Vita di Andrea Doria, Volume I

Part 11

Chapter 113,788 wordsPublic domain

Anco cotesto suo congiunto Andrea appuntò dentro gli occhi tanto ch'ei non ne sostenne la vista, però che gli balenassero di luce sinistra per la memoria, che in quel punto lo assalse della infamia, con la quale si era vituperata la gente Doria, che non aborrì nel diciotto del passato Agosto scrivere lettere turpi al Cristianissimo in vilipendio di lui, dove dopo averlo rigettato dalla parentela loro, con ogni maniera abiezioni si umiliavano al Re[16]: ma si contenne, però che Andrea non si mostrasse meno potente a vincere le tempeste dell'anima, che quelle del mare: onde rivolto a Giambattista, e agli altri messi, i quali, a quanto sembra, erano rimasti a bordo della sua galea, con pacato e succinto sermone disse: — sè essere risoluto a liberare la patria, impresa dove nessuno dovea risparmiare il proprio sangue; quanto a lui confidava, che la opera come era giusta, e pia nel principio, così nel fine sarebbe riuscita felice. —

Andò a mettersi da capo tra Sarzano e Carignano, e quivi chiamati intorno a sè il conte Filippino Doria, e gli altri valorosi compagni, aperse loro la propria mente, invocandoli aiutatori alla impresa. Risposero tutti: che volentieri, e sopra tutti mostrandosi acceso Filippino Doria, con gran voce esclamò: — andiamo con lo aiuto di Dio, che oggi comunque la vada non possiamo perdere. — E questo disse col medesimo concetto del Ferruccio, il quale, in procinto di mettersi allo sbaraglio nella estrema battaglia, si valse delle stesse parole, volendo significare, che, cimentandosi per la patria, se si vinca, si acquistano i premi che qualche volta gli uomini compartiscono in questa vita, se si muoia si acquistano quelli, che Dio sempre serba ai meritevoli nell'altra, e in ogni evento si guadagna la bella fama, che i tristi possono invidiare, non torre.

Filippino pertanto, come più acceso degli altri, sbarcò, senza mettere tempo fra mezzo, la gente di tre galee a Carignano presso il palazzo Sauli, si avviò a porta dell'Arco, e, presala, proseguì per la piazza nuova. Cristoforo Pallavicino, e Lazzaro Doria procederono ad assalire la porta di Santo Stefano e il lido, commessi alla custodia del Broassino, che reputò spediente non opporre resistenza; però messoci presidio si affrettarono a riunirsi con Andrea; il quale a posta sua buttò in terra il presidio di cinque galee alla porta della Giaretta del molo presso San Marco, fugata agevolmente una compagnia di francesi, che la guardava (altri all'opposto afferma ch'ei fossero Genovesi comandati da Giovanni Brando côrso[17]) tendeva al palazzo ducale. Invece d'incontrare resistenza, come gli oratori gli avevano dato ad intendere, per atterrirlo, a tanto, per colpa della peste, di desolazione era ridotta Genova, che, per tutto il tratto di via, che giace fra la spiaggia e il palazzo, Andrea non occorse in anima viva, tranne una donna. Giunto al palazzo, custodito da cinquanta Svizzeri appena, i quali subito si arresero, con amaritudine conobbe come lo avessero convertito in lazzeretto di appestati, nè si trattenne per questo da entrarvi, ed ordinare dessero nella campana della Torre per raccogliere i cittadini, e poichè, aspettato un pezzo, vide, che, o per tema della peste o per altro, non accorrevano, egli si ridusse a San Matteo, quartiere della sua famiglia, e quindi spedì uomini in volta, non pure per la città, ma eziandio per le ville di Albaro e di San Piero di Arena, perchè convocassero così patrizii, come plebei nella piazza davanti la chiesa, che da cotesto santo s'intitola.

