprimerlo e solenne.