Part 14
Ancora, seminii di rivolta e di opposizione occorsero sempre in Italia; antichi sono fra noi gli albigesi e i valdesi calati dalle Alpi in Lombardia e quinci allargatisi per la universa Italia fino alla remota Calabria, nonostante le trucissime persecuzioni dei papi e degl'imperatori, da Gregorio IX e Federigo II in poi legati a piantare anco a mo' di stile la dominazione loro nel cuore dei popoli e poi nemici implacabili a strapparsela di mano, nel secolo decimoquarto duravano in Italia sovvenuti dai Boemi e dai Polacchi; in Calabria erano l'occhio diritto dei preti cattolici e più dei frati; non già che questi sul principio non avessero mostrato loro il viso dell'arme, come quelli che li temevano venuti a soppiantarli, ma provatili in seguito obbedientissimi a pagare le decime, e queste rinvenute grasse a causa della stupenda industria posta dai medesimi nella coltura dei campi, si erano adattati a vivere con essi in pace su questa terra, salvo a mandarli allo inferno nell'altro mondo. Oggimai corre notizia comune che gran parte della religione di Giove entrasse in quella di Cristo, e questo travasare di fede come si fa del vino dall'una all'altra botte, mentre nuoce alla prima, non approda alla seconda; e peggio poi quando nella corte di Roma si palesò piuttosto il furore che la passione per la favella e le antichità romane. Già fino dalla fanciullezza di Lione X, allora Giovanni, il Poliziano si stizzava con la madre sua perchè con la lettura del Salterio lo imbarbarisse; promosso pontefice, la Chiesa comparve ingombra di una moltitudine di scrittori e di artefici pagani a tale che non la casa di un pontefice, ma l'aula di Augusto per lo appunto sembrava. Il Sadoleto con ciceroniano stile fulminava la scomunica contro Lutero, il Bembo dettava forbitamente elegante la bolla delle indulgenze; per lui non erano morti gli dii vetusti, anzi nei suoi versi rivivevano Lucina ausiliatrice dei parti, gli dei mani ed anco gl'inferi; alle cortigiane senza tante cerimonie ponevansi per le chiese statue e monumenti, dove si avvertiva, mediante solenni epitafi ciò farsi appunto pei meriti acquistatisi nei meretricii esercizi; e simile culto alla maniera dei pagani dispose gli animi a credere poco, a deridere molto, dissolvere col dubbio e apparecchiare la filosofia. Veramente quando noi consideriamo i casi umani, soprattutto desidereremmo che nè la tirannide mai nè lo errore fossero mandati a contristare la terra; pure, dacchè un fato ce gl'invia, dobbiamo altresì confessare che ci vengono accompagnati col germe della loro distruzione in corpo: così quando Cosimo I volle spegnere ogni aspirazione di libertà, procurando rimbambire le menti con le baruffe grammaticali, ritemprò invece la lingua, anello di unità fra i popoli italiani e pegno di futuro risorgimento. Arrogi le immani falsità impunemente fabbricate dai preti ingordi nei secoli d'ignoranza ed ora col nuovo lume degli studi conosciute e derise; primo e infestissimo fra questi critici molesti Lorenzo Valla, il quale mentre rende argomento di sceda la donazione di Costantino corre rischio di essere bruciato vivo; fine che non poterono fuggire Girolamo da Praga e Giovanni Hus, peggio di Cristo traditi da masnadieri che ardivano affermarsi vicari e sacerdoti di lui:
Venderecci fra noi gli altari e i templi Ceri, incensi, preghiere e sacerdoti, Venale il cielo, se lo paghi, e Dio.
