Vita di Andrea Doria, Volume II
Part 22
[16] La lettera è del 14 gennaio 1540; si conserva nello Archivio mediceo, filza I, in sesto 1540, — nè manco voglio lassar di contarvi uno amorazzo nuovo, che come sapete venendo trionfalmente il reverendissimo Ferrara in qua, et essendo di un paese che produce assai belli figliuoli, fra li altri Sua Signoria ne menò seco uno che alli occhi del nostro illustrissimo signore Duca di Castro li sia, et è piaciuto extremamente di modo chil povero signore non trovava posa. Deliberato sua Excellentia sfogar questo suo appetito desiderato, provò con imbasciate, e mezzani di vedere, se e possiva ridurre il giovane alla sua voglia, e veduto la obstinatione del giovane, quale dubitando non l'intervenissi ad lui come le intervenuto a molti altri, e quasi alla più parte, e forse informato et advertito del tutto, mai ha volsuto acconsentire, dimodo che entrata Sua Excellentia, spinto dal furore di Cupido, in gran collera si diliberò in ogni evento di haverlo et appostato chil praticava in casa di non so che signora, insieme con certi sua fidati li dette la battaglia alla casa, e così entrato, il buon giovane veduto non haveva rimedio si lassò calare da una finestra, e così scampò la furia per quella volta. In altra fiata se li messe dietro e così dandoli la caccia si fuggì il povero figliuolo in casa di certi mercanti genovesi, dove che temendo ancora la caccia dietro prese per expediente più presto volere morire di cascata, che come il _povero vescovo di Fano_, e così di nuovo arripuit fugam e si gittò a terra di un'altra finestra, e scampato il pericolo se ne tornò a casa mezzo morto, e di nuovo sapendo il comandamento che aveva ordinato a circa quaranta persone, che lo pigliassino, e li fossi condotto per forza lo conferì al Cardinale suo, quale lho ha mandato in Lombardia per poste, e _certo ne stato biasimato, che doveva pur fare compiacere un tanto Signore se Cupido lho aveva preso, e non fare che sia ito allo stato come disperato_.
Questo tratto di lettera si legge in nota a pag. 263 della _Guerra degli Spagnuoli contro Papa Paolo IV_ del Nores, pubblicata per cura di L. Scarabelli. Dopo ciò sembra, che non abbiano valore di sorta le avvertenze scritte dal signor Arbib nella edizione per lui fatta a Firenze delle Storie del Varchi intorno al caso di Cosimo Gheri.
[17] Lettera di F. Gonzaga al suo segretario Natale Musi.
[18] Lettera del medesimo: del 6 maggio 1547.
[19] Giorno _uziaco_, ovvero _oziaco_, vale malurioso, e infausto; gli è corruzione di egiziaco; il Varchi afferma essere voce di volgo florentino, lib. II della Storia fior.; pure per tale non si registra dal Vocabolario della Crusca, e occorre adoperata da forbiti scrittori.
[20] Nella lettera scritta dal Mendozza oratore di Cesare a Roma il 18 Settembre 1547 si legge: «gastò la mayor parte del tempo en contar suas felicidades per compararse a Tiberio imperador.» Tra le favole dei presagi che annunziarono la morte di Pierluigi, registro anco questa: un buffone, si dice, averlo consigliato di guardarsi da _Plac_; volendo indicare prima il luogo dove sarebbe accaduta la strage, dacchè su le monete del Duca _Piacenza_ con parola latina abbreviata si segnasse _Plac_; e poi i nomi dei congiurati con la lettera iniziale che gl'incomincia, perocchè si chiamassero _Pallavicino_, _Landi_, _Anguissola_ e _Confalonieri_. In questa medesima maniera gli oziosi formarono la _Cabal_ consorteria, che governò la Inghilterra dopo la caduta del Clarendon traendola dalle iniziali dei cinque ministri Clifford, Arlington, Bukingam, Ashley, Lauderdale; e i Gesuiti di trastulli solenni inventori composero _Prope_, sigla comprensiva la gran riforma, e l'avviamento della loro vita propria su la via del paradiso _Povertà_, _Ritiro_, _Orazione_, _Penitenza_, _Esami_, come si legge nella vita del padre Segneri, la quale regola però non fece ostacolo a cotesto buon gesuita, come si ricava dalle sue lettere, di chiedere al granduca Cosimo ottimo vino, e di accettare da lui e dal Papa casse di cioccolatte, e conserve preziose, e bacili di ortolani e trote di libbre 25 l'una, ed altre coserelle per cui i gesuiti, che se ne intendono, dicono, che chi fa _buona vita_ fa _buona morte_.
