Vita di Francesco Burlamacchi

Part 11

Chapter 113,746 wordsPublic domain

Adesso poi la si faceva finita davvero, ed i cittadini incontrandosi per via rallegravansi, per contentezza sopra l'una e l'altra guancia baciavansi; e s'ingannavano, chè il popolo è mare di molte onde ed una volta agitato non posa se prima l'ultimo flutto non venga a rompersi sul lido. Avanzava una gente di cui lo ingegno, il costume e le opere provammo e ai giorni nostri proviamo tuttavia; io renunzio a descriverla con parole mie, perchè parrebbe che voltassi addietro la faccia dal 1867 per favellare del 1531, e forse me ne potrebbe venire nota di maligno: riporto pertanto inalterate le espressioni di Giuseppe Civitali, di cui la cronaca si conserva manoscritta negli archivi del municipio di Lucca. «Dipoi suscitarono molti che, avendo visto le cose dei testori andare bene, pensarono per la medesima via arrivare a qualche loro disegno, che per inalzarsi agli onori ed ottenere premi, se n'eccettui l'arme, altra via non avevano, e questi erano certi giovani invero bravi ma piuttosto oziosi e nemici a guadagnarsi il pane con onesti lavori che altro; i quali essendo di fresco venuti dalla guerra, si erano disvezzati da ogni maniera di negozi, e disegnando potersi mantenere bene in ordine in casa come fuori quando gli correvano grosse paghe, volentieri si accostavano a coloro i quali rimescolavano l'acqua per pescare nel torbido.» Con simile peste in corpo, con cittadini che atterriti atterrivano, con altri che alla chetichella mettevano legna sul fuoco, non parrà cosa strana nè forte se la città in breve provarono al paragone men fida del bosco; ogni dì subbugli e ferite e un chiudersi le botteghe e trarre a rumore il popolo in piazza. Il soprastante delle carceri conciavano pel dì delle feste, e quando i colpevoli dannarono alla multa ed al carcere, rispondevano questi facendo manichetto e bravavano: gli andassero a pigliare; dopo il soprastante ne veniva come per sequela che bastonassero il bargello e i famigli, bazza se non gli uccisero; un cotal più di rispetto l'ebbero pel mazziero della Signoria spedito verso di loro per sermonarli, chè si contentarono rincorrerlo a sassate: volevano nelle mani il potestà per insegnargli a camminare diritto, e più del potestà studiavano agguantare il capitano del popolo, però che si fosse vantato che se lasciavano fare a lui, gli avrebbe ricondotti al canapo. Al consiglio, comechè composto di caloscioni, pur venne la muffa al naso; ma veruno ebbe coraggio, non che di arrestare, nominare soltanto i delinquenti; onde, per non dare a conoscere la miseria in cui era caduto, il governo finse conoscerli e perdonarli: ogni cosa a rotoli; non misfatto punito, anzi bastava mostrarsi impronto ad esigere, non già a implorare perdono, perchè venisse conceduto subito. Dopo siffatto esperimento non si sa che fantasia fosse quella di ordinare che veruno si attentasse a portare arme di giorno nè di notte; e fu per non detto: ancora si fece un decreto per condurre una guardia di 100 fanti, e il popolo lo cassò; ridevole e a un punto miserabile stato questo, che il consiglio dentro il palazzo deliberava provvisioni che alla porta si annullavano, mentre quello che alla porta il popolo ordinava confermavasi dentro, e ciò perchè giù in cortile, guardia non chiesta, stanziavano continuo da quattrocento tagliacantoni con la corda degli archibugi accesa, i quali il consiglio presumeva cacciare con 100 fanti, e lo diceva, e non solo lo diceva, ma lo bandiva perchè lo sapessero meglio. Le