Part 12
Pertanto gli anziani, licenziata l'assemblea popolare, convocarono il consiglio degli eletti per ordinare le cose a norma di legge: bene vollero ritenere tutti i convocati e ne li pregarono, anzi ordinarono si chiudessero le porte per impedirne la uscita, ma e' fu indarno, però che dei sediziosi i più spaventati si gittassero dalle finestre per andare ad avvertire i compagni di fuori che per loro era spacciata se la legge della guardia restasse vinta; la quale avvertenza siccome verissima avendoli altamente commosso, si adunarono affannosi in cento forse nella casa Matraini, altri in altri luoghi, ma non gran numero; finalmente fra tutti messa insieme una assai grossa banda, di arme così offensive come difensive ottimamente forniti, si avviarono verso il palazzo decisi di tentare l'estreme fortune; giunti lì presso, cominciarono a bersagliare con gli archibusi: dei cittadini rinchiusi taluni si rannicchiavano come cosa balorda, ma i più, diventati audaci, avrieno voluto rendere pane per focaccia, se non che mancavano le armi; ma a questo provvidero e tosto, chè, fatta aprire al massaio la stanza della munizione, quivi fornironsi copiosamente di picche, di archibugi, di spade, di corsaletti, di rotelle, di celate, insomma di ogni ragione armi. Le leggi temute quasi di rincorsa votaronsi; ormai era fiera rotta. I sediziosi dopo alcuni sforzi si accorsero quanto folle consiglio fosse quello di volere espugnare il palazzo: però andarono ad appostarsi quivi dintorno, sparando un nugolo di archibugiate contro qualunque si avvisasse cacciare il capo fuori dalla finestra: però quantunque nella massima parte i partigiani dei faziosi fossero usciti di palazzo gittandosi giù dalle finestre, pure taluno ve ne rimaneva; fra questi uno Alberto da Castelnuovo, immanissimo giovane, il quale con perverso animo volle e tentò dentro una medesima ruina seppellire città e cittadini, il fatto e la memoria del fatto; ond'è che, approfittandosi del parapiglia degli accorsi nella stanza della munizione, lasciò cascare la corda accesa sopra un bariglione di polvere aperto; s'infiammò la polvere e con veemenza pari al terrore scrollò le mura, svelse il tetto balestrandolo in frammenti lontano per centinaia di braccia; venti infelici ne andarono più o meno malconci di dolorose ferite; e nondimanco così provvide il caso che il fuoco non si appigliò agli altri bariglioni lì presso poco discosti. Il fiero giovane, a cui forse non caleva salvarsi riuscendo, si salvò per essere andato a male il suo disegno.
Conchiuse le deliberazioni e licenziato il consiglio, compresero che, lasciando il palazzo, ci sarebbero entrati senza indugio i sediziosi, e poi, ancorchè avessero voluto abbandonarlo, non saria venuto lor fatto, imperciocchè costoro gli tenessero in certo modo assediati. Allora fu pensato di mandare alla torre per sonare le campane a stormo, onde, avvisati i cittadini del pericolo della Signoria, con le compagnie dei gonfaloni traessero alla difesa del palazzo; il torrigiano, più tristo di uno sbirro degli Otto, rispose che non si poteva fare senza la fede del partito dei Signori; materia di stato cotesta e andarne del capo: sopraggiunti altri cittadini, la fecero sonare per forza. Ai più animosi dei rinchiusi in palazzo sembrava ostico di restare in prigione a posta di una mano di paltonieri; dissuasi da cimentarsi, si tennero un pezzo, poi, non potendo reggere al canapo, versaronsi giù nel cortile; qui si diede principio alla battaglia; poco giovarono alabarde e spade, nulla gli archibugi, e fu guerra a coltello; da una parte e dall'altra morti e feriti, e forse si finivano tutti se a taluno dei sediziosi non frullava in testa il pensiero che, traendo i cittadini al suono della campana, correvano rischio di trovarsi presi in mezzo a due fuochi; quindi saltarono fuori a pigliare gli sbocchi delle strade, lasciando i feriti ad aiutarsi come meglio potevano.
