Vita di Andrea Doria, Volume II
Part 20
Declinando il febbraio, le galee arrivarono alla Isola delle Gerbe, dove di colta sorpresero due navi turchesce, che venivano, di Alessandria, le quali postergato ogni pensiero di pubblica utilità, i nostri corsero a predare; la prima sorgeva alla bocca della Cantara dentro il Canale, dove, paurosi di dare in secco, peritavansi tutti ad inoltrarsi, eccetto Don Sancio di Leiva, che avendo a bordo pilota turco pratichissimo dei luoghi, lo condusse per un sentiero fondo; dell'altra, che aveva gittata l'áncora presso la Rocchetta, s'impadronì Scipione Doria. Costume, per generale consentimento dai marini osservato, era, che quale galea di armata prendesse legno nemico, su questo la propria bandiera inalzasse per fare intendere alle altre, che dovevano starsene lontane; dopo si spartiva la preda con questa ragione; al Capitano Generale assegnavansi due parti con una gioia per giunta; alla galea che era stata la prima a mettere la mano addosso al nemico, oltre la parte le si dà la mancia; ogni restante si divide a rate uguali fra tutte le galee della flotta: in questa occasione non furono osservati regola nè modo, chi araffò araffò, onde contese infinite, e talvolta sanguinose. Nel fondo del Canale, ormeggiato su le ancore, in prossimità del Ponte pel quale l'isola delle Gerbe si unisce con la terra ferma, stavano due galeotte turche, e queste il Capitano Generale ordinò pigliassero e ardessersi, ma Giovannandrea, che si giaceva infermo sopra la Capitana, non potendo adoperarsi con la persona, ne commise lo incarico altrui, e lo servirono tardi e male, intantochè i Turchi sbarcata l'artiglieria, e riparatala dietro certa trincea di terra ammannita in fretta, si posero in istato di difenderle in guisa, che i nostri giudicarono spediente lasciarli stare. Da ciò nacque danno inestimabile, e forse la ruina di tutta la impresa, perchè, non tenuto conto come in esse si trovassero danari, e gioie, i quali il Dragutte mandava in presente a Solimano, ed ai principali Bascià; non badando, che le conduceva quell'Uccialy, ora temuto corsale, e più tardi famoso ammiraglio, il quale o sarebbe caduto in potere dei Cristiani o lo avrieno potuto spengere, e' fu per esse, che a Costantinopoli si portò lo avviso del nuovo sforzo di Spagna contro la Barberia, e le accesissime istanze del Dragutte al Solimano, affinchè, con lo immediato invio della flotta nel Mediterraneo, le fortune turche pericolanti nell'Affrica sovvenisse.
I Mori dell'isola, che quando i nostri erano lontani si profferirono amici, adesso, vedendoseli in casa, si scopersero avversi, tantochè per fare acqua i nostri ebbero a mettere tutto l'esercito in terra ed ordinarlo come a giornata campale. Di fatti e' fu mestieri combattere tutto il giorno, e se male peggiore non incolse, se ne deve merito alla solerte prudenza del Duca. Poichè si furono partiti i nostri dalla isola per girsene al Secco del Palo, ecco sopraggiungervi altre otto galee rimaste indietro, le quali volendo pure fare acqua, e non temendo guai od avendoci manco riguardo, ne rilevarono una dolorosa sconfitta con oltre a duegento morti senza contare i prigioni e i feriti. Così, poichè con tanto travaglio si fu la nostra armata riunita al Secco del Palo, mentre sta per isferrare alla volta di Tripoli, il vento e il mare ridivengono tempestosi, non rimettendo lo impeto loro notte nè giorno, per modo che, arrivato ormai il mezzo del mese, nè facendo punto le viste di smettere, il Duca se ne stava di pessima voglia, molto più, che pei disegni della navigazione, il cibo pessimo e l'acqua poca e salmastrosa, vedeva raddoppiare le febbri, alle quali non sovvenendo riparo che approdasse, pigliavano indole affatto pestifera; e i molti morti che ogni dì si avevano a buttare in mare, come intristivano dei casi presenti, sgomentavano dei futuri.
