Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 6
L'arcivescovo Federico fratello al Doge, col pastorale nella manca e la spada ignuda nella destra, imperversava non si avesse ad accordare, bensì resistere finchè il fiato durasse. Più modesto Ottaviano chiamava i padri a consulta; dove il ventilare dei partiti protraendosi oltre la pazienza dei capitani imperiali, che sicuri del vincere si mostravano tracotanti, questi cominciarono a trarre con le artiglierie contro il bastione di Pietra minuta. Gli storici biasimando l'avventatezza di Federico danno lode di mansuetudine ad Ottaviano, e che questi fosse più onesto uomo del suo fratello non sembra che si possa negare; può darsi eziandio che il primo fosse spinto a procedere così acceso per causa interessata, ed il secondo da pretta generosità; non per questo l'opera di Ottaviano giudico deva anteporsi a quella di Federico, imperciocchè nelle consulte, massime nei momenti di pericoli, noi vediamo ordinariamente prevalere i partiti animosi, i quali pure come i più magnanimi riescono a prova i più sicuri. La quale cosa se accade da per tutto con maggiore frequenza che non si vorrebbe, non la scatta mai nelle città dove prevalgono uomini dediti alla mercatura, dei quali intento di vita essendo il guadagno, sembra loro che dove questo si arresti, cessino ad un punto le cause del vivere. Ed anche merita considerazione quest'altro che i conforti alle difese dell'arcivescovo si appoggiavano sopra plausibile fondamento, sapendosi come nella Provenza stessero sul salpare navigli in soccorso di Genova, e Claudio di Longavilla in procinto di calare dalle Alpi avrebbe costretto a sollecita ritirata i capitani cesarei, se pure non volessero perire affamati in mezzo a coteste balze della Liguria.
Un po' per disposizione propria, e un po' per lo schiamazzo delle turbe, la Signoria vinse il partito degli accordi; i quali, o per emulazione o per infingimento convenuto fra loro, il Colonna accolse ed approvò, respinse il Pescara, cui averla a forza riusciva più accetto, onde ordinava si tirasse innanzi e si ammanissero le scale. Pigliarono Genova gli Spagnuoli soli, ma la saccheggiarono Italiani, Spagnuoli e Tedeschi: vi si commisero le solite nefandità; ma i Genovesi, e questo dico a gloria di loro, secondo il solito non se ne dimenticarono, ed ogni volta che n'ebbero il destro si riscattarono. Lasciate dire chi vuole, la vendetta delle ingiurie recate alla patria è cosa santa; le offese fatte a voi, uomo, perdonate sempre; quelle a voi cittadino, non mai. Ottaviano Fregoso avendo la coscienza netta giudicò bassezza cansarsi, ma la coscienza non basta contro il maltalento; i nemici, fattolo prigione, mandaronlo ad Ischia, ove indi a poco periva: l'Arcivescovo suo fratello, in compagnia di parecchi gentiluomini, salì sopra le quattro galee di Andrea covigliandosi a Monaco, e quinci con molte ed onorate condizioni (e ci sarebbe andato per nulla) si condusse agli stipendii di Francia, per trovare, come disse, occasione di vendicare la patria mandata fellonescamente a sacco dagli Spagnuoli.
