Vita di Francesco Burlamacchi

Part 10

Chapter 103,534 wordsPublic domain

Prima di ripigliare il filo dei casi interni, a fine di chiarire quale e quanta parte dei cittadini appetisse novità e perciò fosse disposta a sostenere la impresa del Burlamacchi onde conseguire riforme nel reggimento, con pochi cenni mi sbrigherò ad esporre come e perchè i cittadini tutti avessero a desiderare di emanciparsi dalla subiezione imperiale. Già dissi del diploma di Carlo IV; adesso aggiungo come Massimiliano I imperatore, senza giudizio e senza danari, venuto in fantasia di pigliare la corona a Roma e forse anche il papato, di repente per suoi oratori domanda alla Repubblica imperiale di Lucca gli mantenga attorno a sè cento fanti per un anno, gli paghi venticinquemila ducati e per ultimo il deposito per le crociate e i giubilei. A Lucca parve essere pecora nella siepe; e poichè pecora non uscì mai dal pruneto se qualche briciolo di lana non ci lasciasse, così invia oratori a tirarsi i capelli co' ministri imperiali; e' la batteva tra il rotto e lo stracciato; assottiglia, assottiglia, più di cinquemila ducati non vollero da una parte dare nè dall'altra poterono prendere; e poi non isborsarono nè anco questi, chè allo imperatore saltò il ticchio di non andare più a Roma, e i Lucchesi procederono come costuma il marinaro, che, passato il pericolo, gabba il santo. Ma lo imperatore più tardi torna a spillare quattrini dai Lucchesi, non sapendo, per farne, a qual santo votarsi; le antiche ragioni non si potevano addurre, ne propose nuove: gli pagassero subito dodici mila scudi, ed egli avrebbe confermato loro i privilegi antichi. Piacque l'offerta, non il prezzo, e qui da capo il mercato giudaico; si convenne per novemila, ed egli da Padova con diploma ampissimo conferma l'antica libertà di Lucca, le concede facoltà legislative ed amministrative, autorità giudiziaria, il mero e misto impero; rinnuova le largizioni fatte a Castruccio, i privilegi di Carlo IV, renunzia all'annuo canone, il quale del resto non si pagava più fino dai tempi del vicario imperiale Guidone, e per ultimo enumera tutte le terre e castella che dovevano formare parte del dominio di Lucca senza darsi per inteso se per violenza o per trattato si trovassero in potestà altrui; e conchiude promettendo protezione e difesa con tutte le forze dello impero. Ma la protezione dello impero proteggeva poco; imperciocchè i Lucchesi, minacciati da Luigi XII, come quelli che procedevano parziali a Massimiliano, e quindi a lui ostili, ebbero di catti di comprare la protezione della Francia per trentaseimila tornesi, e loro non parvero troppi. A Massimiliano successe Carlo V, che di bene altri ugnoli si mostrò armato dell'avo suo; i Lucchesi gli spediscono subito oratori per tenerselo bene edificato e chiedere la conferma del diploma di Massimiliano. Il cancelliere Gattinara faceva cascare la cosa dall'alto: negozio grave questo; molta ma molta somma richiedersi all'uopo per ispianare le difficoltà. I Lucchesi sentivano venirsi addosso i sudori freddi e guaivano miseria; ma il Gattinara spietato gl'intronava sponendo come nella dieta di Vormazia, quando si fermò la lega col papa, persone intendenti avessero dichiarato che Lucca senza incomodarsi poteva contribuire per sua quota di spese fino a 40000 ducati; e poi a lui essere noto di certa scienza che a Luigi XII in più volte ne avessero pagati due tanti: ora volevano mettere Luigi a petto di Carlo? Costui non pastore, non padre, non re, bensì mercenario: e quanto a fede Carlo, prima di tradire la promessa, avrebbe fatto falò di tutte le provincia dello impero senza lasciarne pure una. I Lucchesi stretti alla gola