Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 4
I versi che Omero pone su le labbra di Andromaca che piange sul corpo del defunto marito durano immortali, perchè del pari sono immortali le sciagure dell'orfano in essi lamentate; però non sembrerà cosa strana nè forte se Andrea, salvato appena Francesco Maria dalle mani del Valentino, lo avesse a sottrarre da quelle non meno rapaci dello zio cardinale. Certo nei petti sacerdotali l'amore dei nipoti molto può, ma troppo più prepuote l'agonia di acquistare le somme chiavi; di fatti il cardinale Giuliano, mirando a farsi poderoso di stati per crescere di credito nel sacro collegio, comecchè in apparenza non omettesse officio veruno di buona parentela verso la cognata, ed anzi mandatala a levare da Firenze l'albergasse a Genova in certo suo palagio, che possedeva fuori della porta di san Tommaso, in sostanza poi ciò operava per poterla serpentare più da vicino, al fine che da lei si commettessero in sua balía le fortezze e le castella del nipote su quel di Napoli, sotto colore, che con la sua autorità meglio si sarieno potute tenere. Quantunque la duchessa, con alterazione non piccola dell'animo suo, udisse moversi la impronta richiesta, pure quanto più seppe mansueta rispose: coteste castella avere ricevuto dal marito in fede di restituirle al figliuolo, ed a questo volerle in tempo debito restituire. Il Cardinale non si tenne mica vinto per tanto, che indi a breve rimandava allo assalto il suo camerario Casteldebrio (quel desso che poi salito alla porpora prese nome di cardinale di Pavia), affinchè con parole sforzevoli la spuntasse; a cui la donna in sensi succinti rispose: — parerle di fare bene a tenerle, perchè da coteste possessioni in fuori non le avanzava altra sicurtà per le sue doti, onde lasciarle senza cauzione non intendeva. — Così fu rinviato senza conchiusione il camerario, ma Andrea, ristrettosi subito dopo con la Prefettessa, le insinuò: badasse bene; tenace la natura dei preti; quello che vogliono vogliono: tenacissima poi quella del cardinale Giuliano. La ressa disonesta significare una voglia accesissima, la quale non si sarebbe così di leggieri attutita; anello forse di qualche occulto disegno concepito nell'animo di cotesto uomo violento; però confortarla ad armarsi di subita provvidenza. Alla donna esperta nei casi della vita piacque il consiglio, onde senza porre tempo fra mezzo pensò ai fatti suoi; e veramente bene le incolse della diligente sollecitudine adoperata, imperciocchè il cardinale della Rovere, personaggio, come ogni uomo sa, violentissimo, di cui la collera si accendeva alla stregua degli ostacoli che incontrava, postergato qualunque rispetto spedì lo stesso camerario Casteldebrio nel regno con due brigantini e copia di danari per corrompere i Castellani ed entrare in possesso delle castella. Il Camerario, arrivato con celere viaggio alla rocca Guglielma, chiese libero ingresso per sè e pei seguaci suoi; domandato se avesse il segno, rispose di no, ma portare seco cosa troppo più importante del segno, la quale era un chirografo in virtù di cui la Prefettessa investiva il Cardinale del possesso delle castella, ed ordinava ai Castellani obbedirgli liberamente. La guardia notò, che la cosa poteva andare in regola, però essergli vietato immettere gente in castello senza licenza del Castellano, nè a lui spettare il giudizio intorno alla autorità del chirografo; entrasse solo il Camerario a conferirne col Castellano; quegli rispose, che molto volentieri l'avria fatto, sicchè due soldati, toltolo in mezzo, il condussero alle stanze del Castellano, le quali aperte, la prima cosa, che gli comparve davanti fu la Prefettessa, che tutta aggrondata gli disse: — Orsù, via, porgetemi il mio chirografo; — e siccome il Camerario, tuttochè prete, vergognandosi non fiatava, ella soggiunse: — Andate, e a cui vi manda dite, che così non costumano i sacerdoti, nè i parenti, anzi nè manco chi desidera mantenersi in fama di uomo dabbene. —
Dopo tante e tante varie fortune, Andrea, giunto ormai al suo trentasettesimo anno, si trovava ad essere più povero di prima, onde sperto, che di rado accade procurarti fuori la comodità, che non sai rinvenire in casa, deliberò ritornarci, confidando che Niccolò Doria, il quale in cotesto tempo militava in Corsica condotto al soldo dello Uffizio di san Giorgio, gli avrebbe aperto qualche via per migliorare le sue sorti.