Il Capitano Generale pertanto, siccome sempre accade quando le cose vanno per la peggio, intimò la Consulta dei capitani minori, a cui non potendo, a cagione d'infermità, Giovannandrea assistere, ci mandò in sua vece messere Plinio Tommacello bolognese, col consiglio del quale molto si governava; molti i pareri e diversi; conclusione veruna. Rinnovossi la Consulta il giorno di poi, e fu deliberato, se il tempo si mettesse al buono, si andasse a Tripoli, se no si stornasse alle Gerbe; ma poichè la stagione, invece di calmarsi, diventò sempre più rea, e le sventure, per essere state alcune navi cariche di vettovaglie respinte indietro, crebbero, e la Imperiale capitana delle navi ruppe con la perdita delle robe tutte e di non pochi marinari, fu preso partito di tornare alle Gerbe.
Qui gli aspettavano gli estremi infortunii, che i Mori, diventati alla scoperta nemici, intimarono ai nostri sgombrassero dalla isola, guastarono i pozzi, con infiniti tranelli insidiaronli; per ultimo ruppero a manifesta battaglia. Prevalse la virtù dei nostri, ma il danno parve troppo maggiore del benefizio, sicchè il Generale se ne stava tutto maninconoso, quando cominciarono a comparire alla lontana certi Mori, i quali, dopo avere piantate in terra talune banderuole, si dileguarono: curioso di sapere che cosa questi atti significassero, taluno si avventurò di andarne a pigliare, e presele ci trovarono scritto, che i Mori conosciuto l'errore commesso, avevano del tutto deliberato posare le armi, sariensi ridotti a devozione di Spagna, a cui promettevano tributo annuo, e intantochè si accordassero i patti, avrebbono dato ostaggi e messo presidio spagnuolo dentro il castello; non parve vera la offerta, e dopo qualche lustra per non parere, si accettò a braccia quadre. Era proprio provvidenza cotesta, e pure così l'avarizia acceca, che a parecchi febbricitanti nella cupidità della rapina, che ormai si facevano sicura, sembrò l'accordo tradimento espresso; anzi uno spagnuolo (e qui nota la matta fortuna, la quale mentre tanti uomini illustri per bontà e per dottrina precipita interi nell'oblio, di questo ribaldo ci conserva il nome) chiamato Ordenez ne venne in tanto furore, che non potendo far peggio, con le proprie mani si ammazzò. Le leggi allora mandavano alla forca chi rubava, costui per non potere rubare s'impiccò.
Venuto in podestà dei nostri il castello della Isola, il Duca, considerando la importanza di bene assicurare nella podestà del Re un luogo così atto alle difese come alle offese, deliberò rinforzarlo e accrescerlo: a questo scopo commise il disegno ad Antonio Conti, a cui in qualità di consultori aggiunse Don Sancio da Leiva, e Don Bernardo di Aldana; fatto ed approvato il disegno, si pensò a metterlo senza indugio in esecuzione, e per sollecitarlo meglio, venne quasi a istituirsi una gara fra le diverse nazioni del campo per costruire i lavori; gli Alemanni, dacchè si conobbe che dopo un po' di terra si saria trovato masso, presero ad aprire il fosso co' picconi, Don Alvaro di Sandè si accollò la cura di una cortina, dei quattro cavalieri uno tolsero a fare gli Italiani, uno il Capitano Generale, uno il Commendatore Guimerano di Malta, il quarto Giovannandrea, che, sempre infermo, prepose all'opera Quirico Spinola suo colonnello: il Capitano Duca come l'esterno del castello provvide di cavalieri, e di cortine, e di altre opere di arte, così corredava il di dentro con magazzini, quartieri e cisterne, dove raccomandava mettessero copia di fodero, ed acqua raccolta nell'isola, e in parte da raccattarsi dalle navi mercantili, che pei loro traffici capitavano nell'isola, se nonchè poco vantaggio se n'ebbe a cavare, a cagione, scrive lo autore della Monografia della Impresa di Tripoli[43] (donde in gran parte estraggo questi particolari), — dell'avarizia dei mercanti, i _quali attendevano più a caricare lane et oglio et altre mercantie, che in mettere acqua dentro le cisterne_. —
Intanto il Granmaestro di Malta, essendo stato in diligenza avvertito come a Costantinopoli si apparecchiasse la flotta per venire nel Mediterraneo ai danni della Cristianità, spedì lettere al Capitano Generale perchè fosse contento di dare licenza alle galee ed al galeone dell'Ordine, affinchè tornassero a custodire le faccende di casa; alle quali lettere il Duca non diede risposta; solo, mostrandole al Commendatore, disse per lui non istava se remanessero o partissero, e partirono, e poichè per la loro andata restava in asso il cavaliere commesso al Commendatore Guimerano, Don Pietro d'Urias si tolse il carico di compirlo per conto di lui. Tuttavia il Granmaestro, quando si vide comparire le galee e il galeone a casa, senza nè anco un motto per la parte del Duca, temendo che dal ritirarsi affatto da una impresa, la quale era stata principalmente promossa da lui, gliene avesse a venire biasimo grande, rimandò indietro tre galee col Commendatore Maldonato, affinchè stessero a posta del Capitano Generale.