lasciarono scappare la offerta di novemila scudi; il Gattinara, compreso da orrore per lo avaro sussidio, lungi da sè sdegnosamente lo rigettava; intanto correvano o piuttosto si facevano correre voci sinistre: due baroni, uno tedesco e l'altro spagnuolo, chiedevano Lucca in feudo e quattrini subito; lo imperatore risoluto a romperla con la ingrata città, di voce imperiale, coi fatti francese: allora i Lucchesi con le lagrime agli occhi offersero quindicimila scudi in tre rate di cinquemila l'una, che poi i mercanti lucchesi sottomano scontarono raspandovi su quattromiladugento scudi. I re tirarono e tirano sempre via; il popolo paga. In ghetto non si saria potuto negoziare meglio nè peggio di quello che lo imperatore e i Lucchesi si facessero. Nè si creda già che narrando io queste cose carichi le tinte; perchè trovi nelle storie che il povero Massimiliano ridotto al verde supplicava i Lucchesi di un migliaio di scudi per carità, ed i Lucchesi pur compiangendolo gli si buttarono in ginocchio davanti a mani giunte esortando che per amore di Dio non li ruinasse: quasi ruggine della natura lucchese in ogni tempo la spilorceria, sicchè fra essi corre un proverbio strano ed è «che per pigliare darieno il core.» Checchè sia del diploma di Carlo V confermatorio quello di Massimiliano, e sebbene gli imperatori che di mano in mano si successero non esigessero censo veruno per rinnovare le fatte concessioni, tuttavia Lucca fu considerata sempre feudo imperiale, di cui i privilegi potevano da ogni novello imperatore revocarsi, essendo _de iure_ feudale le concessioni temporanee e però obbligatorie solo durante la vita dello imperatore che le largiva o le confermava, e pure, avendo e cuore e fronte di affermarsi repubblica, questa catena al piede si portò Lucca fino al 1799.

In Lucca, come avvertimmo, essendo prevalsa al reggimento l'oligarchia borghese, bene si accontavano con essa taluni nobili: ma pochi fiori non fanno ghirlanda; i più restavano esclusi, fra questi i Poggi casata copiosa di uomini e di ricchezze; costoro, lontani dai maestrati per volontà altrui, dai traffici per superbia propria, si davano ad ogni ragione diletti ed anco capestrerie; ozio e potenza furono sempre mai supreme spinte a mal fare: a nuovi scompigli per causa loro andò soggetta la patria, e la cagione questa. Un Arnolfino protonotario apostolico standosene a Roma per tirare acqua al suo molino, ottenne dal papa il benefizio di S. Giulia giudicato dei buoni: i patroni del benefizio se ne arrecarono, e meritamente, e da per sè soli non bastando a far contrasto, ricorsero per protezione ai Poggi e l'ebbero; sicchè il rappresentante dell'Arnolfino quantunque, come prete, tenace a tenere i denti stretti, per timore di averne le ossa rotte, scappò; se il protonotario pestasse i piedi tu il pensa, e poichè ne mosse fiero lamento agli anziani, e' fu mestieri che questi ci pigliassero parte. Frattanto un Pietro dell'Orafo creatura dei Poggi, per favorire un materassaio, insolentiva contro la famiglia del vescovo: puniti entrambi, il materassaio obbedisce, l'Orafo no e se ne richiama ai Poggi, i quali infelloniti investono il palazzo della signoria e a coltellate ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; altri di loro, fatto impeto contro la casa di Lorenzo Arnolfino, e lui e il suo congiunto Pietro bestialmente feriscono; ciò fatto, circondandosi di scherani atterriscono gli anziani ed impongono sia eletto gonfaloniere Stefano di Poggio: comechè avessero la morte alla bocca, gli anziani rifiutano. Scesa la notte, attendono di qua e di là ad armarsi; ma scemano i partigiani dei Poggi e di tanto si accrescono i difensori della