I chiamati, alla fine, vennero, quantunque pochi. Andrea, dopo alternate le accoglienze, espose con efficace discorso le cause del suo abbandono dalla Francia, le quali disse essere state Savona tratta su a spiantamento di Genova, le non comportabili gravezze, il governatore straniero, la mala signoria di Francia, e queste erano vere, eccetto il governatore straniero, ch'egli stesso aveva consigliato al Re per escludere il Fregoso, e come in parte soltanto vere, così non erano tutte, nè le più stringenti per lui, ma, sì versando sopra la persona, e gl'interessi proprii, tacque delle altre; di sè toccò appena, e si distese, prudentemente generoso, sopra i beni della libertà, alla occasione mirabile di riordinarsi in repubblica con migliorati provvedimenti, onde la giustizia si fondasse su cardini sicuri, le leggi prevalessero, le fazioni cessassero. Lo Imperatore piglierebbe a proteggere lo Stato: quanto a lui, essersi messo a cimento per cominciare; si chiamerebbe soddisfatto, a prezzo di tutto il suo sangue, di potere finire: che se la Provvidenza lo risparmiasse, non accetterebbe altro premio del suo operato, da quello in fuori di lasciare la patria libera nelle mani dei suoi concittadini; egli poi se ne anderebbe, con le galee, al servizio di qualche principe della Cristianità, che volesse e potesse purgare il nostro mare dalla infamia del Turco. Parlava un po' da eroe, un po' da furbo, ma del furbo non si accorsero allora i Genovesi, i quali, per tenerezza, piangevano. Un Franco Fiesco non rifiniva di fare le stimate, ed avrebbe voluto, lì di botto, con pubblico decreto, si dichiarasse Andrea liberatore e padre della patria: ai più cauti parve buono soprassedere, perocchè, essendo in pochi, non sarebbe apparso laudevole indizio di concordia deliberare su cosa di tanto momento, senza il voto degli assenti.

Il giorno successivo i cittadini, remossi gli appestati, convennero nel palazzo: erano 600; 400 del Consiglio ordinario, e 200 del Consigletto, presieduti dai Riformatori e dagli Anziani. Ambrogio Senarega fece la diceria, raccontando cose, che tutti sapevano; finita la quale, Battista Lomellino propose: i 12 della Riforma, già stabiliti da Ottaviano Fregoso, e, come innocui, dal governatore Trivulzio lasciati stare, si confermassero; altri sei mesi di tempo, per fornire l'opera loro, si concedessero: in essi, e nel Senato, tutta l'autorità del Governo si concentrasse: al Doria si commettesse la balía di dare compimento all'affrancazione della patria: per sopperire ai bisogni dello Stato si cavassero da San Giorgio 150 mila scudi di oro, a titolo di presto; i cittadini volenterosi offerissero pecunia di sussidio alla patria; i renitenti tassasse il magistrato: quattro maestri di campo deputaronsi alla difesa della città, e Filippino Doria capitano a tutte le genti armate meritamente preponevasi.

Al governatore Trivulzio pareva, che, nonostante questo affaccendarsi dei cittadini, egli avrebbe potuto ridurli a partito, solo che lo sovvenissero con un 3000 fanti francesi, e rimandò a chiedergli al Sampolo, e questi glieli consentiva; senonchè gli si oppose Francesco Maria duca di Urbino, dichiarando come prima fosse da prendersi Pavia, e a questa impresa desiderarsi le forze intere, poi si sarebbero senz'altro impaccio voltati contro Genova, la quale, sopraffatta dal numero, non avrebbe potuto resistere: parve prudente la proposta, ma spesso accade, che le proposte in apparenza più prudenti, non proviamo più sicure in sostanza; e forse tale consigliando il Duca, compiaceva alla sua natura cauta così, che a molti parve codarda, ond'egli ebbe a patire parecchie trafitture massime da messere Amerigo da San Miniato, che gli compose contra quel sonetto dove si legge il verso:

Il Duca vuol per corsaletto un muro;

di cui il Duca tanto si arrecò, che, dopo avere adoperato ogni diligenza per averlo nelle mani, tostochè gliele mise addosso lo fece impiccare per la gola; o forse anco il Duca volle dare tempo al Doria di allestire le difese, dacchè grande fosse l'obbligo, che gli professava, per la sua fanciullezza tutelata dalle insidie del Borgia; e quantunque le conghietture, le quali si fondano sopra la gratitudine umana appaiono le più fallaci, tuttavolta nella trama dell'anima anco cotesto affetto entra e va contato.