Spesseggiando da ogni parte le nuove dello appressarsi dei Turchi, il Duca si dava dintorno a tutto uomo perchè il forte si conducesse a termine, con intenzione, compito ch'ei fosse, di prendere il giuramento dal signore del luogo, e ripararsi con la flotta in Sicilia; se non che le cose nostre in gran parte governa il fato, il quale sforza in virtù di contingenze che non si possono prevedere nè prevenire; di vero, a cagione di un aspro, che vale quanto presso noi un quattrino, un moro ed uno spagnuolo vennero a contesa, dato di piglio all'arme rimase morto lo spagnuolo, di qui andava a rumore tutta la terra, rubarono il Bazar, o vogliamo dire il mercato dei Mori, con uccisione di parecchi tra loro, e fu causa che lo imbarco si ritardasse: alla fine, blanditi gli animi, reso il mal tolto, e per soddisfazione scambievole lo Xeco (o Sciac, che si deva dire) della Isola, fatto giustiziare il moro, causa prima della rissa, e il Duca un soldato, che doveva morire per altre colpe, ma fu sparsa voce per omicidio dei Mori, si venne alla cerimonia del giuramento, la quale il Duca volle seguisse con molta solennità credendo forse che la pompa dei riti valesse a cementare più forte la fede degli Affricani; ma troppo maggiore legame ci vuole per tenersi stretta quella stirpe infedele. Lo Xeco giurò, stesa la destra sul Corano, poi se la pose al cuore, all'ultimo preso lo stendardo del Re cattolico, lo sollevò tre volte: i patti non furono imposti gravi, epperò si sperava gli avrebbero osservati; pagherebbero quei delle Gerbe, per ogni capo dell'anno, al re Filippo seimila scudi di oro, quattro struzzi, quattro gazzelle, quattro falconi, ed un cammello. Terminato il rito, sparsa la moneta di oro e di argento in copia al popolo, il Duca mandò un bando dintorno, perchè ogni uomo più presto che fosse possibile attendesse ad imbarcarsi; gli schifi alle navi niente altro trasportassero salvo che uomini.
