Vita di Francesco Burlamacchi

Part 13

Chapter 133,463 wordsPublic domain

I patrizi lucchesi dovevano essere nella buona fortuna crudeli, però che si fossero mostrati nell'avversa codardi, e crudeli furono. Radunati in palazzo, proposero e vinsero le seguenti deliberazioni: si cerchino, si sostengano e si esaminino co' tormenti i colpevoli del rumore a San Martino il giorno della festa della libertà, dei tumulti a casa del signore Marzilla commissario imperiale, dello insulto a casa dei Franchi, del trasporto dell'artiglieria contro la casa Buonvisi, in fine dello assalto al palazzo, estimato il più nefario di tutti i misfatti; gli operatori di questo nel decreto appellavansi addirittura _traditori della patria_; chiunque citato non comparisca, reo di lesa maestà: e' ci correva da questo linguaggio a quello del dì in cui il gonfaloniere piagnendo voleva uscire di palazzo e lasciare lo stato ai cani, e lo avrebbe fatto se un popolano non gli rinfacciava la sua viltà; ma così va la fortuna. Al tempo medesimo, per dare un colpo al cerchio ed un altro alla botte, il perdono del martedì santo si tenne fermo; fu ordinata la guardia delle milizie forestiere al palazzo, intanto i più fidati cittadini lo custodissero; il prezzo del grano, che valeva ventiquattro bolognini lo staio si diminuisse di sei; poi per giunta i soliti fervorini di concordia, di amore di Dio, del prossimo altresì, _et reliqua_.

Dopo i detti si mise mano ai fatti: primamente levarono di casa al commissario imperiale, Giovanni Abul di Marzilla catalano, sei cittadini che vi si erano rifuggiti, commettendosi alla fede di lui, il quale gli aveva assicurati stessero di buon animo, avrebbe posto a difenderli ogni sua possa e, occorrendo, la vita; e nondimanco quando gli furono tolti di sotto strillò, tempestò e poi si tacque; indizio certo per me che lo Spagnuolo mangiò a due palmenti, non parendo possibile che i Lucchesi tanto cautelosi, e timidi volessero fare alle cornate con un commissario dello imperatore; come primi presi, così furono i primi giustiziati; i cadaveri loro rimasero parecchi giorni appesi al campanile di San Romano a terrore del popolo; non sembra che i condannati si estimassero rei, nè troppo li spaventasse la morte, dacchè uno di loro, Ludovico Matraini, li confortasse con assai acconcia e fiorita orazione con la quale pigliò loro a dimostrare: «che non è vergogna morire per la patria; patria non è e non fie mai un ordine di cittadini che per forza o per fraude soperchia gli altri.»

