Vita di Andrea Doria, Volume I

Part 5

Chapter 53,702 wordsPublic domain

Il popolo offeso pei reietti oratori, e infellonito pei minacci contro di lui, prorompe di un tratto negl'impeti maravigliosi: di colta si arrampica sul Castelletto e sul Castellaccio, li piglia, e ne caccia malconcio il presidio francese: poi si elegge a doge Paolo da Novi tintore, e sceglie bene, secondo il solito, quando non gli corrompono con la calunnia la mente e con la pecunia il cuore. Qui non ha luogo raccontare quello che Paolo operasse; basti sapere, che operò molto e retto; vinse, fu vinto, in ultimo tradito da un Corsetto, che lo vendè ottocento scudi al re di Francia, il quale da Pisa fece trasportarlo a Genova, e quivi decapitare e squartare. Il capo di lui, prima passeggiato confitto su di una picca, poi messo dentro una gabbia attaccata al ballatoio della torre dogale, insegnamento non nuovo, e replicato anco dopo, e sempre invano, di quello che si acquista a rincrescere ai re per gratificarsi i popoli. Nè la finiva qui; qualche ventina di popolani al capestro, a un Giustiniani si dava della scure sul capo, e ciò per privilegio del patriziato: così a quei tempi il boia dispensava, o confermava la patente della nobiltà, e forse in qualche lato in Europa continua anco adesso. Gli ordini dello Stato si rimettevano come prima, anzi secondo il consueto con qualche giunterella in peggio; la città (per non distinguere gli amici dagli avversarii) multavasi in trecentomila ducati: la moneta eziandio da ora in poi doveva coniarsi con lo stemma di Francia. Fin qui le providenze per aggiustare i conti del passato; venivano poi quelle del futuro; ed erano, che, oltre il Castelletto e il Castellaccio, i Genovesi, per mettersi nella bocca sfrenata una briglia con le proprie mani, fabbricassero la fortezza del _Faro_, volgarmente detta la _Briglia_, e tale veramente fu, imperciocchè assai duro morso l'avessero a provare i Genovesi. Così, ed anche questa è storia vecchia in Italia, una setta avendo, per dominare su l'altra, chiamato lo aiuto straniero, rimangono entrambe ridotte in servitù.

Stringevasi intanto la lega di Cambraia, dove quel Giulio II, che gode presso il volgo ignorante fama di nemico pertinace ad ogni straniera dominazione in Italia, confederavasi con Francia ed Austria ai danni dei Veneziani; nè con quelle solo, ma per isgarare meglio la prova, con Ungheria, Spagna, Savoia, Mantova, e Ferrara altresì. La storia che, registrando i fatti mal si accomoda a piaggerie antiche nè a moderne, dichiara che, come papa Giulio non rifuggiva dallo spartire la Italia con lo straniero per istrappare a Venezia Ravenna, Cesena, Cervia, Faenza, Rimini ed Imola, così il duca di Savoia si accontava col Papa, e gli altri ai danni d'Italia per aspollare il regno di Cipro[2]. Durarono i collegati uniti, come suole, finchè non ispogliarono: spogliato che ebbero tornarono nemici. Il Papa un dì più acceso di tutti a collegarsi con la Francia, adesso voltandogli faccia, tempesta avvampato a cacciarla d'Italia, e smania per restituire Milano agli Sforza, e liberare Genova dalla dominazione straniera: agli ossequi succedono le ingiurie ed anco plebee, dacchè il Cristianissimo non si trattenesse da chiamare addirittura papa Giulio _briacone_: di vero costui del bere si compiaceva più, che non convenga, non dirò al Vicario di Cristo, bensì a qualsivoglia uomo dabbene. Le prime batoste toccarono al Papa sicchè s'ei ne sbuffasse non è da dire: la guerra temporale rinterzando con la Spirituale, egli scomunica il re di Francia; questi non potendo scomunicarlo, a sua posta se ne richiama al Concilio, e lo Imperatore assentendo, lo convoca a Pisa; il Pontefice per contrapposto ne intima un altro in san Giovanni Laterano, i cardinali tragiogati pei lembi della porpora non sanno a quale partito più sicuro appigliarsi. Intanto per la memorabile rotta di Ravenna le fortune del Papa parevano spacciate, ma così sperimentiamo incerti i giudizii umani che per questo appunto tornarono a germogliare più vigorose di prima, imperciocchè per la morte di Gastone di Foà, strenuissimo condottiero dei Francesi, spento in cotesta battaglia, e per le contese del cardinale Sanseverino e la Palissa circa il comando dello esercito, da un lato la prosperità francese illanguidiva, mentre dall'altro ai disastri egli riparava irrequieto tirandosi in campo gli Svizzeri con molta pecunia e con infinite speranze. In questa Giampagolo Baglioni, rinforzato di gente, calava giù nel Veronese pel Trentino, e tale appariva in vista, che alla Palissa non sovvenne migliore disegno di quello, che mettere il Po fra mezzo a sè ed ai suoi nemici.