Ma da un lato per non temersi il pericolo tanto vicino, e dall'altro l'avarizia tirando un velo su lo intelletto, si attese a trasportare mercanzie molte, uomini pochi; tuttavia, anco operando dirittamente, non eravamo più a tempo. Ai dieci di maggio, due ore prima che tramontasse il sole, arrivò a voga arrancata una sottile saettía, con lettere del Granmaestro di Malta al Duca Medinaceli, annunziatrice della partita dal Gozzo dell'armata Turchesca sei ore prima di lei in quel medesimo dì; ponesse cura a badarsi, imperciocchè col mezzo di fidatissime spie avesse saputo come il Piali bascià, ultimamente informato del numero delle galee cristiane che si trovavano intorno alle Gerbe, delle condizioni in cui si erano ridotte, non menochè dell'essere o con poco o con verun presidio a cagione della milizia rimasta in terra, aveva risoluto di ferire un gran colpo, e il cavaliere Capones apportatore del dispaccio aggiunse: che passando presso la galea reale, ne aveva porto avviso a Giovannandrea, il quale senza mettere tempo tra mezzo aveva bandito il Consiglio dei capitani sopra la galea stessa, e per lui mandava ferventemente a pregarlo ci si recasse difilato anch'egli. Al Duca parendo che lo indugio pigliasse vizio, stava per moversi, quando gli sembrò vedere, e vide certo contristarsi in volto i capitani che lo circondavano, e ciò pel dubbio ch'egli partito una volta non fosse per tornare indietro, per la quale cosa il Duca, che fu cortese non menochè altero gentiluomo, su la fede di cavaliere cristiano promise loro sarebbe tornato a torgli seco. Nella Consulta, come sempre nelle angustie succede, infiniti i consigli e procellosi, e discordi. Dicesi che in cotesta consulta Giovannandrea, quantunque giovane, senza barbazzale rampognasse il Duca averlo a voce ammonito più volte, che se la flotta turca, uscita da Costantinopoli con quaranta galee, avesse preso seco il navilio dei Corsali sparso per l'Egeo, e l'altro del Dragutte, potevano tenersi per giudicati, ed egli all'opposto averlo spedito con parte delle galee in Sicilia ora a rimorchiare le navi cariche di materiali per costruire il forte, ed ora a far provvista di fodero; e sebbene ci avesse adoperato persone pratiche e di molta autorità, non essere mai giunto ad ottenere credito presso di lui, uso a disprezzare i consigli dei giovani; che se gli anni facessero bontà, il miglior consigliere che uomo sapesse desiderare sarebbe di cerro, il quale quanto più invecchia meglio prova fa; questo poi rammemorargli adesso, non mica per causa di querimonia, bensì perchè in cotesto frangente gli desse retta; e quindi assai lo confortava a non tornare in terra, le milizie lasciate nell'isola potersi ottimamente difendere, massime sostenute dal forte; eglino, solo che sapessero resistere ai vulgari lamenti, tornerebbero in breve cresciuti di forze a più giusta battaglia, salvando ad un punto la impresa, e quei dessi che ora avrebbero dato loro fama di tradimento. Ma il Duca non la voleva intendere, come quello, che avendo impegnato la sua fede di andare a torre i Capitani alemanni, per cosa al mondo non pativa parere di fare a fanciullo; onde Giovannandrea rincalzava, che per ciò non istesse, però che egli sarebbe ito con due galee delle più sparvierate ad imbarcarli, mentre il Duca con la rimanente armata trattosi al largo o si sarebbe ridotto a golfo lanciato ai porti di Sicilia, ovvero gli avrebbe attesi fermo su i remi, finchè fosse comparsa o no la squadra nemica; ed anco a quel modo non ci era verso di farne restare capace il Duca, imperciocchè da quel fiore di cavalleria, e da quel pessimo capitano ch'ei fu, sosteneva che la fede data ai capitani era del pari impegnata ai soldati, e sofisticare con cavilli appartenere a Farisei non già a cavalieri; però stesse Giovannandrea contento di non si scostare con l'armata, e procurando avacciarsi ammannisse gli schifi per essere in punto la mattina su l'alba a pigliare la gente a bordo.