Signoria, che l'atrocità del caso a sangue freddo percosse la mente anco dei meno buoni: alla dimane gli anziani potevano vincere, pur non osarono, scesero a patti con gli omicidi ed impegnaronsi per fede a lasciare partirsi illesi dalla città Vincenzo e Iacopo dei Poggi, Lorenzo e Domenico Iotti perdutissimi giovani. Usciti costoro, si adunava la pratica, dove il vice-gonfaloniere Parpaglioni orando fervidamente conchiudeva si procedesse rigidissimi contro i rei tutti, il perdono concesso ai quattro come estorto dal timore si revocasse. I padri in parte accolsero la proposta, in parte no; i non perdonati si giudicassero, i perdonati lasciassersi stare, ciò persuadere la fama della Repubblica, austera mantenitrice della data fede. In guisa del tutto contraria a questa praticò la Repubblica di Genova co' Fieschi a istanza di Andrea Doria, ma Andrea troppo più prepoteva del Parpaglioni sopra la volontà dei cittadini; e poichè noi biasimammo cotesto atto, volentieri loderemmo questo altro, ma in coscienza non possiamo, imperciocchè dubitiamo forte che i padri a tale si conducessero per non parere vili volendo dare ad intendere che fosse da loro conceduto il perdono con libertà di consiglio; e poi se una volta data si doveva osservare la fede, giustizia di magistrato e costanza di cittadino persuadevano a non impegnarla mai senza causa degna: ancora, non ci riesce accozzare siffatta clemenza verso gli operatori della strage con la ferocia dimostrata contro i compiici loro, dei quali nove mandarono al supplizio, e sette erano dei Poggi; tra i giustiziati andò quello Stefano di Poggio che i padri commossi dalla troppa improntitudine dei faziosi rifiutarono gonfaloniere. I di Poggio continuarono ad agitarsi un pezzo, ma i moti loro erano di coda di lucertola separata dal corpo uno più languido dell'altro; alla fine quetarono.

Adesso vuolsi per noi raccontare la storia del tumulto degli Straccioni, come quella che ci sembra piena d'insegnamenti politici: e di un tratto notiamo che tale fu appellato perchè i tumultuanti tolsero per bandiera uno straccio di stoffa nera quasi segno della miseria che gli affliggeva e del cruccio dell'animo loro. Ormai regnava e governava Lucca l'oligarchia borghese, se non pessimo, certo uno dei più tristi reggimenti che si conosca: dura gente i mercanti, cui se o pericolo o concetto grande non agitino, cuore ed ingegno costringono dentro il cerchio breve di male appetita moneta. Primo scopo pertanto di lei durare al timone, onde, avendo il coltello pel manico, empiva le borse dei nomi loro e degli aderenti suoi; quindi in essa la facoltà di eleggere anziani, senatori e i magistrati tutti così dei minori come dei maggiori uffici, o direttamente co' propri voti o indirettamente creando i deputati preposti a nominare e ad ordinare i collegi: però innanzi tutto ella faceva la parte pei congiunti e per gli aderenti; caso ce ne avanzasse, andava in cerca di qualche citrullo nè carne nè pesce, ma non ce ne avanzava: la plebe escludeva perchè, superba, le sembrasse imbrattarsi a prenderla a parte del governo; escludeva i nobili perchè, paurosa, temesse rimanere soperchiata: oltre questo, precipuo scopo assottigliare i salari del popolo e più che poteva ridursi in mano ogni ragione di lavoro. Il gonfaloniere e gli anziani, correndo il 13 gennaio del 1531, commisero a sei cittadini che riformassero l'antico statuto dell'arte della seta, aggiungendo e tagliando quello che fosse loro parso utile o dannoso: ed essi adempirono il cómpito; se non che, mossi dallo scopo accennato di sopra, trafissero in più parti l'interesse del popolo: a quanto ci è dato conoscere, questo era quello che