quali inanità considerando io scrittore non solo nelle storie vecchie ma sì nei rivolgimenti che mi sono passati sotto gli occhi, ho dovuto persuadermi che lo intelletto umano va sottoposto ad eclissi come il sole e la luna; e avventurato vuolsi celebrare colui che ne patisce una volta sola in capo all'anno. Siccome però neppure agli aizzatori tornava il perpetuo subbuglio, e a qualche cosa volevano approdare, fecero chiedere che piacesse al consiglio mettere a partito: che i forastieri d'ora in poi non avessero magistrato; la età degli anziani sia non minore di anni 25, del gonfaloniere 30; al consiglio dei Trentasette si aggiungano sei per terziero; le tasche vecchie cessino, si facciano le nuove, e chi le deve fare fino da ora si elegga: finalmente, come il _Gloria_ in fondo al salmo, perdono a tutt'oggi: le quali provvisioni riuscirono vinte agevolmente. Anche questo partito a cui satisfece e parve anco troppo, a cui no, essendo ormai risoluto di vivere di rapina; continuarono le soperchierie dei popolani, gli oltraggi, le morti, e vie e vie crescendo si diede mano agl'incendi e a tanto giunsero di esorbitanza che chi loro feriva o ammazzava aveva ad essere irremissibilmente punito, s'eglino i feritori e gli ammazzatori, dovevano del pari irremissibilmente andare assoluti. Alcuni cittadini accorgendosi ormai che a cotesto modo egli era pigliare il male per medicina, in numero di nove si trovarono a Forci villa del Buonvisi e fra di loro convennero di liberare da tanta abiezione il magistrato della patria, dando ai popolani tale un picchio sul capo da farne durare la memoria un pezzo; perciò, chiamati 500 fanti dalla Montagna e 300 da Camaiore, disposero che arrivassero sotto la condotta di Bernardo Pieroni sul fare del giorno alle porte della città quando si apriva, dove irrompendo, sforzassero la entrata e difilati si recassero al palazzo e lo custodissero tanto che nuova gente di fuori e i cittadini nobili si armassero per ingaggiare battaglia. Ma il trattato non fu tenuto segreto in guisa che la plebe non ne avesse fumo; per la quale cosa mille armati di tutto punto si trovarono ad impedirne lo ingresso: intanto anco gli avversari alla plebe armansi e si versano giù per le vie; chi urla che i Camaioresi intromettansi, chi no; schiamazzi e minacce per una parte e dall'altra; più volte abbassarono le aste per ferirsi e più appressarono la corda al fucile per isparare gli archibugi; sicchè la sgarrò proprio di un pelo che in cotesto giorno le strade non corressero sangue: e nulladimeno non accadde guaio; imperciocchè taluni cittadini, o timidi o prudenti, recatisi in fretta su le mura, ordinassero ai fanti della campagna in nome della Signoria si ritirassero, e quelli obbedirono: per questo accidente i nobili sbaldanzirono e presero a sbandarsi; a cui fugge, i cani mordono le gambe. La plebe gridava: Adesso è tempo di pigliarsene una satolla; terribili gli urli: Sangue! fuoco! ma più terribile assai ciò che tacevano, ed era: Arraffare. Ma a Dio non piacque che in cotesto giorno andasse Lucca in ruina; la plebe, non tutta ladra, si divise; e siccome ambedue le parti in mezzo all'ira tanto senno serbarono da conoscere che, per poco si accapigliassero fra loro i nobili, gli avrebbero di leggeri oppressi, ristettero prevalendo i consigli men rei; però, rinfocolati i sospetti, la plebe volle si bandissero alcuni cittadini invisi, e lo furono; volle si spedissero commissari a Camaiore che per cosa al mondo non movessero senza comandamento del gonfaloniere e degli