[21] Il padre Affò dichiara falso quanto afferma il Campi circa allo essersi condotto Don Ferrante a Cremona prima del 10 Settembre, ed allega in prova certa lettera scritta lo stesso dì da Milano a Genova a Diana Cardona promessa sposa di Cesare figliuolo di Don Ferrante. Ho preferito il Campi, perchè l'Ulloa, contemporaneo, nelle vite di Carlo V, e di Don Ferrante si accorda con lui; ed è più verosimile, sia per lo ingegno, ormai palese del Gonzaga, sia per la importanza dei solleciti partiti, affinchè la trama non capitasse male.
[22] Costoro (Alvaro Luna e il capitano Ruschino) furono posti a guardia della cittadella già spogliata delle preziose suppellettili, danari, e gioie del Duca. CAMPANA, _Vita di Filippo II_, l. I.
[23] Questo documento incomincia così: _Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Placentia et stabiliti per l'Ill. et Ex. S. Ferdinando Gonzaga capitano generale et locotenente de la Cesarea Maestà in Italia. Alli XII di Septembre in Placentia._
«_L'affetionatissima_, città di Placentia essendo per _ritornare alla desiderata obedientia_ de la Cesarea Maestà e stato di Milano, così come _voluntariamente_ se gli sottopone, così in segno et memoria del bono animo et sincera fidelità supplica etc.» e il Gonzaga per naturale sequela concede ogni cosa — attesa la _devozione voluntariamente dimostrata_ etc. E' pare proprio, che avessero bisogno di far comparire _volontaria_ la dedizione di Piacenza.
[24] Di fatti Andrea quanto promise mantenne, ed una figliuola di Giannettino andò sposa al figlio di Agostino Landi.
[25] Vita di Don Ferrante Gonzaga.
[26] Vol. I, c. 164.
[27] Lettera di Annibal Caro scritta a nome del Cardinale Farnese del 6 settembre 1558.
[28] In quei tempi corse per la Italia un tetrastico attribuito all'Annibal Caro, il quale diceva così:
«Cæsaris injussu Farnesius occiditur heros, Sed data sunt jussu præmia sicariis. Tres sunt heredes: Dux, Margheretha, gemelli. Hunc socer, hanc genitor, hos spoliavit avus.»
Nolente Cesare si trucida l'eroe Farnese: volente poi si danno premii ai sicari; tre sono gli eredi, il duca, Margherita, e i gemelli; quello il suocero, questa il padre, e questi altri spoglia il nonno.
[29] Lettere dell'Annibal Caro scritte a nome del Cardinale Farnese.
[30] Compertum habemus Ferdinandum esse auctorem.
[31] Il _felicissimo_ (notisi che appena salpò da Rosas lo assalse la fortuna di mare) «viage del Principe Don Phelipe desde Espana â sus Tierras de la Baja Alemania.»
[32] E' fu per comandamento espresso dello Imperatore Carlo V, che Filippo cominciò in questo suo viaggio a banchettare in pubblico con fasto asiatico, e circondato da cantanti e sonatori. Quale fosse lo impulso per tali esempi dato al costume italiano si cava da questo: certo contadino, visto passare un uomo gallonato con arnesi coperti da mantellina di seta cremisi, in compagnia di quattro staffieri, che portavano torce di cera bianca accese, si genuflesse pensando fosse il SS. Sacramento; e s'ingannava, era lo stufato che portavano in tavola a Gabrio Serbelloni governatore di Milano.
[33] Però alle femmine donò da magnifico signore: alla moglie del governatore di Milano un anello di diamanti del valsente di 5000 ducati e alla sua figliuola una collana di rubini di 3000.