come si lamentò Battista Mantovano nel suo poema _Della calamità dei tempi_; e gli studiosi conoscono l'acerbo epigramma corso fra la gente quando papa Lione morì senza sacramenti, di cui questo era il concetto: ei non potè averli perchè gli aveva venduti. Successe a danno della Chiesa la diffusione dei volgarizzamenti della Bibbia in diverse lingue; donde poi chiose e commentari e confronti: nè le nocque meno lo studio dei santi padri, i quali porgono testimonianza dei costumi della prima chiesa di Cristo e della infamia della odierna chiesa dei preti: la scienza adoperata a far lume allo errore si vendicò mostrando la di lui turpezza alle genti. Ormai ognuno sentiva la uggiosità della Chiesa, universale il malcontento e la voglia di ridurla a termine di onestà; ma il modo non appariva, e più del modo restava ignoto l'uomo che volesse e valesse iniziare la contesa. Il Savonarola forse era nato per mandare sottosopra la chiesa romana; a taluno sembra di no, perchè, considerata la maniera della sua contradizione, sembra intendesse riformare il costume salvando il resto; ma anco Lutero cominciò da piccoli inizi; ed una volta il frate posto sopra lo sdrucciolo, non si sa dove sarebbe ito a finire, chè lieve scintilla gran fiamma seconda. La Chiesa gli rubò la mano e lo fece ardere; Cesare Cantù, in certo suo libro recentemente pubblicato col titolo _Gli eretici in Italia_, ci fa sapere che egli giudica calunniatore espresso di santa madre Chiesa chi afferma ch'ella facesse ardere vivi gli eretici: questo è falso; la Chiesa prima di bruciarli gli faceva strozzare. Di tale indole le difese del Cantù se non peggiori; su le fodere del libro un beghino francese scrive che cotesto libro mancava alla Italia: certo prima che il Cantù lo componesse non ci era; rimane a vedere quanto egli abbia provveduto alla patria, alla verità e alla sua fama componendolo, e di ciò basta ed è troppo.
A noi gente stracca di anima e di corpo male riesce comprendere quanto allagamento traboccasse dallo studio della Bibbia; ei si cacciò come il cuneo nel ceppo della tradizione e della dottrina chiesastiche; dapprima Roma non ci avvertì, o se pure ci badava, mal poteva anco da lontano presagire il guaio che le venne: dopo la stampa delle Bibbie ebraiche onde furono famosi gli ebrei soncinati, venne il furore delle traduzioni nelle lingue orientali: nella lingua volgare nostra affermasi la traducesse ab antiquo Iacopo da Varagine vescovo di Genova, ma non se ne trova traccia; dopo di lui la tradusse Nicolò Malermi; più tardi Antonio Brucioli di Firenze; successero al Brucioli traduttori biblici Santi Marmocchini, Zaccaria Rustici ed altri che non si ricordano; chi lo può sapere ammaestra che nel decimoquinto secolo se ne fecero nove edizioni, nel decimosesto venti: la smania di possedere Bibbie e le chiose le quali andavano dettandoci su alla giornata i teologhi non amici di Roma pigliava garbo e calore di febbre. Il carmelitano Baldassare Fontana da Locarno in questo modo raccomandavasi a certo pastore evangelico: «Con le lagrime agli occhi e con sospiri noi che sediamo fra le tenebre supplichiamo umilmente voi, cui sono famigliari gli autori dei libri della scienza ch'ebbero in sorte penetrare i misteri di Dio, di spedirci i libri dei grandi maestri, specialmente le opere del divino Zuinglio, dello illustre Lutero, dello arguto Melantone, del puntuale Ecolampadio; sua eccellenza Verdinyller fu da noi incombenzato di pagarvene il prezzo.»
Allora Roma, dal nuovo pericolo commossa, si diede a calafatare le fenditure onde entrava l'acqua, ma tardi; fece dire per fino al Passavanti, forbito scrittore dello _Specchio di vera penitenza_, che il ridurre la Bibbia in questo nostro idioma volgare egli era avvilirla; Sisto V non la pensava così, chè all'opposto ci mise mano egli stesso e la voleva stampare, ma ebbe a sospendere a istanza della Spagna, più papesca del papa. All'ultimo la Chiesa praticò una via di mezzo: la si traducesse in italiano, ma però non si stampasse senza commenti, che hanno che fare col testo quanto gennaio con le more, o che mutano niente meno la negativa con l'affermativa, o viceversa.
Ma a cotesti tempi non correva stagione benigna pei compositori di commenti; sicchè gli sbirri papalini tonsurati o senza tonsura cacciavanli come belve in bosco: ma siccome la guerra si dichiarava ai nomi, così fu agevole bucare la legge sopprimendoli ovvero alterandoli, per la quale cosa i libri proibiti penetravano perfino nel Vaticano e vi rimasero un pezzo, finchè, conosciutili, si gittarono via quasi scorpioni fossero o rettili velenosi. Il cardinale Serafino certo dì narrava a Scaligero maggiore una assai piacevole avventura. Erasi stampata a Venezia l'opera dei _Luoghi comuni_ di Filippo Melantone col titolo di messere Ippofilo di Terra Nera, cioè recando in volgare il cognome greco Melantone, che suona appunto terra nera, e capovolgendo il nome Filippo: piace il libro a Roma, dove per un anno intero vendesi in pubblico anzi, spacciatasi la prima mandata, ne trassero degli altri da Venezia; all'ultimo un frate francescano scoperse la ragia: da prima se ne levò uno scalpore grande, e nientemeno si parlava di mettere alla colla il libraio, il quale forse non avrà letto sillaba del libro; ma poi non se ne fece altro e si abbuiò la cosa col bruciare tutte le copie sopra le quali poterono mettere le mani. Così del pari accadde a Lutero, di cui la prefazione sopra l'Epistola di san Paolo ai Romani e il Trattato intorno alla giustificazione corsero un pezzo sotto il nome del cardinale Fregoso e piacquero. Le opere di Zuinglio circolarono un dì sotto il nome di Coricio Cogelio, e parecchie edizioni dei Commentari di Martino Bucero sopra i Salmi vendevansi in Francia come cosa di Aretio Felino.