anziani, e ne furono mandati tre, Cenami, Massei e Tirti; vollero si licenziasse il Pieroni capitano di Camaiore, e fu cassato; e, ciò che parve allora enormissimo, vollero che le chiavi della città ogni sera si presentassero in palazzo, quivi dentro una cassa ferrata si riponessero e con due chiavi si chiudessero, di cui l'una terrebbe il gonfaloniere, l'altra il popolano Granucci; ancora, i giovani di scarriera ordinarono alla meglio e loro commisero la custodia delle porte col salario di quattro e più scudi al mese: fidatissima guardia se altra fu mai, imperciocchè se veniva a cessare il governo che vigilavano, finiva la cuccagna; qualcheduno poteva tradire, ma non pareva facile però che fra di loro si guardassero, ed a corromperli tutti ci voleva troppo. Procedendo le faccende in questa maniera, ogni giorno più si coloriva il danno del diuturno disordine, il quale principalmente pativano coloro che lo avevano soprattutti o desiderato o promosso; dacchè i nobili, mano a mano spandendosi per le campagne, attendevano a lavorare e a difendere le terre, e questo facevano, e bene, non così i mercanti, che ormai come trarre profitto dai propri capitali non sapevano, e non era il peggio, il peggio era la tremarella continua che li rubassero: già parecchi erano spariti recandosi in più tranquilla stanza: e sebbene il governo accortosene facesse ardua la partenza, non per questo meno sgomberavano segretamente la pecunia e le preziosità loro; la quale paura crebbe oltre ogni confine allorchè la mattina vedevano le porte delle loro case segnate con tinta rossigna della parola _desolabitur_: ma questa infelice provvidenza a parecchi fu esiziale, imperciocchè i soldati preposti alla custodia delle porte, o sia che per opera di spie lo scoprissero o per istinto lo subodorassero di un tratto, avendo frugato ogni involto che fuori della porta si trasportava, trovarono il frodo, il quale per amore del bene pubblico (già s'intende) fra loro spartirono; chi si richiamava, legnate; modo spiccio e, bisogna pur dirlo, sopratutto efficace per fare star cheto chi dà fastidio: ancora, credendo di provvedere al futuro, pretesero che venisse loro stanziato il salario di 10 scudi per uomo a vita, e non sapevano che la rivoluzione dalla destra tiene un pennello per dipingere quanto gli salta nella fantasia, e nella manca una spugna per cancellare quanto il popolo non conferma.

Intanto i magistrati, indegni dopo le ultime prove della suprema loro inettezza, vollero darne una di viltà; però deliberarono abbandonare il palazzo, lasciando lo stato in balia della plebe, e Bonaventura Micheli gonfaloniere, piangendo dirotto, ne mosse la proposta in consiglio, la quale udita dagli astanti, non ce ne fu uno che non recasse ambe le mani agli occhi e in singhiozzi non rompesse. Tutte le cose umane più o meno affrettandosi giungono all'apice, donde non potendo più oltre salire, forza è che scendano: e questo in Lucca fu il punto supremo della insolenza del popolo, imperciocchè uno di loro che all'acqua era stato e stava, non già alla tempesta, di repente salito in ringhiera con modi acerbi, ma ad un punto affettuosi, garrì gli anziani confortandoli a rimanere, non badassero alla improntitudine di qualche farabutto, chè egli procedeva non solo senza, ma contro il consenso dei capi; e di quest'altro gli assicurava, ch'egli con tutti i parenti suoi e gli amici era disposto a mettere per la difesa loro a sbaraglio la vita a patto che compissero a lor posta il proprio dovere e non parlassero mai più di simile cosa.