maggiormente offendeva: la facoltà tolta al popolo di lavorare seta col suo telaio in casa; l'ufficio del marchio su le pezze levato dalla corte dei testori; il prezzo diminuito alle opere in mal punto, conciossiachè grande angustiasse a cotesti tempi la carestia il popolo e quotidianamente crescesse. Il popolo, secondo il solito, guaiva, qua e là in capannelli si adunava e sbuffando smetteva i lavorii; i governanti, secondo il solito duri finchè non mirino il diavolo nel catino intorandosi dicevano: si osservasse appuntino la legge, chè cassarla o riformarla adesso gli era come darla vinta al popolo con iattura inestimabile dell'autorità ed esizio del reggimento: intanto i nobili e gli altri esclusi, infiammati di carità pelosa, soffiavano in cotesto fuoco compassionando al popolo; lo tempestavano dicendo ch'egli aveva ragione da vendere, ma che badasse a non farsi mangiare come le ciliege una dopo l'altra; nell'unione stà la forza: ora il popolo non intese a sordo, però mandato attorno lo invito, si radunò il primo di maggio nella chiesa di San Francesco, dove aveva altare; e poichè si trovò in maggior numero di quello che avessero i capi presagito, questi deliberarono recarsi nel chiostro maggiore del convento di Santa Lucia: quivi tutti a parlare, a interrompersi, a contradirsi; sentenze e voci diverse e un brontolío come di caldaia quando spicca il bollore. Matteo Vannelli capo maestro vedendo che la veglia passava in accordature, recatosi sulla predella dell'altare di S. Lucia così favella: «Orsù azzittatevi ed uditemi, chè a questo mo' voi discorrete a vánvera: quanto sia iniqua la legge che ci hanno messo addosso, inutile dire; pertanto stendiamo una bella e buona scrittura dove si leggano specificati tutti i gravami che la legge ci porta e domandiamone la emendazione; poi non sarà male metterci in fondo a mo' di rammarichío che gli avi consideravano gli operai come cristiani battezzati e fratelli da sovvenire sempre bene inteso col loro vantaggio, non già come santo Bartolommeo da scorticare con danno di loro e nostro; e ora che ho detto la mia, venga altri a dire meglio di me, chè io ci avrò gusto.» Ed altri invero parlarono, ma non aggiunsero un filo alla trama, onde i convenuti gridarono: «Andiamo al grano!» E così deliberata la supplica, elessero diciotto capi maestri tessitori, chiamandoli capitani, affinchè la presentassero e con quelle più accomodate parole che sapessero raumiliassero i padri, onde essi perseverassero nella umanità di cui avevano dato saggio pur dianzi, quando per sovvenire il popolo dalle angustie presenti gli concessero la proroga di quattro mesi a pagare i debiti. I capitani, accettato lo ufficio, prima giuraronsi unione e fede, poi s'incamminarono al palazzo, dove presentarono la supplica: il gonfaloniere Martino Cenami, uomo dabbene, gli accolse con miti parole, e comechè dichiarasse segno di contumacia e quasi di fellonia essere stato il costoro ritrovo in Santa Lucia, nondimeno li confortava a starsi di buon animo, chè sarebbero stati consolati: ond'eglino, scusandosi non avere mai inteso offendere la legge per dolo ma bensì averla per ignoranza trasgredita, si ritirarono; e forse per allora a cotesto modo si rassettava la cosa, se, dopo partiti, gli anziani continuando i ragionari sopra quel successo, Fabrizio dei Nobili agramente riprendendo la mansuetudine del gonfaloniere, non fosse uscito fuori con queste parole: «Signori miei per guarire a costoro il mal del capo ci vorrebbe un recipe di capestri.» Di che turbatosi Matteo Vannelli, che a sorte ci si trovò presente, raunato il popolo, lo ammonì a non addormentarsi in grembo a Dalila; per la quale cosa il popolo