Il Sampolo, desideroso nondimanco di frastornare le provvisioni dei Genovesi, commise al Montjean, colonnello di 3000 Svizzeri, andasse ad invadere l'estreme terre del Genovesato; ma gli Svizzeri trovarono più conto a scorrazzare ed abbottinare le terre che si parassero loro davanti: tra queste Ivrea, che ne rimase deserta. Genova intanto non se ne stava a bada, e occorre scritto come di Corsica tirasse 700 soldati. Sinibaldo Fiesco, nelle sue castella, fece grande adunanza di gente. Lorenzo Cybo raccolse, di Toscana, circa 2000 fanti; in tutti, dicono, sommassero ad 8000 armati. In questa, Pavia cedeva, ed al Sampolo parve non differire più oltre per mandare ad esecuzione il suo disegno contro Genova; valica il Po, e le terre dove passa occupa: a Rocca Fornari si unisce con gli Svizzeri di Montjean, e si avvia per la Polcevera: sarebbe giunto grosso a Genova, se non gli fosse toccato a mettere presidio nei luoghi più aspri di coteste strette montane, nella previsione della ritirata; molto più che a San Francesco della Chiappetta gli si fece incontro Filippino Doria, il quale, con la guerra guerriata delle macchie e delle siepi, prese a tribolarlo. A questo modo il capitano di Francia giunse a San Piero d'Arena, donde inviò un araldo a Genova, che, con uno sproloquio di minacci alla maniera francese, intimò la resa. Risposegli, come si usa da cui fa da vero, poche parole, e buone: e, siccome da certi suoi tiri, che egli forse immaginò furbeschi, parve volesse pigliar lingua dello stato delle faccende, gli dettero i Padri licenza di speculare dove e quanto gli garbasse.

Il Bonfadio ci attesta come i signori ciò facessero appunto per vincere lo schermidore di scherma, imperciocchè di difese certo avessero fatto procaccio, ma, o non le fossero tante, come dicono, o se pure erano non bastavano: per la qual cosa Paride Gentile, cui fu dato in custodia l'araldo, procurò che, passando per certe strade, dove vie via i soldati per le scorciatoie lo precorrevano, le trovasse piene di milizie. Ma posto da banda lo strattagemma del Gentile, che troppa copia di milizie i Genovesi non avessero raccolto, lo mostra il fatto, ch'essi non seppero opporsi alla ritirata del Sampolo: alla quale avvertenza taluno risponde, che, ad operare così, furono condotti dal detto antico: — ai nemici fuggenti ponti di oro — ed anco per mostrarsi in qualche modo grati al Sampolo, che impedì si desse il guasto alle possessioni, che i nobili genovesi avevano nel contado, e si ardessero due corpi di nave tirate sul lido di San Piero di Arena: modestia da una parte e dall'altra non sincera nè creduta, imperciocchè il Sampolo, è da riputarsi, che lo facesse per gratificarseli, li sperando amici e disposti a favorirlo, e i Genovesi, per chiarire che non si lasciavano pigliare alle apparenze, procederono rigidissimi contro quelli fra i concittadini loro, che seguitarono le parti di Francia, avendone le persone bandite, i beni incamerati, e due, che caddero loro nelle mani, spietatamente impiccarono.

Subito dopo pensarono ad assaltare il Castelletto: anco qui gli storici affermano che il Trivulzio lo rendesse a cagione dei grandi apparecchi militari, che vedeva condurre per espugnarlo, e per diffalta di fodero; e non pare, imperciocchè negli articoli della capitolazione trovi stipulata la facoltà di ordinare delle _vittoalie et munitioni de qualunque sorte, che restano in castello a volontà di Sua Eccellentia_[18]; ed a cotesti tempi gli arnesi bellici spesso non bastavano a superare le fortezze; non mai presto.