Vedendo la cosa avviata bene, quasi per metterle il tetto, pensarono ricorrere a Dio e ai santi, perchè, se non a cagione dei propri meriti, almeno per loro misericordia, li tirassero fuori da tanti affanni; perciò ordinarono prima di tutto un digiuno: veramente quale corrispondenza passasse fra il digiuno e la concordia non si vede adesso, ma allora ci si vedeva; poi allestirono una processione co' fiocchi, quale non si era mai veduta pari per lo avanti, conciossiachè nelle antecedenti più di due corpi in giro non si erano portati, e questa volta furono cinque: oltre le bandiere delle contrade e molte altre di privati cittadini, comparve il gonfalone della _Libertà_, dove a caratteri da scatola tutti di oro si leggeva questo nome trapunto, e lo portarono a vicenda tre popolani e tre nobili per vie più cimentare la concordia. Chiuse la funzione un discorso spartito in parecchi punti di quel famoso predicatore che fu fra Girolamo generale dei Servi, il quale, per giudizio di quanti lo udirono, fu cosa da smovere il pianto non, che alle belve, ai sassi. I preti, che da ogni legno sanno cavare schiappe per farne bollire la pentola, indussero i padri a fondare un altare alla Libertà e a questo altare assegnare un cappellano con quattordici fiorini al mese, poi creare una seconda cappellania con la entrata di sei e vitto intero alla mensa degli anziani. I nostri vecchi sapevano l'arte, noi no; noi spogliamo i preti e vogliamo ci dicano grazie; noi ne manteniamo uno esercito a spilluzzico, e però tutti ci lacerano a morsi; valeva meglio tenerne pochi e assettare le faccende in guisa che per amore della paga dicessero bene di noi; alla più trista allora chi ci avrebbe benedetto, chi maledetto, mentre adesso in coro ci bestemmiano e scomunicano co' ceri gialli. Dio, argutamente sentenziò Federigo Campanella, pei preti è _trino_ in paradiso, ma qui in terra è _quattrino_.

E' parve non senza mortificazione dei fedeli che in chiesa costumasse come in cucina, dove i troppi cuochi sciupano il desinare; perocchè gli animi non si racchetarono, e gli strappi non si rammendarono, anzi tutto si arruffò peggio di prima, colpa di taluni sediziosi che di essere ridotti al canapo non ne volevano sapere; finalmente a mezzo marzo entrò il nuovo magistrato di cui per la prima volta fece parte Francesco Burlamacchi, e questo parve disposto a volerne vedere la fine, e, quasi per fare libro nuovo e conto nuovo, innanzi tratto bandì perdono generale di quanto fosse detto ovvero operato fino a tutto cotesto giorno, che fu il martedì santo: poi cassò la guardia accogliticcia del palazzo, dando ad ogni uomo di mancia un mese di paga perchè potesse rigirarsi e fare i fatti suoi; le chiavi delle porte tornarono a custodirsi nel modo antico, ed ogni cosa parve riprendere la consueta andatura. Avevano ottenuto molto, ma pel giorno della festa della Libertà confidarono di comporre ogni screzio in modo permanente; e questo dì venne: che razza di libertà fosse quella dei Lucchesi e quanta causa avessero di rallegrarsene già vedemmo, ma per ordinario la gente si contenta di poco. Per quel giorno dunque fu ordinata la processione consueta, ma più solenne degli anni passati, dove si portò attorno lo stendardo della Libertà tutto inorato ch'era una maraviglia a vederlo; lo seguivano il senato, i dottori, i cavalieri e dopo gli artieri e per ultimo il popolo in bella ordinanza. Dopo avere girato un pezzo, convennero in duomo, e colà un canonico, il quale non si sapeva bene se più sentisse di dottrina ovvero di santità, ma sentiva forte di ambedue, sciorinò una orazione con la quale dimostrava espresso che la libertà senza pace non si può dare, e pace senza libertà si può dare anco meno; poi, agguantato un Crocifisso con due mani, cominciò a trinciare benedizioni che pigliavano un miglio di paese; venne dopo la messa tra suoni e canti mirabili, e finalmente l'ora del desinare, sicchè la processione uscì dalla chiesa lieta e contenta che ogni cosa fosse riuscita a così desiderabile fine. Ma il demonio non si diede per vinto, chè anco una volta s'ingegnò di ficcarci la coda: onde accadde che, essendo uscite di chiesa le prime regole dei frati, a Giannino di Castelnuovo venisse fatto di vedere un Paolo Antongioli di Camaiore vocato lo _Imbroglia_, nè si potendo tenere, gli corse addosso con l'arme ignuda gridando: «Ecco uno dei traditori chiamati per mandarci alle coltella.»

