Part 16
E poichè troppo menerebbe a lungo discorrere parte a parte degli uomini i quali promossero in Italia la corrente della riforma, basti per lo scopo della nostra storia sapere come ormai non occorresse terra dove un mutamento nelle cose della fede ed in ispecie nei costumi dei chiesastici non si desiderasse; nell'Istria, a Genova, a Verona, a Cremona, a Cittadella, a Brescia, a Civita del Friuli, in Ancona e per fino nella stessa Roma pullulavano uomini ricchi di dottrina e di costanza, deliberati a osteggiare la mostruosa instituzione che ha nome papato. Nè meno degli uomini si mostrarono in questa bisogna ardentissime le donne. Dell'Olimpia Morata già dissi; sopravvive oltre la sua la fama della Manrichia di Bresegna da Napoli, di Lavinia della Rovere da Urbino, della Maddalena e della Cherubina degli Orsini, della Elena Rangoni dei Bentivoglio, della Giulia Gonzaga bellissima di forme, onde corse voce che Solimano di lei per fama fieramente invaghito commettesse ad Ariadeno Barbarossa rapirla, e questi, obbedendo al suo signore, venuto in Italia si avventasse inaspettato a Fondi, dove la Giulia aveva stanza, e per un pelo non la colse, chè la donna svelta scappò in camicia; avventura piena di passione e degna di figurare nella storia quando fosse vera. Tra le eresiarche pongono altresì la Vittoria Colonna, e falsamente, perchè nelle cose della fede ella balenò anco troppo, chè la tirava l'Ochino, ma il cardinale Polo la tenne ferma al chiodo.
Però sopra Siena, sopra Ferrara, la città di Lucca noverava nel suo seno protestanti palesi e più nascosti, i quali aspettavano la occasione propizia per bandire apertamente la separazione di cotesto stato dalla chiesa cattolica. Cagione principalissima di siffatti umori predicano Pietro Martire, ed è vero, non però unica nè prima: ricordinsi gli alunni lucchesi del Savonarola, ed in ispecie lo zio di Francesco Burlamacchi spositore della vita del maestro ed istruttore della gioventù. Ora, per favellare di Pietro Martire, dirò che e' fu di Firenze e di casa Vermiglia, martire nominato perchè il padre suo afflitto a cagione della morte di quanti figli gli nascevano votò questo ultimo, se gli viveva, a san Pietro martire: gli sopravvisse, ed egli da galantuomo tenne il patto. Il giovanetto studiò molto e bene sotto Marcello Virgilio segretario della repubblica fiorentina ed ebbe compagni illustri; mite di natura e al tutto inchinato alle cose spirituali, si ridusse di sedici anni al chiostro dei canonici regolari di Santo Agostino a Fiesole; dei beni terreni non gli calse, anzi confortò il padre suo che la massima parte del censo avito legasse all'_Albergo de forastieri_ in sussidio dei poveri; dotto di latino, di greco e di ebraico, di ventisei anni imprese l'apostolato della parola, la quale non impetuosa come quella dell'Ochino, bensì lene scendeva nei cuori portandoci la divina persuasione; e poi, quantunque in sembianza di vergine cristiana, pure gli arrideva la musa e quella di ardentissimo affetto lo proseguiva; però a lui sopra gli altri amici in delizia Benedetto Cusano grecista da Vercelli, volgarizzatore di Omero, e il poeta Flaminio: dopo avere predicato con plauso in molte terre d'Italia andò a Napoli abbate nel convento di San Piero in Ara; quivi avendo annunziato che predicherebbe sul testo della prima epistola di s. Paolo ai Corintii che dice: _col fuoco sarà provata l'opera dell'uomo_, tennero per sicuro che si trattasse del purgatorio; quindi si dilatarono le viscere ai romanisti, sicchè pensate quanta la maraviglìa loro e più la rabbia quando udirono chiarire da lui coteste essere parole simboliche ed accennare alla intera distruzione dell'errore: di autorità non fece a spilluzzico, nei libri dei santi come in quelli dei curiali si trova tutto e per tutto; i teatini, potentissimi, lo accusarono allora al vicerè Toledo, ma egli sostenuto dagli agostiniani non li badò; ricorso al papa, per quella volta la sgarrava. Uscito da Napoli per colpa dell'aere maligno, peregrinò visitatore del suo ordine l'Italia, richiamando con ineffabile dolcezza i traviati su la diritta via; per ultimo venne priore di San Frediano a Lucca, e poichè qui trovò le coscienze disposte, a viso aperto prese ad esporre la sua dottrina; senza requie inteso a formare atleti i quali valessero a sostenere la lotta co' difensori di Roma, chiamava da Verona Paolo Lanciso famoso aristotelico ad istruire la gioventù lucchese nella lingua latina, da Ferrara Celso Martinengo nel greco, ed Emmanuele Tranellio nell'ebraico: guadagnò alla sua fede diciotto frati, i quali come diciotto apostoli spedì d'intorno a diffondere, come egli sosteneva, la luce della verità, e