Poco dopo che da Andrea fu lasciato Monaco, vi accadde una tragedia nella quale si afferma, che egli pigliasse parte non piccola; e si ricava da questo. Sopra cotesto scoglio regnava Luciano Grimaldi, che lo aveva usurpato ammazzando a tradimento il fratello Giovanni, e la moglie e la figliuola di lui cacciando in esilio, e poi se lo tenne in santa pace andandogli a verso ogni cosa, lieto com'era di buona ed onesta moglie e di due figliuoli maschi Onorato e Francesco, sicchè Dio e gli uomini sembrava gli avessero rimesso il delitto: anzi aveva perfino tentato di ottenerne la quitanza espressa dal cielo, o a meglio dire dai sacerdoti, fondando il Convento di Carnolese, e sottoponendosi a tutto, tranne la restituzione del retaggio usurpato, e non gli valse; imperciocchè Tommaso Shidonio, meritamente oggi riverito per santo, gli disse sul viso, che ci voleva altro che conventi per espiare il fratricidio; se gli premeva la grazia di Dio incominciasse a placarne lo sdegno col rendere la roba rubata alla nipote. Luciano non gli dette retta, e siccome continuò a svolgersi per lui gioconda la vita, così ebbe a credere che il santo uomo non fosse, secondochè presumevasi, interprete genuino dei decreti di Dio: ma Dio non paga il sabato: in fatti, un dì che stava chiuso in consulta col suo nipote Bartolomeo Doria, dandogli le istruzioni di quanto avesse a procacciare per lui in corte di Francia, questi assalitolo alla sprovvista, lo spense di mala morte. A tanto misfatto non pare si conducesse Bartolomeo a cagione dell'antica nimicizia della casa Doria co' Grimaldi, però che questi assieme co' Fieschi si professassero guelfi, mentre i Doria con gli Spinola si ristrinsero sempre a parte ghibellina, imperciocchè coteste antiche divisioni fossero state sopite da nuove paci, da parentadi e da scambievoli officii; piuttosto sembra che lo tirasse pei capelli la cupidità, potendo chi possedesse cotesto scoglio pigliare occasione ad incremento grandissimo, stante il perpetuo rivolgersi delle cose italiane per le contese del re con lo imperatore. A Bartolomeo fece tronchi i disegni l'ira del popolo, il quale, commosso a pietà alla vista del cadavere di Luciano lacero dalle ferite, lo costrinse a fuggire; indi a poco sopraggiunse Agostino vescovo di Grasse fratello del trafitto, il quale da quel prete ch'era e genovese, da prima considerato come quello che pareva buono a pigliarsi forse ottimo a tenersi, non rese il principato alla nepote: e poi richiesto con pietose supplicazioni di misericordia da Bartolomeo rispose: avere perdonato Gesù ai suoi uccisori, poteva perdonare egli a cui a buon conto non aveva morto altri che il fratello; quando egli si riducesse a casa gli avrebbe restituito la grazia sua. Bartolomeo traditore, fidandosi non essere tradito, si commise nelle mani del vescovo: non andò guari che Bartolomeo disparve, e fu fatta correre la voce che avesse incontrato la morte assaltando il castello di Penna; ma il fatto stava che il dabben prete nei sotterranei del castello lo scannò. Andrea Doria, appena commesso il delitto, comparve con le sue galee alla vista di Monaco per entrarci dentro ad assicurare lo acquisto, ma, presa lingua che la trama era capitata a male, si trasse al largo non si facendo più vedere. Certo, per argomentare la sua complicità al delitto, simile indizio sarebbe poco; ma rimane una lettera donde si ritrae manifesta: però io confesso questa lettera non avere visto, nè lo scrittore, che la rammemora, ne riferisce per disteso il dettato[3].
Ai consiglieri del re di Francia piaceva Andrea che eseguisse, non piacque che consigliasse; difatti giunto ch'ei fu in Corte incominciò a predicare si soccorresse Rodi in quel torno combattuto da Solimano; ciò persuadere non pure il bene della cristianità, ma l'onore di Francia e la voce del sangue altresì, però che la più parte di coloro che tanto virtuosamente si travagliavano alle difese dell'isola, fossero Francesi; pensava averne plauso, ed invece rincrebbe a tutti; ai gentiluomini, come quelli cui talenta talora mostrarsi generosi, ma che altri li conforti ad esserlo e' l'hanno per rimprovero, e lo pigliano in uggia: ai consiglieri, per astio ripugnanti a dare occasione d'ingrandirsi ad uomo nuovo: al Re, che, sprofondato nell'odio contro lo Imperatore, metteva in non cale la cristianità, la Francia e tutto, ma non doveva parere, onde gli recavano molestia inestimabile quegli uomini e quelle cose che contribuivano a scoprirlo.
