Vita di Andrea Doria, Volume II
Part 21
Per buona fortuna Giovannandrea non era perito nè caduto nelle mani ai Turchi: dopo essersi salvo su la barchetta a terra, si strinse a parlamento col Duca, don Alvaro Sandè, e il Commendatore Guimerano. Il Vicerè ondeggiava tra il senso dei patiti infortuni e la superbia spagnuola, la quale gli aveva persuaso di ributtare i consigli di Giovannandrea non poco a lui dispari di grado, moltissimo di anni; tuttavia adesso, comecchè riluttante, ci si piegava. Giovannandrea pertanto disse, che al punto in cui essi si trovavano condotti, prudenza suprema era non averne alcuna, doversi commettere in balía del caso per tentare di uscire ad ogni modo di costà, e questo avere divisato di fare col buttarsi dentro una sottile saettía, e cacciarsi in mezzo ai nemici; non gli opponessero essere cotesto arrisicato partito; saperselo egli primo; però non disperato, ed una via di salute lasciarla, mentre restando lì chiusi, ed ogni giorno stremando, tornava lo stesso che darsi per morti. Dove la fortuna secondasse il disegno di condurli incolumi traverso l'armata turca, si saria dato d'intorno a raccogliere le galee salvate, armarne due di suo rimaste a Malta, avvertire del successo l'avo Andrea, perchè non istesse più in pensiero, e quante galee erangli rimaste a Genova gli spedisse; parergli spediente, che il Duca si studiasse di fare altrettanto in Sicilia, senza turbarsi dello accaduto, perchè ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e viceversa: così l'audacia rimette in bilico la bilancia se pencola: dunque la migliore delle consulte adesso stare in questo, che, tronco ogni consultarsi, si gittasse il dado: o asso o sei. Don Alvaro Sandè, riputatissimo uomo di guerra, pigliando a parlare dopo Giovannandrea, disse con parole succinte, che il giovane principe aveva ragione da vendere, per la quale cosa, buttati lì i ciondolii, si attese ad ammannire la fregata e i rematori di maggiore lena.
Appena si sparse la fama di cosiffatta deliberazione, ecco una frotta di uomini, non mica dei vulgari, bensì cavalieri di alto lignaggio e di bella fama acquistatasi nella milizia, accalcarsi intorno al Duca, smaniando per volere essere con lui: ci adoperavano umili preci, ma così focose e smanianti, che bene si conosceva se respinte sariensi mutate in minacce; solo stava in disparte don Alvaro senza far motto, e quando il Vicerè gli ebbe domandato se anch'egli si volesse partire, il valentuomo rispose queste nobilissime parole: «anzi, se così piace alla Eccellenza vostra qui rimarrommi in servizio di Dio e del Re, e per non separarmi dai compagni, i quali in questa come in altre imprese con tanta fede mi hanno seguitato: fo voto a Dio, che mi parrebbe atto da marrano non già da cavaliere lasciarli soli, senza guida in mezzo a pericoli così manifesti: comuni avemmo sul cominciare della guerra le speranze, comuni dobbiamo avere i rischi nel terminarla; pari fortuna ci salvi, o pari fortuna ci spenga: però voi, mio signore, pensate, che dalla salute vostra molto dipende che ci possiamo salvare anco noi.»
Queste parole, in altra occasione pronunziate, arieno senza fallo avuta virtù di avvampare la faccia dei cavalieri spagnuoli, per costume spavaldi piuttostochè alteri, ma in quel punto paura vinceva vergogna, che l'uomo va decoroso per varia maniera di coraggi, nè quegli che più si mostra avventato nelle zuffe, possiede maggior copia di cuore, e molto in costui col raffreddarsi del sangue svapora l'animo.