Il Trivulzio si arrese perchè, mandato un uomo a posta al Sampolo, per sentire, che cosa divisasse di fare, n'ebbe in risposta: — «non lo potere in modo alcuno sovvenire» — e voglio credere, che, dopo cosiffatta risposta, a lui, che i Genovesi tennero sempre in pregio, ripugnasse di guastare senza costrutto tanto nobile città: infatti Francesco I ce lo aveva mandato governatore per compiacere alle istanze vivissime del Senato[19]. Caduto il Castelletto in potestà del popolo non ci fu verso a frenarlo per condursi, con zappe e picconi, a sovvertirlo dalle fondamenta; ira di orso, che morde lo spiedo, che lo ha ferito, e lascia andare il cacciatore, che glielo ha vibrato: non mai fortezza difese tiranno contro la virtù di popolo, che risorga; non mai popolo avvilito potè impedire tiranno, che, anco senza fortezze, l'opprimesse, e, disfatte, le rifabbricasse; così, per non dipartirci da Genova, la fortezza della Lanterna, ruinata per ordine di Ottaviano Fregoso ai tempi di Luigi XII, non salvò i Genovesi da tornare in soggezione della Francia: il Castelletto in processo di tempo di nuovo eretto fu di nuovo distrutto, e ai giorni nostri vediamo, prima, sotto pretesto di quartieri militari, e poi, con quello di munire il porto, restituita la Briglia per astuta previdenza di un Lamarmora.

Sgombra la città, misero mano a liberare lo Stato. Gavi ebbero a patto dal conte Antonio Guasco, che lo rese per quattordicimila scudi; proposto il medesimo partito a Pietro Fregoso per Novi, non l'ottennero, dacchè questi ributtava ora la offerta, come per lo innanzi respinse il consiglio di Andrea, il quale, appena entrato in Genova, gli mandava scritto: — lasciasse Novi in custodia della Signoria, e come buon cittadino andasse ad abbracciare quella Santa Unione, la quale, col favore et aiuto di Dio, con buoni ordini si era stabilita in maniera, che non poteva venir meno. Perchè a quel modo avrebbe goduto quella terra e restatone signore, che altramente facendo ne lo arieno privato del tutto: et come amico, lo esortava ad approfittarsi della occasione, senza lasciarsi pascere da promesse francesi. —

Il Fregoso, che co' consigli di Livio Crotto suo cugino si governava, si ridusse a vivere in Alessandria, lasciando costui a guardia della terra col presidio di 1000 Francesi, i quali, dopo averla inabissata fino al Luglio del 1529, la resero alla Repubblica: così la perse il Fregoso, sè danneggiando e la città, e la Repubblica, giusta il costume degl'irresoluti, e dei dappoco, a cui succede nocere più, che i traditori non facciano. Trovo ricordato però, che i Genovesi avrebbono potuto espugnare Novi subito, indettandosi col conte Belgioioso capitano generale per lo Imperatore di qua dal Po; ma, poichè costui metteva per patto, dopo acquistate Novi ed Ovada, volerle tenere in nome di Cesare, ciò non _gustava_, ed amarono, innanzi di pigliare coteste terre a quel modo, lasciarle in mano a cui le possedeva; e così costumarono sempre i nostri padri co' potenti confederati, quando ebbero senno[20].

Ma la spina nel cuore era Savona, la Cartagine di Genova: amici o nemici, in questo i Genovesi accordarono tutti, che Savona si avesse addirittura a togliere via. Da prima mandaronci Filippino Doria, ed Agostino Spinola, e questo si ricava dal libro manoscritto di ordini testè citato: le istruzioni, che loro commisero vediamo essere molte, ma tutte appuntano ad una sola: si espugni Savona: però, abitando io di presente in parte di Genova, che ricorda sempre, per segni non cancellabili, le immanità operate così su le cose come sopra le persone dai soldati piemontesi, che v'irruppero nel 1849 a spegnere il tumulto, piuttostochè ribellione, suscitatovi per la battaglia di Novara, non vo' tacere, nè devo, che cosa cotesti antichi rettori raccomandassero ai capitani, sul punto di spedirli nella città ribelle, e pertinacemente per volontà, necessariamente per natura nemica: — minaccino dare il guasto ai Savonesi, ma se offeriscono la terra si astallino.... avvertirete sopra ogni altra cosa, che ai nostri sudditi, oppure ad un solo di loro non sia fatto danno alcuno: facendo che tutti gli soldati nostri paghino, nè che l'un suddito offenda l'altro in cosa alcuna et in questo fate esecutione rigidissima, perchè risolutamente vogliamo, che basti degli danni havuti et patiti per i nostri sudditi dai Saonesi. — Ora, se mettansi questi ordini del 1528 in confronto a quello, che fu commesso in Genova nel 1849, vorrei, che mi sapessero dire quale avanzo abbia fatta la civiltà, che sazievolmente noi millantiamo. Arrogi; tutti sanno, che i Piemontesi in Genova briccolarono bombe: di ciò interrogato il ministro Pinelli, con fronte rara altrove, comunissima a Torino, rispondeva così: — niente essere più falso delle bombe briccolate a Genova. — Un certo amico mio, che n'ebbe una proprio in casa, con danno piccolo e pericolo maggiore, presa la bomba ed incastratala nel muro, ci ha posto sotto una tavola marmorea, col giorno in cui gli entrò in casa, e le parole del ministero piemontese per iscrizione. Mi basti tanto.