Dopo queste prime giustizie confidarono la facoltà di processare e di punire al pretore e ad una balía eletta a tale scopo. Questo maestrato procedè come procedono tutte siffatte falci fienaie della giustizia umana: dodici condannò nel capo; stettero incerti su Bernardino Granucci e per tredici ore fra loro batostarono, poi nel dubbio lo uccisero, chè dichiararlo innocente menava in lungo e non era di buono esempio: della confisca non importa parlare, chè allora seguitava le condanne come l'_amen_ l'_oremus_: sei in galera a vita, sei a tempo, a perpetuo carcere uno, a temporaneo quattro, sette relegati a vario confino, tre a perpetuo esiglio; otto, per non parere, assolverono. Dei cinquantacinque che citati serbaronsi contumaci, tre in perpetuo bando, gli altri, se tornavano, messi a morte; confiscati i beni a quarantacinque; quattordici ne uscirono illesi o per favore di parenti o perchè anco la giustizia dove la batte la batte. Non la risparmiarono a cotesti due preti, cristianelli di Dio, che avevano trovato a farsi il covo, uno all'altare della Libertà, l'altro alla mensa degli anziani; gli strozzò il boccone, e, siccome allora usava, senza tanti rispetti, notte tempo strangolarono i sacerdoti Giambattista di Daniello e Giuseppe da Matraia dopo averli sconsagrati nelle regole. Essendosi rinfocolati gli odii contro i poggeschi, i quali, dice il decreto, piuttosto come nemici che aspettano luogo e tempo a nuocere che come cittadini grati ai beneficii ricevuti vivevano, privaronli tutti per tre anni degli onori: più avventurati assai dei preti Daniello e da Matraia furono due altri, uno Lorenzo Matraino, il quale, trovandosi prigione dentro una stanza del palazzo insieme a suo fratello Filippo, procurò gli fossero recati parecchi lenzuoli da casa, ch'essi con infinita industria ridussero in fasce ottimamente cucite dai lati, e mercè di quelle nel fitto della notte calatisi inosservati, si ridussero in luogo di salvezza; più strano caso fu quello di Paulino Granucci, a cui furono messi i ceppi, ma trovandosi ad avere così sottili le gambe che sguazzavano dentro, tanto s'industriò che giunse a cavarcele; allora con ardimento da fare rimbrividire chi vide i luoghi saltò giù sopra un tetto e da questo su di un altro, e così via e via, finchè di un salto non balzò in istrada, donde corso difilato alle mura, con un altro salto si trovò in campagna scampando la vita, e troppo bene se lo meritava. Pareva fosse tempo di smettere, ma paura ed ira nella gente patrizia non così tosto si attutano; cessata la volta dei colpevoli, venne quella degli aderenti loro, citandoli a compire, pena la vita; ma essi conoscendo a prova che dal presentarsi al tribunale iniquo ne veniva sicurissima morte, si mantennero contumaci, però banditi tutti a perpetuo esiglio: esclusero solo Bartolommeo Civitali, come quello che giovancello essendo fu assistito dalla legge (e più da qualche suo consorte), la quale presume che nella età tenerissima l'uomo si disponga a misfare non per dolo, bensì per leggerezza. E tuttavia non pareva ai patrizi potere dormire i sonni in pace se non si toglievano dinanzi agli occhi Vincenzo Granucci e gli amici suoi, i quali non sapendo come agguantare, ricorsero al discolato, a cui sottoposero sei nomi; quattro ne resultarono vinti, il Granucci in capo. Nè pur qui finirono le vendette, le quali non cesso riportare fino ad una, onde il popolo apprenda rabbia di ottimati che sia; e non oppongano già che i patrizi mancarono, essi vivono e anelano ricuperare il perduto; questo è perenne desiderio delle persone, più duraturo nei corpi collettizi e negli ordini; onde considera, lettore, quanto poco senno abbiano gli uomini di stato, i quali volendo disfare un ordine di cittadini reputato infesto, gli tagliano i rami e non lo svellono dalle radici; col tempo i rami ritornano ad aduggiare più maligni di prima: o non toccare, o schianta. — Adesso si tenta per via di straforo mettere le mani addosso ai più temuti di essi, i quali andavano pure compresi nel perdono del martedì santo: sostenuti Marchiò, Spinellone e Alfeo testori per causa di stato; questi accusano parecchi loro compagni e da capo la casata Poggio; fine di questo processo fu che a Riccardo del Fornaio mozzarono il capo; gli altri condannati alla carcere o al bando; madonna Caterina Bartolomei di Poggio fu licenziata con pagheria di 3000 ducati; che più? Ribelli e banditi in due volte quelli che scalarono le mura; i primi furono settantadue, i secondi venti.