Che fosse l'Uffizio di san Giorgio, per quale diritto, e come governasse l'isola di Corsica, non torna spediente raccontare adesso: basti sapere per ora, che Niccolò, in procinto di partire, aveva deciso di menarlo seco, ma essendo nel frattempo accaduto uno stupendo rivolgimento di cose per la morte di due papi, Alessandro VI e Pio III, e l'assunzione al pontificato di Giulio II, egli, come assai domestico del Papa, reputò, che gli verrebbe fatto di avvantaggiare le cose sue meglio a Roma che in Corsica, però, chiesta ed ottenuta licenza dall'Uffizio di san Giorgio, gli designò Andrea capace a succedergli, e degno in tutto della fede la quale fin lì avevano riposto in lui, e di fatto era.
Coloro che hanno scritto dei gesti di Andrea Doria per adularlo vivo, e per piaggiare, morto, la famiglia di lui, scivolano assai lestamente sopra questa parte della sua vita, stringendosi a dire, che in breve tempo egli seppe con la sua virtù assettare le faccende scomposte dell'isola; ma la storia ricorda come Andrea vi si comportasse avaro e spietato. Che nelle storie della Corsica, scritte dal Filippini, un po' di passione ci si sia intromessa, potrebbe darsi, pure ei le dettò mentre Genova dominava l'isola, nè sembra, ch'egli odiasse la repubblica o fosse odiato da lei; e fama ha di verace pei fatti accaduti ai suoi tempi; ed anco, posto questo da parte, i Genovesi, massime quelli dell'Uffizio di san Giorgio, mercanti erano, i quali governavano come trafficavano, voglio dire col fine di cavare dal proprio danaro il maggiore pro, che per essi si fosse potuto, e l'interesse della moneta a quei tempi batteva tra il diciotto e il venti per centinaio, donde accadeva che, non curate onestà e carità, anzi neppure efferatezza e tradimenti, si estimassero ottimi i partiti più spicci e meno costosi; ora, siccome le guerre, oltre a tirare in lungo e costare un tesoro, compaiono anco di esito incerto, così preferivano gli assassinamenti come più sicuri e di maggiore risparmio.
Arte di governo dei Genovesi in Corsica fu questa: spiantare la stirpe dei baroni, fiera gente, e a maneggiarsi difficile, ma generosa, e ciò si ottenne suscitando scisme tra loro, e poi sovvenendo i deboli per opprimere i potenti; anco talora pigliarono le parti del popolo contro i baroni, e sperarono venire a capo eziandio con questo come di belva, che la perdita del sangue rende tutta mansueta. Certo alla Corsica non so se molta pecunia, ma senza fallo molto sangue costò la dominazione di Genova; questa però nello uccidere altrui ferì sè stessa, e, resa la Corsica cadavere, ebbe a consegnarla alla Francia perchè la seppellisse. La Francia tentò prima di venderla, e ciò nè manco dopo due anni dal tanto appetito acquisto, ma, non trovando compratore, se l'ebbe a tenere; adesso finalmente dopo tanto secolo la va ravvivando; però non ispero ch'ella possa mai più rifiorire a quella prosperità di cui ci porgono testimonianza credibili storici: se poi più tardi mi avesse a smentire il successo, l'avrò per grazia.