Resistendo ad ogni prova Savona, i Padri, per isgararla, mandaronci Andrea Doria, e Sinibaldo Fiesco, perchè quegli, per la parte di mare, e questi, per la parte di terra, la battessero: un signore di Moret, che la difendeva, la rese a patti: conghietturano pigliasse lo ingoffo, ma si avrebbe a giudicare di no, conciossiachè si accordasse per lo appunto come il Trivulzio a Genova, voglio dire con la facoltà di mandare un uomo al Sampolo per soccorso, il quale non ricevendo entro certo termine convenuto, si sarebbe arreso. Il Sampolo, ridotto al verde presso Alessandria, non lo potè sovvenire, ed egli si compose pel meglio: però, se da questa maniera accordo non ne venne macchia di onore al Trivulzio, mi sembra giusto, che non si deva appuntare nè manco lui; ma tanto è, o parlando o scrivendo, gli uomini adoperano due pesi e due misure; ed io, senza pure accorgermene, forse come gli altri.

Finalmente i Genovesi tengono Savona, e gli ordini focosi, spessi, a più persone mandati perchè la temuta emula cessi di dare noia, sanno di febbre: a noi capitò nelle mani la istruzione a certo messere Loise sopra Savona del 15 Gennaio 1529; in essa gli si raccomanda: — amministri secondo i capitoli di Saona la giustizia civile et criminale, _senza passione, in questi massime principii_ — intanto si vanno componendo nuovi statuti, ma di ciò acqua in bocca; la ruina delle mura verso il mare, la distruzione delle fortezze nuove, specialmente dello Sperone, e il guastamento e il rompimento del porto, mena troppo più in lungo, che non saria il volere et il bisogno nostri: però raddoppiate diligenza, acciocchè possiate pervenire al compimento della opera desiderata, et in quella usate tutta la industria, arte, et ingegno vostri. — Ed avvertite, che questi erano i più miti consigli, dacchè Giovambattista Fornari con accesi sermoni aveva instato nelle consulte, affinchè Savona del tutto si sovvertisse, i suoi maggiorenti nel capo si multassero, gli altri per le colonie si disperdessero, ma non prevalse: quello, che si legge nella istruzione a messere Loise, fu fatto; e più, colmarono il porto con barche piene di sassi: quanto a reggimento la riducevano a condizione di soggetti.