gli avversari affermavano, le tenebre dell'errore. Con lui s'accontò, e fu acquisto potente, don Costantino priore della Fregionara; egli sopra tutti infaticato istruiva i giovani nelle umane lettere e in divinità spiegando il Testamento nuovo ed i Salmi; nè giovani soli accorrevano ad udirlo, bensì ancora cittadini di ogni maniera, patrizi e popolani: nello avvento e nella quaresima predicava il solo Vangelo; nel rimanente anno prendeva per testo l'epistola di san Paolo, cosicchè in breve si vide fondata a Lucca una chiesa evangelica, di cui il Martire era salutato pastore, e seguace la parte migliore dei cittadini, i quali, dotti al pari che devoti, diedero in processo di tempo splendido segno di attaccamento alla religione riformata. Mentre queste cose avvenivano papa Paolo III si condusse fino a Lucca per conferirvi con Carlo V intorno ai negozi di Europa, massime intorno alle faccende della fede; e tuttavia, sebbene cotesto papa astutissimo conoscesse l'umore del Martire, nè gli mancassero eccitamenti ad usargli mal tratto, egli se ne astenne pensando al tempo immaturo e al seguito grande che il Martire aveva in cotesta città; forse, vuolsi credere, che il cardinale Contarini lo proteggesse, conciossiachè molto lo riverisse ed amasse ed anche egli a Lucca si conducesse per tenere al Martire proposito delle novità delle chiese germaniche; nè il Contarini andava immune da qualche sprazzo della dottrina dei riformati.
Narrasi per Carlo Eynard, il quale dettò una breve monografia intorno ai Burlamacchi, come Carlo V imperatore alloggiando nel palagio della Signoria, certa notte a forza desto udisse per casa un gran tramestio e un nicchiare, un gemere da mettere pietà; ond'ei chiamata gente le ordinò andassero a vedere che cosa fosse accaduto e glielo riferissero; tornato il messo in breve lo informava, una gentil donna avere testè partorito con molta angoscia un figliuolo, di che egli rallegratosi, significò volerlo tenere al sacro fonte ed imporgli il proprio nome. Il papa fece la cerimonia; e cotesto pargolo fu poi Carlo figlio di Michele e padre di Giovanni Diodati, capitalissimo fra i teologhi protestanti e volgarizzatore della Bibbia, argomento di anatemi per Roma e di ammirazione per quanti sentono amore alle umane lettere.
Pel Martire a quel modo non poteva durare e non durò, chè nemici gli si serrarono addosso non solo i frati degli altri ordini per emulazione, ma sì anco i suoi per vendetta dei riformati costumi: quali arti adoperassero non porta specificare; fratesche erano, e però la meno trista la calunnia. Di questo tempo ci avanzano tre lettere del cardinale Bartolomeo Guidiccioni scritte da Roma alla Signoria di Lucca, dove si lagna che i pestiferi errori della condannata setta luterana, i quali pareano soppressi, abbiano dormito per destarsi più gagliardi di prima: l'ammonisce che pigli partito su ciò presto e bene, se non vuole tardi patire cosa che le dispiaccia: denunzia le conventicole in Santo Agostino, che, note a Roma, notissime denno essere a Lucca, e se la Signoria non provvede, vuol dire che esse accadono lei sciente e consenziente — dopo nè anco un mese da capo il buon cardinale loda la Signoria dell'egregio animo ch'ella dimostra e la conforta di spedire subito oratore a Roma per giustificarsi; intanto come caparra facciano prendere incontanente Celio Secondo Curione, _che stà in casa Arnolfini ed ha tradotto in volgare alcune opere di Martino Lutero, per dare cotesto bel cibo sino alle semplici donne della nostra città, oltrechè da Vinegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore; così è dar fare diligentia in quei frati di Santo Agostino, maxime di ritenere quel vicario.... custoditi con diligentia li potranno mandare a Roma, ovvero avvisare che li tengono a istanza di Sua Beatitudine;_ passato un altro mese, torna a battere il ferro caldo e dice: sentire inestimabile amarezza per l'augumento quotidiano della perversa dottrina nella nostra città; in cotesta medesima mattina (26 agosto 1542) essere state lette nella _Congregatione_ otto conclusioni luterane di don Costantino priore della Fregionara, le quali tanto dispiacquero al papa ed ai reverendissimi deputati che gli hanno commesso iscrivere a V. S. perchè lo facciano incarcerare _hic et nunc_ e incontanente spedirlo insieme all'altro frate di Sant'Agostino: ed in questo modo et con diligentia operando sarà grande _purgatione del mal umore della nostra città_: prega, come altre volte pregò, la Signoria perchè si emendi da sè medesima _et non axpetti che altri la emendi_. Tale la insolenza romana, a cui per mostrarsi adesso due volte più impronta non manca la voglia, bensì la possa.