Chi è venuto leggendo fin qui le rivolture dei popoleschi di Siena e quelle dei popoleschi di Lucca non può astenersi da confrontare fra loro le ragioni del moto, le guise di palesarsi e lo esito, e si maraviglierà come, mentre il popolo sanese si proponesse fini più eccessivi e gli ottenne, ai Lucchesi poi non venisse fatto conseguire meno, assistiti da molta ragione; tuttavolta le cause quasi di per sè medesime si fanno manifeste, e sono, che il popolo sanese, pigliando parte nel reggimento, innanzi tratto sapeva quello che si volesse, ed a che si proponesse portare riparo; era pratico del modo da tenere; da sè si guidava, nè sarebbe riuscito abbindolarlo a persona; al contrario i Lucchesi, uomini grossieri ed operai al salario dei mercanti, si risentono per ingiuria materiale, voglio dire la parvità della mercede; e neppure ella sarebbe di per sè sola bastata senza il caro del vivere; ottenuto quanto appetivano, tornano a casa; aizzati da quelli che esclusi dal reggimento volevano esserci messi a parte, per la seconda volta ripigliano il tumulto per fine che o non li riguardava o poco; rimuginata dal profondo la città, ribollono le ime fecce e vengono a galla con confusione e minaccia di tutti; donde per necessità lo screzio e lo accostarsi dei migliori a chi conserva, i quali, tutti intesi a superare il mal presente, non badano al futuro, e percotendo la licenza uccidono la libertà. Il principato, lo rappresentino uno o pochi, ridivenuto saldo, non ammazza solo i colpevoli, bensì anco quelli che gli fecero paura senza badare se lo abbiano difeso od anco salvato; anzi quanto più potente, tanto più reo. Lo storico Zonara racconta come lo imperatore Basilio cacciando corresse pericolo grande, imperciocchè un cervo avendolo investito ed intralciategli le corna nella cintura lo portasse via di sella, del quale successo un suo fedele turbato trasse la spada e tagliatagli la cintura lo salvò; Basilio in premio gli fece mozzare il capo, avendo la paura vinto la gratitudine; la forma drammatica del caso lo rese famoso, ma con semplicità maggiore alla occasione tutti i principati rassomigliano allo imperatore Basilio.

Opera da folle sarebbe seminare e non raccogliere; e tale non era certo il senato di Lucca, che per non perdere tempo mise fuori una legge in virtù della quale si escludevano da tutti gli uffici e maestrati così di onore come di lucro coloro che solo da dodici anni in qua stanziavano in Lucca, nè unicamente essi, bensì i figli eziandio e i discendenti loro in avvenire; da ora in poi chiunque venisse non potesse per lungo domicilio acquistare diritto alcuno, eccetto quelli di cittadinanza, ed anco non dai primi domiciliati, ma dai discendenti loro in secondo grado: a questo modo i patrizi si apparecchiavano a instituire la burlevole e nondimanco feroce oligarchia che per tanto secolo mortificò Lucca; nè, a quanto sembra, mettevano troppa cura ad infingersi; cotesta legge fu panno che mostrava aperto la corda. Però gli oligarchi si trovarono sul punto di naufragare in porto, nè si poteano lamentare, dacchè paia naturale che dove molti congiurano a opprimere un popolo scappi fuori uno che s'industrii opprimere tutti. Viveva in corte di Carlo V un cittadino lucchese nominato Pietro Fatinelli, uomo di maneggio, procacciante e armeggione, il quale, mettendo ora il piè da un lato, ora dall'altro, come costumano gli spazzacamini, erasi inalzato assai su per la cappa della corte: anticamente appellavansi venditori di fumo, e vi aveano leggi che li punivano; adesso lasciansi stare, o perchè troppi, o perchè non reputino più misfatti gli arzigogoli loro; e di vero fra i deputati del nostro parlamento italiano io ce ne conosco parecchi, nel senato qualcheduno. Ora siccome da lontano ogni cosa che riluca par di oro, così i Lucchesi assai si valevano dell'opera sua, rimunerandolo di buone mance e commendandolo molto; ond'egli invanito fuori di misura stimò devozione le facili lodi di cui è largo ogni uomo cui prema, comechè mediocremente, tenersi bene edificato un altro uomo: bolli bolli, al fine egli venne nel pensiero di rendersene assoluto signore, sicchè, côlto la congiuntura che l'imperatore si riduceva a Lucca per conferire col papa, gli tenne dietro; dove giunto incominciò subito a mettere mano alle sue girandole: ignoro se lo conoscesse prima o se imparasse allora a conoscere il capitano Baccigalupo di Chiavari, persona arrisicata ed usa a mettersi in simili cimenti; fatto sta che con lui si accontava, e, riscaldandosi scambievolmente il cervello, credevano la impresa bella e fornita; se non che, considerandola più da vicino, conobbero com'essi si versassero nell'assoluta deficienza di tutte le cose a questo fine necessarie, onde deliberarono tenerne motto al conte Agostino Lando di Piacenza, persona di scarriera, in fama di traditore e rapace; nè la fama apparve bugiarda, come si comprende pel caso che sto per narrare e per l'altro più truce della strage proditoria di Pierluigi Farnese. Costui pertanto non respinse la profferta, finse al contrario accettarla, volle essere posto a parte di ogni particolarità, poi, pattuito segretamente il premio col senato di Lucca, gli mise in mano tutti i fili della trama: allora tesi i suoi archetti, il senato si pose a uccellare, ed essendo capitato a Lucca il capitano Baccigalupo, tosto il sostennero e sottoposero alla tortura, di cui gli spasimi non potendo egli sopportare, confessò pianamente ogni cosa ed ebbe per non perdere tempo mozza la testa; subito poi fu spedito dal senato a Carlo V perchè gli desse modo di tagliarne un'altra. Carlo, che di congiure era vago come il can delle mazze, fece alcune lustre per non parere, in fondo poi egli aveva maggior premura di consegnarlo che gli altri non avevano avuto di chiederlo: glielo dava con riserva di volere rivedere il processo prima di venire al taglio. Il senato la data fede osservò, lo imperatore trovò tutto fatto a pennello: testa più testa meno non monta; e per salvare un capo italiano davvero non valeva il pregio leggere un processo. Al Fatinello e al Lando furono pagate le debite mercedi, al primo col ferro, al secondo con l'oro.