E poi non andò guari che i Francesi ebbero ben altro a pensare che a Rodi, imperciocchè l'ammiraglio Bonnivet respinto dalle Alpi, dava campo al marchese di Pescara, dopo allagato d'imperiali la Provenza, di mettere l'assedio a Marsiglia. Buoni e fortunati furono allora i servizii che Andrea Doria rese alla Francia col munire Marsiglia, e non una volta ma due, attentandosi a navigare fino ad Arles per cavarne provvisioni, non curato, anzi trovato Ugo di Moncada ammiraglio di Cesare che lo seguitava alla lontana, per la quale cosa gl'imperiali dopo quaranta giorni ebbero a partirsi dallo assedio di Marsiglia, che fu difesa strenuamente da Renzo da Ceri di casa Orsini, capitano illustre a quei tempi, e da un Libertà côrso, a cui non ingrati i Francesi posero lapidi, con iscrizioni commemorative la virtù di lui e la riconoscenza loro.
Ora accadde, che, mentre Andrea Doria scorrendo su e giù attendeva a spazzare cotesti mari, il principe Filiberto di Oranges, quel desso che più tardi capitano dello assedio sotto Firenze, rimase ucciso alla battaglia della Cavinana, venendo sopra un brigantino di Spagna, o sia che l'aere fosco gli togliesse il vedere o qualche astuzia ci adoperasse Andrea, si trovò in mezzo alle sue galee, dove non valendo difese, questi lo fece prigione a man salva. Il Principe quanto a cortesie, non ebbe niente a desiderare, ma instò invano di essere liberato con la taglia, però che il Doria sotto buona scorta lo spedì al Re, il quale lieto di sì nobile cattura, promise al Doria un presente di quindicimila ducati, che non gli dette mai.
Dopo ciò Andrea ridusse in potestà sua Savona, e s'impadronì di Varagine: in seguito, cominciando a imperversare la rea stagione, egli prese consiglio di ripararsi nel porto di Vado, pure stando su lo avviso se la fortuna gli mettesse dinanzi congiuntura di poter far qualche bel tratto; e la fortuna, amica ai solerti, glie la mise in questa maniera. A Don Ugo Moncada parve che conducendo un'armata fornita di tutto punto di diciotto galere spagnuole, avrebbe scapitato non poco di credito se in cotesto anno si fosse ridotto ai porti senza fare, o almeno tentare cosa alcuna di conto: preso lingua come il presidio di Varagine se ne stesse a mala guardia, colà navigando cautamente lo assalse alla sprovvista, e sul primo giungere sbarcò da tremila fanti spagnuoli. Si trovava dentro la terra Giocante Casabianca côrso, soldato vecchio uso a non isbigottirsi per poco, il quale, avendo animato con le parole, e meglio con lo esempio, il presidio a menare francamente le mani, ed il presidio non facendogli difetto, ne successe una molto fiera battaglia. Le galere spagnuole, tiratesi al largo per cagione del mare grosso che le spingeva alla spiaggia, cominciarono a trarre a casaccio empiendo di strepito la marina, non già di terrore la gente: il quale strepito, invece di recare danno al nemico, lo recò a lui, però che portandolo il vento fino a Vado, Andrea ebbe avviso della battaglia, onde sfrenate le galee in un attimo le spinse di furia in mezzo a quelle del Moncada sceme dei soldati: bastava tanto a farlo vincere, e pure lo favorì anco il vento: con facile vittoria ruppe l'armata spagnuola di cui solo tre galere riuscirono a scampare; ma egli alacremente perseguitandole le costrinse a investire sopra la spiaggia di Nizza; e nè anche allora le lasciò in pace, chè, calati subito gli schifi in mare ed empiutili di gente, si mise ad assalirle: senz'altro quelle pure erano spicciate se per caso non passavano di costà certe squadre di cavalleria imperiale, che corsero alla difesa delle galere spingendo i cavalli fin dentro al mare: allora Andrea si trasse indietro, pago di quanto aveva acquistato per cotesta vittoria, la quale rese chiara la prigionia dello ammiraglio Moncada, e di altri moltissimi così capitani come soldati spagnuoli.