L'effetto di questi tramestii fu, che invece di allestire una fregata se n'ebbe ad apprestare nove, e quando nella notte si mise il buio fitto si avventurarono alla rischiosa navigazione: procedevano cauti scansando dalla lontana qualunque oggetto desse loro ombra, così dopo lungo avvolgersi speculando dintorno, e poi riunendosi per avanzare di conserva vennero a perdere gran parte della notte, per la quale cosa Giovannandrea, misurando prossima l'alba, ordinava stornassero, e, come a Dio piacque, afferrarono il lido due ore innanzi al dì: non per questo egli si mostrava rimesso nell'animo: al contrario pieno di speranze lietissime, perchè nel primo tentativo non gli si fosse parato dinanzi ostacolo di sorte alcuna. La sera seguente nella medesima ora del giorno prima tornarono ad imbarcarsi, e provando adesso la fortuna benigna poterono, senza incontrare cosa molesta, ridursi a salvamento in Malta. Lo scrittore della Monografia di questa sventurata impresa conchiude il capitolo diciottesimo della sua narrativa con le seguenti considerazioni, le quali non potendo io rinvenire più accomodate all'uopo, nè sapendo con migliori parole significare, riporterò quasi a capello: «qui si possono considerare quanto sieno instabili le cose della fortuna, vedendo poco innanzi due Generali, uno di esercito di terra, l'altro di un'armata di mare, essersi partiti dalla cristianità con tante pompe, e poi essere giunti nel paese nemico, aver posto di colta tanto terrore, che Re, e capi di provincie, et genti vennero, et altri mandarono loro ambasciatori a sottomettersi a loro nome. Et adesso in una piccola barchetta essere forzati a fuggirsene in pericolo di annegarsi nel mare, et in pericolo di essere presi e fatti schiavi, non solo dall'armata turchesca, che ivi era, ma da ogni piccolo corsaro, ch'essi avessero incontrato per cammino.»
Mentre Andrea Doria a Genova, aggomitolato dentro un seggiolone a bracciuoli, col capo chino sul petto, e gli occhi chiusi, pativa la crudele battaglia, che gli toglieva le forze estreme della vita, nè per altro sembrava vivo, che per un rado sollevarsi del seno, ed un respirare a lunghi tratti affannoso, ecco fulminare dalla lontana un corriero, che al portamento, e agli atti si accenna annunziatore di liete novelle: i servi non attesero altro e si cacciano su difilati per le scale, gli precorre un Antonio Piscina familiarissimo di Andrea, il quale gli si accosta in punta di piedi, e toccandolo lieve lieve sopra la spalla, gli susurra nell'orecchio: «un corriero...» Andrea sollevato il capo spalanca gli occhi e domanda: «che nuove?» E il Piscina «per la Dio grazia, buone.» Intanto sopraggiunto il corriero mette le lettere in mano ad Andrea, da per sè egli le volle leggere, ma non gli bastando la vista, le prese il Piscina, che in fretta gliene disse il contenuto: allora gli astanti, attoniti per la maraviglia, mirarono Andrea levarsi in piedi senza aiuto di persona, e udironlo, che alzate le mani al cielo esclamava: «O Dio! O Dio! gran mercè!»
Poi ricadde sfinito. Il ventidue di novembre, non si trovando balía da sorgere da letto, si volle acconciare delle cose, che si dicono dell'anima: verso la mezzanotte del giorno ventiquattro, che fu domenica, chiamato a sè dappresso il Piscina, gli mormorò con piccola voce: «sentirsi venire manco, ed ormai non nutrire fiducia di rivedere il nipote come avrebbe pur troppo desiderato, però egli da parte sua come novissimo avvertimento tanto gli raccomandasse: non si partisse mai dal servizio di sua maestà cattolica: avesse a cuore la Patria, ed in qualunque tempo con ogni sua possa la servisse: il piccolo tosone di oro gli ponesse accanto nella sepoltura, il grande poi riportasse in Ispagna, così parendogli ben fatto.» Dopo queste parole tacque, e di minuto in minuto venendo meno proprio come lampada cui l'olio manca, si spense il lunedì venticinque novembre 1560 di novantatrè anni, undici mesi e venticinque giorni.