Il Beverini nei suoi lodati annali lucchesi a questo luogo racconta come Luiso Balbani dimorando a Brusselles, avendo grande amistanza col Granvela, potè senza essere veduto udire i ragionamenti tenuti fra lo imperatore, il nunzio apostolico e l'oratore di Cosimo I, sul conto della repubblica, i quali insomma mettevano capo a questo, che, là dove la Repubblica non si emendasse, lo imperatore le avrebbe tolta la libertà e sottoposta a Cosimo; dettando il Tommasi il sommario delle storie di Lucca dà di frego a questo racconto, principalmente fondato sopra la inesattezza di alcuni particolari che lo accompagnano; ma più che ci si pensa sopra, e più conghietturandosi comparisce vero o ad ogni modo supposto per costringere la Repubblica a qualche provvisione esiziale alla religione riformata.
Intorno allo agostiniano così pertinacemente richiesto a Roma, anzi alla morte, ecco quanto trovo scritto: i nemici del Martire, e per converso gli amici di Roma, volendo tastare un poco l'umore del popolo, ottennero facoltà dai commissari romani di sostenere questo frate, che, sospetto di eresia, era confessore ed assai cosa del Martire; la Signoria si strinse nelle spalle e lasciò fare; meno codardi alcuni patrizi, ammiratori della pietà e della innocenza di quello, rompono le porte del carcere e lo liberano, ma nella fuga lo sciagurato cadde, si ruppe una gamba e fu ripreso per essere condotto più tardi a Roma quasi in trionfo.
Indracati i satelliti romani mettono accusa formale contro il Martire avanti la corte di Roma; spedisconsi messaggi a sobillare la gente contro lui, i quali, come suole quando si tratta di mal fare, ottengono seguito sopra l'aspettativa, e principalmente tra i frati agostiniani, inveleniti contro il Martire perchè con la sua riforma gli aveva ridotti al canapo e (poichè tornava, almeno pel momento) si dava loro ad intendere agitassersi, la pristina libertà rivendicassero, chè in questo caso il rompere impune in ogni più sfrenato libito; nè stette guari che, convocata a Genova una congregazione generale dell'ordine degli agostiniani, ella citò il Martire, a comparirvi: ma il Martire, che quanto al nome ci stava, rispetto al fatto pare non gli garbasse, ed accivettato era, ed anco pei conforti dei suoi amici, assetta alla meglio le proprie faccende, poi si scansa a Pisa in compagnia del Lacisio, del Trebellio e del Terenziano; quinci scrive agli amici perchè procurino la libera partita a quanti dei correligionari intendano esulare con lui; per ultimo rimanda l'anello, insegna del proprio ufficio, affinchè non gli appicchino il sonaglio di avere fatto suo pro' della sostanza del convento; da Pisa a Firenze, dove con parlare succinto persuade l'Ochino a cansarsi a sua volta (la quale cosa egli fece due giorni dopo di lui), da Firenze per le Alpi retiche si conduce a Zurigo, a Basilea ed a Strasburgo, nella quale città ebbe accoglienze quali si costumano fra i perseguitati, chè gli uomini per amarsi bisogna che si sentano miseri. Appena pigliato un po' di riposo a Strasburgo, dove gli allogarono con onorevole stipendio una cattedra nella celebre università, scrisse alla chiesa riformata di Lucca esponendo le cause ond'egli costretto abbandonò la dolce patria italiana, e le faceva coraggio a perseverare nello amore del Vangelo[14], che bene ella aveva tolto a norma della sua eterna salute. Conosciuta la fuga del Martire, con la feroce bramosia di cui noi che scriviamo avemmo ed abbiamo immagine viva nelle opere sbirresche dei diversi principati fin qui succedutisi in Italia; sbirri sempre comunque tu li nomini, li vesta o gl'_incrocicchi_ come si fa ai canti per salvarli dalle lordure, ecco i cagnotti assediare il convento del Martire, rovistarlo da cima a fondo, menare a vergogna i religiosi in prigione, otto più lesti in gamba se la svignarono riparando in Isvizzera: malgrado questa fiera persecuzione, la chiesa protestante non andò dispersa, all'opposto come rovere sbattuta dal vento resistè alla bufera romana sicchè il Martire scrivendo ben tredici anni dopo ai fratelli lucchesi così si esprimeva: «Voi avete fatto per molti anni tanto avanzamento nel Vangelo di Gesù Cristo che non era punto mestieri io vi esortassi con lettere, ed altro non mi restava, eccetto questo: che in qualsivoglia luogo mi trovassi, io vi levassi a cielo.... si accrebbe poi la mia letizia quando seppi come, dopo finite tra voi le mie fatiche, Dio vi avesse provveduto di maestri sapienti, zelatori e considerati, in grazia delle virtuose cure di loro la opera impresa andava a perfezionarsi.»