In questo la Francia, non patendo avere perduto ogni prevalenza in Italia, rovesciava con sinistri presagi giù dalle Alpi nuovi eserciti capitanati dallo stesso re Francesco, che ne rilevò quella fiera battitura di cui vanno piene le carte col nome di battaglia di Pavia, e veramente si avrebbe a dire di Mirabello. Francesco di Francia, caduto nelle mani del Principe di Borbone e del Marchese di Pescara, somministrava ad ognuno di loro vario argomento ad esercitare la propria cupidità: desideravano entrambi tenerlo in Italia, questi per adoperarlo come arnese a procacciarsi il reame di Napoli: quegli per macchinare novità nella Francia; ma il Re desiderava ad ogni costo uscire loro di sotto per moltissime ragioni, che qui non importa discorrere; ed in questo lo secondava il Lanoya vicerè di Milano, che, rinterzatosi col Borbone e col Pescara, tirava al suo interesse: contro il parere del Consiglio di Francia, la madre del Re, cui parevano mille anni cavare il figliuolo dalle mani del Borbone, non rifiniva di rispingere innanzi la pratica, sicchè altro non rimaneva eccetto si accordassero sul modo di mandarla ad esecuzione.
I commissari imperiali per avere pegno di non essere assaliti nel trasporto del Re a Barcellona, chiesero le galee francesi si ritirassero ai porti, e quivi stessero disarmate, la quale cosa venne concessa. Allora il Consiglio di Francia mandò al Doria, che, recatosi dentro le sue galee presidio spagnuolo, si unisse all'armata che convogliava il Re a Barcellona. Andrea, rigettato questo partito, ne propose un altro: dessero al Lanoya galee della marina regia: a lui lasciassero le sue con le quali sarebbe ito a mettersi in agguato alle isole Yeres, dove uscendo notte tempo con quattro galee, si mescolerebbe inosservato alla squadra spagnuola, poi di un tratto assalita la capitana alla sprovvista, faceva conto di cavarne il Re a forza di arme; che messo subito sopra una fregata avrebbe trasferito a bordo di una delle galee rimaste indietro, la quale a furia di remi si sarebbe provata di condurlo a salvamento. Parve a tutti troppo zaroso il partito, massime alla madre, la quale temè e non senza ragione, che il figliuolo in cotesto investimento, e pei casi della zuffa notturna, non avesse a capitare male. Andrea, vista la sua profferta scartata, ricusò impiegare in altro modo le sue galee: solo richiesto, e per comando espresso della Francia, promise non molesterebbe gli spagnuoli per via. Cosa naturale è, che, quando due vengono a contrasto di pareri tra loro, uno lodi il suo, e censuri l'altrui; ma oltre il biasimo, intopperà sovente danno quegli che, non pago di tanto, vorrà vituperare l'emulo con le calunnie, od angustiarlo con gli smacchi; e questo fu ciò che avvenne allora in corte di Francia contro il Doria, a cui non si risparmiarono insulti, ed agl'insulti aggiunsero il pregiudizio di ritenergli le paghe. Andrea dall'altra parte non pure astenevasi da fare cosa, che gli gratificasse i ministri del re, ma compiacevasi del contrario, ricusando loro pertinacemente ogni donativo, e spesso lasciandosi sentir dire, che se volevano avere parte nelle prede, andassero seco lui a conquistarle sui mari. Insomma queste gozzaie giunsero a tale, che, presa licenza dalla Francia, egli andò ad accomodarsi con Clemente VII, il quale lo condusse capitano di sei galee, quattro sue e due di Antonio suo parente, assegnandogli, per soldo di tutte, scudi trentacinquemila per anno; non di manco l'armata alla quale venne preposto fu di otto, avendone il Papa aggiunte due altre della Chiesa.