Chi si trovò a cotesto caso afferma che pareva il finimondo, e noi, che, se non a quello, ci trovammo presenti ad altri parecchi che gli dovevano come goccia a goccia rassomigliare, c'immaginiamo facilmente lo strepito dello incocciare delle armi bianche, il rimbombo degli archibugi, il correre, il gridare, il minacciare e gli estremi singulti; a questo unisci il rintocco delle campane di tutte le chiese, quasi voce di Dio che si lamenta sopra le iniquità della sua creatura, la quale poteva creare e sarebbe sempre a tempo a ricomporre migliore; lo strillo dei fanciulli, le strida delle donne imperversanti per le vie co' capelli sciolti, gli occhi storti e le mani levate; chi domandava il marito, chi il padre; i vecchi piangevano maledicendo alla sorte che gli aveva mantenuti in vita per renderli testimoni di tanta calamità; a tutti pareva venuta la fine di Lucca, e avrieno dato a patto, della persona un braccio, della fortuna il mezzo per salvare il resto; ed invece proprio in cotesto punto si mutavano le sorti, perchè i cittadini amorevoli del vivere civile si trovarono in tanta copia da sforzare i riottosi, i quali dapprima furono respinti fino nei borghi della porta di San Gervasio, dove fecero testa tentando ricuperare il perduto, massime il cortile del palazzo, essendo stati avvertiti come i difensori, spargendosi in varie parti della città per combattere, lo avessero lasciato vuoto; di vero fatta una punta fin là pervennero e l'occuparono. Gli anziani rimasti in palazzo adesso si trovarono nel peggiore partito che avessero mai provato, dacchè i cittadini ch'eransi divisi da loro per andare ad afforzarsi altrove fossero rimasti d'accordo che in caso di pericolo gli avessero mandati a chiamare; onde avvenne che, non sentendosi ammonire, ognuno attese a raccogliere gli uomini della sua contrada, ad ordinare le bande sotto i gonfaloni e a provvedere difese. In tanta angustia gli anziani vennero a conoscere come i Buonvisi a San Quilico fossero giunti a mettere insieme fra amici e aderenti loro e soldati tratti da tutte le terre del dominio, massime da Camaiore, tanta gente da vincere ben altra impresa che non era quella di levare la ruzza agli scapestrati lucchesi: però la difficoltà stava nello avvisarli, e a questo per buona ventura potè riparare Lunardo Pagnini, il quale uscito dalla città in tempo opportuno, accadde fare in pro' degli anziani due cose parimente utili; la prima avvisando i Buonvisi che stessero avvertiti perchè da un punto all'altro avrebbero potuto essere chiamati, la seconda nel sostenere un contadino spedito dai sediziosi con lettere ortatorie a Regolo da Coreglia perchè venisse via con quanta più gente potesse a fare spalla alle fortune cadenti degli amici. Intanto, giunta la sera, i tumultuanti rimasti a guardia del cortile, non si vedendo da nessuna parte ingrossare, persero l'animo, per la quale cosa, ognuno pensando ai casi suoi, parecchi col favore delle tenebre si dileguarono, rifugiandosi nelle case dei parenti e degli amici come presaghi della prossima ruina, mentre altri all'opposto correva per la terra smanioso per ricondurre gli amici alla tenzone.