Il Papa sembrava che da qualche tempo si fosse risovvenuto, ch'era sua patria Genova, e sè nato di parte popolare; però col dirsi parziale alla democrazia, collo accogliere in corte gli emuli della Francia, da una parte sbracciando promesse grandi, dall'altra consentendo che anco i maggiori se ne pigliassero, in somma con le arti tutte dei Principi quando hanno bisogno del popolo, fomentava a Genova novità in danno della Francia, e siccome non manca mai chi si lasci ire all'amo per buona natura, ed anco per trista, dacchè la voglia di essere pescato inuzzolisce in alcuni, quanto in altri quella di pescare, un Giovanni Interriano ed un Domenico di San Piero tramarono insidie al Governo del Re, e con mal pro di entrambi, che scoperti di corto, il primo, perchè nobile, morì di scure, al secondo, plebeo, bastò il capestro: adesso poi, soffiando il vento in filo di ruota, messe da banda le frodi, si adoperava la forza. Giano Fregoso, con piccola mano di fanti e di cavalli, forse seicento in tutti, se pure ci arrivavano, s'indirizza con celeri passi a Genova, e quanti gli occorrevano per via gli si cacciavano dietro o partigiani suoi, o vaghi di garbugli: giunto in vista della città mandava arditamente un trombetto al Senato, intimandogli che riponesse il governo in mano al Fregoso. Il Senato tentennava, il Vicario del Re tempestava, e se togli la smania di volere impiccato il trombetto e subito, nè manco egli sapeva che si facesse. Il Senato, secondo l'ordinario di tutti i Senati, non patì che il trombetto s'impiccasse, perchè le cose della Lega pigliavano buona piega, e neppure chinò a riporre il governo nelle mani al Fregoso, perchè le fortune del Re potevano risorgere; tenne la via mezzana, e rimandò il trombetto con la risposta, che trattandosi di materia gravissima, si sarebbe costituito il solito magistrato per consultarci sopra; e con questa conclusione si partirono soddisfatti come se avessero salvato la patria.

Ma il tratto alla bilancia lo diede sempre, secondo il solito, non il consultare dei Padri, bensì il tumulto, e per questa volta nè manco cittadinesco, bensì straniero: chè gli Svizzeri, lasciati dal vicario del re a custodia del palazzo, dubitando, che se il Fregoso entrava in città per isforzo di armi sarebbero stati messi a pezzi, vennero a patto con lui, e gli aprirono le porte: poi procedendo più oltre gli offersero in compra la fede e il sangue loro, ed egli comprò fede e sangue svizzeri tutto a taccio pel prezzo di dodicimila ducati. Queste cose facevano gli Svizzeri allora, e tuttavia fanno e reggonsi a repubblica, sicchè, loro mercede, dubitano parecchi che sotto veruna forma di reggimento la stirpe umana possa condursi a vivere in pace e in dignità.