Di qui uno scompiglio da non si potere con parole descrivere; svolazzare di tonache di più fogge e colori, ceri e lampioni in fascio, cristi in pezzi, madonne rotte, chi urla e chi piagne, chi bestemmia e chi prega; chi si fa largo giocando di calci e di pugni, chi si rassegna a farsi calpestare mugolando allorchè qualche scarpa ferrata gli ammaccava le costole; donne capovolte in mucchio addosso ai frati, cui cotesta pareva strana novità; dei rimasti in duomo parte si restrinsero come pecore sotto il leccio quando la procella imperversa, parte dalle porte laterali spulezzarono a casa, dove arrivarono a tempo che la minestra non raffreddasse: tuttavia il tumulto rimase lì, e la processione potè ripigliare il cammino; ma la fu una cosa guasta, e ad ogni uomo pareva mille anni di levarsi la cappa e correre a casa perchè le mogli non istessero in pensiero; per tutto quel dì si ebbe una pace torbida, piena di ansietà; la mano dei cittadini, virtù fosse o paura (ma se virtù ci era, la paura vinceva di cento cotanti almeno), ricorreva più spesso al pugnale che alla forchetta mentre sedevano a mensa: finalmente, come Dio volle, per tutto il giorno e per la notte appresso non accadde altro strappo.

La mattina per tempo, radunato il consiglio in cotesti giorni cambiatosi, per opera principalmente di Francesco Burlamacchi, che per la prima volta ne faceva parte, i padri deliberarono si ordinasse che le armi si deponessero e tre dei più facinorosi si bandissero. La mala bestia della plebe presente il morso, per ciò recalcitra con tutte le forze; invano qualcheduno non cieco affatto contrasta, ella lo scaraventa da parte, e buon per lui se non gli passa sul corpo; e poichè il furore della plebe, se non le poni davanti un obietto da abbattere, svapora, sorse una voce che chiedeva aversi a castigare i Buonvisi, i quali prima aizzatori o soccorritori, ora sperimentano nemici, ed era vero: forse li mosse amore di giustizia, ma è da credersi poco, piuttosto io penso che lo studio del giusto fosse in loro mescolato alla cupidità di primeggiare, ed era considerando che su città ruinata altri non regna eccetto la desolazione, però intendevano preservarla; subito con urli selvaggi una frotta di furiosi domanda si atterrino i palazzi dei Buonvisi, tutta cotesta casata si cacci in bando; a questi urli contrappongonsi altri gridi non meno formidabili: «Lascinsi in pace i Buovinsi, a chi tocca loro un capello guai!» Sì, no, e in fondo ai discorsi brevi un lungo rompersi di ossa con pugni e con legni; vinse il partito degli assalitori, i quali per assicurarsi la vittoria andarono a pigliare le artiglierie del palazzo; la forza non valse a trattenerli, meno poi le parole; questi pezzi di cannone trainati a braccia tu vedevi qua e là roteare a mo' di paglie: se non che i Buonvisi non erano gente da lasciarsi cogliere alla sprovvista, anzi avevano fortificato mirabilmente il palazzo e riempitolo di molti uomini fidatissimi ed esperti nelle armi. La plebe, visto il palazzo irto di archibusi sporgenti dalle feritoie, fece come il cane intorno all'istrice, lo girò e rigirò e all'ultimo digrignando i denti andò pe' fatti suoi. Tuttavia, venuta la notte, i Buonvisi, persuasi di cedere al tempo, per amore che la città non s'insanguinasse si scansarono a Monte San Quilico, luogo quasimente su le porte della città.