Dispersi prima i baroni da Leca toccava adesso a quei della Rocca a sparire; per metterli a segno l'Uffizio di San Giorgio aveva mandato Niccolò Doria commosso dal pericolo di perdere la isola per virtù di Ranuccio, il quale, tentando rientrare nel possesso dei suoi beni, ne aveva messo sottosopra le parti occidentali; Niccolò incomincia col citare Francesco e Giudice della Rocca, congiunti di Ranuccio, a comparirgli davanti: andava Francesco, più cauto; se ne astenne Giudice; ma se al primo nocque la fiducia, all'altro non valse la prudenza, imperciocchè a Francesco egli facesse mozzare la testa, e Giudice trafiggere con ferro assassino; giunse eziandio a mettere le mani addosso ad un fanciullo figliuolo di Ranuccio, ed anco questo spense a fine di empire l'anima paterna di terrore e di sgomento. A tale cognato, ad opere siffatte subentrava Andrea, nè tralignò. Ludovico XII re di Francia, diventato signore di Genova, sia che per naturale inclinazione sentisse pietà per cotesto gentiluomo, sia, come credo piuttosto, che lo movessero i conforti del Cattaneo consorte del Ranuccio, intendendo salvare cotesto sciagurato dalla estrema rovina, spedì in Corsica due uomini a posta per offerirgli l'ordine cavalleresco di san Michele con buona provvisione, a patto che, deposte le armi, si riducesse a vivere in Francia. Ora Andrea avendo considerato, che se la guerra terminava a quel modo veniva a cessare la sua condotta coll'Uffizio, e certo perduti i premi della vittoria, finse credere falsa la commissione dei messi, e le patenti regie, comecchè apparissero munite del suggello del re, e sotto pretesto di chiarire il vero ritenuti i messaggeri, mandò il suo cancelliere a Genova perchè maneggiasse a stornare il trattato, come di vero gli accadde. Allora così ferocemente attese a perseguitare Ranuccio, che questi, derelitto da tutti, si ridusse, solo, a vivere vita ferina su pei gioghi di un'aspra montagna, dove lo affetto di qualche suo vecchio vassallo lo andava aiutando, con mortalissimo pericolo, di un tozzo di pane. Andrea, contati i giorni che bisognavano per farlo morire di fame, avendo saputo, che in capo a quelli durava sempre vivo, nè per quanta diligenza vi adoperasse riuscendogli scoprire da quale dei villaggi circostanti si partisse il suo soccorritore, li distrusse tutti, ardendone le case, tagliando gli alberi, disertando i vigneti, e disperdendone gli abitatori; così fece prigione Ranuccio, e come a morte certa lo mandava a Genova, dove, se il governatore del re di Francia non era, avrebbe miseramente finito sotto la scure. Come ai tempi dei Romani, così a quelli dei Genovesi, e così sempre quando i tiranni prevalgono, pace ed ordine chiamano la solitudine e la morte.
CAPITOLO III.
Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori di popolo; _castiga villano_; due Doria ammazzati; nuova spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia; il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di Andrea sotto la _Briglia_ dove rimane ferito. — Prosperando le cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. — Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. — Tragedia di Monaco non senza sospetto di partecipazione del Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col Papa. Lega _santa_ per frenare lo Imperatore. — Andrea contro la patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra. Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. — Codicilli singolari del suo testamento.
Se noi scrivessimo le storie dei popoli faremmo chiari i lettori come causa perpetua di discordia prima, e poi di tracollo negli stati fossero i nobili, o quelli che, per eccesso di censo appartandosi dalla uguaglianza civile, intesero soverchiare altrui con la potenza come con gli averi. I politici antichi, ed anco dei moderni parecchi, reputarono ottimo governo quello, che va composto di un mescolo, dove la democrazia, la monarchia e l'aristocrazia entrano in parti uguali: opinione che per più ponderato consiglio a me sembra piuttosto in apparenza che in sostanza prudente, imperciocchè veruno dei tre ordini stia mai al segno, bensì uno si adoperi a superare perpetuamente l'altro, da prima con leggi, più tardi con le insidie, all'ultimo con le violenze. I democratici fiorentini, invece di estirpare i grandi, gli esclusero dai magistrati; non tolsero già i privilegi per tutti, al contrario, per via degli ordinamenti di giustizia, ed altre di questa maniera provvisioni, ne istituirono molti, ed odiosi in danno di loro, con offese continue li condussero alla disperazione, sicchè quante volte i grandi poterono farlo si legarono con la tirannide domestica, o forestiera, per ripigliare il sopravvento sul popolo; finalmente, accostandosi ai Medici, nel ridurre il popolo e sè in ceppi, reputarono refrigerio, e non fu nè manco vendetta, la comune servitù.