Leggo nel Sigonio, come Andrea udisse quotidianamente la messa, e recitasse l'ufficio della Madonna, e i sette salmi penitenziali; ed altresì leggo nel medesimo scrittore, come le parole ultime bisbigliate da lui fossero: «_super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem_.» Quelle desse, che papa Alessandro III si dice che pronunziasse mettendo il piè sul collo a Federigo Barbarossa. Se così fu, ipocrite erano le pratiche religiose, perchè persuase dalla volontà, mentre l'anima presso a morte, ormai in balía di sè stessa, mulinava concetti di superbia o feroci.
Il commendatore Figuerroa oratore di Spagna presso la Repubblica di Genova, e Adamo Centurione, fecero aprire il testamento per sapere in che modo gli avessero ad ordinare l'esequie, e trovarono sua volontà essere, che di notte in san Matteo lo trasportassero, e senza pompa lo seppellissero, e così eseguirono. Dopo tornato Giovannandrea a Genova, la Signoria, con pubblico decreto, gli statuì funerali magnifici, dei quali, se te ne piglia vaghezza, troverai la descrizione negli storici dei tempi.
Costume di cui dettava vite fin qui, fu di mettere in fondo la notizia delle qualità dell'uomo così fisiche come spirituali, e i detti o arguti sentenziosi dei personaggi argomento delle loro scritture. Di Andrea Doria, nel corso della presente storia, ne riportammo parecchi, cosicchè noi ci possiamo passare di questo carico, senza tema di venirne appuntati. Delle sue sembianze meglio delle parole assai ragguaglierà la immagine, che, diligentemente incisa, verrà posta, mi giova crederlo, a principio del libro; pure ricordo che fu alto, complesso e forte di membra, di carne piuttosto scarso, e nello andare degli anni più segaligno che mai: faccia ebbe pensosa, e mesta, e forse anco un po' sinistra: aggrondate le sopracciglia, la bocca stretta, i labbri sottili: favellava rado; le più volte breve, e se talora il suo modo di ragionare più largo, nondimanco usciva sempre stringato, senza troppo, come senza vano: della sua pretesa dottrina parlammo di già; fu vago di arti a mo' di tutti i principi vissuti in quei tempi, ma non in guisa da reggere il paragone co' Medici, co' D'Este, nè co' Farnesi: prodezza ebbe molta, ma più che prodezza callidità, e s'intende, solo che tu pensi, com'egli, facendo la guerra, ci mettesse galee di suo: però vuolsi confessare che, dopo la tarda deliberazione, si mostrò sempre nello eseguire prontissimo e audacissimo. Della sua sobrietà fanno testimonianza i novantaquattro anni di vita vissuti senza quasi malattia, virtù anco adesso tanto più notabile, quantochè i beneficati dalla fortuna reputino lo stravizio quasi privilegio della loro condizione, a quei tempi poi rarissimo e con esizio della propria salute posero esempio d'intemperanza, oltre a Carlo V, il figliuol suo Filippo II, a cui il sangue s'infracidò per maniera che morì di ftiriasi, male pedicolare, e, per dirla più alla casalinga, i pidocchi se lo mangiarono vivo; don Pietro da Toledo, quel desso che presumeva piantare a Napoli la inquisizione di Spagna, venuto a Firenze in corte del duca Cosimo suo genero, vi morì per indigestione di beccafichi, e lo stesso Emanuele Filiberto, mangiando a macco, e bevendo vini fumosi di Spagna, di tanto inaspriva la malattia di fegato ereditaria nella famiglia di Savoia, che cessava di vivere a cinquantadue anni. Della pertinacia sua non parlo, però che sia dote antica dei liguri; insomma gli arnesi per diventare personaggio supremo, e liberatore della Patria, anzi redentore della Italia, egli possedè tutti; gli mancò il concetto: scuse alla mancanza forse gli sono, piuttosto gli possono essere, la gioventù logorata nel servizio dei Principi, la mala opinione che nelle Corti si acquista degli uomini e della umanità, la cura mordace non meno che vulgare dello stato suo se non povero, assai prossimo alla povertà, in che nacque: e quel doversi sempre appoggiare su gli altri per sostenersi o per crescere. Quando poteva fare da sè, egli, come si dice, aveva messo il tetto, che nel ventotto contava ormai sessantadue anni, e nel ventinove, compiendo il suo palazzo in Fassuolo, si confessava (facendolo incidere nella fasciatura marmorea, che tuttavia si vede traverso la facciata di quello) dalle fatiche affranto: forse e senza forse questo non era vero; vero piuttosto questo altro, che nè anco allora era padrone di sè, e gli bisognava andare a' versi fuori di casa con Carlo V, e in casa con la Signoria, e i Nobili potenti quanto lui, se non più di lui.