Per allora la licenza di Andrea non danneggiò punto la Francia, imperciocchè il Papa con esso lei si legasse e co' Veneziani, per tentare di mettere un po' di freno alla baldanza dello Imperatore, liberando Milano dallo assedio, levando di prigione i figliuoli del Re (dati per pegno della osservanza dei patti stabiliti a Madrid in baratto di lui) e cavandogli di sotto Napoli e Genova con altre più condizioni, le quali non occorre qui riferire. La Lega per avere a capo il Papa si chiamò _Santa_.
I confederati, secondo il solito delle leghe, procederono languidi, onde la Spagna potè a suo agio rinforzare il presidio di Genova con 1500 fanti; le flotte loro essendosi riunite si trovarono in tutto sommare a quarantacinque legni. Armero veneziano ne conduceva tredici, Pietro Navarro sedici sottili, ed otto tra galeoni e navi; il Doria otto: allora questi capitani spartironsi la guerra; il Navarro tolse sopra di sè la impresa di Savona, ed, aiutato dagli abitanti, di leggieri se ne impadronì; il Doria e l'Armero occuparono la Spezia e Portofino; donde scorrazzando il mare ad impedire che entrassero vettovaglie in Genova, si confidarono averla per fame. Però considerato come il blocco marittimo assottigliasse sì, ma non togliesse il pane a Genova, scendendo le granaglie giù dalla Lombardia, mandarono a Francesco Maria della Rovere capitano dello esercito della Lega che chiudesse i passi dei gioghi, ma egli, o per inettitudine o per astio contro il Papa, ch'era dei Medici, non li chiuse.
Il doge Antoniotto Adorno, vigilando a cessare le querele di ora in ora irrompenti per lo scarso vivere, ordinava si ricuperasse Portofino; nella quale impresa adoperò quattromila veterani e due mila gregari. Andrea, presa lingua del disegno, butta in terra Filippino Doria e Giovambattista Grimaldo con ottocento soldati dei buoni, i quali, fatta massa con gli altri di Filippino Fiesco, preposto al comando di Portofino, non solo bastarono a sostenere lo assalto, ma lo ributtarono, mandando molta di cotesta gente dispersa pei monti dove, peggiore della sanguinosa assai, incontrava la morte per fame.
Le dimore cautamente imprudenti del Duca di Urbino operarono sì che Genova in quel punto non si avesse, e, danno troppo maggiore, che Francesco Sforza, non si potendo più oltre sostenere in Milano, capitolasse col Borbone, e il Papa, atterrito per le scorrerie di don Ugo di Moncada e dei Colonna, si levasse dalla Lega accordando con loro. Andrea, per comandamento del Papa levatosi dallo assedio di Genova, si condusse a Civitavecchia. Ma il Papa indi a breve si rinfrancava, imperciocchè in lui non fosse mancamento di prudenza, bensì la troppa timidità ad ora ad ora gli turbasse il giudizio, e con pronti messaggi contrammandava tornasse Andrea nel mare ligure ed impedisse il progredire dell'armata, che si sapeva già mossa da Spagna ai danni della Lega. Difatti in cotesti giorni salpava da Cartagena la flotta imperiale di trentasei galee piena di fanti e di cavalli capitanati da Antonio Lanoya vicerè di Napoli, Ferrante Gonzaga, e Ferrante d'Alarcone, che per fortuna di mare costretta a ricoverarsi in Corsica nel golfo di S. Fiorenzo, adesso con prospero vento veleggiava verso Genova: di tanto fu porto avviso ad Andrea giusto in quel punto in cui si riuniva al Navarro, e formarono insieme diciasette galee. L'Armero aveva preso stanza a Portovenere, e già messo mano a racconciare il naviglio; però gli spedirono tosto raccomandandogli si affrettasse a soccorrergli; ond'egli che animoso era molto, lasciata ogni