Non so se altrove, ma qui in Italia corre per la bocca della gente un proverbio rivelatore dell'animo dei padri nostri, e pur troppo eziandio del nostro, il quale è questo: male comune, mezzo gaudio. Parve, e pare tuttavia bello a noi Italiani cavarci gli occhi, a patto che gli avversarii nostri abbiano a rimanere orbi. Per converso i Veneziani raccolsero la somma del governo nei patrizii, e nè manco in tutti, ma studiarono diligentissimi che il popolo avesse sicure due cose: pane e giustizia; procedendo in questo, meglio dei Fiorentini, avvisati assai; pure anche lì coll'andare del tempo cotesto sentirsi governato a guisa di mandra, comecchè con amore, rincrebbe al popolo, che, capitatogli il destro, un giorno pensando abbattere solo i patrizii, atterrò loro e lo Stato.
La esperienza ammaestra come la macchina governativa, al pari di ogni altra, quanto più la ordinerai semplice, e più tu proverai perfetta, sicchè ti risponderà meglio quanto meno ci metterai dentro disuguaglianze, oltre quelle che induce la natura, voglio dire di giovani feroci, e di vecchi prudenti, d'improbi e di probi, d'ingegnosi e di ottusi. Ad ogni modo, innanzi che i governi semplici tornino graditi alla universalità, e' ci ha da correre un bel tratto; intanto la lite flagrante, e la fortuna alterna della democrazia e della aristocrazia, mantengono il campo delle offese e dei rancori, donde agli spiriti cupidi si offre abilità di rimestare le faccende per modo, che conseguano lo scopo dei volgari ma utili appetiti.
Nel tempo in cui sono giunto ragionando di Andrea Doria gli ufficii ripartivansi a Genova fra popolo e patrizii con questa ragione, che ai nobili ne toccavano i due terzi, un terzo al popolo: i voti per vincere i partiti si contavano alla medesima stregua. Il popolo pertanto chiedeva riforma, e dirittamente, conciossiachè essendo egli troppo più copioso in numero dei nobili, ne accadeva, che mentre questi quasi tutti esercitavano le magistrature, pochi di lui si trovassero ad averle; allora taluni fra i più savi senatori proposero la riforma in consiglio, ma i nobili superando co' due terzi dei voti respinsero il partito, e ne menarono baldoria secondo il solito dei corpi deliberanti cui pare averla spuntata allorchè vincono con le fave, quando, se prudenti, arieno a tenere la lingua in palazzo, e le orecchie in piazza: e come i tempi erano più feroci dei nostri, alla ingiustizia aggiunsero la prepotenza, facendo fabbricare certe lame di pugnale col motto incisovi su _castiga villano_, quasi per far capire al popolo di scancío, che, se la legge gli pareva oscura, gliela avrebbero chiosata i patrizii a suono di coltello. Il popolo, che da un pezzo bolliva, dette di fuori gridando: _addosso ai nobili_; e trovati per via un Visconte Doria ed un altro pure della medesima stirpe, gli ammazzò di botto: allora e' fu un bacchio baleno levarsi dal fianco il pugnale _castiga villano_, e più che baleno scendere a patti. Il popolo dopo la vittoria non crebbe pretensioni; i patrizii, di superbi divenuti umili, meravigliavano, o piuttosto ne facevano le viste, come mai avessero potuto reputare esorbitante ieri, quanto conoscevano oggi, non pure giusto, ma discreto, onde concessero di leggieri, che la misura dei voti e degli ufficii si rovesciasse; vale a dire, che dove prima i patrizii delle cariche e dei voti avevano i due terzi, e il terzo il popolo, da ora in poi i due terzi spetterebbero al popolo, il terzo ai patrizii.
Per ordinario nei rivolgimenti politici si viene agli accordi, quando questi non hanno virtù di accordare più nulla. La potestà che cede diventa a un punto screditata e vile; il popolo che sforza insolentisce, però che la temperanza, di cui fa prova nei primi bollori, non derivi già da cuore nella sua grandezza pacato come quella di Scipione, bensì da un certo peritarsi, ch'egli, sempre uso a toccarne, prova nello adoperare la vittoria, che presto perde. Così dopo questi patti il popolo non si astenne dalle offese nella persona, e negli averi dei nobili, le quali traboccarono indi a poco per modo che i nobili, paurosi di peggio, tolsero uscire dalla città, riducendosi la più parte di loro a vivere in Savona.