Comechè Lucca, giusta quanto ci narrano gli antichi cronisti, pigliasse nome da _luce_, però che prima fra le città italiche aprisse gli occhi alla luce del Vangelo, o forse appunto per questo, fu precipua fra noi a durare nella dottrina luterana: cause speciali per lei erano la molta anzi la troppa parte che gli oligarchi tenevano nello stato, ed essere questi tutti o quasi dottissimi e per ciò alla bestiale prepotenza romana fieramente avversi: la esperienza fatta dai reggitori che i riformati d'irreligiosi, scapestrati e poco meno che atei diventarono virtuosi e dabbene, dalle risse aborrivano, e, cessate le parti, i cittadini ogni giorno più si rendevano fra di loro servizievoli, le donne oneste: arrogi che il duca di Firenze, perpetuo nemico della Repubblica, abiettavasi a Roma perchè prima gliene consentisse la rapina, poi gliela consacrasse; onde i nostri vecchi sebbene di ossequi non facessero a penuria col sommo pontefice, tuttavia in fondo, non guardando più all'erta che alla china, desideravano che i luterani affliggessero lo impero in Germania; ed intanto, per approfittarsi dei tempi, si tenevano a cavallo al fosso.
Quello che avvenne al Martire nei diversi paesi dove lo trasse la sua ventura e che facesse e come finisse a me non giova esporre; nè manco dirò le vicende della Riforma in Italia: da quanto fu narrato e dagli sforzi supremi dei papi e dei satelliti loro per isvellerla fin dalle radici rimarrà chiarito il mio assunto, il quale è scopo capitalissimo di questa vita, che Francesco Burlamacchi, non fantasticando cose vane, al contrario ponderando i casi, i tempi e gli umori dei popoli, si accingesse ad impresa, se non sicura, probabile; e se non riuscì, egli è perchè la fortuna mal si accorda ai fatti virtuosi; degli eroi che si accinsero a magnanime imprese i popoli esaltano più i felici, gli infelici più rammemorano con pietoso animo; i primi in parte ebbero la loro mercede nei gaudi della gloria, i secondi l'aspettano sempre dalla ricordanza dei posteri, e l'abbiano.
E tuttavia, nonostante i casi e i giudizi di uomini peritissimi, come a mo' di esempio del cardinale Sadoleto, il quale scrivendo al cardinale Farnese nipote di Paolo III si sfogava perchè il papa, abbindolato da pessimi piaggiatori, non si accorgeva della ribellione universale degli spiriti e della rabbia di stracciare a morsi l'autorità papale; e il cardinale Caraffa, poi Paolo IV, che dichiarava riciso la lue luterana avere contaminato in Italia non pure gli uomini di stato, ma altresì la massima parte dei membri del clero, nonostante i voti del Vallicola e le speranze di Celio Curione, che, trionfando la vera religione di Cristo in Italia, vedeva l'universo genere umano precipitarsi con impeto fuori di misura maggiore a quello dei primi tempi della Chiesa verso la santa rôcca di cui Cristo è castellano, verso le tre torri difese dalla fede, dalla speranza e dalla carità; nonostante queste ed altre cose, la Riforma in Italia, comechè avesse posto radice, non prevalse, all'opposto rimase schiantata. Chi volesse ricercarne le cagioni con sottile esame forse ne troverebbe a dovizia; io ne riporterò alcune le quali mi si presentano sotto mano: prima di tutto le persecuzioni implacabilmente feroci esercitate per via del tribunale del santo Uffizio; lì per lì sembra strano come sul principio Roma osteggiasse la istituzione di questo scellerato tribunale in Italia, ma dopo un po' che ci pensi sopra, conosci che la cosa va pei suoi piedi; ell'era la Spagna che presumeva mettere succursali del santo Ufficio a Napoli e a Milano, e questo non faceva al caso di Roma, la quale tenne sempre l'occhio alla penna per dominare e non essere dominata, onde si mise dalla parte del popolo per ributtarla allegando con parole e con sembianza compunte che troppo crudo si comportava la Inquisizione in Ispagna perchè potesse consentire pigliasse piede in Italia; mentre la ipocrita aveva provocato l'efferatezze spagnuole, e mentre qui fra