Giano Fregoso eletto doge creò in quel torno Andrea Doria prefetto dell'armata, capitano di terra che era stato fin lì; egli contava allora quarantasei anni, e sarà sempre mirabile, quanto di onore per Andrea, pensare come in età così avanzata mutasse abito di milizia riuscendo a salire per le faccende marinaresche in fama due cotanti più gloriosa, che nelle terrestri. Ora il Doge, attendendo ad assodarsi nel principato, deliberò espugnare le fortezze: del Castelletto venne a capo in breve un po' per virtù di palle e molto di scudi: dicono, il Castellano dopo alquanto di mostra di difesa per parere, lo rendesse mediante lo ingoffo di dodicimila ducati.

Osso più duro a rodere presentava la _Briglia_, che, fabbricata su di una roccia, si teneva soggetta Genova: da tre parti la circuiva il mare; a tramontana stava attaccata al lembo di una rupe irta di scogli: volerla superare a forza di arme compariva folle al pari che vano; si disposero a vincerla con la fame. Niccolò Doria, capitano generale del naviglio di Genova, la vigilava solertissimo dalla parte del mare, impedendo che veruna nave venuta di Provenza scivolasse a soccorrerla; ma il re di Francia, che a ragione faceva assegnamento grande sopra cotesto valido arnese di guerra, statuì ad ogni modo sovvenirla. Allestita segretamente a questo scopo una grossa nave, la commise alla condotta di un audacissimo provenzale, di cui la storia a torto tace il nome, al quale bastò l'animo, finta bandiera, di attraversare con essa l'armata genovese e girsene a rifornire la fortezza di munizioni così da guerra come da bocca. La salvò l'audacia, e nulla eccetto l'audacia poteva salvarla; lasciata facilmente passare, la nave accennò volere con diritto corso andare a surgere in porto, quando di un tratto girato il timone, tra il fulminare delle artiglierie dei nemici, tardi accorti dello inganno, si aggrappava agli scogli sottostanti alla fortezza.

Per questo fatto la città venne a sentire inestimabile angustia, però che non le paresse essere libera se non le si toglieva quel calcio di gola. Allora Andrea, raccolta una squadra di uomini usi a mettere allo sbaraglio la vita, e scelto altresì tra molti un legno sparvierato, di cui, come si legge, era padrone Emanuele Cavallo, si accinse a rinnovare uno di quei gesti, i quali, soperchiando l'ordinario ardimento degli uomini, soglionsi chiamare eroici; e siccome prevedeva, che molti sarebbero stati i morti, così prima di entrare nella mischia egli ordinò ad alcuni fidatissimi suoi, che li buttassero in mare, affinchè i superstiti non si sbigottissero. Munito di provvedimenti siffatti, e secondandolo il vento, si spinse a piene vele contro la nave nemica, epperò proprio sotto le batterie dei Francesi; non curato lo sfolgorare dei cannoni e dei moschetti, all'improvviso diè volta cacciandosi tra la nave e la fortezza; giunto a un pelo dagli scogli dove la nave stava raccomandata, la uncina, e con supremo sforzo la tira alla spiaggia di San Piero di Arena. Molti pur troppo, secondo il presagio di Andrea, si ebbero a lamentare morti, e per poco stette ch'ei non rimanesse fra questi, percosso malamente da una scheggia nel petto, e fu ventura, che a forma degli ordini suoi non lo gittassero via, imperciocchè lunga pezza lo tennero ito, nè ripigliò i sensi prima, che il gesto fosse stato interamente condotto a fine. Siccome Emanuele Cavallo prese il comando della nave subito dopo il caso avvenuto al Doria, impedendo che l'audacissima impresa sinistrasse, così non mancarono storici, che tutto il merito attribuissero a lui; e poichè la gloria non sia cosa, la quale per largirsi ad uno si deva togliere all'altro, giustizia vuole, che il Cavallo popolano e il Doria patrizio si abbiano a giudicare in virtù di cotesto fatto parimente gloriosi. E fu in simile congiuntura che accadde l'altra prova del giovane Benedetto Giustiniano, il quale, avendo avvertito come il capitano della nave nemica tuffatosi in mare tentasse sottrarsi notando, egli, spiccato un salto dal ponte, gli si cacciò dietro con tanta furia, che di corto ghermitolo pel collo, se lo trasse dietro prigione. Audace e pertinace sangue è il ligure e in onta ai tempi e agli uomini non passò secolo, che non ne porgesse buona testimonianza; Colombo, i Doria, Spinola, Balilla, Pittamuli, Garibaldi e gl'imperterriti che lo seguitarono sopra la terra sicula, più oscuri di lui, non però meno benemeriti della patria, sono manifestazioni diverse di un medesimo spirito; tra questi metto Giuseppe Mazzini indomato cultore di libertà: oggi il volgo di ogni maniera, ma più il patrizio, gli bandisce la croce addosso; non importa, e' muterà in breve; dove non mutasse, la verità è una, ed io detto, libero, liberissime storie, non pagato diarii, infamia del secolo.