[34] Però non sarà male mettere qui in nota l'acconciamento della casa di Andrea, non fosse altro, per chiarire la magnificenza sua e i costumi del tempo: «la stanza dove il Principe alloggiò haveva una gran sala apparata di ricchissimi arazzi di oro e di argento e dove si vedevano con maraviglioso ingegno lavorate e tessute tutte le favole, che i Poeti fingono di Giove. Vi era un baldacchino di velluto pagonazzo con frange di oro, in mezzo al quale si vedeva lo scudo imperiale con le armi regali ricamate di oro e di argento. Più indietro vi era un'anticamera, e camera, e retrocamera acconce et ornate maravigliosamente, alcune di ricchissimi panni di broccato di oro, altre di tela di oro e di argento, et di velluto a liste, co' letti forniti del medesimo. Tutto lo apparato della casa, in ogni banda che si entrava, era degno di ammiratione. La stanza dove albergò il duca di Alva era anch'essa parata di ricchissimi arazzi di oro e di tela, con letti forniti del medesimo, con molte sedie ricchissime di appoggio fornite alla spagnuola di velluto cremisino con borchie e frange di oro; et di questo modo stesso erano parate le stanze di don Antonio di Toledo e di don Antonio di Rogias. Si vedevano quelle stanze con tanto bell'ordine e ricchezza parate, che non arebbono potuto tenere più anticamente quei grandi Principi degli Assiri e dei Persi. Si vedeva più la grandezza et magnificenzia del principe Doria nel grande apparato per servire et ricreare il Principe, e dar piacere alla Sua corte, e nel bell'ordine che in servire la tavola di Sua Altezza aveva provveduto; imperciocchè non volle che in casa sua si portasse nulla di fuori eccetto quello, ch'egli aveva tanto magnificamente ordinato. Fece anco tavola al Duca di Alva splendidissima, et a tutti quelli ch'erano alloggiati in palazzo, con tanto silenzio et ordine, che non si sentiva pure uomo di quelli che a ciò attendevano, ma che pareva, che il servizio si facesse da sè come favolosamente si legge, che si servivano le tavole per incanto. Di questa maniera fu servito il Principe tutto il tempo che fu in Genova che fu quindici dì. Si fecero dinanzi al palazzo molte feste et giuochi sì di fuochi come di altre maniere spassi et di grande inventione et ingegno, e fra le altre cose si vedeva la figura e rotondità del mondo a modo di un globo dinanzi il palazzo con una corona d'oro sopra, dal quale, sempre che alcun principe o gran signore entrava in palazzo, uscivano tante rocchette con tanto rumore, che pareva si sparasse l'artiglieria...» Così lo Ulloa spagnuolo cortese nel l. IV della Vita di Carlo V, il quale continuando nella sua cortesia per piacere alle donne genovesi scrive, che quando Filippo entrò in Genova: «per le finestre si vedevano molte e bellissime donne, che naturalmente in quella città avanzano tutte le altre donne di bellezza,» e più oltre: «ch'egli andava andagio, di che oltre la gran moltitudine di gente n'era cagione la somma bellezza e gentilezza delle molte donne riccamente adorne.» Il Principe poi doveva fare assai orrevole mostra di sè però che cavalcasse «un bellissimo giannettino di Spagna tutto bianco, con fornimento di tela di argento; portava addosso un saio di velluto nero foderato di velluto bianco listato di frange et vergato di argento, et alcuni intertagli, e fiocchi di seta bianca et oro di maravigliosa fattura. Le calze, e il giuppone erano di raso bianco, e la cappa di saia negra fiorentina con gli stessi fornimenti. Le scarpe erano dì velluto bianco tagliate et imbottite alla spagnuola, et in testa haveva una berretta di velluto negro con un pennacchio bianco.»
[35] Magistrato supremo, ed era Giovanni della Nuça. MIGNET. _Antonio Perez e Filippo II._
[36] Con ingeneroso consiglio Andrea ordinò o consentì che la scolpissero circondata di catene.