Intanto il popolo si sbracciava a raccogliere in sè la somma del governo, e non rinveniva il bandolo: odiava il Senato, ma al punto stesso lo riveriva così, che non gli bastò l'animo di levarlo di mezzo; creò all'opposto il Tribunato per contrastarlo; e due poteri principi, di facoltà indeterminate, uno protervo per la fresca vittoria, l'altro iracondo per la patita sconfitta, inabissavano le Stato. I Tribuni fra tanto arrolarono 2500 fanti, i quali, a seconda dei voleri del popolo, spedirono nella riviera di levante per torre le castella a Gianluigi Fiesco; e gliele tolsero; tornati a casa mulinavano imprese maggiori a danno degli altri nobili, che inaspriti dalle offese vecchie, e disperati per le nuove, si adoperarono a tutt'uomo per tirare il re di Francia dalla loro, e con parole accese lo andavano serpentando dicendogli: Genova stare in bilico per uscirgli di mano dove non provvedesse presto, e forte: appetirla lo Imperatore, aocchiarla il Papa, se non per tenerla, per appianarsi la via allo acquisto del Milanese tanto agognato da lui: entrambi questi due potenti sarebbero venuti a capo della plebe piaggiandola; egli dovrebbe prevenire il pericolo opprimendola. Questi maneggi sortivano effetti contrari dei presagiti, chè il Re spaventato si mise a procedere col calzare di piombo, e volendo condurre il buono per la pace, comandava nobili e plebe si accordassero fra loro le terre prese restituendo, la riforma approvassero, e gli uni agli altri le offese si rimettessero.
Non si comandano le paci; e poichè la plebe prevaleva a quei giorni, Tarlatino da Castello, condottiero preso al soldo della repubblica, si restrinse con lei; anzi per gratificarsela vie più si profferse parato a conquistare Monaco: pretesto della guerra era la recuperazione dei diritti sopra cotesta rocca, che si asserivano usurpati dai Giustiniani; causa vera stiantare il nido nel quale i nobili solevano rifugiarsi, dove potere, come da luogo sicuro, tendere insidie a Genova. Per la quale cosa i nobili vedendosi con grande stringimento di cuore in procinto di rimanere privi di cotesto fidissimo asilo nei casi di fortuna, tennero consulta assieme per sovvenirlo, ed avendo richiesto Andrea del suo parere, questi rispose: andando a Nizza egli, dopo considerate diligentemente le forze del popolo, essere venuto nel parere che contro cotesto sforzo non si potesse fare riparo, là dove non si accorresse gagliardi alle difese: tre partiti, per suo avviso, profferirsi adesso ad aiutare Monaco con frutto: in prima il soccorso dei Francesi, ma questo, oltre al comparire lento, si sarebbe rinvenuto altresì interessato; il secondo consisteva nel mettere insieme danaro del proprio, e con questo fatta massa di gente difenderlo alla scoperta; per ultimo avrebbe per avventura giovato richiamare a Genova Ottaviano Fregoso in buona vista del popolo, ed usando il benefizio del tempo attendere a guadagnarsi coi denari e con le promesse qualche capo della plebe, indebolendo per via di scismi la parte contraria. Dei tre partiti piacque l'ultimo come quello che non metteva la mano sopra la borsa. Andrea andò a conferirne con Ottaviano a Bologna, il quale si pigliò assai lestamente il carico di acconciare le faccende, ma la plebe avendolo tolto in suspicione non lo volle nè manco vedere, ond'egli trattenutosi, non senza timore e pericolo grandi, tre giorni in Genova, se ne tornò sconclusionato a Bologna. Allora i nobili da capo a muovere ressa al Re, che fare co' propri danari, come forse appariva più sicuro, e certo era più generoso, così tornava più ostico di tutti: ai legati patrizii tennero dietro i plebei; udironsi i primi, i secondi no, i quali trovarono chiuse non solo le orecchie del Re, ma perfino le porte del palazzo regale: atroce insulto, e meritato, e questo accadeva perchè il re di Francia essendosi a cagione della morte di Filippo re di Castiglia sciolto da ogni ritegno, pensò fare a meno della moderazione: abito importuno a cui costuma produrre la propria volontà per legge; ed oramai deliberato a mettere mano nelle faccende di Genova si accostava ai patrizii, tiranni, quando possono, per conto proprio, quando non possono, aiutatori della tirannide altrui.