La lunga vita di Andrea Doria comparisce quasi un filo della trama storica del secolo decimosesto, nè si potrebbe raccontare utilmente là dove non si desse contezza dei fatti ai quali s'innesta, se non che, favellando dei casi dell'uomo, a noi conviene mutare le parti facendo servire la storia d'Italia come di filo nella trama della vita del Doria.

Laonde qui si accenna come Francia, acerbamente comportando vedersi sbassata in Italia, si accorda negoziando con la Spagna e con la Svizzera comprando; con Venezia mette pratica: la morte, che taglia a mezzo nella gola di Giulio II il grido: _fuori i barbari!_ cui egli ci aveva altra volta chiamato, ne agevola i disegni, e, poi che in questo modo ebbe ammannito il terreno, manda Giangiacomo Trivulzio, e la Tremoglia a riconquistare le terre perdute. E' sembra, almanco per lo sperimento che ne abbiamo fatto fin qui, come la fortuna ordinasse, si possano i Francesi di leggieri allargarsi nella Italia, ma a patto ch'essi devano con pari agevolezza abbandonarla. Ormai al duca di Milano non avanzava altra terra, eccetto Novara, di funesta memoria, pel tradimento svizzero ai danni di Lodovico suo padre. Adesso il medesimo luogo, i medesimi Svizzeri, da un lato, i medesimi Francesi dall'altro, empivano l'animo dello Sforza di trepidazione; quello dei regii di baldanza: anzi la Tremoglia assicurava spacciatamente il re, avrebbe fatto prigione il figliuolo, per lo appunto colà dove tredici anni prima avevano preso il padre.

Per queste vicende gli umori non quietavano a Genova, ma era da credersi che non avrebbono rotto, se i fratelli del Doge, sospettando di Girolamo Fiesco, non lo avessero ammazzato alla traditora; quale l'animo dei Fieschi e dei consorti Adorni per questo omicidio non importa dire; accorsero alle castella loro, e, cavatane la gente alla rinfusa, si avventarono contro il Doge. I Genovesi non si mossero; Fregosi, Fieschi e Adorni acciuffaronsi; quegli rimase vinto, questi, vincitori, entrarono in città; e i Genovesi sempre stettero a vedere, imperciocchè avessero preso in uggia per la mala signoria, e pel truce omicidio, i Fregoso, e dagli Adorni e Fregosi come parziali della Francia aborrissero.

Niccolò Doria capitano generale e Andrea prefetto del porto, considerando che il serbarsi interi sul mare approdava alla patria molto, e moltissimo a loro, scansata la flotta regia, si ridussero con le galere della Repubblica alla Spezia, aspettando gli eventi; i quali oltre alla aspettazione loro riuscirono prosperi, imperciocchè paia che, come ai polsi, così avvenga alle coscienze degli uomini, voglio dire sieno intermittenti: di vero quei dessi Svizzeri che tradirono il padre, ora combattono ferocissimamente pel figliuolo. La fortuna di Francia giacque sui campi di Novara, e al maresciallo Triulzio, combattendo per gli stranieri, toccò l'onta della disfatta nei poderi paterni della Riotta. Gl'Italiani non ricordano battaglia più micidiale, nè i Francesi ne soffersero mai più vergognosa di questa: i morti sommarono a dodicimila, altri affermano più; gittarono via le armi per paura; non uno dei fuggenti francesi valicò la Sesia conservata la spada. Questa vicenda alterna di disdette e di fortune pare che la Provvidenza mandi a tutti i popoli, perchè si ricordino che a veruno è concesso farsi perpetuamente oppressore dell'altro; ma la lezione frutta poco con tutti, massime co' Francesi, che, felici, non ci pensano, infelici sì, ma allora non giova. Quanto a civiltà ci consumiamo troppo ad esaltarla con le parole, perchè ci rimanga animo di praticarla coi fatti.