Gli anziani ignoravano l'operato di Lunardo, e dove anco lo avessero saputo, non avrebbe approdato a nulla, perchè era mestieri ordinare ai Buonvisi che movessero; e nè anco questo bastava, chè l'osso giaceva nel rimetterli dentro la città. Gittati gli occhi dintorno, non ci videro persona a cui potessero fidarsi; per ventura seppero esserci rimasto Bastiano da Colle, prete, semplice di costume, ma fedele molto e della patria zelatore caldissimo; chiamatolo in camera, gli dissero: «Bastiano, se ti basta l'animo, la salute della patria sta in te.» «Io sono parato, rispose il prete, a dare per la patria quando occorra la vita; però dite su che io mi abbia a fare.» Il gonfaloniere allora: «Tu piglierai questa chiave ch'è della porta di San Donato e farai di portarti in Quoieria, dove trovati Nicolaio Anchiani e Taddeo Pippi conciaioli, dirai loro da parte nostra che s'ingegnino avvisare i Buonvisi a Montequilici che movano tosto con tutta la loro gente, ed arrivati che sieno alla porta, li mettano dentro per condurre a termine la impresa che sanno.» Il prete, esultando di essere reputato capace di apportare un tanto benefizio alla città, si gittò in ginocchione dinanzi al gonfaloniere ringraziandolo umilmente del favore grande che gli compartiva, e perchè, Dio propiziando, potesse riuscire a buon fine il negozio, lui pregava che in nome della santissima Trinità lo benedicesse; nel quale suo desiderio il gonfaloniere affettuoso abbracciandolo e baciandolo lo compiacque; e dicono altresì che gli astanti non potessero per tenerezza trattenere le lacrime.
Prete Bastiano, volendo battere il ferro quando era caldo, messosi la chiave sotto la tonaca, per la via delle mura andò difilato in Quoieria; occorse in Andrea da Decimo, il quale, sospettando fosse ito costà a spiare mandato dai tumultuanti, lo squadrò a stracciasacco, onde egli, accortosi della temperie, con lieta faccia gli disse: «Figliuolo, io me ne vo per cosa di altissima importanza a casa Anchiani, la quale non sapendo dove sia, prego voi che fin là mi accompagniate e me la mostriate.» Arrivato là, per disdetta lo Anchiani non trovarono, il Pippi nemmeno; onde il prete sbigottito, non sapendo come rimediare, si aperse con Andrea da Decimo, cui cotesta parve una grande cosa; però fu di parere consigliarsene con due altri cuoiai, ai quali tutti il prete Bastiano scoperse la chiave raccomandandosi a mani giunte che in tanta stretta non fossero per mancare alla patria. — La fiducia alimenta il fuoco dello amore quando è avviato; onde cotesti uomini grossieri non è da dirsi con quanta alacrità cercassero attorno per trovare il Pippi od altra persona saputa che avesse capacità e autorità per condurre la pratica. Come Dio volle incontrarono giusto Taddeo Pippi, ch'era gonfaloniere della Sirena e persona la quale per coteste faccende valeva oro; onde subito prete Bastiano ristrettosi con lui, con parole concitate gli disse: «Taddeo, una grande fortuna ti capita nelle mani, perchè in te sta la salute della patria e di tanti signori che vanno per la maggiore: piglia, questa è la chiave della porta di San Donato; qui fa di chiamare da San Quilico il soccorso e di qui mettilo dentro; se riesci a tante (e, solo che tu voglia, riescirai), oltre la lode dei presenti e la fama nei posteri, così copiosi pioveranno sopra il tuo capo i favori e le grazie che anco chiudendo gli occhi tu non te li saprai immaginare.» Taddeo prese la chiave e, portatasela con le braccia in croce alla bocca, come si costuma fare co' Cristi, dopo averla di alcuna stilla di pianto bagnata così favellò: «Orsù con noi sia Dio e andiamo tosto, che lo indugio piglia vizio.» Uscito co' suoi, gli venne incontro Meuccio Dini, giovane di gran cuore, piacente e di seguito grande nella sua contrada, inoltre non imperito nella milizia, dove egli aveva fatto brevi ma onoratissime prove; a lui pure teneva dietro una banda di gioventù gagliarda; da ciò tolse argomento il Pippi a bene sperare, sicchè da lontano gli gridò: «Meuccio, questa libertà vi sia raccomandata.» A cui Meuccio di rimando: «Per questa libertà voglio morire.» Allora andaronsi incontro a braccia aperte e baciaronsi in bocca; poi stando lì in piedi deliberarono Taddeo con la sua gente pigliasse la via delle mura riuscendo a porta San Donato, Meuccio co' suoi avrebbe tenuto la strada maestra. Intanto che queste cose accadevano in città, in campagna a Monte San Quilico messere Martino Buonvisi, montato su di un poggiolo, raccolti intorno a sè parenti, clientela, soldati della repubblica e gente del contado che a frotta traeva costà quasi a festa, così favellava; «Le cose di città, compagni miei, le sono andate male, ma le potevano andare anco peggio; imperciocchè, con tante ingiurie, con tanti malefizi, con tante atrocità, gli scellerati uomini che le hanno commesse non hanno potuto impedire che i padri, per virtù loro, non ponessero a partito, e il consiglio non vincesse la guardia del palazzo. Ora però, se noi non aiutiamo i magnifici Signori, egli è come se non si fosse fatto di nulla; essi compirono il debito, adesso sta a noi soddisfare al nostro: essi ci hanno mandato ad avvertire che se noi ci presentiamo alla porta San Donato, ci sarà aperta senza fallo; dunque teniamo lo invito, e Dio provvederà; nè già crediate trovarvi soli alla impresa, chè tanti del contado vi seguiteranno che per me credo vi parranno anco troppi...»