bandì un'altra radunata pel giorno di poi più solenne di quella già fatta: se riuscisse maggiormente solenne male possiamo affermare, certo ella fu più numerosa e più sediziosa; però che la gioventù, correndone la stagione, si era dilungata per la campagna a cantare il maggio, ma questa volta non con cembali e pifferi nè con arbori ornati di nastri e di fiori bensì con picche, alabarde, corazze, elmi, tamburi, come se andassero a battaglia ordinata non già a festa: e' fu ossentazione di terrore e minaccia, non offesa, dacchè dal negare reverenza ai maggiorenti nei quali occorrevano e dallo squadrarli torbidi con l'aggiunta di qualche bottone in fuori, non torsero un capello a persona; anzi essendosi dibattute in costoro Biagio Mei cittadino di alto affare, questi li riprese un cotal poco acerbo: «Giovani, giovani, non si va fuori per sollazzo con armi parate a nocere; andate su presto a deporle, se pur non volete che qualche stroppio vi accada.» I petulanti giovani si contentarono rispondergli: «Va per le tue carabattole, vecchio, chè a noi quello che piace e giova vogliamo fare.» Ora questa frotta di giovani, a quel mo' abbigliata, venne con infinito schiamazzo ad ingrossare l'adunanza, e con essi di ogni maniera operai, i quali non furono reietti, all'opposto accolti a braccia quadre, avendo inteso che gli anziani avessero spedito in montagna perchè le squadre si accostassero alla città e dessero spalla al bargello per farne una funata.

I padri, vedendo crescere la tempesta, deliberarono mandare alla volta del popolo quattro commissari per abbonirlo: cessasse il tumulto; quanto aveva chiesto essergli stato largamente concesso; sul passato si mettesse una pietra. Giunti però i commissari nella piazza di San Francesco, ecco si videro accerchiati da una torma di furiosi i quali, strabuzzando gli occhi, luridi e ignudi nelle membra, scarmigliati i capelli, con le mani in alto, sbarrata la bocca ululavano: «Pane! pane, cani!» E cominciava la faccenda ad abbuiarsi; per lo che quanto più in fretta poterono accostaronsi all'altare, dove i commissari Ludovico Bonvisi e Battista dei Nobili favellarono poche e scucite parole; più efficace Giambattista Minutoli orò in questo senso: «Cittadini dabbene, che armi? che minacce sono queste? Volete buttare all'aria la libertà? E allora fatelo senza tanti arzigogoli, ma avvertite bene, per tôrre un occhio a noi, voi verrete a cavarveli tutti e due; perchè in verità io per me nel contegno vostro non mi ci raccapezzo. Voleste la proroga per soddisfare i debiti, e l'avete ottenuta; vi doleste del caro dei viveri, e per quanto stava in noi vi abbiamo sovvenuto; le riforme intorno l'arte della seta vi davano fastidio, e noi le abbiamo casse; alla maestà della legge contraffaceste e continuate a contraffare, e di questi malefizi i padri vi largirono perdono e ve lo rinnovano per mia bocca, compreso il presente. Ora dunque di che vi dolete? Di gamba sana? Dubitate per avventura della fede nostra? Mi amareggia supporre simile sospetto: ma, ad ogni modo, noi non offende, e voi avete torto; imperciocchè se alla Repubblica nostra si può movere appunto, egli è preciso per la tenacità sua talora soverchia ad osservare la fede data; e valga il vero, per non portare qui in mezzo troppo antichi esempi, chi di voi non ricorda la osservanza dei patti ai Poggi omicidiari sacrileghi e sovvertitori delle sacre leggi della libertà? Sicchè se avete nuove cose a chiedere, palesatele, onde noi vediamo se sia spediente concederle; se poi non le avete, allora quetatevi ed attendete ai lavori consueti, chè con questo sciopero per ogni dì che passa ne va un tesoro, e a voi troppo più che a noi.»