Per questi rivolgimenti le cose degli Adorni e dei Fieschi declinando, tornarono a rifiorire quelle dei Fregosi e dei Doria. La lega mise Ottaviano Fregoso doge a Genova, ma escluse Giano perchè esoso all'universale. Taluni storici affermarono Ottaviano generosissimo uomo, altri gli danno taccia di sospettoso; tuttavia maggiori riscontri ci persuadono la bontà di lui, ed anco la tradizione li conferma; e poi il sospetto negli uomini di Stato non si può reputare vizio: fatto sta, ch'egli da prima prepose Giano al governo di Savona, ma ragguagliato poi come costui, inuzzolito dell'antico comando, tentasse ridurre tirannicamente le cose della città in sue mani per suscitare tumulti a Genova (e si dice altresì, ch'ei venisse in cognizione di certa pratica tra Giano, gli Adorni e i Fieschi ordita ai danni suoi), ordinò lo sostenessero; se non che egli che stava su l'avvisato, avendone preso fumo, salito subito sopra un brigantino, si salvò.

Adesso il Papa e i principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Affrica, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da assassini, e nabissavano le sponde disertando i paesi, le sostanze arraffando e gli abitatori promiscuamente: onde, dopo parecchie pratiche, trovatisi all'ultimo d'accordo, impresero la guerra dei pirati con diciotto galee, nove del Papa, di Genova e di Francia, e nove fornite da privati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo, fratello del Doge: coll'Arcivescovo andò Andrea. Donde accadde che, mentre il grosso dell'armata condotto dal Fregoso non faceva frutto o poco, imperciocchè dalla scorreria su le coste dell'Affrica in fuori non ne ritrassero altro, che il ricupero di qualche schiavo e di un corpo di galera predato l'anno antecedente ai Genovesi, Andrea con una squadra staccata proseguendo con ardore pari la gloria e il guadagno, pigliò ai pirati due galeotte e quattro brigantini. L'arcivescovo, punto da invidia, allora si adoperò perchè il Senato togliesse al Doria l'ufficio di prefetto del porto, nè questo venendogli fatto di conseguire, egli lo licenziò dalla condotta delle sue galee; ma gli amici di Andrea, operando in essi l'amicizia ad un punto e l'accerto del buon negozio, misero insieme danari, co' quali comperarono quattro galere per Andrea, ed egli n'empì due di schiavi, onde chiamaronsi _forzate_, e due di gente proffertasi a soldo; da ciò il nome di _buona voglia_, che, entrato come sostantivo nella lingua con diversa significazione, indica, che se uomo non è galeotto, ci manca poco. Il Senato poi, non solo confermava Andrea nello ufficio di prefetto del porto, ma pigliava altresì al suo servizio le quattro galee del Doria, assegnandogli stipendio sottilissimo, con facoltà di sopperire al mancamento corseggiando, e s'intendeva contro ai Turchi, ma se veramente fossero sempre Turchi coloro che Andrea e gli altri Genovesi predarono prima o poi, od anche in quei medesimi tempi, la è una faccenda seria a chiarirsi, nè forse eglino stessi l'arieno potuto, così di colta, deciferare.