Voleva dire di più, ma lo interruppe un grido dei volonterosi, cui pareva mille anni essere condotti ai muri, ond'egli, invece di spingerli, ebbe adesso a sforzarsi di trattenerli: andassero cauti per Dio, procedessero ordinati se pur non volevano che succedesse loro come ai pifferi di montagna; frattanto il Pippi, rassegnata alla meglio la sua compagnia, si accosta alle mura con lo stendardo e dà il segno agli amici di fuori, il quale avendo visto Bernardo Sinibaldi, che stava in vedetta vicino ai fossi, corse via sulla sponda del Serchio chiamando con alte grida il Buonvisi il quale dall'altra banda del fiume si tratteneva; ma Lunardo Pagnini si cacciò col cavallo nel fiume per portarne più tostano avviso, però, come avviene, la pressa prolungava lo indugio, che, intralciatosi per le vetrici del fiume, mal sapeva sbrogliarsene, onde a sua posta con gran voce chiamò Silvestro Trenta, il quale per ventura lo udì; e quivi recatosi e sentito il caso, persuase la sua compagnia a guazzare il fiume, e avvegnachè avessero trovato rotto il canape della barca, per impedire che la corrente li portasse via, piantarono forte parecchie alabarde in fondo al fiume alle quali agguantandosi senza pericolo passarono; e ciò con tanto maggiore animo essi impresero in quanto che, quasi per aizzarli, innanzi ch'entrassero nell'acqua, Martino con certo suo piglio soldatesco disse loro: «Figliuoli, chi non si sente capace non si metta in ballo nè a rimanere si périti, chè buona prova può fare restando qui con Ludovico a guardarmi la casa.» E' non ci fu caso, allora vollero guadare tutti di stianto: a casa Ludovico rimase co' vecchi e co' malati. Precedeva a tutti Martino, ma, giunti a tiro di archibugio, Vincenzo di Puccio non patì che a quel modo andasse più oltre volendo ad ogni patto mettercisi egli medesimo, e così camminando, arrivato presso il torrione di Santa Croce, sostò alquanto per consultare il modo da seguire, caso mai pigliassero a sfolgorarlo le artiglierie; il Pissini opinava si avesse attendere che fosse più imbrunita la notte per poi passare oltre rasentando le mura, ma il Puccio di riscontro: «O che vuoi tu aspettare, sii benedetto? o non odi che suona l'un'ora di notte? avanti, avanti, che il nemico avvertito potrebbe rinforzarsi da questo lato; avanti.» E così di corsa arrivarono alla porta San Donato, dove trovarono meglio di quattrocento uomini quivi precorsi senza consiglio, ristretti come pecore; e, più grato del pari che utile incontro, vi rinvennero alcuni giovani sperti in arme e di gran nome, i quali, tornando dalle cacce delle marine, nulla sapevano dei trambusti di Lucca, e, presane notizia così alla lesta, si proffersero partecipare alla impresa capitani o soldati. Tuttavia la porta non si apriva, sicchè cotesti giovani impazientiti sentivano scottarsi sotto le suola il terreno; onde taluni procedendo con tumultuario consiglio decisero portare in fretta paglia e fascine e con esse abbruciare la porta; tali altri all'opposto rigettavano cotesto partito come troppo lento e perchè avrebbe chiamato agevolmente a sè l'attenzione del nemico; proponevano invece accostare alle mura lunghi pioppi con piuoli traversi ed a questo modo scalarle, il che sarebbe stato ancora più lungo: non attecchirono entrambi e, smesse le vie pericolose, spedirono gente che con celere corso si affrettasse a prendere lingua fino alla porta San Pietro, dove venne detto loro tornassero addietro; pazientassero un poco, chè senza fallo si sarieno aperte le porte di San Donato.