A Genova basti che Andrea Doria fu tale uomo, di cui ogni città potrebbe meritamente gloriarsi, siccome andarne altero qualunque lignaggio, ma non si dica Padre della Patria, nè restauratore della Libertà: questa laude divina è dovuta a pochi, per lo più infelici nei magnanimi conati; i quali pagarono l'alto ardimento con la vita, e, dolore troppo più acerbo! con la lunga infamia dal secolo servile imprecata alla loro memoria. Carità pertanto non che giustizia vogliono, che questo lauro con religioso zelo si educhi unicamente sopra la tomba di quelli. Ospite grato a Genova, non penso demeritare di lei, togliendo, giusta la mia estimativa, quello che ad Andrea Doria non si deve, e largamente consentendogli il dovuto. Troppo oggi i Liguri intendono libertà che sia, e sanno insegnare altrui com'essa consista principalmente, dentro, nello esercizio dei diritti civili comuni a tutti i cittadini, e fuori, nella potenza della Italia unita sotto un governo solo senza pure ombra di miscuglio di signoria straniera, perchè piglino in mala parte il niego che faccio di liberatore della Patria ad Andrea Doria, che Genova mise in mano all'aristocrazia, e nè manco a tutta, e la rese, se non serva, vassalla di Austria e di Spagna, per sovvenirle, pagato, a mantenere in servitù popoli e stati così italiani come fuori d'Italia. Toccarono ad Andrea i premi della vita, dovizie, gaudio del comando, sorriso dei padroni, piaggerie di servi, vendette su i nemici; giusto è che non usurpi agl'infelici più magnanimi di lui i premii della morte.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
NOTE:
[1] Il Sagro fu un pezzo di artiglieria da campo; gittava da otto a dodici libbre di palla; chiamavasi ancora quarto di cannone, e il nome, siccome alla più parte delle artiglierie di allora, gli veniva da un uccello di rapina.
[2] Brantôme, _Vie d'André Doria_: — «Jeannetin Doria qui de son temps feut le plus diligent capitaine de mer que on eust sceu voir.» —
[3] Ho reputato spediente sopprimere le citazioni della più parte degli scrittori e delle carte donde ricavo i fatti per tessere questa storia; ma, venendo ora la lode della virtù del Doria da persona certo non ligia nè dipendente, mi sembra bene riportarla.
Alfonso Ulloa nella _Storia di Carlo V e de' suoi tempi_ così racconta: — Nel che si vide chiaro il valore e la fede di quel principe, il quale havrebbe potuto salvare tutti i suoi legni, senza perderne pure uno; anzi, se bene vide la fortuna, non volle mai che le sue galee si movessero da cotesta spiaggia, acciocchè lo Imperatore non fosse abbandonato in terra e così commise a Giannettino Doria, che per niente non si movesse da quel luogo, sebben sapesse perirvi con tutte le galee, ma che stesse saldo mentrechè lo Imperatore era in terra; epperò gli toccò quel gran danno, essendosi potuto rimediare, andando alla volta di Busia come fecero molti. — Venezia, 1606, p. 117 retro.