cosa in asso, accorreva, senonchè il vento e il mare contrari gl'impedivano il cammino. Ad ogni modo il Navarro e Andrea, anco senza questo rinforzo, statuirono ingaggiare la battaglia, sul principio della quale il Navarro, che ebbe lode in quei tempi di pratichissimo nel maneggio delle artiglierie, imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, il quale rovinando trasse seco giù il gonfalone dello Impero: cose che, quantunque fortuite, levano mirabilmente in alto le speranze dei combattenti e non mica dei superstiziosi soltanto, bensì degli altri che si sentono meno disposti a farne capitale ad animo tranquillo. Andrea andò a cacciarsi in mezzo a due galee spagnuole, e quivi fulminando alla dirotta una ne sconquassava, l'altra buttò a fondo: trecento uomini vi perirono a un tratto: l'Alarcone scampò come per miracolo aggrappandosi allo schifo; la fortuna parve pigliarsi cura di questo carceriere di Francesco di Francia, perchè tra breve custodisse prigione il Papa Clemente. Dei legni della flotta spagnuola quale più quale meno soffersero tutti, e forse tutti perivano, se prima in grazia della notte, e poi del vento mutato, non si fossero salvi dalla ruina. Quando spuntò l'alba le galee spagnuole si erano dilungate troppo, perchè Andrea e il Navarro potessero perseguitarle con profitto, e la stagione ormai inoltrata persuadeva i naviganti a ridursi stabilmente nei porti.
Tuttavolta Andrea ci si fermò poco, imperciocchè Clemente VII, irrequieto nei suoi armeggi, invece di starsi forte su le difese ora che udiva stormire dalla parte di Lamagna nuovo nembo di guerra, e scendere capitano dei lanzichenecchi un Giorgio Frandesberg[4], il quale portava appeso all'arcione della sella nientemeno che una matassa di corde di seta rossa, mescolate con una di oro per impiccarne il Papa e i Cardinali, s'indetta col re di Francia, per natura sempre, ed ora per anni e per isventure oltre il consueto dimesso di spiriti perseveranti, a conquistare Napoli col patto, che mezzo si desse al conte di Valdimonte fratello del duca di Lorena, e mezzo alla Caterina dei Medici, ch'egli avrebbe condotto in moglie, sicchè per parentado venisse ad ordinarsi intero, com'era successo poco prima del reame di Spagna in virtù del matrimonio di Ferdinando con Isabella.
Per mandare ad effetto così strano disegno, il Papa levava dai porti le armate della Lega e le spediva a Napoli, però con gli altri anco Andrea, il quale tuttavia non volle partire prima di avere provveduto che lo assedio dalla parte del mare a Genova non si allargasse e continuassero navi a costeggiare lungo le spiagge per impedire ci s'immettessero vettovaglie; dopo questo veleggiò per Civitavecchia, che tocca appena, imbarcava le bande nere con Orazio Baglione rimastone capitano dopo la morte del signor Giovannino de' Medici, e lo stesso conte di Valdimonte per traghettarle nel regno.
Dove da prima le cose procederono prosperamente, ed oggimai le forze dei collegati si erano spinte fino sotto la città di Napoli, quando di repente il Papa, o sia che con nuovi spauracchi lo atterrissero, o con insolite speranze i ministri cesarei lo agguindolassero, o coi Francesi s'impermalisse, cessa le paghe a Renzo da Ceri, licenzia i soldati, e si ritira dalla Lega mandando a catafascio ogni cosa. Andrea richiamato a sua posta torna a gettare l'àncora in Civitavecchia. Intanto il duca di Borbone, in apparenza discorde dal Colonna e dal Moncada, in sostanza di concerto con loro, le convenzioni fatte col Papa dichiara reciso non volere osservare.