Udito questo, il Puccio, da quel saputo giovane che era, per trattenere la moltitudine ed anco perchè entrando non commettesse disordine, tutta quanta la dispose nel seguente modo: la prima battaglia fu di gente armata di giachi, corazze, celate ed arme in asta, che egli medesimo in capo fila conduceva; poi seguivano dugento archibugi, dopo questi forse altrettanti con armi lunghe di varia ragione; per ultimo copia di contadini, qual con vanga, qual con badile, qual con accetta, insomma muniti di arnesi rustici, i quali secondo la occasione i cittadini avrieno provato guastatori o saccardi: in tutto 1000 e più.
Per di dentro Meuccio Dini e Taddeo Pippi affrettandosi ognuno per la sua via giunsero alla porta San Donato, dove chiamato Lodovico Bernardini preposto alla custodia di quella e dategli le chiavi, intimarongli aprisse, la quale cosa egli fece senza fiatare: a questo modo quei di fuori con quei di dentro mescolaronsi, a braccia quadre si strinsero al petto; i baciari, i dolci parlari non si contano, per cui pativa di tenerezza ci era materia a un diluvio di lacrime. Poichè le liete accoglienze furono reiterate le tre e le quattro volte, si rimisero in cammino: Martino Buonvisi, sapendo come per ordinario la modestia garba al popolo (e dico per ordinario, conciossiachè talvolta incontri più l'arroganza secondo l'umore non già dei popoli ma del popolo stesso dalla mattina a vespro), voleva porsi in disparte, ma non lo sostennero il Puccio e il Pippi in cotesti primi amori stemperati, e lo misero in mezzo alla battaglia accompagnato da una schiera di fior di gentiluomini che gli facevano guardia. Tanti erano i lumi che nelle contrade per dove passavano ci si vedeva come di giorno, le donne dalla finestra sporgevano le lucernine accese a quattro lucignoli, o candelieri, o lumi a mano; e perchè nulla mancasse di quanto serve a chiarire, non lasciarono intatte nè manco le candele che i preti donano alla festa della Candelara per ripigliarsele pel sepolcro la settimana santa: nè gli stessi liberatori s'inoltravano sprovvisti incontro al buio; al contrario chi recava fasci di sarmenti, chi fascine e chi mazzi di paglia intrecciata; i morti pure erano stati messi a contribuzione, però che dalle stanze mortuarie avessero tolto le torcie a vento: breve, tanta era la luce che chi avesse veduto la città di lontano avrebbe giudicato facilmente ch'ella fosse in balía dello incendio. Per le case, per le vie, dalla gente di ogni età e di ogni sesso si alternavano continui altissimi i gridi: Viva la patria! viva la libertà! — Però in mezzo a cotesto baccano il cuoiaio Meuccio non perdeva il giudizio, per modo che, appressandosi al palagio, ordinò che la prima battaglia levasse via tutti i lumi a fine di giungere improvviso, ed anco immaginò un altra astuzia, la quale fu che, mentre la prima battaglia veniva oltre cheta e al buio, gli altri lontani, i gridi rinforzassero e i lumi ravvivassero, confidando così che i chiusi nel cortile, nel supposto che gli avversari loro si trovassero sempre lontani, non abbassassero la corda su gli archibugi con morte e ferite dei primi assalitori; i quali sempre più avvicinandosi, furono ammoniti dal Puccio: «Adesso di rincorsa, ma larghi.» E ciò disse per tema delle artiglierie, che immaginava apparecchiate nel cortile pel palazzo. — Ma la paura davvero fu maggiore del danno; imperciocchè i sediziosi, ridotti nel cortile, vista la grande moltitudine della