[37] Adoperandosi gli scrittori di storie a comporre la vita di Andrea Doria, voglionsi considerare attentamente due cose, lo stato loro e la nazione alla quale appartengono: i Genovesi, e per ordinario gli Spagnuoli, levano a cielo Andrea dove possono, dove no, o tacciono i fatti o gli alterano; tutto il contrario costumano i Francesi e i Fiorentini, i primi per astio di avere perduto la prevalenza su i mari dopo che gli ebbe abbandonati il Doria, i secondi per rancore che egli pigliasse parte a ridurli in servitù. Così l'Adriani, che pure dettò storie sotto il Principato ed è storico assai modesto, tuttavia procede acerbo contra il Doria, e coglie ogni occasione per aggravare le sue colpe, e diminuire la sua virtù, e in questo luogo, per torgli il pregio delia diligenza, afferma che Andrea portò il soccorso dopo la fazione terrestre combattuta contro il Dragutte, il che non pare vero; come anco le discordie, che furono causa di molti danni, mette tra il Doria e il Vega, mentre non ce ne furono o ci furono comuni con gli altri capitani; anzi a dubitare che tra Andrea e il Vega ci potessero correre, basti avvertire che Andrea ebbe titolo di capitano supremo ma pel mare, mentre le cose di terra governava il Vega. Occasione di lite poteva darsi tra il Toledo e il Vega, imperciocchè quantunque quegli avesse il comando delle galee napoletane, pure gli fu commessa la condotta delle fanterie di Napoli.
[38] Combattendo guerre non proprie e per conto altrui, ogni momento ci tocca per fino bisticciarci per vendicare lo infelice onore di avere sparso il nostro sangue in pro' di Spagna, di Francia, o dello Impero. Nella vita di Carlo V lo spagnuolo Ulloa afferma — che dato l'assalto dagli Spagnuoli e dai Cavalieri di Rodi, fu presa la città — e non è vero; la fanteria spagnuola non aveva pari in fermezza, almeno dopo che fu disciplinata dal Consalvo: in agilità, e nei subiti moti la superavano i fanti italiani delle Bande nere, dello Alviano, e in generale tutte. La battaglia del Garigliano fu vinta massime dalla speditezza delle nostre milizie; e comecchè fino dai tempi di Ferdinando il Cattolico gli Spagnuoli avessero una banda di _escaladores_, che condotti da Ortenga fecero buona prova nelle guerre di Granata, pure dopo le loro conquiste d'Italia commisero la impresa di assaltare le mura nemiche preferibilmente agl'Italiani.
[39] Se il Dragutte non lesse Tito Livio, certo lo aveva letto Paolo Giovio, il quale scrivendo la vita del gran Capitano procedè in parte come Apelle allorchè dipinse Elena, io voglio dire, ritraendo da parecchie bellissime fanciulle greche i più venusti tratti per ornarne la immagine della sua eroina, così essendosi trovato Gonsalvo ad assediare Taranto, non seppe resistere il buon vescovo di Nocera alla tentazione di attribuirgli lo strattagemma di Annibale, però alla rovescia, che quegli trasportò le navi sicule dal golfo nel mare aperto, e questi dal mare aperto le avrebbe traslocate nel golfo. Se togli il Giovio, verun altro storico attesta simile impresa del Gonsalvo; e vuolsi porre mente che costui, tenuto in pregio di scrittore elegante, non fu del pari reputato veridico.
[40] In Napoleone che si bisticcia con Hudson Lowe per l'acqua del bagno, sul vino della mensa, chi ravvisa il vincitore di Austerliz!
[41] Il Sigonio racconta all'opposto che il Doria ne salvò parecchie, e questo accadde sul finire di decembre, governando le sue galee Marco Centurione: questi biasimi e lodi sopra la medesima fazione si hanno, per mio giudizio, a intendere così, che il convoglio delle navi onerarie sarà sommato, poni il caso, a venti, se ne salvarono tredici, e sette ne rimasero catturate; onde i panegiristi lodano Andrea per le tredici salvate, mentre i detrattori lo vituperano per le sette perdute.
[42] Io erré a no matar Luthere.... para que yo no era obligado a guardalle la palabra por su la culpa del hereje contra y altro Senor mayor que era Dios «_Vera y Figherroa_ Carlos V, p. 124. _Sandoval_, St. di Carlos V, t. I, p. 613.»
[43] La Historia della Impresa di Tripoli di Barberia fatta per ordine del Serenis. Re cattolico l'anno 1560 con le cose avvenute ai Christiani nell'isola delle Zerbe. In Venetia presso Francesco Rampazzetto 1566.
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