Giovannandrea, costretto ad obbedire, e confidando sempre di provvedere in tempo, ordinò alle navi senza indugio partissero; il che fecero, e con danno, che, quando la fortuna ti si volta contro, la sapienza diventa follia, ed i prudenti consigli mucchi di cenere; di fatto i pratichi delle fazioni marinaresche giudicano, che se si fosse trovato con la massa di trenta navi e di tre galeoni, armate com'erano di gente e di artiglierie dintorno a sè, avrebbe potuto forse vincere, e certo resistere all'urto dei nemici. Il Duca sudava acqua e sangue per istrigarsi, ma secondo il solito più annaspa e più arruffa: fino all'ultimo ebbe disdetta, conciossiachè essendosi indettato col commendatore Guimerano di andare con la galera di lui, salì nella fregata, quivi aspettandolo oltre lo spazio di un'ora, ma il Guimerano tra il buio e la confusione non trovando la fregata, si recò su di un'altra barca alla galea: intanto si mise giorno, e col giorno si scoperse precipitare di abbrivo la flotta turca; allora il Guimerano scorta la fregata del Duca, affacciatosi alla paratia della galea, con gran voce lo avvisava tornasse a terra, ruinare addosso il nemico. Di cosiffatta sorpresa assai ne accagionarono Scipione Doria, il quale, in cotesta notte, mandato fuori a speculare, si peritò di scostarsi troppo dal grosso della flotta, sicchè nè poteva scoprire nè avvisare in tempo, e i Turchi furono quasi al punto medesimo addosso a lui ed ai compagni suoi.
Qui incomincia una dolente storia; le galee di Scipione Doria prime a fuggire; non però salvaronsi, che anzi nella disonesta fuga malamente implicandosi si persero tutte. Dei soldati in parte imbarcati su le galee, vinti dal terrore, rimase veruno saldo, e gittatisi in mare cercarono salute alla spiaggia: senonchè i Mori delle Gerbe, col cessare della fortuna cessarono l'amicizia, anzi avendo ripreso il sopravvento su l'animo loro l'avarizia e l'odio, su quanti cristiani ponevano le mani addosso tanti ammazzavano e spogliavano; bene fu sollecito ad accorrere Don Alvaro Sandè con molti archibugieri, ma se potè mettere fine alla strage non ebbe del pari facoltà per impedire, che molta e luttuosa se ne menasse. Parve al Duca savio partito spedire in diligenza il Re del Carvan e lo infante di Tunisi a dolersi col Xeco della fede tradita, e con minacce orribili spaventarlo perchè raffrenasse i suoi, ma questi ebbero a ventura salvarsi dandosela a gambe, e per via di persona fidata mandarono avvisi al Duca si badasse dal Xeco, e lo tenesse come il suo più mortale nemico. Intanto i superstiti al naufragio, e alle scimitarre dei Turchi, nudi, intirizziti dal freddo, dallo spavento sbigottiti si raccoglievano dentro il forte, argomento al presidio non pure di pietà ma di terrore. L'armata correva correva senza governo in rotta, Giovannandrea, non si fidando nella galea reale per essere vecchia e grave, la spinse a investire sopra la spiaggia, poi si gittò dentro una barchetta; i forzati e gli schiavi, rotta la catena, s'impadronirono della galea, ma per poco: prima ordinarono a quattro galeotte delle nostre le si accostassero per buttarci dentro fuoco ed arderla, ma non si attentando farlo, cascò nelle mani ai Turchi. Sette sole galee per ventura si spinsero sotto il forte, ma così poco le ciurme si pensavano salve, che vivevano come se si sentissero il taglio della scimitarra sul collo. Il bascià Piali, tempestando sul mare, prese quella mattina diciannove galee, quattro del Doria, cinque di Napoli, due di Sicilia, una di Monaco, del marchese di Terranuova una, due del Papa, e due del Duca di Firenze chiamate l'_Elbigina_ e la _Toscana_, una di Antonio Doria, ed una finalmente dei Mari; un'altra del marchese di Terranuova dette in secco sul lito, e i nostri ci appiccarono le fiamme perchè non cascasse in mano ai Turchi. Delle navi ne furono combattute in caccia e catturate venticinque.
Le altre galee, che si voltarono al mare, scamparono per la virtù del Commendatore Antonio Maldonato capo delle galee di Malta, il quale essendo conquiso dal suo pilota a ripararsi con le altre galee, passando per lo canale, sotto il forte rispose: «Questo io non farò, perchè, oltre allo essere codardo, parmi mal sicuro partito. Dio non ha mai permesso, che la nostra bandiera cascasse in mano ai Turchi, e confido nella sua bontà che non abbia voluto serbarmi in vita per contemplare un tanto infortunio: ad ogni modo, se pure è fisso che ci abbia a cascare, sta in noi valentuomini, che rimanga lunga e terribile presso i Turchi la memoria del fatto.» Onde le galee che lo seguivano, a lui accostandosi e obbedendolo e dietro al suo esempio governandosi, non senza molta fatica si ridussero in salvo.