Roma raddoppiava scomuniche da levare il pelo, e i librai audacia per provvedere libri proibiti, chè dove vi hanno pericolo e guadagno due maniere di gente corrono smaniose, i pirati e i librai, e non si sa bene se spinti più dal primo o dal secondo movente.
Valsero (come ogni cosa vale che purghi la mente dagli errori e allarghi lo intelletto) alla decadenza del tristo edifizio clericale le scoperte americane, i viaggi, le scienze ed i commerci impresi co' popoli comechè rimotissimi del mondo, e per altra parte valsero le guerre, le discordie dei principi, l'odio delle nazioni e il rovesciarsi delle une su le altre. Papa Clemente accusava Carlo, e non era vero, di tepidezza, se pure non si doveva chiamare avversione, alla chiesa cattolica, come anco di leggi pubblicate nei suoi stati lesive della dignità non meno che degli interessi della santa sede; Carlo di rimando rinfacciava al papa la guerra accesa da lui per bene due volte a ruina di Europa e i perpetui sotterfugi per sottrarsi alla riforma della Chiesa nel suo capo e nei suoi membri; avere voluto e chiesto a sazietà si convocasse per questo un concilio generale, e poichè vedeva che gli si dava erba trastullo, egli erasi risoluto abolire nella Spagna la giurisdizione del papa, insegnando per quel modo alle altre nazioni come gli abusi preteschi potessero correggersi e l'antica disciplina restaurarsi senza bisogno di papa. — Troppo più di questi bisticci nocquero al papato. Roma assalita e messa al sacco e il mescolarsi insieme di tante e tanto varie nazioni. I Tedeschi non si potevano capacitare come un popolo ingegnoso qual è e confessavano che fosse l'italiano si rassegnasse a vivere soggetto ad un sacerdozio sozzo ed odioso che lo faceva poltrire nella ignoranza trassinarlo e scorticarlo a suo agio. Durante il sacco furono visti gli Spagnuoli, cattolicissimi se altri mai ne vissero al mondo, esercitare violenze immani e rapine senza requie, anzi dopo il pasto avevano più fame di prima; non così i Tedeschi, i quali certo bevvero il vino altrui e le altrui robe rubarono, ma sopratutto posero studio ad avvilire i riti della Chiesa per modo che mentre cingevano d'assedio il castello Sant'Angiolo questo fatto operarono: una torma di soldati vestiti da monaci e da preti saltarono in groppa a muli, a cavalli; uno fra loro appellato Grunvaldo, notabile per vaste membra, vestito da papa, con un triregno di carta dorata in capo monta sopra una mula con arnese alla grande; dietro a lui un altra comitiva di ufficiali immascherati quali da cardinali, quali da vescovi, con cappello o mitra sul capo, con vesti di vario colore a rosso o bianco o pagonazzo secondo la dignità; accompagnava la processione una moltitudine di pifferi e tamburi cui teneva dietro la folla del popolo rumorosa e festante; così Grunvaldo benedicendo a destra ed a mancina arriva fin sotto Castel S. Angiolo, dove scende dalla mula e subito su di una sedia gestatoria viene tratto d'intorno a spalla di uomo; ora pigliato un ciottolone di vino o rovesciandoselo in gola propina alla salute di Clemente, i circostanti ne imitano lo esempio; poi impone ai cardinali il debito di professarsi fedeli allo imperatore e li sottomette con giuramento all'obbligo di non turbare da ora innanzi la pace dello impero con le fraudolenti ribalderie loro; oggimai sudditi tranquilli senza mescolarsi nel reggimento civile s'ingegneranno a vivere secondo i precetti della Scrittura e lo esempio di Gesù Cristo. Ciò compito, si mise con voce magna a predicare a parte a parte, narrando le infamie, i parricidii, le scelleratezze, insomma tutti i delitti di rapina e di sangue onde la chiesa di Roma venne in abominio degli uomini e di Dio; e poi concluse obbligandosi di trasferire per via di testamento ogni sua potestà a Martino Lutero, perchè trovasse maniera di assettare questi sconci: egli solo capace a rattoppare la barca di san Pietro, egli solo pilota idoneo a condurla in porto così sdrucita com'era per colpa di coloro che, invece di custodirla, annegati nella gozzoviglia e nella lascivia l'avevano lasciata andare per persa; e all'ultimo disse: «Quelli che approvano le mie proposte alzino la mano in segno di consenso.» Tutti levarono le mani così popolo come soldati gridando: «Viva il papa Lutero! viva il papa Lutero!» E fortuna volle che il papa e i cardinali non cascassero in mano a quella bestia di Giorgio Furstemberg, uomo di ferro, che, partitosi dalla estrema Germania a capo de' suoi lanzichenecchi, portava attaccato all'arcione della sella un mazzo di capestri rossi ed uno d'oro, coi quali aveva giurato impiccare i cardinali e il papa; e lo faceva, ma non gli capitarono fra le ugne.