[4] Siccome io scrivo pel popolo, così mi sembra fare opera meritoria strappare di dosso ai superbi l'ammanto di gloria di cui i viventi codardi, e la storia mentitrice anch'essa gli hanno coperti per mostrarli nella loro meschina nudità. Già altrove notai come questo magno imperatore tremasse alla vista di un topo; ed anco ho detto come lo agguindolasse l'astrologo Cornelio Agrippa; ora udiamo della sua ghiottornia: — Nel mangiare ha S. Maestà sempre eccesso.... la mattina svegliata ella pigliava una scodella di cappone pesto col latte, zucchero e speziarie, poi tornava a riposare. A mezzogiorno desinava molte varietà di vivande, et poco presso vespero merendava, et all'hora di notte se ne andava alla cena mangiando cose tutte da generare humori grossi et viscosi. — Badovaro, _Notizie delli Stati e Corti di Carlo V imperatore et del re cattolico_ ms.; e altrove: — disse una volta al maggiordomo Monfalconetto con sdegno, che aveva corrotto il giudizio con dare ordine a' cuochi perchè tutti i cibi erano insipidi, dal quale le fu risposto: — Non so come dovere trovare più modi da compiacere alla Maestà vostra, se io non fo prova di farle una nuova vivanda di _potaggio_ di rilogi (minestra di orologi), il che la mosse a quel maggiore et più lungo riso che mai sia stato veduto in lei. — Badovaro, _loc. cit._ — Ho detto eziandio che l'abuso della cioccolata, rara cosa a quei tempi per guisa che la chiamassero _teobroma_ o bevanda degli Dei, valse non poco ad affrettare la demenza malinconica che lo sorprese negli ultimi anni della sua vita, ingenita in lui per gli umori di sua madre Giovanna la _matta_. — Invano il cardinale Loaysa, con onorevole franchezza, assai lo riprendeva in confessione di questa sua ghiottoneria, affermandogli che gioverebbe troppo più alla salute dell'anima astenendosi da questo peccato, che col darsi la disciplina. Miseranda cosa era vedere come Carlo, in onta a questo maligno appetito, ottenesse agevolmente la dispensa di digiunare; e non si sforzasse di risparmiare più alle sue spalle castigando da vantaggio lo stomaco; innocenti quelle; questo peccatore. Avido di alici, di pasticci di ranocchi e di anguille, ne mangiava a sazietà sotto gli occhi del medico. — Così il Prescott nella vita di Filippo II al cap. _Ultimi giorni di Carlo V_. Emularono i Borboni questa gloria di casa di Austria e la superarono. Luigi XIV teneva cibi da divorare in ogni stanza del suo palazzo, ed eziandio nelle camere da letto delle sue regie baldracche: il suo _en cas_ non differiva dalla colazione di Carlo V, dacchè dopo cena ei si facesse apparecchiare una ciotola di brodo ristretto, un cappone, ed una boccia di vino accanto il letto, caso mai nella notte lo pigliasse un po' di languore.
[5] Si fa testimonianza eziandio di un terzo assalto; qui fu, che venne in fama Segurana, donna del popolo, per le sue mirabili prove di valore; era di età matura; 37 anni ella contava, forte di corpo, ma brutta, sicchè l'appellavano _donna maufacia_; ciò non vieta che poeti e pittori la possano anzi la devano abbellire. Ella di mano propria presa una insegna francese la piantò a ritroso su le mura; tanto fece una donna italiana, e appena si rammenta: trecento diciassette anni dopo un conte piemontese, Cammillo Cavour, di mano propria piantava sopra le medesime mura pel suo verso la medesima insegna; e lo invidiavano tutti: e questo si chiamò rigenerare l'Italia. Ahi Dio! Il Monfort non capitolò, bensì si chiuse nel castello col Simeoni scansando armi, munizioni, e perfino le campane dalla città.
[6] Egli si trovava nel 1535 a Tunisi, e fu tra i principali a impadronirsi del Castello, e a ributtarne il Barbarossa; onde rimase agevolata la vittoria dello Imperatore.
[7] Di qui si conosce quanto sia falsa l'accusa che mette innanzi il Brantôme quando afferma che il Barbarossa non volle assalire Andrea quando con _quattro_ galee andò a traverso su la spiaggia di Villafranca, nonostante le supplicazioni del Polino, allegando non si potere a cagione dello scilocco contrario, e ciò per rendergli la pariglia per avergli Andrea fatto spalla alla Prevesa.
[8] Questo afferma unico il Sigonio nella vita di Andrea, ed aggiunge che ne accattò dagli amici genovesi.