Il popolo rispose che veramente si fidava poco: intorno al caro forse i padri avranno creduto provvedere, fatto sta che i fornai dispensano tuttavia ai poveri pane di vecce, e in testimonio sporgevano un tozzo, dicendo che ne cibassero per giudicarne a prova, sicchè al Bonvisi toccò ingozzarne due bocconi che dichiarò stomachevoli: però su questo punto fu promesso solennemente si sarebbe apportato rimedio davvero; il marchio delle pezze si rese alla corte dei testori; ad ogni operaio fu concesso lavorare col suo telaio e per conto proprio; quanto a prezzo della stoffa grave andante arieno avuto per la tessitura sei bolognini a braccio, eccetto damaschi e roba a colori, chè allora si sarebbero portati fino ad otto e, secondo la qualità, anco a dieci ed a dodici rispetto ad ermesini e a taffettà, dei larghissimi a un colore dieci bolognini; a più colori undici. Di dolci parole non si fece a spilluzzico, sicchè anco per questa volta il popolo se ne andò a casa lieto e contento.

I nobili esclusi dal reggimento, non pochi dei borghesi venuti avanti per subiti guadagni, e i caporioni della plebe, come quelli a cui pareva avere insaccato nebbia, vivevano di pessima voglia: tornando a mettere su il popolo, temevano dare a conoscere troppo che lo facevano per voglie ambiziose e avare, e quindi ritrarne beffe e danno; ma stillando la cosa, conobbero che del modo di assicurare il popolo non si era parlato e tornava inutile parlarne, imperciocchè tale che appagasse riusciva impossibile trovarsi; di qui pertanto presero partito per sommovere gli animi appena tranquilli del popolo: «chi compra dalla pazzia ha per giunta il pentimento, susurravano attorno; per che vi siete lasciati aggiundolare dai caporali vostri che sanno di melone lontano un miglio. Chi assicura il popolo di non pagare lo scotto all'oste? I bietoloni che sputano tondo sacramentavano non ci vedere modo di scavare una guarentigia, mentre bastava volerla perchè da sè ci cascasse in mano: sicuro! finchè la medesima gente regge non ci è salvazione, ma questa gente non diciamo già si cacci via, ma cessi di governare sola, si allarghino le borse degli eligendi: perchè esclusi parecchi nobili per censo e per gesti preclari? perchè non si contano nulla i borghesi più utili e più ricchi di tanti altri fanulloni da molto tempo abilitati agli uffici? E plebe o non plebe, che significa questo nelle repubbliche? Non siamo uguali davanti alla legge? Non dobbiamo tutti avere parte così agli onori come agli oneri dello stato? E perchè la plebe porterà sempre il vino e beverà l'acqua? Ad ogni tratto che al popolo piaccia gitta un plebeo su la piazza o sul campo da disgradare Tullio o Cesare. Allargandosi il governo e mettendoci dentro le persone di sua fiducia piena, il popolo conseguiva la sicurezza che leggi in suo detrimento non se ne sarebbero deliberate, e alla men trista, avvertito in tempo, avrebbe fatto stare i legislatori in cervello.» Di qui nuovi assembramenti e nuove richieste, non enormi certo nè ingiuste; tutto altro: ma pretendere a forza convertito in legge su nel palazzo quanto si delibera in piazza è morte espressa di ogni reggimento civile; meglio vale buttare giù il governo per rifarne un altro. Il consiglio messe a partito le leggi, rimasero vinte tutte: invece di 30 i consiglieri furono 40 per terziero, in tutto 120; non ce n'entrasse più di 3 per famiglia; proibito il cumulo degli uffizi; fatto posto a ben trenta popolani; ai filatori data facoltà così di vendere come di comprare sete crude; rinnovasi e con solenni riti si giura la promessa del perdono.