Ma via, gesti erano quelli e detti di gente iniquissima al papato, nè parrebbe dovessimo farne caso, se scrittori contemporanei, anzi magistrati, in occasioni solenni con termini del tutto pari non avessero vituperato la corte di Roma.
Il vescovo di Bari Stafilo, arringando gli auditori della Sacra Rota romana intorno alle cause dello eccidio di Roma, tra le altre cose diceva a cotesti prelati: «Ma orsù rispondetemi: donde derivano tutti questi casi? perchè tante sciagure ruinarono sopra di noi? Perchè tutta la carne ci sta corrotta intorno alle ossa, perchè noi siamo non già cittadini della città santa, bensì di Babilonia, la rea baldracca. Mirate come tutte le profezie si avverino a danno suo. Isaia esclama: — Oh come la città sacra, di giusta e fedele, diventò meretrice! un dì in lei regnava la giustizia, ci regnano adesso sacrilegi ed omicidii; prima l'abitava gente eletta e di virtù amica, adesso la ingombrano il popolo di Gomorra, una razza di vipere, i figliuoli della corruzione, sacerdoti infedeli e complici di ladri. — Nè mi si dica questa profezia già compita, avendosi a referire alla ruina di Gerusalemme avvenuta ai tempi di Vespasiano, imperciocchè (ve lo affermo io) il futuro stesse tutto dipinto al cospetto del profeta; onde male si può sostenere che la sua visione si riportasse ai successi prossimi alle profezie piuttostochè ai più lontani. E di vero, se per noi si vorranno ricercare argutamente le altre profezie, ci apparirà manifesto com'esse si riferiscano a Roma, nè eccetto che a lei possano a verun'altra città referirsi. L'apostolo san Giovanni nell'Apocalisse gli è chiaro come l'acqua che accenna a Roma allorchè dice: — La grande città la quale ti sta davanti è la città che regna sopra tutta la terra; ella giace sopra sette colli. — Dunque qui si parla di Roma; il profeta aggiunge ch'ella si posa seduta sopra fiumi di numero infinito, ed anco questo non si può attribuire eccettochè a Roma, solo che voi vogliate porre mente che fiume significa popolo; egli, il profeta, dice altresì: — Ella va coperta con nomi di vergogna, ella è madre d'impurità, di fornicazione e di vituperio. — Oh! qui poi si conosce espresso che dichiara Roma, conciossiachè quantunque questi misfatti dapertutto compaiano, in verun luogo come in Roma smaglino nella loro potenza satanica.»