In questo medesimo anno, che fu il 1517, Andrea s'illustrò con nuovo gesto, il quale con volenteroso animo esporrò. Spazzando egli il mare con tre galere pervenne all'isoletta di Giannutri, dove avendo sorpreso tre fuste turche, di leggieri se ne impadronì: udito al tempo stesso dai prigioni come Gad'alì si andasse aggirando per le acque côrse con otto fuste ed una galea presa a Paolo Vettori ammiraglio di Lione X, succeduto papa a Giulio II, tornò a Genova, dove aggiunte alle quattro due galere governate da uomini di _buona voglia_, che la Repubblica li licenziò, si mise su le peste del Turco, e lo colse intorno alla Pianosa. Andrea sul punto d'ingaggiare battaglia si trovò con solo due galere delle proprie, però che le altre due soggette ai comandi di Filippino Doria si fossero messe a rimorchiare quelle della Repubblica, che guidate da gente nuova vogavano languido, e nondimanco con risoluto spirito si cacciò in mezzo allo sbaraglio. Se gli fosse mestieri adoperare virtù, non importa che io dica: per maggior disdetta fin dal principio della zuffa un colpo di archibugio lo colse nel braccio sinistro recandogli così acerbo dolore, che già stava per ritirarsi dal ponte, quando buttato via il bracciale e fasciatasi la ferita si sentì abile a combattere; ma comecchè lo facesse assai gagliardamente, tuttavolta troppo inferiore di forze durava fatica a difendersi: quanto a vincere egli era disperato, e la galea accanto a lui balenava come se non si potesse più sostenere. Filippino, visto lo stremo in cui si versava Andrea, lasciate indietro le galee della Repubblica, si abbriva con voga arrancata nel mezzo rinfrescando la mischia; però questo rinforzo, come bastevole a bilanciare le forze, non bastava per vincere; all'ultimo, avendo potuto pigliare parte alla fazione le due galere arretrate, la vittoria si dichiarò per Andrea, ma fu sanguinosa; dei nove legni turchi sette rimasero presi: due salvaronsi. Gad'alì cadde prigione; e si ricorda come quattrocento Genovesi e più vi rimanessero spenti. Se togli l'onore, che veramente per Andrea fu grandissimo, quanto a guadagno questa volta l'andò proprio fra corsaro e pirata, perchè dagli scafi in fuori non ci corse altro benefizio.

Continuando a rinterzare la vita di Andrea Doria con la storia della sua patria, anzi con quella della intera Europa, a me non fa mestieri discorrere quali e quante occorressero cause di emulazione, o piuttosto di odio tra Francesco I re di Francia e lo imperatore Carlo V; basti bene questo, che, finchè vissero, attesero ad osteggiarsi tirando pei capelli nella funesta contesa ora questo, ora quell'altro, e sovente tutti i popoli della Europa in cotesti tempi reputata civile.

Per tanto lo Imperatore, attendendo adesso ad abbassare la possanza di Francia in Italia, coloriva con onesta causa il disegno, intimando: il ducato di Milano a Francesco I Sforza si restituisse; e come senza venire al paragone dell'arme prevedeva non ci sarebbe riuscito, così conobbe tornargli di suprema importanza mettere un piede nella Liguria, massime in Genova per soccorrere le cose del Ducato dalla parte del mare, e come questa città, quantunque affrancata dal giogo francese, non paresse punto disposta di tirarsene addosso uno spagnuolo, egli s'ingegnò da prima coglierla alla sprovvista, e se non riuscì, la città n'ebbe obbligo alla buona guardia che Ottaviano Fregoso ci faceva d'attorno; e per allora si rimase; ma nell'anno che venne dopo, e fu il 1522, essendo prevalse le armi imperiali in Italia, mercè la sconfitta che i Francesi rilevarono alla Bicocca, riarse in Cesare la cupidità di avere Genova, tempestandogli intorno gli Adorni proffertisi nella rea opera servi agli stranieri a patto di dominare sopra i cittadini. Fermata tra loro la impresa, i capitani cesarei mossero ai danni della Repubblica con tutto il peso delle armi imperiali, e volle andarci anco Francesco Sforza per dare maggiore reputazione alla cosa: accampati sotto Genova, e disposte le artiglierie, i supremi capitani Colonna e Pescara mandarono dentro un trombetto ad intimare la resa, magnificando come si suole la potenza di Cesare da un lato, e dall'altro deprimendo quella della Repubblica.