gente che veniva a combatterli, persero subito il cuore; gli altri intanto cominciarono a grandinare palle così repentinamente che la guardia dei sediziosi posta davanti alla porta del palazzo non ebbe tempo di ripararsi dentro, sicchè in un attimo rimase tutta morta o ferita; dei chiusi alcuni calatisi dalle finestre a tutta corsa fuggirono verso le mura dalla parte del Bastardo, poco innanzi a cagione di vetustà o per quale altro vizio ruinate, e quivi arrampicandosi per le macerie, con fatica non meno che con pericolo, gittandosi alla campagna scamparono la vita. I vincitori non omisero spingere costà uomini armati perchè s'impadronissero dei fuggenti, ma arrivarono tardi, e poi si crede che taluno mosso a misericordia facesse loro spalla memore del detto: che finchè abbiamo denti in bocca non si sa quel che ci tocca; di quei che rimasero in palazzo, parte caddero spenti sull'atto, pochi cercarono lo asilo nelle chiese, invano; dei commessi errori si ebbero il meritato castigo.
La plebe, e qui sta il guaio, la quale il bene e il male non comprende laddove non sia rappresentato da una persona, messe da parte la patria e la libertà, prese a gridare: «Viva i Buonvisi!» E poi per la plebe, fin qui, variare principe o principato egli è mutare basto; non così pei maggiorenti, a cui la forma del principato dentro la quale si trovano piace come quella che dà fondamento alle dignità ed agli uffici loro: però, mentre paiono i soli zelatori del bene comune, attendono solo al proprio interesse; e Martino, che sel sapeva, diede subito su la voce ai gridatori esclamando: «Qui null'altro deve acclamarsi eccetto la libertà!» I quali gridi Furono con non poco turbamento uditi dal magnifico gonfaloniere e dagli anziani, quasi augurio sinistro di futuro danno; epperò commossi dentro ma in vista lieti gli si fecero incontro e gli favellarono le seguenti parole, che io cavo dal cronista e tali quali riporto, per la ragione altra volta allegata, che studiandoci su io non saprei come meglio significarle: «Magnifico messere Martino, voi siete il benvenuto quando, come crediamo, vi sia la libertà raccomandata; ecci stato detto che si è gridato in Lucca il nome della vostra casa; ora benchè, crediamo, sia contro vostro volere, pure ci corre l'obbligo dirvi che questo non si conveniva nè era da comportare, epperò sarebbe il caso che voi, unitamente a quelli che vi accompagnano gridaste tutti unitamente: Viva la libertà, per la quale noi siamo pronti a morire quando alcuno volesse contaminarla.» Il Buonviso alquanto trafitto rispose con voce un cotal poco alterata: «Io qui stommi non per altro che per la libertà, come debito di ogni cittadino amorevole della patria; impertanto voi altri gridate pure con me: Libertà! libertà!» E libertà gridarono, e il gonfaloniere se ne chiamò pago, come se libertà si radicasse negli urli; tuttavia questo ripiego venne in punto ad assicurare gli animi mareggianti, imperciocchè non si sentisse altro che acclamare ai Buonvisi, e ciò si temeva che fosse non senza segreto accordo: da cotesta benedetta libertà lucchese erano germogliati fuori tanti tiranni che a temerne uno nuovo non sembrava fuori di proposito. Una volta tranquillati sopra questo, gli anziani largheggiarono in ogni maniera di dimostrazione benevola, sicchè senza dar tempo al tempo con amplissimo decreto dichiararono Martino Buonviso liberatore della patria, autore della pace e padre del senato lucchese.