[9] _Cariatidi_ sono le figure, che si pongono sotto gli architravi; di queste narra Vitruvio come Caria città dei Peloponneso per essersi collegata co' barbari contro i Greci, questi per vendetta la espugnassero, e trucidati gli uomini menarono le donne in servitù. Gli architetti del tempo per eternarne la infamia posero le immagini delle medesime nei pubblici edifizii a sostenere architravi o simili in atteggiamento di cui si tribola sotto un peso soverchio.
[10] Gli scrittori parziali al Doria, per attribuire alla congiura di Gianluigi cause prave, lo assicurano povero. Lo Scarabelli dice aver letto nello archivio mediceo una lettera di B. Buoninsegni del 16 Giugno 1547 donde resulta, che la casa Fiesca non godesse di rendita annua oltre agli ottomila scudi di oro: le sono fandonie; ebbe dominio su trentatrè castella, e la madre massaia, vissuta durante la minorità dei figliuoli a Montobbio, con gli avanzi fatti pagò i debiti creati dal marito per menare larga vita, tra gli altri quello di dodicimila scudi d'oro pagati al duca Francesco Maria Sforza per la investitura di Pontremoli.
[11] Lettere stampate dal signore A. Olivieri bibliotecario della Università di Genova in appendice alla congiura di Gianluigi Fiesco dettata da Lorenzo Cappelloni; la quale insomma è frammento della vita scritta dal medesimo autore di Andrea Doria: le si hanno meritamente in molto pregio, e più l'avrebbero se fossero ridotte a buona lezione. Questo il tratto a cui si allude. Lettera di Raffaello Sacco al magnifico messere Pierfrancesco Robio Grimaldo del 9 luglio 1547, 3 giorni prima il supplizio del conte Girolamo, del Verrina, e del Cangialancia: — ho inteso che Verrina vuol persuadere, ch'io sia stato l'autore del disordine seguito, e non lui, parendogli che per la comune inclinazione si ha contro i Savonesi gli sarà facile, giusto che vede esser morto Vincenzo Calcagno qual poteva ben chiarire la verità, e che io sono assente. — E qui si offre mostrare la innocenza sua, e la colpa del Verrina.
[12] Da una lettera di Gianluigi Fiesco al duca di Piacenza del 17 aprile 1546 si ricava: «essere venuto di certo Giannettino dove a suo giudizio deve averlo disservito presso l'Imperatore, perchè il principe Doria gli ha partecipato la maraviglia di Cesare per l'acquisto delle galere _senza sua licenza_, e il divieto di mandare la quarta in corso, e tutto ciò perchè non possono patire ch'ei sia servo del Duca, e lo insidiano per recargli danno.»
[13] Fed. Federici. Della famiglia Fiesco, Genova, Faroni.
[14] Veramente nella vita di Cosimo scritta dal CINI trovo, che da lui furono date prove più splendide di devozione: — «il duca al primo avviso ha spedito quattro colonnelli, Otto da Montauto, Chiappino Vitelli, Giordano Orsino, e Lucantonio Luppano per soldare 4000 fanti scelti; e già avendone la metà imbarcati con la reputazione di quelle armi e con la offerta di maggiori forze, bisognando, fu non piccola cagione di spaventare i Napoletani dal persistere nella quasi cominciata ribellione.» — Lib. III, pag. 149. Giunti.
[15] «Saturnus genitor dominus ab Jove receptus tibi annos pollicetur 70 vel _circiter_... mors tua erit _naturalis_, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu catharrali suffocatione _ob nimium coitum post crapulam_. — Luna cum nodom eridiano in signo Scorpii praecavendum admonet, ne in _scabiem gallicam_ dilabaris. Eris ad venereas illecebras solito proclivior. — Ad _quamlibet venerem solito proclivior_. — Venus tibi gaudia et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dummodo nimiam bibitionem, crapulam crebram, sive nimium coitum effugias — ne in alterationem incidas, aut gonoream, idest humani seminis effusionem, et cruciatus renales, cum aliquali dolore podagrico.»