Ora delle cose interne. Verun popolo mai è stato più dello italiano infelice dopo la potenza romana; tutto gli nocque; il servaggio come la libertà, la virtù nell'arme e gli spiriti imbelli, ignoranza e sapienza; lo eccessivo vigore delle parti, causa di superbia, di rissa e di separazione: i reggimenti diversi, e tutti insieme, o quasi tutti retti da uomini d'ingegno profondo: gli Stati stessi, i quali, per conformità, sembrava si avessero ad accordare fra loro, avversi o per emulazione di potenza, od anco perchè la nimicizia comparisca maggiore tra quelli, che si rassomigliano, ma pure in parte differenziano fra loro. Fra le diverse specie degli animali, non esclusi gli uomini, i più forti distruggono i più deboli senza pietà; così, tra le repubbliche democratiche, aristocratiche e miste, occorre maggiore astio, che forse tra repubbliche e principati. Oltrechè le repubbliche italiane non trovarono modo di stringersi in confederazione durevole ed efficace fra loro, sicchè ognuna chiuse dentro sè il seme, il quale le tolse di crescere nella pienezza delle forze, e soverchiare su le altre. Venezia, come quella, che presto si compose in aristocrazia, diventò capace piuttosto a conservare, che a conquistare; chè le astutezze temeronsi più assai delle armi, e ci si fece maggiore riparo. Firenze fu bella di libertà popolare, e di vaghezza di arti e di discipline gentili, ma ingegno ella compartiva e modi alla famiglia di quei portentosi popolani, la quale, con istudio di molte generazioni, seppe logorare una grande repubblica, instituire un grande principato non seppe. Genova, con forze bastevoli a fondare uno impero, distrugge ed offende emule potentissime, genera ingegni, che trovano nuovi mondi, e non li danno a lei, nè sa immaginare miglior governo di quello di creditori uniti dal vincolo dei comuni interessi, e dalla necessità di riscuotere i balzelli per rientrare nei propri danari: i nobili la sommovono, ma non la reggono, eccettochè violenti e brevi; il popolo la regge spesso, e non la governa mai: ogni momento i cittadini commettono la libertà lacera in mani straniere per salvarla, e ad ogni momento la ripigliano; nè dal miserabile delirio sanano mai. Noi non potremmo comprendere, che fosse la riforma dello Stato eseguita dal Doria, nè che cosa valesse, laddove, così in due tratti, non si accennasse la storia civile di Genova.

Afferma Uberto Foglietta come prima del 1100 non si conoscano annali: veramente oggi per istudii di uomini dotti, massime tedeschi, si conoscono anco più in su, ma non fa caso. Nel 1080 il Governo stette in quattro consoli; poco dopo in sei; indi tornarono quattro: sul principio tutto il governo in tutti; poi taluni preposti alle faccende di fuori ebbero nome di consoli del comune; tal'altri alle interne, in ispecie alla giustizia, ed appellaronsi Consoli dei placiti: la durata varia; ma non si confermarono mai nel maestrato fino al consolo Rustico de Rigo; e fu malo esempio. Intanto si altera la uguaglianza civile per acquisti fatti in terre lontane, come a mo' di esempio gli Embriaci, che diventano signori di Laodicea, di Antiochia, e di altre terre ancora, ovvero per ampliate possessioni in casa, come gli Spinola nella Polcevera; i consoli cittadini, dinanzi alle potentissime famiglie, piegavano o blanditi o atterriti: di qui, come suole, la giustizia guasta: però si ricorreva al rimedio, in cotesti tempi reputato spediente, e fu chiamare un potestà di fuori, dandogli balía di mettere mano nel sangue: al potestà aggiunsero otto cittadini, i quali primi pigliarono nome di nobili, perchè, di petto al potestà, non scomparissero, e fu titolo come sarebbe a dire magnifico: tuttavia, comunque usciti di magistrato, continuarono a chiamarsi così. Con questo reggimento, qualche volta disfatto, ed indi a breve restituito, Genova dura fino al 1227, nel quale anno, gli esclusi dalle cariche non patendo se ne fossero impadronite 250 famiglie sole, che diedero nobili ai potestà, si levarono a rumore, il governo del popolo ristorarono, gli uffici resero comuni a tutti; e andava bene: ma o il sospetto da un lato, o il dispetto dall'altro consigliò, che sopra i nobili si aggravasse la mano; donde nuove congiure, che dapprima non riescono, ma cupidità vince terrore, e, persistendo, i nobili vincono. Ora da questi rivolgimenti scomposti scappa fuori un rimescolío di Potestà stranieri, di oligarchia, e di tribunato, a cui per giunta si arroge la maladizione dei Guelfi e dei Ghibellini; quelli pel popolo, questi contro. Come dal fracido nascono i vermini, così, dagli ordini dello Stato corrotti, s'ingenera il tiranno, e in Genova fu Uberto Spinola, il quale però la prima volta, e solo, non fece frutto; la seconda sì, in compagnia di Uberto Doria, e presero titolo di capitani: a causa di gratificarsi le plebi, crearono l'Abate del popolo, specie di tribunato, complice, non freno della tirannide; e il popolo, a cui i nomi, almeno per certo tempo, tengono luogo di cose, per certo tempo quietò.