Sebbene io non creda e non sia che a Ferrara s'incominciasse a predicare la Riforma, pure è certo che quivi meglio che altrove cestisse e quinci meglio che altrove si propagasse; perocchè Renata figlia di Luigi XII e moglie di Ercole II la proteggesse; prima ch'ella si partisse di Francia lei aveva nella dottrina dei riformatori allevata Margherita regina di Navarra; giunta in Italia in compagnia di madama di Subisa sua governante, contro la romana curia inviperita, a mano a mano si circondava di gente fidatissima tutta congiunta alla Subisa, come il suo figliuolo Giovanni, che fu poi uno dei campioni della Riforma di Francia, Anna sua sorella ed il fidanzato di lei Antonio de Pons conte di Marennes; più tardi ci venne Clemente Marot poeta francese, che, obliato un giorno, oggi dà vita e moto alla poesia di Francia per quanto ella ne possa andare capace, e per un tempo vi ebbe onorata stanza in qualità di segretario della duchessa; gli tenne dietro Leone Jamet, e per ultimo, sotto il finto nome di Carlo Happeville, ci si condusse Calvino. Tutto questo tramestío non si potè operare senza che Roma ne pigliasse fumo, e se ne sentisse rovello non importa dire, sicchè tanto e tanto ella si maneggiò con Ercole, uomo cui pareva essere principe perchè mandava la gente alla forca per conto altrui, che questi si obbligò in virtù di trattato col papa e coll'imperatore di bandire quanti Francesi si trovassero in corte. Così Renata ebbe a separarsi con ineffabile affanno dalla Subisa e dai suoi; il Marot esulò a Venezia; al Jamet riuscì passarsela tra goccia e goccia rimanendosi al fianco della duchessa: ma innanzi che si venisse a questo passo il seme era stato sparso, mercè la dottrina dei letterati illustri chiamati a Ferrara a professare umane lettere nella università ovvero ad istruire i giovanetti principi; e comechè tutti luterani non fossero, tutti però le idolatrie romane e la insopportabile superbia dei preti aborrivano; ricordansi tra i più celebri Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello Palingenio, Marcantonio Flaminio, Chiliano e Giovanni Sinapi e Fulvio Morato padre a quella Olimpia che tanto buona fama di sè sparse nel mondo. Difficile sarebbe dire quanti alle dottrine luterane si convertissero in Ferrara; pochi certo non furono, ma apertamente ne apparve mutato il numero a norma della mutabile mente del duca, che feudatario della Chiesa ogni acqua bagnava; importa eziandio ricordare che, a seconda dei tempi, nobili in copia seguaci delle dottrine novelle dalle altre parti d'Italia sotto la protezione di Renata, come in fidatissimo asilo, a Ferrara ricoverarono.
A Modena, se avessimo a prestare fede al cardinale Morone vescovo di cotesta città, la faccenda sarebbe ita anco peggio, avvegnachè egli giudicasse la città intera imbrattata di luteranismo; ma ognuno sa quanto i chiesastici costumino in pro' loro a impiccolire o ad allargare le cose; e poichè o tu li prenda per un dito o agguanti loro la mano, gridano lo stesso, e tu, quando ti capita, tienli per la mano e pel collo; e poi putendo egli stesso di eretico sicchè ebbe a durare un lungo processo ed a patire prigionia fino alla morte di Paolo IV, forse con le dimostrazioni di zelo eccessivo s'industriava allontanare il sospetto da sè: però sendo Modena città letterata, non fa maraviglia se quivi troppo più che altrove occorressero nemici a Roma. L'accademia modenese fondata dal Grillenzoni, smesso ogni altro tema, s'inabissava nelle controversie teologiche: temuto sopra tutti, epperò unicamente perseguitato quel Ludovico Castelvetro il quale recò nella critica e nelle dispute filologiche l'acre sottigliezza della teologia, e forse non ebbe animo buono, ma di lui due cotanti più tristo Annibale Caro suo nemico, il quale gli scriveva libri contro con la medesima intenzione che il boscaiolo tagliava fascine per servizio della Inquisizione: Narrasi che i predicatori cattolici erano costà presi a dileggio, sicchè dovevano a marcio dispetto lasciare il pulpito agli avversari, i quali con la copia degli argomenti e con lo eloquio degno, o sia che così fosse, o sia che così paresse, empivano di entusiasmo gli ascoltatori. Al Bucero parve ormai cotesta città guadagnata alla fede e gliene mandò lettere gratulatorie anco qui molti i dotti che ragionano, il popolo che sente scarso. — A Firenze, donde già si erano tirati due papi di casa Medici, e regnava Cosimo dei Medici, la riforma non poteva aspettarsi lieti giorni nè gli ebbe, bensì generò parecchi uomini che furono strenui confessori e martiri della religione riformata, come Pietro Martire Vermigli, monsignor Carnesecchi, il Bruscoli ed altri. Il Cantù ci fa sapere come il Bruscoli fosse spia di Cosimo, e pur troppo sarà stato; che monta questo? forse voi altri cattolici volete soli il privilegio di raccogliere nel proprio seno traditori? E se costui hassi a stimare infame perchè spia, vorreste salutare santo Cosimo che lo pagava? Ma di questo infelice parleremo più tardi.