Per tutti questi eventi di leggieri si comprende come Lucca andasse piena di umori, per cui la massima parte e la più manesca dei cittadini sentendosi offesa e temendo di peggio, doveva argomentarsi inchinevole a qualunque rivolgimento che mirasse a sottrarla a questo miserabile stato di cose: nè basta, le nuove dottrine religiose più che altrove serpeggiavano in Lucca e presentavano ottimo punto di appoggio per dare la leva alle varie vacillanti dominazioni d'Italia.

CAPITOLO V.

La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati grandi tutti addosso a Roma. — Vallesi e albigesi se fossero in Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti. — Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola se possa considerarsi precursore, di Lutero. — Cesare Cantù e suo perfido libro degli _Eretici in Italia_; sue strane difese della chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal cardinale Serafino circa Melantone, che si rinnuova per altri. — Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. — Imperatore e papa. — Sacco di Roma; meraviglia dei Tedeschi di vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. — Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri; in Modena la Riforma si allarga. — Bologna; casi del frate Mollio. — Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma costà. — I luterani per poco non professano la religione loro pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino. — Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la patria; suoi studi: predica sul purgatorio. — Vicario di San Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. — Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il Martire, perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso. — Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. — La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione, e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue. — Feroce e moltiplica persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata duchessa di Ferrara; sue angustie: messa in carcere, divisa dai suoi; il figlio Alfonso la manda via. — Questi il _magnanimo_ Alfonso di cui canta il Tasso: in che pregio il _magnanimo_ tenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole. — Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni altra cosa; ma poi spaventata dalle minacce di Roma piega: persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri. — Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia. — Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. — I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma che i preti facessero senza quattrini: ma per essere creduti dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni. — Si torna a Lucca; diligenze per estirpare in cotesta repubblica l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi: dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di Francesco Burlamacchi.

Grande fondamento poneva altresì il Burlamacchi negli umori religiosi, i quali dove più dove meno andavano allargandosi in Italia, ma però con tanta perseveranza da persuadere ogni uomo avvezzo a speculare che la Riforma sarebbe senza fallo prevalsa: di fatti veruna contrada della cristianità compariva come la Italia disposta alla Riforma, però che qui cadesse quotidiano sotto gli occhi lo spettacolo della contaminazione della gente chiesiastica; e sebbene di molta autorità fossero i santi padri che così in Italia come fuori rampognavano la chiesa romana delle sue abominazioni, pure, se non più credito, certo maggiore pubblicità di loro ottenevano i poeti, i filosofi, i politici e di ogni maniera letterati, imperciocchè i successi che imprimono carattere ai popoli prima di diventare fatti sieno idee, e queste partonsi dalla mente agitatrice del mondo. Gli è vero che lo scherno e la rampogna cadevano sopra vizi personali, ma tanto si dilatava il numero dei contaminati che gl'innocenti erano eccezione; e poi Roma, studiosa del profitto presente, così aveva ravviluppato le persone con le cose, la forma con la sostanza, che districare male si potevano allora, adesso peggio, ond'io sinceramente credo che, percossa la curia romana, abbia a toccarne la Chiesa.