Essendo impertanto risoluti gli anziani di dar fine ai disordini con qualunque partito, fosse pure insolito e straordinario, intimarono un'assemblea di capi di famiglia dei chiamati o no a formare parte del governo, e perfino preti, per trattare della salute della patria; sommarono i convenuti a 1500, a cui il gonfaloniere rivolto espose: «Non essere giammai corso tempo più calamitoso del presente nè mai la città avere avuto tanto bisogno come ora del consiglio e del soccorso di tutti i cittadini; però invocassero, prima di favellare, Dio, siccome faceva egli esclamando: _Domine, labia mea aperies_.» — Poi stato alquanto sopra di sè, riprese a dire, e non disse nulla, se togli che la città era condotta al verde, che il medico pietoso aveva fatta la piaga puzzolente e che ci bisognava provvisioni terribili; ma quali avevano ad essere e da quali eseguirsi taceva; invitati e supplicati gli astanti a palesare il proprio parere, uno su l'altro se la sgabellava peritandosi. Strano caso questo e da me come notato sovente, non ispiegato mai: se pigli uomo per uomo, ti accadrà rinvenirlo animoso e sapiente; metti insieme due o trecento uomini siffatti, e peggio se più, e piglieranno per ordinario deliberazioni codarde e stolte: sembra che a stare in gregge si diventi bestie; onde il titolo di onore _egregio_, il quale insomma che significa mai, se non fuori del gregge? Il cronista Civitali, da cui desumo questo racconto, forse per trafiggere la dappocaggine dei Lucchesi convenuti all'assemblea, scrive che _tacevano aspettando che altri incominciasse a consigliare, e però consigliavano i consiglieri a manifestare primi il proprio consiglio_[13]. Allora salì in bigoncia Bonaventura Michele e parve non orasse, bensì camminasse per mezzo alle uova, tuttavia, comechè velato, aperse il concetto che il palazzo avesse a munirsi di presidio capace di opporsi agl'impeti dei sediziosi; gli oratori che gli successero a mano a mano presero cuore e favellarono più aperto; un prete, il canonico Menocchi, riciso: all'ultimo uno avvocato, messere Cesare dei Nobili, il quale con lunga diceria espose che si sarebbe dato alla disperazione se non confidasse nella misericordia divina, la quale avendo tante volte salva la Repubblica, non poteva fare a meno di tutelarla anco questa: e prima di tutto si confessava della colpa di avere favorito le ragioni dei popolari come quelle che gli erano parse giuste, e di questo errore domandava a tutti umilmente perdono; e qui cavatosi dal seno un batolo di taffettà di seta nera, se lo cinse al collo in segno di pentimento, e non fu certo penitenza grave: soggiungeva poi le intemperanze della plebe avere trapassato ogni termine di possibile pazienza, onde l'avrebbe fieramente perseguitata, come prima amorosamente l'aveva protetta; e certo dopo tanta longanimità di perdono altro non restava che adoperare il castigo, al quale si sarebbe potuto dare mano se come avevano il volere così possedessero il potere: dunque qui voglionci armi provate e fedeli che, messe a presidio del palazzo, ponessero il cervello a partito di quaranta o cinquanta tagliacantoni usi a mandare a soqquadro la città per campare di rapina. Conchiusa la orazione, si levò uno schiamazzo di diverse voci, parte delle quali urlava: Non guardia! non guardia! ed altre all'opposto: Buon consiglio! buon consiglio! Ma il Boccella anch'egli popolano ricreduto sopra tutti bociava: E' voglionci un quattrocento soldati forestieri almeno decisi di mettersi allo sbaraglio, e per questo si mandi subito la proposta a partito; anch'io era dei loro, ma il soverchio rompe il coperchio, e questo stare continuamente su la corda non approda all'anima nè al corpo. Tutti gli aderenti suoi, che non erano pochi, gli facevano bordone: onde allora (come sempre avviene che ognuno porta acqua al mare) uno dopo l'altro conchiusero per la guardia; accesissimi a volerla coloro che più avevano palleggiato pel popolo, quasi studiosi di emendare il fallo e di farlo dimenticare: anco gli artieri dopo tentennato un pezzo convennero in questa sentenza; pure non si omettevano i supremi sforzi per contrastarla dai pochi faziosi i quali sentivano come cotesta legge era la corda che doveva stringerli al collo; se non che a sbigottirli e a disperderli valse una parola ad alta voce bandita da certo tessitore di drappi, forse detta per eccitarli a fare di tutto, la quale fu: «_Addormentati, destatevi_»; e tre volte la ripetè, poi tacque; ai sediziosi sembrò udire quasi la sentenza di morte, gli altri ne presero baldanza per mandare a compimento le deliberate risoluzioni.