Un altro caso avvenne, ma questo pieno di pietà, il quale come mi riuscì grato di raccogliere, così non mi sarà grave raccontare. Sopra la galea capitana del Papa governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali, mentre la ciurma invasa dal fernetico tira con supremo sforzo il sartiame, rompe l'albero e l'antenna, i quali, cadendo con rovinoso fracasso, molti rematori e molti remi infransero; a questo modo la galea impedita nel corso sarebbe riuscito arduo salvare, e tuttavia, a renderne disperata la condizione, fortuna volle che, tagliate le funi all'antenna per lasciarla in balía del mare, ella venisse a invilupparsi nel timone, sicchè non si potendo più governare, in breve fu sopraggiunta e presa dai nemici, i quali saltativi su con le coltella in mano, la più parte misero in pezzi, e fra i primi il misero Flaminio che, di colto ferito nella testa e nel collo, rimase orribilmente calpestato; pochi serbarono in vita, e di questi si rammenta Galeazzo Farnese nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, da lui con singolare benevolenza proseguito; visto egli pertanto il suo diletto signore estinto, e sentendosi minacciato da uno schiavo, che tra feroce e bestiale esclamava essere pur venuto il tempo, che ridottolo in poter suo lo avrebbe straziato a suo libito: «ciò a Dio non piaccia, rispose il paggio, che io venga in potestà di sì vile uomo, e poichè il mio signore se n'è andato, io volentieri nella morte lo seguito;» poi gittatosi capo volto nel mare vi rimase annegato.
Difficilmente occorre nelle storie capitano da paragonarsi nella sventura al duca di Medinaceli, dacchè nè sapienza, nè diligenza gli valsero, tutto doveva tornargli in capo funesto, perfino la pietà, perfino la fede. Strana ventura di taluni uomini, cui una Nemesi avversa pose negli occhi la morte, il guasto nelle dita. Contemplando egli dall'alto del castello lo strazio dei suoi, poichè impedirlo non poteva, gli venne voglia, se pure avesse potuto, di cavarne alcuna vendetta: al quale scopo ordinò, che caricata una mezza colubrina si tirasse sopra le più prossime galee del nemico, messoci fuoco, il pezzo schiantò con tanta violenza, che le schegge ammazzarono dieci persone, fra le quali tre famigliari del Duca, quanto a lui e' la scattò di un pelo, che un frammento più grosso gli portasse via netto la testa.
La nuova della sconfitta dolorosa giunse con la celerità delle triste novelle, e venne a percotere Andrea, mentre un filo sottilissimo di vita lo attaccava appena alle cose del mondo. Un mal fato pareva gli avesse tenuto così a lungo gli occhi aperti per vedere la mina dei suoi ingenerosi disegni: dubitò Giovannandrea caduto in potestà dei Turchi: forse gli corse un brivido per le ossa, temendo di sorte più funesta: tuttavolta anco ridotto in ischiavitù, egli era come perduto, dacchè Solimano costumasse dinegare il riscatto di persone di alto conto, e ormai in casa non gli avanzava altro fiato da Pagano in fuori, giovanetto incapace a schermirsi dalle insidie dei nemici, e ahimè! pur troppo dalla non meno acerba cupidità degli amici; e poi la potenza, interrotta nel quotidiano esercizio, tracolla; ventura sarebbe stata, e grande, se renunziata ogni speranza di augumento, la casa sua così com'era restasse. Quali pensieri, forse rimorsi, lo ingombrassero, a noi non è dato conoscere. Certo ogni fondamento degli umani concetti vacilla quaggiù, che tutte le cose nostre hanno lor morte siccome noi, ma lo individuo proviamo troppo più caduco della famiglia e della città; però l'uomo deve soltanto augurarsi di fabbricare eterno, o almanco durevole per quanto viene concesso alle sue facoltà, edificando per la Patria e per la Umanità. Lo spasimo supremo di Andrea durò tre giorni.