noi ella ne commise tali e tante non dirò da disgradarne quelle, ma da comparire loro onorevolmente da lato: in questa guisa sotto pretesto di tutelare la libertà la strozzano, e mentre volgono la passione del popolo a respingere la Inquisizione spagnuola, i preti mascagni la italiana consolidano: assodata che ella fu, imperversò come turbine; avventuroso chi potè fuggire! quanti gli sbirri presero, gittarono in carceri oscure ed ignote: oscure perchè l'anima dei prigionieri sgomenta piegasse davanti al terrore, ignote perchè i congiunti e gli amici al pensiero del sepolcro precoce si sentissero compresi di paura; eccetto poche terre, dalle altre tutte lo esercizio del culto luterano sbandito. Però, come succede, la persecuzione crebbe la costanza o la ostinazione negli eletti, i quali secondo il costume degli antichi cristiani continuarono a professare la propria religione in luoghi riposti ed anco talora per caverne. A Modena per opera di alcuni insigni prelati, fra i quali piace notare i cardinali Sadoleto, Morone, Contarini e Cortese, tentarono accordo coi riformati di cotesta città, e parve altresì si fossero assettati, ma egli erano tranelli, e forse da entrambi i lati, chè mal bigatti provaronsi sempre i settari: più tardi un Erri andato fino a Roma faceva la spia ai suoi concittadini, e Roma lo rimandava sbirro, giudice e carnefice a Modena; parecchi non istettero ad aspettarlo e si cansarono, di cui il più celebre è il Castelvetro; fiero, acuto e senza cupidità nè paure, di Roma sentiva quello che in ogni tempo sentirono gli uomini savi; ma ciò che più gli nocque fu la batosta ch'ei sostenne coll'Annibal Caro a causa della censura mossa da lui alla canzone: _Venite all'ombra dei gran gigli d'oro_; dove al Caro parve toccare il sublime, mentre (per dirla col concetto di Longino) _egli altro non fa che gonfiare le gote_: ai tempi nostri appena gli uomini che appellansi moderati o consorti ci porgono idea della infame rabbia che questi misero negli screzi politici, di quella che i letterati allora ponevano nelle contese scientifiche: sicari adoperavansi e veleni, peggio anco di questi la calunnia occulta al Santo Uffizio per farti bruciare vivo, ovvero (come sostiene il dabbene Cantù) prima strangolare e poi ardere. Dalle pessime di queste arti non rifuggì il Caro: sempre il Cantù, per difendere il Caro, afferma che non ce n'era mestieri, e può darsi, ma ciò non toglie che il Caro, nato e nudrito fra i prelati, di coteste ribalderie non si bruttasse; più tardi il Castelvetro andò a Roma per giustificarsi delle accuse appostegli, se non che, vista la mala parata, si cansava a Chiavenna, donde in seguito passò a Ginevra; chiamato da Renata non tenne lo invito, comechè questa la propria lettiga per viaggiare con comodità gli profferisse e gli mandasse danaro, cui egli ringraziando respinse: condusse il Castelvetro la inferma vecchiezza a Basilea, a Vienna e a Lione; ricondottosi in Chiavenna, quivi morì.[15] — A Ferrara il triste sacerdote non rifuggiva (e qual cosa mai si tiene dai sacerdoti per venerato o per santo?) da seminare la discordia fra le famiglie; così giunse a pervertire ogni senso morale che il tradimento fu giudicato meritorio; insidia la mensa dove si sedeva il padre co' figliuoli; trabocchetto il talamo, non più fidato custode dei ripostissimi colloqui dei consorti: un'aura di spia attossicò la vita; raccolti per questo modo gl'indizi, il papa con breve del 1545 raccomandava gli accertassero con la tortura. Bene incolse alla Olimpia Morata; che, invaghitosi di lei un giovane tedesco, se la tolse in moglie e la recò lontana dalla terra crudele; gli altri finirono in prigione; taluno attestò col martirio la fede abbracciata; nè debolezza dei tardi anni nè tenerezza dei novelli nè sesso nè prosapia illustre nè eccellenza d'ingegno nè rettitudine di vita trovavano, non dico grazia, ma nè anco discrezione davanti la feroce improntitudine della razza malnata che sacerdotale si appella.